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un modo di guardare


Diario


9 luglio 2006

MONDIALI (Un giorno di sole a novembre)

I

Sorridete, tanto è l’ultima volta, disse il fratellino del Teo, scattando con mani bambine: ecco perchè la foto che vedi è mossa. Averlo saputo prima, questo e altri particolari. Intanto, a finire dietro e non davanti alla macchina fotografica, sarebbe stato qualcun altro; per esempio la ragazza accanto a me. Eh sì, allora non portavo gli occhiali. Lei, mai vista prima. Veniva da Modena con i genitori, dovevano imbarcarsi per la Sardegna e sulla strada si erano fermati per la partita a un bar. Qualsiasi. Il nostro. Al momento della foto, quella ragazza volle farsi ritrarre con noi a tutti i costi, e per lo scatto si offrì il fratellino del Teo. Che poi non era il solo a pensare che fosse l’ultima volta: al Brasile bastava il pareggio. Così, dopo aver visto le altre partite ciascuno a casa propria, ci eravamo dati appuntamento al solito posto vicino alla scuola. Un’ora e mezza di studio in meno non avrebbe trasformato un "sessanta" in "cinquantotto", o un "trentasei" in qualcosa di peggio. Io avevo invitato Laura. Faceva ancora il ginnasio e quindi come quella di Modena non era del gruppo, ma speravo lo diventasse, anche se il calcio le interessava meno della letteratura contemporanea. Amava Properzio, per il compleanno le avevo regalato il Rilke di Pintor. Senza risultati, di alcun genere. E’ questa bruna, portava un paio di Lozza assurdi per una ragazza, ma quando passò alle lenti a contatto m’ingelosii, perchè così era troppo facile capire che era bellissima. Venne senza farsi pregare troppo. Il Teo invece aveva faticato ad aver con sé la Cri. Non ci aveva in simpatia, perchè qualcuno le aveva detto che le sparlavamo alle spalle. Ma lei doveva capirci: quando da figlia di ingegnere si è anatroccolo, e poi cigno da figlia di senatore, è il minimo. Se non se la prendeva lui, poi. Lei invece sì; ed è per questo che nella foto guarda in basso, accanto a lui, che è quello col foulard al collo e il volto teatralmente nascosto nel fumo della sua sigaretta. E pensare che il deputato non voleva. Noi, comunque, di deputato ne avevamo già uno: Luca, questo con la camicia bianca. Una come le sette che noialtri sudavamo studiando, per arrivare in piedi dove lui era già comodo, grazie alla sua diciamo diplomazia. In più sembrava sapere sempre tutto lui, e in anticipo. Quel giorno appena entrato disse: vinciamo e segna Antognoni. E si piazzò accanto a Laura. Questo pallido è invece Sandro, lo prendevamo in giro dicendogli che per lui avrebbero dovuto istituire il "sessantuno". Allo stadio andavamo insieme da anni, lui seguiva il gioco, qualsiasi cosa succedesse, come se stesse leggendo, o meglio traducendo. Mi parve davvero felice solo il giorno in cui la nostra squadra ritornò dopo cinque anni in A, quando a fine partita tutta la gradinata aveva scavalcato la griglia. Si era appeso alla traversa, rideva come se piangesse gridando: c’è chi sta in campo, chi in tribuna e chi in nessun posto, e a volte s’incontrano. Riccardo, questo con la barba, era l’unico che a calcio giocava davvero e bene. Non era in classe con noi, ma era amico di Marco, questo con la polo rossa e gli occhialini da intellettuale. Non si sarebbe neppure diplomato, Riccardo, però sentiva l’odore delle cose che stanno per accadere: perchè quando Cerezo allargò troppo il retropassaggio di testa per Valdir Peres, provocando il calcio d’angolo, disse: ecco. Anch’io sentivo l’odore delle cose che stanno per accadere, almeno di alcune. Così al gol io abbracciai il primo che avevo trovato accanto a me, cioè quella di Modena, dicendo subito: calma, manca ancora un quarto d’ora. Laura abbracciò invece Riccardo. Per un attimo, ma un attimo solo, sperai che il Brasile pareggiasse. Anche Simona, questa con i riccioli e la camicia indiana, stava provando quello che provavo io e non lo sapevo. Quando segnò Antognoni, la ragazza di Modena mi saltò al collo, ma io avrei voluto fosse Laura, e infatti non mi stupii che quel gol fosse stato annullato. Semmai ancor oggi non riesco a capire come abbia fatto Zoff, quarantun anni, a parare sulla linea quel colpo di testa di Paulo Isidoro a tempo scaduto. Forse perchè non doveva essere l’ultima volta. Ci rivediamo per i prossimi mondiali, dissi così alla ragazza di Modena. Quattro anni: potevano significare presto, tardi, mai. O forse. In piazza, in pieno corteo, Luca mi spiegò piccato che Antognoni lo aveva esaudito comunque. Riccardo e Laura stavano più indietro e ridevano, Simona era buia. Sandro arrivato sotto casa salutò e salì, in birreria Marco disse che su una serata come questa c’era da scrivere un racconto; io pensavo che prima bisognava vederla da abbastanza lontano. Il Teo accompagnò il fratellino a casa. La Cri se n’era andata alla fine del primo tempo e lui non se ne era accorto. Nemmeno noi.

