.
Annunci online

stefanorissetto
un modo di guardare


Diario


26 agosto 2015

Anche qui

Mi potrete leggere anche su 


stefanorissetto.blogspot.com




permalink | inviato da stefanorissetto il 26/8/2015 alle 18:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


23 agosto 2015

Bandiere nel vento


Stasera, prima di andare allo stadio, vorrei passare a salutare due persone che per mia fortuna sono stati miei compagni di banco per decenni, e io non mi capacitavo di essere lì accanto a loro, era davvero volato via il tempo in cui poco più che bambino li leggevo su quella che allora era l'unica rivista nostra, meno underground dei ciclostilati del Graffiti.

Ho avuto il privilegio di vivere con loro tutte le emozioni che adesso, decantate nella presbiopia del tempo, riaffiorano nella memoria temperate dal contrappunto delle immagini elettromagnetiche che ne fanno fede. Senza di loro, sarei stato molto diverso, non credo migliore. Ammiravo in Edoardo Guglielmino la figura imponente e statuaria, lo sguardo limpido di uomo buono e antico, il senso dell'umorismo inglesissimo che soltanto i siciliani di cultura ellenica possiedono, il valigione immenso di aneddoti pescati dal pozzo di una vita passata a fare il “medico della mala”, nei caruggi di una Genova che, trasfigurata dalla sua penna sottile e ispirata, diventava la Parigi di Hugo, la Londra di Dickens. Se fossi un editore, disporrei la curatela dei suoi scritti sparsi, dei suoi meravigliosi racconti, compresi quelli attorno al calcio che erano stati il mio primo modello, che mi avevano dato l'idea che forse la nostra squadra potesse essere davvero anche un tema letterario.

Penso molto a Edoardo in queste ultime ore, perché lo ha appena raggiunto nel suo altrove Dario G. Martini, un intellettuale tanto luminoso quanto oscuro, geniale e coltissimo, per nulla accomodante con le mode e quindi inchiodato al destino degli “uomini postumi”. Dopo una lunga carriera nello stesso giornale dove avrei lavorato io stesso per ventiquattro anni, fino a meno di un mese fa, si era dedicato al “secondo mestiere” che forse avrebbe dovuto essere il primo. Era un brillante storiografo, ma soprattutto un drammaturgo di straordinaria preveggenza. Ricorderò per sempre la prima de “Il latte e il sangue” all'Alcione, “La signora dell'Acero Rosso” alla Tosse, due testi immani, e ancora  “Colombo e la sabbia” al Fabbricone di Prato, la sera prima dell'ultima partita senza lo scudetto sulla maglia. Lavori di una preveggenza e lungimiranza da lasciare attoniti. Aveva letto tutti i libri, anche allo stadio se ne portava sempre uno per leggerlo prima della partita e nell'intervallo, avrò sempre il rammarico di non aver seguito abbastanza i suoi consigli, di non aver saputo scrivere il romanzo che voleva da me, di averlo forse tradito, rispetto a quello che sperava io avrei fatto.

Stasera, prima della partita, vorrei andare da loro, perché sono vicini allo stadio, e con loro c'è anche Mario Tortul, un carnico cui erano bastati cinque anni qui per piazzarsi a ridosso dei primi dieci marcatori di sempre. Era tornato a vivere a Genova, a fine carriera, ha voluto una foto da calciatore con la “sua” maglia blucerchiata per farsi ricordare.

Loro sono qui vicino, Arnaldo Bagnasco invece è a Chiusa Pesio, dove se ne era andato in un pomeriggio pieno di pioggia mentre io ero a Bardonecchia, a scrivere di un'amichevole del Doria appena finita. Era un genio, per le intuizioni di argento vivo, la dialettica tagliente, la conoscenza perfetta e personale di quel mondo della cultura italiana del dopoguerra che io avevo letto o al massimo orecchiato, dal teatro alla televisione alla musica d'autore. Anche lui fa parte di quel novero ristretto di persone eccezionali  incontrate grazie al comune sentimento per quei quatttro colori, altrimenti non ci saremmo mai incrociati.

Ero con loro tre, il 19 maggio 1991, davanti a una partita in sé scontata, finita dopo appena venti minuti, con la vittoria della squadra più forte contro un'avversaria che con quella sconfitta sarebbe retrocessa, eppure un girone avanti era stata l'ultima a battere la Sampdoria Campione d'Italia. Ero con loro tre, più o meno allo stesso posto dove sarò stasera, molto più solo certo, adesso. Il tempo è passato per tutti, ma a voi tre voglio bene e sempre ve ne vorrò come se foste stati gli antenati che avrei voluto avere.

Il padre no, ci mancherebbe, va benissimo quello che ho avuto. Il mio più grande colpo di fortuna. Lui stasera sarà a casa, ma me lo porto con me sempre, senza di lui non sarei niente. Un pomeriggio di primavera mi portò bambino a Genova, a conoscere una ragazza che non era una ragazza, aveva già venticinque anni.

Fu grazie a quell'incontro in aprile che venne quasi tutto il resto. Compresa la triste felicità di avere un album di ricordi con persone come Arnaldo, Dario G., Edoardo. Ora sono nel vento, com'è giusto sia per le bandiere.




permalink | inviato da stefanorissetto il 23/8/2015 alle 13:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


22 agosto 2015

Ci vediamo a Marassi


Comincia un altro campionato, dopo quattordici anni è il primo che non seguirò per lavoro. Può darsi che chiusa una porta si apra anche presto un portone, come in molti alla fine di luglio hanno detto a me e ai miei colleghi del sottomarino giallo, ma domani sera andrò allo stadio senza cembalo, senza la griglia dei servizi da svolgere, senza la preoccupazione che tutto funzioni al meglio, dalla strumentazione elettronica alla mia capacità di incrociare raziocinio, emotività, fantasia. Sarà un'esperienza nuova e, a cinquantun anni, per certi versi triste.

Comincia un altro campionato, per certi versi nelle premesse uno dei più strani di sempre, almeno nel mio ambiente. Troppe novità, in troppo poco tempo, nella sostanza come nella forma che da queste parti a lungo fu sostanza, hanno determinato una brusca torsione storiografica proprio mentre la UCS46 si avvia al 70º anniversario della fondazione.

