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stefanorissetto
un modo di guardare


Diario


6 luglio 2006

Finale

...e il canto passa ed oltre noi dilegua.

...e tanta strada per vedere un sole disperato...


Poco prima di raggiungere la panchina, mentre le squadre erano schierate a centrocampo per il saluto, Sergio si è trovato fra i piedi un pallone, se l’è aggiustato con apparente noncuranza; e col medesimo fare trasandato lo ha incastonato nel sette sinistro, da quaranta metri circa. I tifosi venuti dall’Italia hanno applaudito quel che sembrava un auspicio favorevole. Era invece, pensai, un’allusione privata: a una vicenda ormai prossima a una decrittazione qualsiasi, comunque tardiva. Oppure il riuscito equivalente calcistico di un abracadabra, per ruotare la manopola di una trentina d’anni indietro: fino a quella partitella del giovedì, tra titolari e riserve. Sergio era il capitano della Berretti, fu proprio al termine di quell’allenamento che il mister disse ai cronisti: domenica il ragazzo lo porto in panchina.
Poi, nel frastuono monocolore dello Stadio Imperiale, la partita è cominciata. La Coppa Intercontinentale brillava a bordo campo, con una tetra solennità infusa dal sole meridiano di Tokyo. Il suo riflesso mi ha abbacinato; e riaprendo gli occhi ho visto comparire sul mio monitor la stradina in salita, che dal mare portava al campo di allenamento incassato nella valle. Io ci andavo in Vespa, e già che c’ero portavo con me Alma. Quanti esami avevo preparato insieme con suo fratello soltanto per saperla nella stanza accanto, e alle quattro del giovedì poterle dire: ora devo andare al campo per le interviste, vuoi venire con me? Non mi ero mai concesso speranze: fin dalla prima volta che l’avevo vista, mi era parsa evidentemente incamminata verso un destino displanare dal mio. Anche come tifoso non coltivavo illusioni: al proprio ruolo ci si può sottrarre finché non lo si conosce, e la parte che sembrava toccata alla nostra squadra credevamo ormai tutti di averla intesa, anche se non sapevamo spiegarcene le ragioni.; ma il calcio è un caso particolare della generale incomprensibilità della vita.
In quegli inverni, il rapido imbrunire della domenica ci avvolgeva spesso delusi, di ritorno dallo stadio; e l’amarezza per le sconfitte produceva reazioni diverse in ciascuno di noi. Io, per esempio, temevo che prima o poi Alma si sarebbe disamorata di una squadra dal destino tutt’altro che vincente, e aspettavo con ansia sempre maggiore le quattro del giovedì successivo, quando lei si sarebbe stretta a me sulla Vespa, lungo i tornanti della salita che portava al campo. Oggi ritengo che forse sarebbe stato più onesto, non dico utile, confessarle il bene che le volevo: ma tacere era uno stratagemma per differire il momento dell’inevitabile disillusione.
Quanti gol mi ero perso trovandomi accanto a lei in gradinata, coi suoi occhi color silenzio a distrarmi dalla partita. E di quelle reti la più importante fu senz’altro quella che Sergio poco fa mi ha riproposto. Sa certamente, Alma gliel’avrà pur detto, che poco prima che lui tirasse quel calcio di punizione io stavo dicendo a lei, o meglio al suo sguardo in ascolto: verrà bene un giorno che vinceremo lo scudetto, poi la Coppa dei Campioni, infine l’Intercontinentale, per sederci a piangere davanti al mare. Sergio calciò, il portiere titolare non vide che il fruscìo della rete, subito coperto dallo sgocciolìo d’applausi della dozzina di pensionati dietro la griglia. Anche il mister sorrise. Al termine della partitella, decisi di intervistare Sergio. Lo fermai al baretto nel capannone di lamiera ondulata accanto agli spogliatoi. Parlammo il tempo di un’aranciata, davanti ad Alma.
Bisognerebbe riconoscerli sul fatto i momenti in cui i giochi si decidono per sempre, non fosse che per viverli con maggiore cura. Il titolista, poi, avrebbe banalizzato: È’ nato un campione. Avrebbe invece dovuto precisare, almeno: E anche un amore. Ma questa era una notizia che interessava tre sole persone, o meglio quattro come in seguito si sarebbe saputo, e poi era incompleta. In definitiva, era importante soltanto per me: titolare di quel confuso sentimento che finalmente raggiungeva l’impossibilità a lungo perseguita.
