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Diario


12 luglio 2006

Tacchetti satanici

Provo a immaginare Materazzi che rifila una testata a Zidane a pochi minuti dai rigori. Ma no, con Materazzi è troppo facile. Ne prendo uno buono: il mite Pirlo, Del Piero che pigola "passerotto non andare via". oppure quel Grosso che ormai tutte le mamme vorrebbero per genero.
Ricominciamo: Grosso rifila una testata a Zidane a pochi minuti dai rigori. L'Italia resta in dieci e dal dischetto perde il Mondiale. Non credo, ecco, che a interrogarsi pensosamente sul contenuto della presunta provocazione di Zizou sarebbero stati più i francesi che gli italiani. A Parigi si sarebbero tenuti la Coppa e stop. E avrebbero spernacchiato "les italiens".
Qui, invece, mi sembra che una faccenda normalissima, poco piacevole ma - ripeto - normalissima, stia prendendo una piega sinistra.

La storia del calcio dice tante cose, è fatta di pagine chiare e pagine scure, le regole non scritte a volte contano più di quelle altre. Nel calcio, la provocazione verbale è un ferro del mestiere. Discutibile, immorale, diseducativo: ma è così. E non solo nel calcio: quante volte, nella vita, si viene provocati per essere indotti a una reazione. La provocazione verbale, nel calcio, è un'arte. Un allenatore argentino realmente esistito, clonato tra l'altro da Soriano come Orlando el Sucio, ogni settimana suggeriva ai suoi calciatori di procurarsi le foto di fidanzate e mogli dei prossimi avversari, per portarsele in campo a irrobustire il conversario. Tra l'altro è uno che ha prima giocato e poi allenato in Italia; difatti questa cosa delle foto me l'ha raccontata uno che era stato un suo giocatore.
La storia del calcio dice tante cose. Penso che gli avversari anche a Johan Cruijff, il mio idolo assoluto anche se mi ha dato la più grande tristezza di sempre, in campo ne dicessero di paroline. Eppure di testate non ne ha mai date a nessuno.
La storia del calcio dice tante cose. Per esempio che Zidane, sul piano specifico, è un pregiudicato. Al Mondiale di Francia, nell'ultimo incontro del girone eliminatorio, viene espulso per aver camminato coi tacchetti sul difensore saudita Amin e squalificato per due giornate. Due anni dopo, ottobre 2000, Juventus-Amburgo di Champions, appioppa una testata al difensore tedesco Kienz: altra espulsione, cinque turni di squalifica.
Certo, anche Materazzi ha un curriculum di tutto rispetto, se penso al caso Cirillo. Ma allora avremmo dovuto dire che chi s'assomiglia si piglia; e finirla lì. Due anni fa, nessuno - né in Danimarca né in Italia - si era peritato di compulsare che cosa mai avesse fatto o detto Poulsen a Totti. Di sicuro l'aveva menato per tutta la gara, prima di andare a fare quell'edificante 2-2 con gli svedesi (pulitissimo, senza interventi di purchessia Moggisen o Desantisson) che ci avrebbe eliminati. Poche settimane or sono, ci siamo tenuti le quattro giornate a De Rossi, senza chiederci se per caso la gomitata a Mc Bride fosse indiretta conseguenza di un conversario inelegante tra l'azzurro e lo yankee.

Stavolta, invece, una vicenda simile a molte altre (ma qualcuno si ricorda di Dezotti espulso, in lacrime e con la faccia insanguinata, all'epilogo della finale di Italia '90?) riceve un trattamento dissonante. Intriso di venature odiose. E pericolose. Radicate in quello stesso humus conformista, ambiguo, ipocrita, ignavo e vile che produce le perle peggiori del "politicamente corretto": l'idea manicomiale che i paralitici, basta chiamarli "diversamente abili", si alzino e camminino; e i "ciechi" riacquistino la vista se ribattezzati ipovedenti. C'è una raccolta di saggi di Robert Hughes che vale la pena leggere.
Qui, sul malo ceppo della politically correctness, si è incistata da tempo una deviazione di quello che fu l'acritico internazionalismo di una componente importante del mondo intellettuale e politico italiano, quella che generalmente l'Italia fa schifo oppure è il paradiso, e gli italiani sono imbecilli oppure fenomeni, secondo chi vinca le elezioni. Un tempo ci fu una guerra che divise in due il mondo e anche l'Italia, più seria della finale di Berlino. Sembra che in Italia i "tifosi" di una delle due squadre, quella uscita sconfitta, ora vagheggino una rivincita per procura. La loro squadra ha perso, e allora che bello sarebbe che uscisse fuori qualcuno a far perdere anche l'altra. Non si spiega altrimenti il doppio, o meglio molteplice, metro di giudizio sul rispetto da riservare alle religioni nei loro aspetti: divinità maggiori e minori, simboli, testi, clero e fedeli.
Insomma. Già trovavo intollerabile che si potesse arrivare non solo a perdonare ma addirittura a dare ragione a Zidane, anziché lasciargli tutte le sue colpe, nel caso qualche esperto di lettura labiale avesse addebitato a Materazzi le classiche offese a madre, sorella e/o moglie.