Sul piano agonistico, non ha senso oggi formulare valutazioni: il precampionato è stato molto deludente, per via della rovinosa eliminazione europea, ma anche nell'estate 2009 le indicazioni giunte a fine luglio dalle amichevoli di Rotterdam e Padova erano state sconfortanti.

Analizzando l'organico, in attesa di capire quanto Moisander possa supplire alla grave perdita – peraltro ampiamente prevista – di Romagnoli, l'undici di base appare perfino più competitivo di quello dello scorso anno, ma fra i titolari e le riserve la faglia qualitativa pare ampliata: problema che andrà sperabilmente risolto negli ultimi giorni di mercato, magari agendo sulle possibili eccedenze dei club di prima fascia.

Le credenziali di Zenga non sono inattaccabili, ma al ritorno in Italia neppure quelle di Mihajlovic lo erano: assurdo pertanto sarebbe bocciare il tecnico per un pugno di partite. Semmai le incognite sul suo conto riguardano la compatibilità con Cassano, tornato a Genova dopo un lungo tira e molla, alimentato anche dalle dichiarazioni non uniformi dei vertici societari. Sul punto, anche la vicenda Soriano va dipanandosi in una sarabanda di esternazioni che vicendevolmente si annullano.

Come sempre, l'unico dato oggettivamente positivo è rappresentato dal grado di fedeltà del pubblico, che ha sottoscritto abbonamenti in numero ancor maggiore rispetto a quello dello scorso anno. Compatti nel ripresentarsi allo stadio, i tifosi sono però divisi tra legittimisti e perplessi. I primi sottolineano come il movimentismo corrente sia comunque preferibile all'immobilismo al bromuro del recente passato, rimarcando come le plusvalenze maturate nell'attuale sessione fossero esplicitamente previste dai documenti programmatici ufficiali, nei quali peraltro si indicava in Eto'o il punto fondativo di un'espansione commerciale internazionale comprensiva anche del nuovo sponsor, invece non ancora individuato.

Proprio in alcuni elementi di discrasia tra le parole, spesso un po' troppo in libertà anche sul piano stilistico, e i fatti si fonda invece lo scarso entusiasmo, se non la preoccupazione, di chi finora fatica a individuare il modo innovativo con cui la società in carica intenda riuscire a conciliare il risanamento dei conti con il mantenimento, se non il miglioramento, dell'eccellenza tecnica.

Come sempre, ogni equilibrio è vincolato ai risultati tecnici. Senza malizia alcuna, come sempre ogni anno mi avvio al campionato con una sola idea preliminare a tutte le altre, idea rafforzatasi dopo quanto avvenuto non molto tempo fa. Trovarsi così domani notte a -37 dal mio traguardo prediletto non sarebbe male. Per il resto, ci si vede a Marassi.




permalink | inviato da stefanorissetto il 22/8/2015 alle 12:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


21 agosto 2015

Weilliana minima


Dai peri non nascono mele, inoltre caderne è sempre meno comprensibile. E giustificabile.

Diventa certezza il sospetto che un rientro da indispensabile, senza più il corollario penitenziale relativo ai sospesi, si sarebbe trasformato nell'immediato in un regolamento di conti con gl'indesiderati, in margine a un'insalata mista di dissonanze rispetto ai fatti, nell'infantile speranza che un'inesattezza reiterata si solidifichi in verità. Il tutto nel più dolce dei veleni.

Tra grevità lessicali ormai imprescindibili ma sempre cartavetranti e aggressività assortite da cinomachia messicana, tra uomini che non ci sono ma ci sono e altri che non dovrebbero esserci e anche loro ci sono, la palla di ghisa oscilla implacabile su quel che resta della casa in via Gluck.

Non è così che finisce tutto, venne scritto. Non è così, non con uno schianto ma con un piagnisteo.




permalink | inviato da stefanorissetto il 21/8/2015 alle 19:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 agosto 2015

Ciao DGM


Tu non avresti voluto farti vedere vecchio e indebolito, io non ci tenevo a vederti vecchio e indebolito, così è andata a finire che non ci siamo visti più. L'ultima volta per un caffè da Romoli, non saprei dire quanti anni fa, non molti ma comunque troppi, sotto l'ultima tua casa genovese; la prima una domenica mattina, il 21 marzo del 1982 prima della partita col Catania, perché ci conoscessimo, tu gran tessitore della rivista su cui avevo cominciato a scrivere due anni prima, io che speravo di fare il giornalista.

Avremmo da allora visto centinaia di partite fianco a fianco, sempre mugugnando tra una rara esultanza e l'altra, eppure non abbiamo neppure una foto insieme, se non quei fotogrammi finali della diretta Rai della partita con il Mechelen a Marassi, quando ci abbracciamo come due reduci dal fronte. E pochi mesi dopo tra il 28 e il 29 giugno a Cremona, quando ti lasciai alla stazione alle due del mattino, il primo treno per tornare a Molveno partiva all'alba, ma tu eri contento come un bimbo.

Eri un grande intellettuale coltissimo, ma non ti davi arie, amavi dire di essere stato soprattutto un giornalista. Hai scritto opere teatrali che avevano un solo difetto, erano troppo in anticipo rispetto al tuo tempo che per certi versi era anche il mio. Forse un giorno ti riscopriranno, ma ormai che te ne importa.

Mi dicevi di detestare il nichilismo letterario, perché il nulla era già forte di suo e non andava reclamizzato, il tuo era un teatro del sì, del coraggio. E poi allo stadio facevamo a gara a chi fosse più superstizioso, il giorno dello scudetto eravamo stretti tra i grandi inviati d'occasione, così Arnaldo dovette sedersi su uno scalino, ben felice di farlo perché anche lui, come tutti i volterriani, davanti al calcio smarriva ogni dogma.

Mi hai fatto scrivere le prime cose su una rivista che poi avrei redatto quasi da solo per quasi vent'anni, mi hai aiutato a entrare per la prima volta nella redazione di un giornale, ho lavorato per ventiquattro anni nel giornale che era stato tuo e che hai avuto il dolore estremo di veder scomparire poco prima di te. Di te mi restano gli insegnamenti, lo scetticismo appassionato, i libri tuoi e quelli degli altri, gli Essays e i Cantos che mi donasti.