Fu quando, al termine dell’intervista, Alma porse a Sergio il diario scolastico aperto su due pagine bianche. Lui le sorrise: è il primo autografo che firmo nella mia vita. E lei: è il primo che chiedo, e sono quindici anni che vado allo stadio, anche se ne ho appena compiuti diciannove. Mi sembrò tutto così naturale che non ritenni giusto rammaricarmi, l’arco voltaico tra i loro sguardi lo avevo notato subito.
Dopo qualche settimana riuscii a farmi assumere al giornale. Continuavo ad andare al campo di allenamento, naturalmente senza più Alma sul sellino. Speravo almeno che avesse taciuto a Sergio quello che d’altronde a lei non avevo mai confessato. Non che sperassi ancora, se mai avevo sperato. Ma dovevo tener conto dell’atteggiamento sinceramente amichevole che Sergio aveva preso a tenere verso di me dopo la pubblicazione dell’intervista, che aveva considerato un portafortuna.
Iniziai a occuparmi anche della rivista ufficiale della società. Conobbi così Andrea, l’addetto stampa. Eravamo coetanei, lo avevo incrociato spesso all’università, ma non eravamo andati mai oltre il semplice saluto. Figlio di un grande armatore, saliva al campo con una MG bianca. Sembrava sempre altrove, non legava con nessuno. I primi tempi ci davamo del lei, fino al giorno in cui mi ricevette nel suo ufficio in sede, per un’intervista. Tutt’a un tratto, senza iati nel tono, né connessione con quanto andavamo dicendo, buttò lì: sono contento che il tuo rapporto con il nostro ambiente non sia cambiato, al tuo posto non so come mi sarei comportato. Vince chi lo merita, fu la prima scempiaggine che mi venne di dire, e infatti il mio pensiero era: vince chi càpita, e i suoi meriti non sono che la consolazione degli sconfitti. Avrei dovuto arrivare qui a Tokyo, oggi, per cambiare ancora opinione: per cullare il sospetto che nessuno, mai, vinca.
Sergio divenne presto uno dei giovani più in vista del campionato. Verso la fine della stagione, tra i pensionati che seguivano ai bordi del campo l’allenamento, spuntò un signore mai visto prima. Seguiva le sedute e le partitelle, ogni tanto scriveva qualcosa su un’agenda. Un pomeriggio Alma mi telefonò al giornale; era la prima volta, da quell’intervista nel baretto. Stanno cedendo Sergio, vai dal presidente, tu che lavori per la rivista dei tifosi, convincilo a resistere. l’appuntamento è per stasera in sede, coi due presidenti, il precontratto è già pronto, lui non vorrebbe ma l’offerta è alta e la società insiste. Non deve andar via, non c’entra il fatto che sia il mio ragazzo, non che non sia importante ma non è questo il punto. Io ti sto parlando da tifosa: se per una volta che uno così nasce da noi ce lo facciamo subito portar via, quando mai potremo sederci davanti al mare?
Corsi in sede, chiesi del presidente, la segretaria non potè impedirmi di entrare, c’erano davvero tutti. C’era, e me ne sorpresi, anche Andrea: ed era proprio lui a svolgere con decisione pari alla freddezza, il compito che Alma aveva assegnato a me. Più parlava e più mi rendevo conto che non avrei potuto aggiungere nulla ai suoi argomenti. Il presidente, il nostro, lo ascoltava con attenzione. Io stavo lì in piedi, sempre più estraneo. Sergio era seduto in silenzio davanti a un foglio. Quando Andrea terminò di parlare, il presidente con fare professorale estrasse un registro dal cassetto della scrivania, si alzò venendo verso di me e con tono sofferente mi disse: qui ci sono i nostri bilanci, li legga prima di scrivere i prossimi articoli. Sul giornale non so, replicai pensando a cosa dire ad Alma, per quanto riguarda la rivista il prossimo numero è ormai chiuso, ci sarebbe solo la pagina del fondino ma vorrei usarla per congedarmi dai lettori. Mi avvicinai a Sergio e gli strinsi la mano senza guardarlo negli occhi.