II

Sorridete, forse non è l’ultima volta, disse Roberta. Insistere su qualcosa che già aveva funzionato, fu la colpa mia, sua e anche di Bearzot. Per fortuna lei nella foto stavolta non compare; e neanche Vialli nella formazione iniziale, entrò solo dopo il raddoppio di Stopyra, a giochi fatti. Anche questa è una foto a giochi fatti, guarda come tubano Laura e Riccardo, neppure si direbbe che prima della fine dell’estate lei lo lascerà, perchè finalmente il padre riuscirà a convincerla che una normalista non può stare con un senzarte né parte. Ignorava, il generale, che Riccardo, quando ti chiedevi che cosa volesse fare, lui l’aveva già fatto: come Platini in quel mezzogiorno messicano. Al gol commentò: e dire che lo conoscevamo, ma è proprio da chi conosci che arrivano le delusioni. Pure tra il Teo e la Cri, ormai, si era ai titoli di coda, e così in questa foto lui è già ubriaco e solo, meno di prima comunque, accarezzando il vuoto al posto dove doveva essere lei. Anche Simona doveva essersi impasticcata per bene prima della partita, le sembrava da sciacalli gettarsi sul Teo fresco di frontale con il destino. Con Luca, come sempre, litigammo: lui pensava che Bearzot avesse fatto bene a ripresentare tutti gli spagnoli possibili, io ero prevenuto per la mancata convocazione di Bordon. Sandro se ne andò, era venuto soltanto per la fotografia, ma all’indomani aveva un esame e non poteva assolutamente deconcentrarsi. E poi anche lui era convinto che non ci sarebbe stata partita. Marco collaborava a un settimanale, avrebbe dovuto scrivere di Francia-Italia come se si fosse trattato di un film. Uscendo gli dissi: qui è buio e in Messico è l’ora della siesta, quindi anche la nostra è una serata in effetto notte, tutta falsa, dentro e fuori.