Lo sapevo che non ci avresti detto nulla, che io e gli altri avremmo saputo tutto a cose fatte, compreso il tuo-mio direttore Ernesto, adesso verrò a trovarti dove sei e non sei, vicino a Edoardo Guglielmino e Mario Tortul, vi ascolterò volentieri, ciao Dario G., amico e maestro, vecchio bambino, nuovo rimpianto.




permalink | inviato da stefanorissetto il 20/8/2015 alle 18:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 agosto 2015

Paolo, Pa


La mancanza di memoria e la scarsa conoscenza del passato, malattie endemiche, aiutano di molto la riscrittura della storia.

E chi riscrive la storia, di solito,non punta a illuminarla meglio di quanto non sia stato finora fatto,ma a deformarla in funzione delle contingenze, dell'utilità, del machiavellico particulare.

Se c'è un personaggio che parlava poco, anche perché conosceva il valore del silenzio e il peso delle parole, era Paolo Mantovani.

Se c'è un personaggio che era selettivo e acuto, era Paolo Mantovani.

Da quando è morto, parla quasi ogni giorno e tutti hanno qualcosa da fargli dire.

Pazienza. Per molti motivi non bisognerebbe morire, ma soprattutto per tutelare quel che si è stati davvero, rispetto all'immagine arbitraria che altri costruiscono, per fini spesso miserrimi. C'è una disciplina che si chiama ecdotica, è una specializzazione della filologia, serve ad affinare il rapporto tra testo e contesto, quindi ad avvicinare il più possibile un documento al significato inteso dall'autore.

Negli ultimissimi anni Mantovani - cioèil presidente che nella storia del calcio più di tutti ha speso unafortuna smisurata, di tasca interamente sua e senza espedienti che inItalia abbiamo visto praticati in tempi recenti da Lazio e Parma - èstato strumentalmente adoperato come antesignano, se non come icona pubblicitaria ante litteram, del fair play finanziario, come fautore di un calcio decoubertiniano, praticato nel segno del più assoluto disinteresse al risultato.

Diceva un comico: datemi la Bibbia e unpaio di forbici, e vi restituirò un libro pornografico. Questo accade oggi, per scopi opinabili, alla figura di Mantovani, per un quindicennio alla guida di una società piccola ma dignitosa, presa alle soglie della C e portata a un filo d'erba dalla Coppa deiCampioni. Un percorso compiuto con coraggio, ma anche con quei robustissimi e vertiginosi investimenti che solo un uomo divorato dalla voglia di vincere avrebbe potuto compiere.

Un uomo che a Toneatto, un pomeriggio a Bogliasco, aveva detto «per una squadra che farà la Coppa deiCampioni servirà almeno un altro campo di allenamento», e si era alla fine degli anni Settanta. Un uomo che aveva consegnato a Corrado Ferlaino un assegno in bianco, soggiungendo «scrivi tu la cifra e dammi Maradona».

Questo, e molto altro, era PaoloMantovani. Uno che aveva preso la Sampdoria per vincere e infatti avrebbe vinto. Non lo si faccia passare, come accade da qualche anno con un obliquo lavoro di taglia e cuci rispetto al suo pensiero, per un candido indifferente al risultato; non lo si contrabbandi per quello che non era, per giustificare chiunque altro dalla colpa di non essere lui, che tra l'altro non è una colpa. Lo si sapeva benissimo, che quell'uomo era una cometa che non sarebbe passata più. E' un peccato che sia andato via così presto, ma avrebbe potuto anche non arrivare mai. Ma rispettiamone la memoria per quello che era. Non faceva drammi quando perdeva, certo, o per lo meno da callidissimo pokerista sapeva dissimulare il disappunto; ma voleva vincere eccome, perbacco.

Quando si era visto sfuggire quel trofeo, per un attimo aveva vacillato, e l'aveva sì detta quella frase per cui i tifosi dovevano comunque cantare, però poi aveva comprato in un sol colpo Gullit e Platt ed Evani; e se il destino gli avesse dato ancora un po' di tempo sarebbe certamente arrivato dove voleva.

Chiunque voglia, per qualsiasi motivo, nobilitare scenari diversi dai suoi, lo faccia senza tirare in ballo Paolo Mantovani e soprattutto senza spacciarne per ritratto realistico e veridico un'approssimativa e tendenziosa caricatura.




permalink | inviato da stefanorissetto il 19/8/2015 alle 19:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


18 agosto 2015

Al lume spento della tua pazzia, te ne sei andato via


Nel 1991, un miliardario giapponese era divenuto proprietario del “Ritratto del dottor Gachet” di van Gogh, pagandolo 82,5 milioni di dollari all'asta di Christie's.

L'acquirente, allora 75enne, aveva lasciato trapelare l'intenzione di voler essere, a tempo debito, cremato con tutte le cose più care, dipinto compreso.

Dalla morte del signor Ryoei Saito,avvenuta nel 1996, nulla si sa del “Ritratto”, mai più esposto in pubblico, tanto da rendere credibile l'attuazione del desiderio del proprietario.

 Nessuna legge, infatti, avrebbe potuto impedirlo.

Eppure ci sono beni che non apparterrebbero soltanto a chi ne sia padrone. Nella stessaCostituzione repubblicana italiana, finché dura, il punto di sintesi tra le due confliggenti ideologie ispiratrici è l'articolo 42, che prevede la «funzione sociale» della proprietà privata, concetto altrimenti presente soltanto nelle carte fondamentali di Argentina eVenezuela.

Ma se il proprietario di un'opera d'arte di alto valore storico e culturale decidesse di distruggerla, nel concreto non ci sarebbe rimedio.

Mancando l'obbligo di un annuncio simile a quello dato a suo tempo dal signor Saito, l'evento potrebbe ben consumarsi in privato.

Perciò nessuna sanzione può applicarsi a chiunque danneggi in qualsiasi grado e modo un bene di sua proprietà.

