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Diario


28 luglio 2006

Alviero e Fabrizio, i duellanti

Quando è venuto a saperlo - laggiù nel paese dei tropici, dove in qualche modo cerca di sopravviversi, quindi di dimenticarsi - Alviero ha brindato al rivale caduto, alzando un bicchiere vuoto verso il vuoto del mare, allo scoccare del disteso mezzogiorno: l’ora in cui gli uomini per pochi istanti perdono l’ombra, che subito con silenziosa pazienza tornerà implacabile a inseguirli.
Negli anni in cui l’ala doriana credeva che il mondo intero sarebbe diventato un grande stadio tutto in piedi per lui, Fabrizio era stato la sua mordace ombra, cinica e diligente. Classica nello schema fu la loro rivalità, motivo dominante dei derby tra i Settanta e gli Ottanta, poveri ma belli come mai più sarebbero stati. Alato ma cagionevole clavicembalista era il doriano, apparentemente votato a una carriera impareggiabile e invece avrebbe fatto come Rimbaud, a diciannove anni aveva già dato tutto; e il resto, tra Aden e Gibuti, meglio non parlarne. Il genoano, un tersin che faceva il tersin più che nel rurale positivismo di Zaso Bagnoli, era come quel personaggio di Quentin Tarantino che arrivava e si presentava: «Il mio nome è Fabrizio, risolvo problemi». Eccolo Harvey Keitel, o meglio Rutger Hauer, con la maglia rossoblù numero due: usciva dal bocchettone, si guardava attorno alla ricerca del numero undici del Doria, sbatteva per terra la cassetta degli attrezzi, ed è lì che cominciava il divertimento: per i tifosi genoani, s’intende, che godevano nel vedere il loro difensore cingolato togliergli lentamente l’aria, a quella specie di ballerina in tutù con la maglia a strisce orizzontali: fino a polverizzarla via dal campo, senza dirgli nemmeno quel che meritava. E cioé che tornasse nel salotto di Nonna Speranza, tra calici di rosolio bambole di tulle e pianole meccaniche; imparasse una buona volta che il calcio non era mica gli esercizi di Czerny e la quarta declinazione latina, quella piena di “u”.
Anno dopo anno, scancellando il rivale dal campo, Fabrizio si era guadagnato la fama di quello che «con me Alviero il pallone non lo vede». E i tifosi arrivarono a smisuratamente amarlo, perché infondeva loro la convinzione che i segnali di riscossa della “squadra di Sampierdarena”, incarnati da quel ragazzo romano di cui si dicevano sogni, fossero soltanto falsi allarmi. Non c’era proprio nulla da temere, se il futuro gioiello dei “ciclisti” ogni volta sbatteva il delicato nasino contro quello sbrigativo difensore con la faccia e i modi da tedesco dell’Est. Fabrizio era un idolo, per certi versi più di quanto non lo fossero stati Pruzzo e Damiani. Quei due, il Doria, in B ce lo avevano spedito, e pure allegramente. Ma il difensore faceva qualcosa di più: teneva sistematicamente la testa sott’acqua all’unica speranza di riscatto che allora aveva la Sud. La Nord lo capiva e lo aveva incoronato; «Picchia Fabrizio», se lo avessero inciso su un disco, avrebbe grattugiato più cuori di «Sabato Pomeriggio» e «Gloria».
Figurarsi quel che accadde il 16 marzo di ventisei anni fa. Ancora una volta i due si trovavano di fronte, come sempre se l’erano promessa: «Stavolta segno» assicurò il doriano, «Scòrdatelo» gli mandò a dire il genoano. Fu un attimo, poco dopo l’inizio: tiro di Odorizzi, respinta di Garella, sulla palla prima di tutti arrivò proprio Fabrizio, e nemmeno lui avrebbe mai saputo dire perché si trovasse nell’area avversaria; comunque con la chiave inglese andò in gol e la Nord tracimò. Erano gli anni di Bjorn Borg, cinque volte di fila in ginocchio sull’erba spelacchiata del Central Court di Wimbledon; e il numero due rossoblù, incredulo e forse commosso, lo imitò vinto da tanta grazia, davanti alla gradinata che da quel momento lo avrebbe non più amato, ma promosso a perenne mantra dei momenti cupi.
Alviero da tempo si è perso e non sa tornare; al polso Fabrizio ha un orologio senza più lancette, nuota perplesso in un fiume senza sponde, esce dalla scaletta e nello stadio non c’è nessuno. Anzi lo hanno buttato giù quasi vent'anni fa, con dentro anche il suo gol; ma lui solo adesso se ne accorge e torna negli spogliatoi, vuoti anche quelli.
Se ne va, anzi resta, con la patente di quello che non ha mai fatto segnare Alviero e una volta gli fece pure gol, per i genoani onore ineguagliato. Così Fabrizio prende e saluta con una delle sue smorfie, come il sanguinante Romeo di Blue Valentines: se ne va senza un gemito, il sogno di ogni eroe: un angelo con la pallottola, e Cagney sullo schermo.




permalink | inviato da il 28/7/2006 alle 14:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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