Io e Andrea uscimmo in silenzio dallo studio del presidente. Il giorno dopo, sulle prime pagine dei quotidiani sportivi, c’era Sergio con una maglia senza colori. Fin qui, tutto normale. Non erano invece normali gli occhi di Alma, quel giorno che prevedibilmente venne a cercarmi in redazione: più belli del solito, di quella bellezza che hanno gli occhi di una ragazza che abbia appena pianto. Alma aprì il giornale alla pagina di attualità, in cui il servizio sulla premiazione a Milano dei migliori calciatori del girone d’andata era corredato da una foto di Sergio, accanto a una famosa attrice intervenuta alla cerimonia. Mi disse: perchè mi infliggi questo? Io avrei potuto facilmente dimostrarle la mia estraneità a quella pagina; e invece tacqui, sulla spinta di uno spurio orgoglio, che mi incitava ad agevolare il funzionamento di una specie di cieco meccanismo di redistribuzione ciclica del soffrire. Che stava funzionando a meraviglia.
Le poche volte che in quella stagione andai al campo non vi incontrai né Alma né Andrea. Quest’ultimo era comunque stato cooptato nel consiglio di amministrazione, evidentemente la sua risolutezza aveva fatto colpo sul vecchio presidente. Io, invece, dopo aver lasciato la rivista avevo faticato anche a salvare il posto al giornale; mica l’avevo perdonata al presidente, e così lui a me. Per fortuna si liberò un posto all’economico-marittimo; sarei dovuto venire fin qui a Tokyo per tornare a scrivere di sport, o meglio per fingere di farlo. Mi confortava qualche lettera solidale dei tifosi: tra cui uno strano biglietto celeste, con una citazione letteraria, trascritta nella grafia incerta di chi cambia mano per nascondersi, e al tempo stesso rinuncia ai comodi travestimenti offerti dalla dattilografia; perchè, tutto sommato, nascondersi non gli interessa più di tanto.
Il primo tempo è passato come su un biliardo senza buche con uno specchio al posto del panno, non c’è stata mossa che non fosse la mera neutralizzazione di un’altra, tiri in porta zero. Sergio è rimasto immobile per alcuni istanti sulla panchina, poi è rientrato per ultimo nel bocchettone, pensieroso e con il ciuffo sugli occhi. E con una smorfia simile a quella che gli avevo visto quella sera, alla televisione. Fin da Tutto il calcio minuto per minuto si era capito che l’infortunio era serio; appena saputo dal corrispondente come stavano le cose, chiesi al caporedattore di poter partire io. Seguii il telegiornale cenando, lungo la strada. Il conduttore parlava di carriera probabilmente finita, io pensavo che se il presidente non l’avesse ceduto, Sergio quel giorno sarebbe stato da un’altra parte, e non a Bologna, a farsi rovinare il ginocchio da un portiere uscito male.
Quando mi lasciarono andare a parlargli, speravo che non mi facesse quella domanda. Inutilmente. E così io: veramente è da un po’ di tempo che non so nulla di Alma. E invece ne sapevo fin troppo, ma non era il momento. Qualcuno glielo avrebbe detto, prima o poi, che adesso Alma arrivava al campo in MG.
Tra me e Andrea, ovvio, si era tornati al lei. Quasi tutte le sere li incontravo, seduti a un tavolo della gelateria sul mare, lui ad ascoltare e lei a parlare, forse di Sergio. Certamente di Sergio, anzi. Il gioco, era evidente, riguardava solo lui e Alma, gli altri come Andrea e me potevano aspirare al solo ruolo di armi improprie. Eppure a volte pensavo che tutto si sarebbe concluso con una corsa in Vespa fino al mare, io e Alma o l’idea di Alma; archi a pioggia, dissolvenza finale e titoli di coda, si trattava solo di aspettare. Ancora non avevo sperimentato che la vita si diverte a soffiare sulle carte che incastelliamo, più alto è il castello e più fiato lei ci mette. E sembrano sfuggirle, come soldatini abili solo a gettarsi a terra, certi desideri dalla genealogia mutila e dubbia; e tutto quel che si fa tanto per farlo, senza crederci troppo, per esempio l’amore, anche quello sovente metaforico per una squadra di calcio. Che ti porta a dire a un amico col ginocchio in pezzi: fa’ presto, c’è uno scudetto da vincere, con la maglia giusta però. E lui, scardinandosi in un triste sorriso: e poi la Coppa dei Campioni, e l’Intercontinentale.