Eppure un van Gogh, come ogni cosa che di fatto è di molti se non di tutti, non appartiene soltanto a chi lo abbia pagato in denaro. Chiunque possieda un'opera d'arte è chiamato a risponderne, almeno moralmente, di fronte a tutti quelli che l'abbiano a cuore.

https://www.youtube.com/watch?v=-0kuLkAtgh8




permalink | inviato da stefanorissetto il 18/8/2015 alle 19:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


17 agosto 2015

Non ora, non qui


Credo che se mai Balotelli arrivasse davvero al Doria, piccolissima parte del merito sarebbe mia, avendo lanciato fin dal gennaio 2014 – quando poi sarebbe arrivato, anzi tornato, Maxi – la pallina di neve che va divenendo valanga.

Avevo raccolto indiscrezioni sull'intenzione del ragazzo, legato alla Liguria e segnatamente al Tigullio dove veniva in vacanza da bambino, di provare a rigenerarsi in quella Colonia Arnaldi del calcio che, visti gli esiti con Gullit e il primo Cassano, da tempo viene reputato il Doria. Così, in quella e nelle successive tre sessioni di mercato due sono state le massime suggestioni blucerchiate: Cassano, appunto, e Balotelli. Il primo è arrivato e il secondo, pare, finalmente potrebbe.

Le cose non sono le cose, a disegnarle sono soprattutto le circostanze. Aprite per sbaglio ai grandi magazzini un camerino di prova che ospita una tizia impegnata a provarsi un costume da bagno: costei inorridirà con l'aria accigliata. A ritrovarla in spiaggia, con lo stesso costume, non gliene fregherà nulla.

Le cose non sono le cose, a disegnarle sono soprattutto le circostanze. Quando Cassano venne cacciato, fui tra i pochi – nel coro di consensi, più servili che moralistici tra i doriani e del tutto opportunistici tra i neutrali e finti neutrali – a rammaricarmene. Se Balotelli fosse arrivato nel gennaio o nel luglio 2014, come lo scorso inverno, avrei fatto la ola da solo. Adesso invece né riesco a entusiasmarmi per il ritorno diCassano, proprio per le circostanze in cui è maturato visto che sarei un pazzo a contraddirmi discutendo un talento che ho ammirato quasi come quello di Alviero, mentre il possibile arrivo di Balotelli addirittura mi preoccupa.

Se Cassano fosse stato messo sottoc ontratto subito dopo la rescissione con il Parma, inducendolo ad allenarsi a dovere in attesa dello scontato congedo a fine stagione di Mihajlovic che mai lo aveva voluto, per presentarlo al meglissimo a luglio, l'operazione sarebbe stata perfetta. Invece da giugno fino ai primi di agosto è andato in scena uno stucchevole tira-e-molla,tra le dichiarazioni contraddittorie del presidente dal «vorrei venisse» di Sestri Levante al «no ai remake» di Pinzolo fino al«ti dà una mano» dopo lo 0-4, e le prese di posizione dell'allenatore che evidenziavano una divergenza sull'argomento. Se riaccogliere Cassano – parlano i precedenti e la saggezza popolare,che esclude una vecchiaia quadrata di chiunque nasca tondo – sarebbe stato comunque problematico, sdrucciolevolissimo pare ingaggiarlo dopo Torino, consegnandogli di fatto il ruolo di salvatore della patria e soprattutto di vincitore dell'implicito braccio di ferro con chi non lo aveva reputato indispensabile.

Inoltre l'arrivo di un fuoriclasse comeCassano, impossibile da inquadrare in un ruolo “alla Altafini”non appena in forma accettabile, comprime di fatto lo spazio sia diSoriano, infatti destinato a una cessione ormai tanto scontata quanto allarmante sia sul piano tecnico che societario, che di quel Correa la cui valorizzazione nell'imminente torneo era stata definita da tutte le componenti societarie – presidenza, direzione sportiva, guida tecnica – come il punto qualificante dei programmi stagionali.

Anche Balotelli non può arrivare adesso. Di là da ogni questione economica, pure ostativa in tutte le precedenti sessioni di mercato, basta dare un'occhiata all'organico per capire che prendere Mario sarebbe un non senso, a meno di non prevedere mosse eclatanti in uscita, che pure lo stesso presidente ha escluso a proposito di Eder, pure accreditato di un interesse del Bologna per una contropartita oggettivamente importante, ma nel caso specifico miserevole.

Cedere l'oriundo, amatissimo dalla Sud quanto tecnicamente imprescindibile, a fronte di un prestito,maestoso ma pur sempre prestito, sarebbe una mossa implausibile, irragionevole, quasi un gesto di sfida alla piazza, che vedrebbe seguire allo smantellamento del centrocampo quello della stessa squadra, privata in una sola tornata di tutti i giocatori quotati,quasi a confermare i peggiori timori circolanti sull'attuale configurazione societaria. Per questi motivi è impossibile accada.

Se invece a far posto all'attaccante del Liverpool dovesse essere allora Muriel, l'investimento più oneroso della storia della Sampdoria sarebbe esposto a un non  irrilevante rischio di deprezzamento. Per non parlare del sostanziale azzeramento delle opportunità di giocare in cui incapperebbe Bonazzoli, per il quale si è speso non molto meno di quanto versato all'Udinese per il colombiano.

Cassano sarebbe potuto arrivare in molti modi, ma non con il coltello dal manico e a spese di Soriano e Correa. Balotelli sarebbe potuto arrivare in molti modi, ma non comprimendo lo spazio di uno e mezzo tra Muriel, Eder e Bonazzoli. Se a queste trattative, una ormai definita e l'altra ancora aperta,aggiungiamo i dettagli della fugace esperienza doriana di Eto'o, tre indizi sembrano provare come sotto questa luna blucerchiata la programmazione consista nell'assenza di programmazione. Ma nel calcio improvvisare è prerogativa, peraltro comunque inquadrata in una disciplina tattica, dei calciatori in campo. Non di chi ce li mandi.




permalink | inviato da stefanorissetto il 17/8/2015 alle 19:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


16 agosto 2015

Quarto (im)potere


Nei mesi scorsi avevamo visto i servizi-irruzione delle "Iene", letto le inchieste della "Rosea" e perfino un corsivo apparso sul sito della Tv Svizzera, a firma peraltro autorevole quanto notoriamente non innamorata della Sampdoria, anzi.