III

Sorridete, c’è sempre un’ultima volta disse Simona scattando, come cercando il Teo con l’obiettivo, e in quel momento preciso capii che la foto non sarebbe venuta. Comunque per la prima volta non era un’ultima volta, in ogni caso ci saremmo rivisti al bar per una delle due finali. Come non vedi, ma te lo racconto, Roberta non c’è, doveva essere a Modena o in Sardegna, ad armistizio compiuto avevo conservato una sua foto nel portafoglio, dentro il guscio del tesserino da pubblicista. Mi divertivo a scrivere delle partite, ma avrei fatto il notaio. O almeno così pensavo, anche se il concorso lo passavano solo quelli tipo Sandro, che si era laureato meglio e prima di me, e che già mandava avanti lo studio di uno zio prossimo alla pensione. Aveva passato lo scritto, in autunno avrebbe dato l’orale e naturalmente venne solo per salutare. Nemmeno Luca c’era, lo avremmo visto in tv nell’intervallo tra i supplementari e i calci di rigore, o meglio lo avrei notato solo io, indicandolo all’indomani agli altri col fermo immagine, nella tribuna autorità poche file sotto a Spadolini e a Agnelli, avrebbe detto che si era procurato i biglietti di numerata e sicuramente l’avrà saputa raccontare anche alle maschere dello stadio. Riccardo era accanto a me, eravamo rimasti amici, come solo possono esserlo quelli che sono stati uniti da una donna che li aveva divisi. Marco era arrivato dagli esami, bazzicava un italianista in predicato di mollare la cattedra. Voleva tenere un seminario sul calcio, però bisognava che l’Italia vincesse questi mondiali, per vendere l’idea al direttore del suo istituto. Quando Serrizuela, il primo argentino, andò sul dischetto, il Teo mi guardò e disse: non c’è più niente da fare. E io: ma come, ci sono ancora quattro rigori. I nostri, commentò il replay in controcampo dell’inutile tuffo di Zenga, hanno la sconfitta negli occhi. Avrei voluto chiedergli di Cri, ma tacqui. Dopo, non l’avrei vista molte volte, potrei elencarle: a una consegna dei diplomi di laurea, sul lungomare col passeggino un giorno di sole a novembre, per non parlare naturalmente di quando arrivò davanti alla cappella mentre tutti gli altri ormai ce ne stavamo andando, da sola perchè forse qualcosa avevano da dirsi loro due e basta. E ogni volta, naturalmente, non le ho chiesto che cosa davvero fosse successo. Lui, prima di fare quello che ha fatto, mi aveva detto: almeno vorrei sapere se era un bimbo o una bimba, ed è stata una delle ultime cose che mi ha detto, ma come credergli visto che aveva sempre detto di non voler figli? Pochi istanti dopo che Serena aveva stracciato il suo rigore, il barista mi chiamò per dirmi che c’era una telefonata per me. Era di una persona che diceva di essersi sentita tanto triste quella sera, e ora un po’ meno. Io le chiesi quanti mondiali ancora avremmo dovuto aspettare per capire una buona volta il da farsi. Intanto ci vediamo per la finalina, mi fu risposto.