Alla fine dell’estate seguente divenni inviato. Lessi di Sergio in prestito a Ferrara, in serie B. In precampionato si sarebbe rotto di nuovo, con maggiore gravità ma con clamore stavolta quasi nullo. Il lavoro mi portava dappertutto, avrei quindi potuto illudermi agevolmente che il distacco dagli stadi non fosse che una necessità meccanica. La verità era invece che non credevo più in un calcio che si prestava a fare da scenario a storie come quella di Sergio, agevolandone magari il compiersi. E di lì a non credere più nella vita in generale il passo era breve.
Ho spiato l’espressione di Andrea, immobile in tribuna. Ne ho tratto un’idea di stanchezza più che di apprensione, come di improvviso pentimento per gli anni spesi a tenere ghiacciata la superficie del lago. Ha sempre nascosto le emozioni, al punto di farmi dubitare che ne fosse capace: quando saliva al campo in MG da solo, quando prese ad arrivarci con Alma, quando uscì di chiesa con lei al fianco, perfino quando dovetti vederlo appena accaduta quella cosa. Io non ho colpe, almeno su quello, gliel’avevo detto ad Alma. Quando mi aveva chiesto per telefono per prima cosa di non riagganciare subito, e quindi se fossi disposto a farle da testimone, per risponderle le avevo dato appuntamento alla gelateria sul mare. E una volta lì, prendendole le mani, le avevo detto, scandendo ogni parola: sposalo se credi, ma niente figli ti prego, perchè questa storia ha già troppe vittime, tu Andrea Sergio e se permetti anche io, direi che basta così. Siamo stati l’uno vittima degli altri, ma qualcuno anche di se stesso: fu tutto quello che mi disse alzandosi e andandosene. Restai solo, a guardare il suo gelato sciogliersi lentamente.
La notte che quella cosa accadde, io ero al giornale. Il capocronista era un brav’uomo, ma era nuovo, non sapeva; e pretendeva il parere di un grande clinico sull’improbabilità statistica di casi come quelli. Ma i clinici, quelli grandi, hanno orari diversi da quelli dei giornalisti. E poi il lavoro sarà lavoro, ma Alma era stata Alma. Per arrivare alla fine della notte, mi servii delle bisunte Masenghini del centralinista, costruendo il più strampalato dei castelli per poi distruggerlo. Ma non con una manata, troppo facile, preferii togliere carta dopo carta, seguendo metodicamente l’ordine inverso a quello dell’edificazione, alla ricerca della possibilità di una tecnica della ricostruzione del vuoto. Più tardi ci saremmo ritrovati io Andrea e Sergio, sotto un cielo che ricordava rumori e immagini da fine di superotto, fruscii metallici e nere grinfie di pterodattilo. Era la prima volta, da quel remoto pomeriggio nello studio del presidente, e aveva tutta l’aria di essere l’ultima. Io sarei presto andato alla redazione romana. Sergio aveva smesso di giocare da tempo, mi disse che se un certo derby, di lì a un mese, fosse andato in un certo modo, si sarebbe liberata una panchina in serie C, girone centromeridionale della C. Andrea stava per trasferirsi all’estero, un po’ per lavoro e un po’ per fuggire; ma voleva conservare, almeno formalmente, la carica di consigliere. Io gli avrei voluto chiedere quale nome avrebbe dato alla bambina, ma lasciai perdere. Ero già in macchina, quando sentii bussare al finestrino, era lui: io vorrei chiamarla Alma, disse, per Sergio è giusto così, tu che cosa ne pensi?