Adesso, mentre a Ferragosto tutti erano in vacanza, al fascicolo si aggiunge un articolo su "Libero" del giornalista economico Franco Bechis che analizza la situazione generale del presidente, a pochi giorni di distanza da un altro articolo che segnalava un'operazione finanziaria che coinvolgeva la società controllante la Sampdoria.

In margine a tutto questo, più delle controargomentazioni del diretto interessato, rilevano le reazioni di coloro che più di tutti dovrebbero usare attenzione verso le sorti della Sampdoria. I tifosi, a maggioranza, difendono infatti il presidente e attaccano i critici, adombrando ipotesi dietrologiche che reggerebbero la sequenza di inchieste giornalistiche.

In soldoni, gli attacchi si dovrebbero al «fastidio» dato dalla Sampdoria ai tradizionali avversari domestici e soprattutto al calcio delle grandi potenze, segnatamente le due milanesi, estromesso dall'Europa proprio per il guizzo primaverile dell'intrusa.

Se ci può essere del verosimile in tale sospetto di disfavore pregiudiziale, è peraltro oggettivo che l'attuale Sampdoria non rappresenta, negli scenari di mercato e quindi nelle prospettive di classifica, un «fastidio» pari a quello degli anni migliori: eccettuati Eder e finora Soriano, a partire dal campione del mondo Mustafi e da Gabbiadini per finire con i centrocampisti Obiang, Duncan e Rizzo, molti dei giocatori che avevano mercato sono stati prontamente ceduti o non riscattati, per essere rimpiazzati con parametri zero nel segno di una strategia volta più alla tutela degli equilibri economici che al consolidamento tecnico.

Quanto al presunto «fastidio» di certe sortite estemporanee, il mancato deferimento per il caso Pulvirenti dimostra come lo stile del personaggio, dopo la vicenda-Thohir, sia stato ormai metabolizzato a Palazzo nel senso di una sdrammatizzante innocuità.


In alcuni dei casi succitati, inutile precisare quali, c'è materia per credere che l'acribia adoperata nasca da un sentimento assai diverso dall'amore per la causa doriana.

Questo però non dovrebbe classificare in automatico sotto la voce del pregiudizio o, peggio, della malafede ogni questione, specie se motivata, su una persona che è arrivata - in modo fulmineo e sorprendente, anch'esso tuttora oggetto di curiosità – ad avere in custodia non tanto una società per azioni quanto quasi settant'anni di storia collettiva dignitosa e a tratti gloriosa, con il relativo volume di sentimenti, storie, vicende, che riguardano centinaia di migliaia di persone distribuite in almeno quattro generazioni, le loro vite intrecciate, i loro ricordi e le loro speranze. Un patrimonio che non si misura affatto in denaro, ma che nel presente e per il futuro dal denaro non può prescindere.




permalink | inviato da stefanorissetto il 16/8/2015 alle 20:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 agosto 2015

L'uomo che non c'era



L'attaccante che manca c'era. E' stato liquidato ancor prima di Stefano Okaka e senza vantaggi economici, vista la formula della rescissione che di fatto azzerava il valore di un cartellino pagato tre milioni e 200mila euro appena un anno prima.Dal punto di vista strettamente economico, chiudere consensualmente un'esperienza vicendevolmente infelice – poche presenze e quasi mai da titolare, due soli gol al Parma in campionato e al Brescia in Coppa, il favore dei tifosi accorsi all'aeroporto per accoglierlo svanito dopo la parata di Leali nel finale della gara di Cesena – è stato relativamente indolore, equivalendo il cartellino regalato al lordo dei due anni residui di contratto a 800mila euro netti stagionali. Mala fretta con cui Gonzalo Bergessio, al Catania tre tornei oltre la media dei 10 gol, è stato lasciato partire, stride con l'affanno che vede adesso il Doria – a meno che il banco non salti con un'operazione, peraltro più che improbabile, alla Balotelli – alla ricerca di una controfigura tattica del Toro.

La punta che manca c'era. Difficile cheBianchi, uno di quei giocatori che per tutta la carriera sono accompagnati dall'etichetta di obiettivo di mercato del Doria, dia garanzie maggiori di quella dell'argentino, due gol nell'Atlas alla prima amichevole con il Newcastle.

Se è vero che Bergessio al Doria aveva sofferto la concorrenza di Okaka e il disfavore di Mihajlovic, ora non c'erano più né l'uno né l'altro. Gonzalo avrebbe meritato un'altra occasione, tanto più che sostituirlo rischia di avere un costo superiore a quanto risparmiato nel congedarlo. Che poi, a una settimana dal torneo, circoli il nome di Ozegovic, sconosciuto fino alla funesta serata di Torino e tuttora bloccato dal Vojvodina, accredita il sentore di quella carenza di programmazione che pure non aveva caratterizzato mosse lungimiranti come gli ingaggi di Moisander e Barreto, presi in funzione della fine prestito di Romagnoli e della cessione, programmata ma in sé opinabile, di Obiang.

Forse Bergessio, l'uomo che non c'era e oggi manca, avrebbe dovuto andarsene comunque; ma non per primo.




permalink | inviato da stefanorissetto il 15/8/2015 alle 18:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 agosto 2015

Amare e discutere



18mila abbonati sono una garanzia e al tempo stesso un embrione di salvacondotto. Ancora una volta, il grado di fedeltà del pubblico doriano si attesta attorno a una soglia di stabilità che ha come presupposto gli 8mila tesserati del 2001,estate in cui fino all'ultimo – leggi cessioni sottocosto di Sereni al Middlesbrough e Vergassola al Torino – era in forse la stessa iscrizione al torneo, dove per torneo s'intendeva serie B. Perfinodopo l'ultima retrocessione del 2011, l'oscillazione negativa era venuta a misurarsi nell'ordine delle decine, anziché migliaia di tessere.