IV

Mi presi una settimana di ferie per avere quella domenica libera. Mi avevano detto che era cambiata la proprietà e anche il nome dell’albergo ristorante, però nel salone del bar curiosamente il televisore era lo stesso Nordmende di dodici anni prima. Chiesi se potessi vedere la partita, il gestore mi disse che la sala era riservata agli ospiti e allora presi una camera per la notte, giurandomi che avrei fatto in modo, un giorno, di far sapere in giro della sua scortesia. Anche stavolta un Italia-Brasile, mi disse Roberta. Sì ma c’è troppa gente, risposi io, e troppa gente in meno. La foto la scattò un ragazzo di un altro tavolo, gliela feci chiedere da Laura. Era il prezzo che doveva pagare per essere venuta lì senza avvertire, e starsene in silenzio tutta la partita, facendo finta di seguire il gioco, lei che aveva vinto sì il dottorato, ma di calcio non aveva e non avrebbe capito mai nulla. Quel ragazzo figurarsi, disse sì senza fiatare. Averlo detto che a ventott’anni Laura sarebbe stata più bella di quando era a scuola, averlo detto che perdendosi nei libri sarebbe rimasta sola, averlo detto sarei riuscito a convincermi che ormai di lei non me ne importava nulla. Sandro mi sarebbe piaciuto fosse lì, ma non lo facevano uscire. Poi potrebbe buscarsi una ricaduta, mi spiegarono i suoi. Chissà che cosa gli prese, tutti dicevano che fu quando aveva sorpreso quel concorrente a farsi passare il tema di volontaria giurisdizione dal commissario, ci fossi stato io gli avrei spiegato che se era così meglio lasciar perdere, ma lui aveva la fissazione delle regole, così invece di prepararsi per l’orale si premurò di far cacciare commissario e concorrente, ed è chiaro che chi tocca i fili muore. La volta seguente, però, meritava davvero di non passarlo, e la depressione ha tempi più rapidi di quelli ministeriali. Pensai a lui quando Pagliuca baciò il palo, basta davvero un niente a cambiare una vita, e anche due o più; forse era stata un po’ colpa sua se avevo rinunciato a fare il notaio, anche se ormai non avevo molte altre strade. Quando Massaro andò solo verso Taffarel, la Cri la vidi passare, in strada oltre il vetro, come guardando verso il posto dove stava il Teo quando Klein aveva annullato il gol di Antognoni. Per un attimo pensai di alzarmi e invitarla a vedere la partita, ma non c’era più un posto libero e poi dal mio tavolo non potevo muovermi, insomma avevo scuse a sufficienza. Poi inquadrarono Fini e la Pivetti, scrutai ma nei dintorni Luca non c’era, eppure ero sicuro ci fosse. Anche Marco arrivò, come sempre per ultimo, più o meno quando appeso al parapetto della curva sud dello stadio di Pasadena vidi finalmente un lenzuolo con scritto "Rick 3.16". Era il segnale convenuto, poi però la telecamera non passò più di lì. Basta vedere le cose, voglio farle: così mi aveva detto, e Dio sa se Riccardo forse non avrebbe potuto essere al posto di Mussi o Benarrivo, cambiando qualche dettaglio alla storia. Dicevo di Marco, lui già così magro, che si sarebbe consumato come una candela, man mano che la partita scivolava prima verso i supplementari e poi ai rigori. Era riuscito a piazzare come coautore in tv un programma sui Mondiali visti dagli scrittori, lo aveva intitolato Una scacchiera lunga undici metri, doveva andare in onda alla fine della partita, ma se si fosse andati oltre i novanta minuti ci sarebbe stato il rinvio, e addio ascolti. E allora lo vidi pregare: perdete magari purchè finisca. Quand’è così è tutto inutile, tra tutti gli déi quello che abbiamo davvero creato a nostra immagine e somiglianza è quello del calcio. Simona arrivò dopo la mezzanotte, e tutto sommato era la sua ora, guardò noi e al cameriere disse: i signori sono miei ospiti.

V

Ci siamo visti ieri sera in una brasserie all’ombra della cattedrale. Siamo venuti quasi tutti. Anche Laura. Non mi sarei mai aspettato di vederla qui, né che arrivasse insieme con Sandro. Lui le aveva scritto per un Natale, ora si è ripreso e fa l’antiquario. Nella città dove insegna lei. Chi lo avrebbe detto. Ma chi lo avrebbe detto, soprattutto, di vedere quel giocatore laggiù, che terminati gli inni nazionali guarda verso la tribuna stampa, e tra le mani adulte ha quella macchinetta usa e getta che gli ho dato in ritiro. Perchè stavolta la foto tocca di nuovo a lui farla. So già a chi dedicherebbe la vittoria, e io scriverei che era con me, appena uscito dalle elementari, a vedere in un bar Italia-Brasile del Sarrià, stadio che hanno buttato giù senza che a Paolo Rossi la cosa facesse un gran che. Invece, quando i suoceri di Simona, con lei penso ben lieta, hanno fatto dei nostri ricordi un discount e svariati miniappartamenti, io ho pensato che demolivano un po’ anche me. Comunque quel bambino era con noi, ma lo piazzammo dietro la macchina fotografica a scattar la foto, perchè pensavamo che lui non c’entrava, ed era vero. E ora, Roberta, è inutile che mi chiami, riconosco il tuo numero sul display e lascerò scattare la segreteria, e poi la partita sta per cominciare. Penso alla Cri, che ora sarà ferma davanti alla saracinesca, a guardare lo scaffale di surgelati dove stava lei al momento del gol di Socrates. Accendo il computer, mentre da laggiù il fratellino del Teo si avvicina a bordo campo, guai se il massaggiatore si dimenticasse di consegnarmi la macchinetta, nel frastuono assordante mi dice qualcosa, impossibile ascoltarlo ma lo sento: sorridi, è la volta buona. E io comincio a scrivere: PARIGI - C’è chi sta in campo, chi in tribuna e chi in nessun posto, e a volte s’incontrano.
(Genova, 18 maggio 1998)




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