Il tempo regolamentare è scaduto. Sergio ha cominciato ad aggirarsi tra i giocatori sdraiati, ordinando una sostituzione che i miei colleghi giudicavano avventata. Vedendolo inquadrato nel monitor, ho pensato: se vinciamo, ti chiederanno a chi vadano i meriti del successo, oppure una dedica da titolo. E tu sii onesto, non dire la verità: perchè la disordinata proliferazione dei fatti, nel loro riverberarsi di esistenza in esistenza, sfugge a chi ne ignori il punto di avvio. Per la mia testa si è aggirato il rumore distorto di una molla che si rompe a pelo d’acqua: come si è spezzato l’orologio, come tutto ha preso a correre, da quella notte a Monte Mario. Sergio era a Roma in ritiro, la sera prima di quello spareggio per la A. Io andai a trovarlo, passeggiammo tutta la notte nel parco dell’albergo, finchè all’alba riuscii finalmente a dirgli: se la nostra storia si fosse verificata lontano dal calcio, io credo che sarebbe finita meglio per tutti. Lui si sedette sull’erba, guardò verso il cielo che cominciava a schiarirsi e disse: l’anno prossimo Andrea torna in Italia, vuole diventare presidente. Mi ha chiesto se fossi disponibile a tornare come allenatore e mi ha dato un foglio bianco, invitandomi a scriverci sopra undici nomi. Era seduto sull’erba, curvo con le braccia incrociate sulle ginocchia; lì eppure lontanissimo come poco fa, quando sono incominciati i tempi supplementari.
Centoventi minuti di gioco sono trascorsi invano. Erano ormai le due e mezza, quindi l’alba in Italia. Le due squadre si sono raggrumate nel cerchio di centrocampo, Sergio ha detto qualcosa ai suoi ed è finalmente cominciata la serie dei rigori. Al quarto tiro, un giocatore paraguaiano ha spiazzato, come gli altri tre, il nostro portiere, ma ha colpito il palo sinistro. Negli attimi successivi, persino le trombette perenni dei giapponesi hanno ceduto al silenzio conveniente alla scena. Dalla metà campo, si è mosso verso l’area di rigore proprio il giovane attaccante entrato all’inizio dei supplementari, il meno noto tra gli undici nomi che Sergio aveva scritto sul foglio bianco di Andrea: se l’era portato dietro dalla provincia della sua prima panchina. Il ragazzo si è avviato al dischetto, con la stessa andatura indolente che aveva Sergio nella partitelle sul campo vicino al mare.
Poco prima che prendesse la rincorsa, io ho deciso di non seguire quell’esecuzione. Ho quindi deviato lo sguardo verso la tribuna d’onore. C’era Alma in piedi, col giubbotto degli ultras. Era proprio lei. Nuotando nell’urlo chiaro che divampava, ho provato desiderio di scendere da Alma, per ricordarle di quando andavamo in Vespa al campo di allenamento, e soprattutto di quella volta che le avevo detto: vorrei vincessimo lo scudetto, eccetera. Ma sarebbe stato imbarazzante e inutile, perchè Alma non era Alma. O meglio era lei, ma troppo fedelmente, in una maniera per me intraducibile. L’ho guardata, e avrei voluto convincermi che lei fosse riuscita a passare indenne attraverso il buio, come rifugiata in quelle nicchie d’aria che si formano negli edifici rovinati. Ho però sospettato che il prezzo dei suoi anni intatti fosse stato addebitato senza sconti a me Sergio e Andrea; e mi è apparsa in tutta chiarezza l’impossibilità di remissione per i vincoli che avevamo variamente contratto con lei. L’aria attorno a me si è fatta viscosa e soffocante, come se un improvviso acquazzone di vernice vetrificante avesse sferzato lo stadio, fissando per sempre ognuno di noi al ruolo e alle responsabilità meritati, senza la possibilità di esoneri o deroghe.
Mi sono seduto. Avrei voluto aprire il pezzo così: E il canto passa ed oltre noi dilegua, come scritto su quel biglietto celeste sepolto da anni nel portafoglio, nel posto che dovrebbe essere della foto più cara. Al momento di scrivere, però, ho preferito una formula apparentemente meno privata. Chi doveva capire, poi, avrebbe capito. Scrissi così: È nato un campione: così, ventotto anni fa, il vostro cronista, su queste stesse colonne...
Il monitor ha inquadrato i giocatori che compivano il giro d’onore, poi una panoramica dello stadio, infine l’inquadratura si è alzata verso il cielo di Tokyo. Mi sono accanito sui tasti del contrasto e della luminosità, per assimilare plausibilmente l’immagine all’idea di un mare deserto di bottiglie vuote, senza navi né messaggi.




permalink | inviato da il 6/7/2006 alle 22:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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