Questa costante presenza si traduce quasi in automatico nel sostegno svincolato da ogni condizione, che fa del pubblico doriano uno dei più lealisti in assoluto. Il“centralismo democratico” instaurato da tempo nella tifoseria è un portato degli anni Sessanta-Settanta, quando la minorità generalizzata – nei palazzi del potere come nei media, fino alla stretta logica dei numeri – rendeva necessaria una compattezza difondo dell'ambiente. Da tempo lo scenario è cambiato, per effetto del mantovanesimo i doriani a Genova non sono più “stranieri in patria”, eppure il persistente grado di fedeltà nei numeri si traduce in un filogovernativismo che, dall'avvicendamento tra gli eredi Mantovani e i Garrone-Mondini, trascende le figure di presidenti, dirigenti e allenatori per farsi ontologia.

Vige così il dogma per cui il tifoso è, ed è soltanto, quello che canta e sventola senza mai porre indubbio quanto porti la firma della società; ogni mossa, dalla scelta di un allenatore agli acquisti e cessioni, è in sé e per sé buona e giusta a prescindere, per la sola matrice. L'idea – sacrosanta –che il tifoso debba sostenere la squadra a gioco in corso dal 1' al90' si è fatta globale, ricomprendendo l'intero lunario. Eppure un conto è l'appoggio durante le partite; altro è valutare criticamente, in modo costruttivo, tutto quel che esula dallo stretto evento agonistico. Dal fischio finale di una gara a quello iniziale dell'incontro successivo, il tifoso dovrebbe invece vigilare sull'operato delle persone fisiche espressione concreta della società, sempre nella prospettiva del buon andamento della gestione.Il tifoso ama, ma proprio perché ama non può aderire al paradigma«si ama e non si discute»: a volte, proprio per amore, è necessario discutere.




permalink | inviato da stefanorissetto il 14/8/2015 alle 23:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


13 agosto 2015

Eder, il canarino nella miniera



Eder non è soltanto un giocatore. E' il canarino nella miniera. Fin qui il mercato va valutato con riserva, per quanto in tutta evidenza condotto in base a quanto indicato – con lodevole franchezza - nel piano triennale elaborato dal CdA («effettuazione di operazioni di mercato in uscita che consentano di realizzare significative plusvalenze», verbale assemblea degli azionisti 27 aprile 2015, p. 17), nel senso di un probabile indebolimento di una rosa che ha visto in un solo reparto tre cessioni importanti – più una quarta all'orizzonte - e un mancato riscatto, oltre a una serie di partenze non minori per fine contratto, fine prestito o mancato riscatto. I movimenti onerosi in entrata si limitano di contro a Bonazzoli, Zukanovic e Fernando.

L'ingaggio di Cassano, per tempi e modi, appare dettato anche da esigenze meta-tecniche, come la volontà di superare lo shock per la batosta europea e l'intenzione di far digerire alla piazza la probabile cessione di Soriano, che d'altra parte – al pari di Correa, giocatore su cui pure la società si dice intenzionata a puntare forte - si sarebbe visto restringere lo spazio dal Grande Reduce.

Ma una cessione di Eder, a meno di dieci giorni dall'avvio del campionato, temperata o meno da un arrivo di Balotelli che potrebbe essere ingaggiato solo in prestito con accollo dello stipendio da parte della società di appartenza, inquadrerebbe in senso inequivoco le strategie generali societarie. I programmi tecnici verrebbero in tutta evidenza subordinati a quelli economici, a vantaggio di un pareggio di bilancio da raggiungere quasi esclusivamente sul mercato. Si tratterebbe insomma della prosecuzione dei famigerati “parametri” garroniani con altre parole.

Gran parte della fiducia riposta dalla piazza nel nuovo corso verte infatti, oltre all'empatia stabilita in ragione del cambiamento di stile, sulle aspettative legate all'intraprendenza della proprietà, in tema di spirito d'iniziativa nel reperimento di nuove fonti di ricavo.

Quasi conclusa la prima fase di ristrutturazione aziendale, con il drastico taglio di ogni costo giudicato inessenziale all'oggetto sociale, non si registrano però gli slanci auspicati, se non addirittura promessi: l'idea di costruzione di un nuovo stadio è stata accantonata, a vantaggio della cogestione dell'esistente; la struttura commerciale di sfruttamento del marchio resta quella del passato; manca ancora, soprattutto, il nome di peso sulla maglia, ovvero lo sponsor che avrebbe potuto rappresentare un sostegno importante ai progetti di sviluppo, indicati addirittura nella conquista del tricolore nell'arco di un triennio.

Se a questo sostanziale stallo, nella crescente divaricazione tra annunci e atti, si aggiungesse - nell'imminenza della prima di campionato - la cessione del giocatore al tempo stesso più amato dalla piazza e imprescindibile sul piano tecnico, l'umore collettivo – già messo alla prova sotto molteplici punti di vista – potrebbe cambiare. E non al meglio.




permalink | inviato da stefanorissetto il 13/8/2015 alle 16:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


12 agosto 2015

Sampdoria-*Virtus Entella 2-0

Dal non inviato di nessuno

STEFANO RISSETTO

CHIAVARI La Sampdoria festeggia il 69º compleanno vincendo a Chiavari, dov'era caduto il Genoa, contro una Virtus Entella in modalità Lega Pro ma in attesa di ristrutturarsi per il certissimo ritorno in B. Dopo un primo tempo disarmante, la fiammata sudamericana in avvio di ripresa vale l'uno-due del successo, prevedibile vista la consistenza dei chiavaresi, tonico per un ambiente che ha bisogno di riassorbire la batosta europea. I risultati positivi, anche in contesti come quello tigullino, fanno sempre bene. Era soprattutto la partita del ritorno di Antonio Cassano, entrato al 27' della ripresa al posto di Eder, otto anni dopo il primo esordio doriano del 9 settembre 2007 in Canton Ticino. Allora il barese si era infortunato al muscolo semitendinoso destro dopo una mezz'ora, ieri ha esibito bagliori dell'intatta classe, che andrà secondata da una forma fisico-atletica non ancora prossima. Servirebbe ancora un'amichevole “vera”, per affrontare al meglio un'avversaria come il Carpi, per certi versi la peggiore possibile, nel turno inaugurale di campionato del 23 agosto.