Ma nelle ultime ore ha preso campo, in maniera palese o felpata, nelle parole di questo o di quel presidente emerito o in servizio, una tesi prima di tutto stupida. Ovvero: se Materazzi ha toccato a Zidane la sua religione, allora l'italiano è colpevole e l'altro una vittima.

E quindi non capisco. Le istanze di laicismo, sempre più forti nel nostro Occidente e particolarmente in Italia, sono fondate e in taluni aspetti condivisibili, e lo dico da credente. Ma qui mi pare che si dica "laicismo" ma si intenda "anticattolicesimo"; altrimenti non mi spiego perché molti "laicisti", quasi tutti, non si facciano problemi a sparare a zero su una religione, ma su altre e in particolare su una ridiventino iper-rispettosi ed esigano anche dagli altri, con lo stesso sussiego con cui esercitano il loro anticattolicesimo, lo stesso rispetto.
All'indomani dell'elezione del Papa attuale, con un gioco di parole un rispettato quotidiano lo ha paragonato a un cane e nessuno ha detto nulla. E' un esempio, ma se ne potrebbero fare a migliaia, non meno lievi di fatti che, offendendo altre fedi e incidendo sulla sensibilità di altri fedeli, vengono invece considerati con ben altro metro. Più grave per esempio il “Pastore tedesco”, per esempio, o l'ayatollah di Andy Luotto? Il “Je vous salue Marie" di Godard o "Submission" di van Gogh?

Lo stesso Zidane ha chiuso il discorso, confermando in un'intervista tv che si trattava di offese alla madre e alla sorella; escludendo quindi ogni riferimento scottante come quelli circolati subito dopo la partita, da "arabo di merda" a "sporco terrorista". A me, lì per lì, questo "se mi toccano la madre e la sorella divento matto perché è questione d'onore" è sembrato un infantile discorso da guappo.

O forse è stato l'ultimo colpo di un grande campione che fino alla testata mi aveva fatto vedere le cose migliori del Mondiale. Forse Materazzi, genio della provocazione come dimostrano alcuni spigoli della sua carriera, gli ha detto davvero qualcosa di politicamente scorrettissimo, ma Zidane ha capito che era meglio non avere sulla coscienza, un giorno o l'altro, il suo avversario. Se fosse passata la versione dell'offesa blasfema, la risonanza mondiale dell'episodio avrebbe infatti potuto produrre conseguenze drammatiche. Materazzi sarebbe stato additato a bersaglio in un mondo sempre più suscettibile, per motivi magari non religiosi nella sostanza, di fronte a ogni sgarro che riguardi la sua religione.

Materazzi sarebbe diventato un altro Rushdie. E non lo meritava, come non lo meritava lo stesso Rushdie. Lasciato pressoché solo, nella complice indifferenza del mondo degli intellettuali di complemento, sempre pronti a sposare le cause più strampalate, quasi sempre però accomunate dall'identità dell'antagonista. E infatti prontissimi, anche in questo caso, a mostrare un pericolosissimo cartellino rosso al blasfemo Materazzi.

Io sono religioso. Ma sono un credente un po' atipico, perché per molti motivi mi piacerebbe appartenere a una religione che non è la mia, e che con la mia ha avuto parecchie questioni, alcune - e non poche - tuttora in sospeso. Rispetto chi non pratichi la mia religione così come rispetto chi non ne pratichi alcuna.
Non amo veder dileggiata la mia religione, cosa che succede sempre più spesso, ma non per questo reagisco a testate. Diffidate di quelli che reagiscono a testate. Che sia per la madre o la sorella, o anche per la religione.




permalink | inviato da il 12/7/2006 alle 20:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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