AVVIO Si parte a ritmo più che blando. Al quarto d'ora la Virtus sfiora il gol con Belli, che sfonda al centro e conclude con un tiro centrale, su cui Viviano è malcerto, deviando non senza affanno oltre la sbarra. Il Doria usa le marce basse, estemporanee paiono le iniziative sudamericane in duetto tr Eder e Muriel, dando uno spettacolo allarmante di approssimazione geometrica, speculare alla festa incessante nella Nord, esaurita in prevendita, dove la moltitudine blucerchiata celebra con sventolate e cori la ricorrenza della sua amata.

SPAZIO E' la prima partita in Liguria, in casa del tifoso doriano Gozzi, della nuova Sampdoria che a differenza dello scorso anno non gioca in rosso ma con la sua divisa classica; e a dieci giorni dall'avvio del campionato il giudizio resta sospeso, visto che le scadenze di calendario vanno sovrapponendosi a quelle del mercato. A questa squadra mancano purtroppo da... sempre due capisaldi programmatici, come Moisander e Correa, per non parlare di Cassano cui giocoforza l'argentino e Soriano (opaco e poco coordinato con Fernando e Barreto) dovranno fare spazio. Sul piano tattico, i blucerchiati peccano di staticità, non si cercano né si trovano, come se le idee fossero poche e la condizione carente. Proprio sul piano della brillantezza fisica e atletica, premessa di ogni concretizzazione negli schemi, gli interrogativi crescono.

ROSSINI A voler scomodare la replica lapidea del vecchio Rossini a un aspirante compositore, può dirsi che in questo Doria di Zenga c'è del nuovo e c'è del bello, ma il bello non è nuovo e il nuovo non è bello. Inoltre i blucerchiati rasentano la configurazione tipica, mentre i chiavaresi schierano un undici assai alternativo, rispetto a quello che verrà allestito dopo la scontata ratifica del ripescaggio in B per il secondo caso-Catania del millennio, questo come quello del 2003 propizi al calcio nostrano.

Il torpore si incrina al 36', con un'accelerazione di Muriel chiusa con un servizio sottoporta, che Eder non riesce a seguire.

GUAIO Il Doria gioca con spirito vistosamente amichevole, ma dopo quasi un mese e mezzo di lavoro non evidenzia progettualità in grado rassicurante. Dal 4-3-3 di luglio Zenga passa al modulo col trequartista dietro le punte, platealmente funzionale al reinserimento di Cassano, ma l'efficacia in avanti rimane trascurabile. Prima dell'intervallo, Krsticic cede a un probabile stiramento, lasciando il posto a Ivan: queste al momento, dopo la smobilitazione di massa a fini di cassa del centrocampo (Duncan, Rizzo e Obiang divenuti 18,5 milioni, Acquah non riscattato), le alternative. Col Doria provvisoriamente in dieci, Belli sfugge a Muriel e conclude sopra la traversa. Si va all'intervallo con un senso di vuoto.

RIPRESA Decorsa la pausa, Zenga ripresenta lo stesso Doria del primo tempo, mentre Aglietti cambia ancora una Virtus già sperimentale. Subito un affondo Barreto-Soriano-Muriel porta i blucerchiati a impegnare il portierino Borra, subentrato a Jacobucci. Sembrano più vitali i blucerchiati: Fernando imbecca Muriel, Zigrossi rimedia. L'amperometro della gara segnala un aumento dell'attività elettrica, ma la manovra sembra sfilacciata e gli entelliani osano qualche incursione, come con Troiano che da fuori area manda il pallone di poco a lato del palo destro.

GEOMETRIA Per assurdo, nella sua modestia in termini di qualità sembra più organizzata la Virtus, che si scopre al punto di lasciare spazio alla manovra doriana, che trova concretezza al 13': Barreto lancia Regini che mette rasoterra al centro, dove Eder è appostato al punto giusto per prendere la mira e centrare a mezza altezza l'angolo destro. Meno di cento secondi più tardi, ancora l'oriundo brilla per scintillanza e concretezza, con una discesa che culmina nel traversone per Muriel, abile a svettare di testa centrando di nuovo l'angolo destro, stavolta basso.

CAMBI L'uno-due doriano rassicura la gradinata nord del Comunale, colorata di blucerchiato, mentre la gara si stabilizza e nei chiavaresi entra Sestu, ricordato nel mondo doriano per il mancato 2-0 nel derby del 3 febbraio 2014 firmato da Maxi Lopez. Ai tre quarti di gara, Zenga cala un pokerissimo di sostituzioni: dentro Brignoli, Salamon, Wszolek, Bonazzoli e... Cassano per Viviano, Silvestre, Barreto, Muriel ed Eder. A questo punto, la gara da amichevole scivola in passerella. La squadra di Aglietti mira solo a limitare i danni, il Doria rimodulato a 4-3-3 con Cassano punta centrale. Il numero 99 mette subito Wszolek davanti a Borra, ma il polacco calcia sul portiere.

FINALE Nei minuti conclusivi, il pubblico di parte doriana si attende la magia di Cassano, ma il fuoriclasse barese non ha ancora la forma necessaria per dare concretezza alla sua intatta visione di gioco, sempre cinque o sei mosse in vantaggio rispetto all'avversario come accade ai grandi scacchisti. Finisce così, con un senso di inappagamento, di preoccupazione, di incertezza. Il tempo delle domande sta per lasciare spazio a quello delle risposte, chissà di quale segno saranno.



LE PAGELLE

DI STEFANO RISSETTO


VIVIANO 6 Un dribbling di tacco su un attaccante biancoceleste è la cavatina più divertente di una serata priva di vero impegno, contraddistinta da qualche affanno di troppo nelle respinte aeree di pugno. Sempre attento e lucido nel rilanciare l'azione.


CASSANI 5,5 Non ha modo di distinguersi in copertura, vista la scarsa intraprendenza degli offensori biancocelesti, ma neppure si evidenzia come cursore a sostegno della manovra di attacco. Una prestazione grigia e poco convincente, povera di personalità.


SILVESTRE 6 Ha veramente poco da fare e quel poco lo fa con pulizia e diligenza, senza strafare e con il solito senso della posizione che, perdurando l'assenza di Moisander e in attesa di un auspicabilissimo rinforzo, lo rende imprescindibile.


CODA 6 Il grande rimpianto del Comunale di Torino fa quello che dovrebbe fare un difensore centrale di ruolo, ovvero controllare lo spazio e neutralizzare le percussioni offensive entelliane. Una prestazione umile e di buonsenso, che conferma la sua natura di affidabile rincalzo.


REGINI 5,5 Anche contro i modesti chiavaresi ha qualche esitazione di troppo, tipica forse di chi non sente la fiducia né del club né dell'ambiente. Dopo qualche sbandamento iniziale, si riprende e chiude in maniera rassicurante.


BARRETO 6 Prestazione scolastica ed elementare, eccettuato lo spunto che vale il primo gol. Dal sostituto di Obiang, in virtù di curriculum e talento, ci si attende molto di più. Forse ha bisogno di affinare una condizione atletica che pare poco brillante.


FERNANDO 5,5 Il brasiliano che, con gli 8 milioni versati allo Shakhtar, è il punto forte del mercato estivo, fatica a calarsi nel ruolo di regista arretrato: manca ancora della dovuta continuità e accusa qualche pausa di troppo.


KRSTICIC 6 L'uomo che non c'era. Tornato come fuori programma, per il mancato riscatto del Bologna, si appresta a un lungo stop per l'infortunio muscolare patito nel primo tempo.


SORIANO 5 Ha capito di dover partire, stretto tra Cassano e Correa e soprattutto la decina di milioni che la società conta di incassare per il suo cartellino. Così gioca col servofreno dentro al cuore, badando più che altro a non farsi male.


EDER 7 Insostituibile, in questa Sampdoria come forse nella Nazionale. Un gol e un assist vincente, sempre pericoloso. Come regalo di compleanno alla società venga ufficialnente tolto dal mercato. Si sa, la carne è debole.


MURIEL 6,5 In avanti mostra un paio di sprazzi promettenti, pur disassistiti dalla dovuta continuità. Non si intende quasi mai con Eder, ma quando lo fa trova la pepita d'oro, con un gol di testa che non è certo il pezzo più frequente del suo repertorio.


IVAN 6 Entra alla fine del primo tempo, evidenzia qualche buono spunto in avanti ma non brilla troppo. Ordinato e intelligente, da rivedere.


BRIGNOLI SV


CASSANO SV


BONAZZOLI SV


WSZOLEK SV


SALAMON SV






permalink | inviato da stefanorissetto il 12/8/2015 alle 20:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 agosto 2015

Mi piacerebbe

Mi piacerebbe innanzitutto scrivere ancora per il mio Corriere Mercantile, spero di tornare a farlo. Mi piacerebbe poi poter scrivere che la Sampdoria ha eliminato il Vojvodina evidenziando bel gioco e brillantezza, tanto da far reputare una formalità il turno successivo col Viktoria Pilzen. Mi piacerebbe poter pensare, e quindi scrivere, che la squadra sia stata rinforzata seguendo le indicazioni dell'allenatore, che il ritorno di Cassano – se qualcuno mi leggeva, ben ricorda quanto io spesso andassi oltre le righe, quasi cassaneggiando pure io, per quanto lo ammiravo e lo ammiro – sia una mossa perfetta per sostanza e scelta di tempi, che insomma viviamo nel migliore dei mondi possibili.

Mi piacerebbe pensarlo e scriverlo. Mi piacerebbe anche che in un momento di difficoltà, il primo del nuovo corso, non si facesse ricorso al vecchio e sempre efficace strumento dell'indizione della caccia al giornalista. E lo dice uno che non ha mai avuto spirito corporativo, che da ragazzo vigilava con orologio e righello per accertarsi della “par condicio” nei media locali, in tempi che ora a raccontare non sembrerebbero veri.

Piuttosto che rispolverare comode indicazioni di bersagli, quali portatori di ostilità inimicale o disfattismo interno, sarebbe il caso invece – oltre naturalmente at utelarsi, ove possibile, con i mezzi disponibili nel quadro giuridico - di prendere atto di un dato elementare: quando si pretende di occupare in permanenza il centro della ribalta mediatica, si desta curiosità non solo negli spettatori, ma anche nei critici.

Anche perché, in ultimo, anche in questo settore comandano i risultati. Pertanto, nell'esigere rispetto ed elogi per l'ottimo ed esaltante esito della scorsa annata agonistica, occorre anche accettare le perplessità relative a un avvio di stagione in cui si è mancato in modo sensazionale, e al primo passo, un obiettivo divenuto fondamentale per le circostanze.

Occorre accettare le perplessità e, ove possibile, confutarle. Citare per esempio l'imminente raggiungimento del pareggio di bilancio, in sé, è una pura enunciazione accademica: un conto infatti è ottenere tale risultato con l'incremento dei ricavi commerciali, compreso uno sponsor di maglia importante, ed è questa la strada su cui la nuova proprietà – di evidente intraprendenza nelle relazioni – ha destato altissime aspettative; altro è arrivarci agendo sul mercato.

Ah, dimenticavo. In ventisei anni di lavoro nei giornali, ho conosciuto colleghi di ogni fede sportiva,perché tutti ne abbiamo una ed è ipocrita negarlo, non conosco giornalisti sportivi che in realtà avrebbero voluto fare i critici di opera lirica ma un direttore cattivo o improvvido li aveva messi al calcio, semmai potrei fare qualche esempio contrario.

Be', uno dei tifosi genoani più accesi, posso dirlo tanto ormai è in pensione da tempo, era un collega della “Gazzetta dello Sport”: gran professionista, ottimo amico, mi ha anche aiutato nei primi servizi da inviato, quando io cominciavo e lui stava chiudendo.

Be', se non fosse stato per lui, e per un suo scoop sulla “rosea”, nel 2002 la Sampdoria sarebbe stata venduta ad Antonino Pane. Qualche tempo dopo, lo incontrai e mi disse: «Pensa che in casa ancora me lo menano, dicono che dovevo stare zitto».

https://www.youtube.com/watch?v=l5PG7RhGqMc




permalink | inviato da stefanorissetto il 11/8/2015 alle 19:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia     dicembre       
 
 




blog letto 771534 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Calcio
Politica
Musica
Storie
Cinema
Letti
Persone

VAI A VEDERE


CERCA