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un modo di guardare


Diario


30 agosto 2006

Prima di ogni volo

Prima di ogni volo, al banco dell’accettazione, quasi automatico chiedersi quale degli altri passeggeri occuperà il posto accanto al nostro. Si sbircia sulle carte d’imbarco, poi l’impiegata chiama e se l’aereo è alla manica ecco la prima scrematura, vengono infatti convocati innanzitutto i passeggeri delle ultime file. Li vedi andare via a uno a uno: qualcuno con rammarico, altri con sollievo. Gente che probabilmente non vedrai più, con cui forse avresti una immensa familiarità però mai lo saprai. Li avevi studiati nei vestiti, nel taglio dei capelli, nella gestualità anche telefonica, nella coesione familiare o affettiva. A volte serve poco per capire molto. Altre non bastano anni e magari una vita.
Sei quasi in coda, quando chiamano le tue file sembrano rimasti quasi i saldi di fine stagione. Una donna grassa dagli occhiali spessi e un vestito a fiori improponibile, accanto a un marito squisitamente neorealista. Un’altra coppia, stavolta saccopelisti da viaggi low cost, strano trovarli sulla così detta compagnia di bandiera. Un ragazzo magro e pallido dall’aria slava ma anonima. Una bionda non troppo giovane, in compenso troppo truccata e svestita fino alla sfacciataggine. Un quarantenne sgualcito in giacca e cravatta, occhiali con la corda e una brancata di quotidiani sottobraccio, non è un deputato perché ha esibito un biglietto normale, potrebbe essere un giornalista. Questi si notano, gli altri non si fermano nello sguardo. Ti suona il telefono, lasci il posto nella fila, entrerai per ultima.
Una volta nella carlinga, esamini le targhette ai piedi delle cappelliere, fino a che raggiungi la tua fila. Hai il posto accanto al finestrino, lo chiedi sempre perché ti piace riconoscere dall’alto le città e i loro elementi urbanistici, anche da diecimila metri nulla è come Venezia ma stavolta non avrai a disposizione che un po’ di Centritalia glassato di nuvole. In più il posto accanto al tuo è già occupato, ti è toccato lo slavo dall’aria anonima, si alza con sollecitudine, accennando un sorriso ma con lo sguardo obliquo rispetto al tuo, sembra infastidito dalla tua presenza ma vuole dissimulare questo sentimento. Eppure sei ancora una bella donna, anzi alla tua età è sempre più normale sentirti dire ragazza. Sei curiosa, certo; ma di solito va sempre a finire che sei tu a doverti difendere dagli attaccabottoni, anziché provare interesse per chi condivide con te l’ora scarsa in quota che ti riporta a casa.
L’aereo si avvia sulla pista di rullaggio, il ragazzo guarda fisso davanti a sé, tu pensi che evidentemente gli piaci, prima o poi troverà una scusa per parlarti. Alla prima turbolenza, oppure all’arrivo del carrello con le bevande, profittando di un tuo volgerti verso il corridoio che propizi l’incrocio degli sguardi.
Il decollo, la stabilizzazione in quota. Niente. Lo slavo sembra del tutto disinteressato a te. Forse non parla italiano, ma visto che al momento del drink sillaba Coca Cola, vocabolo duale cosmopolita, è impossibile accertarsene. Rivolge uno stento sorriso alla hostess ed è l’unica emersione dalla banchisa di apatia. Beve la Coca Cola in un sorso, poi accartoccia il bicchiere nel pugno che fulmineo si chiude, sgradevole è il rumore. Ecco, si volta verso di te, sorride, dice “Scusi”. Ma riabbassa subito lo sguardo verso le ginocchia, la sua salvezza è la rivista nella tasca del sedile anteriore, cerca di estrarla ma per prima cosa si trova nelle mani la scheda cartonata con le istruzioni di emergenza. Per neutralizzare l’errore rimira le illustrazioni con i giubbotti autogonfiabili, i salvagenti, i manicotti delle uscite di emergenza, le maschere di ossigeno. Veder squadernato quel prontuario d’apocalisse ti fa pensare a una cosa che di regola rimuovi: in caso estremo, quel ragazzo slavo dall’aria timida e smarrita sarebbe l’ultima persona che avresti avuto vicino. E tutto per un capriccio dell’elaboratore elettronico, che assegna i posti secondo un criterio cieco. Hai letto tempo fa che le ferrovie tedesche, non potevano che essere loro, all’atto della prenotazione del posto per un viaggio che superi una data lunghezza, ti sottopongono un questionario, che porti all’identificazione dei tuoi ideali compagni di scompartimento. In aereo questo ancora non accade e così ti trovi accanto a uno straniero che vorrebbe rompere il ghiaccio con te ma non ha il coraggio di farlo, oppure non gliene importa nulla e ha solo fretta di arrivare. Chissà dove e per fare che cosa, poi. Quando l’aereo, toccata la pista di Linate, si ferma nell’area di parcheggio e apre i portelloni, si alza senza nemmeno voltarsi per salutarti. Poi ci ripensa e quando è già nel corridoio lo fa, ma tu non lo guardi. Sussurra qualcosa che potrebbe essere un buongiorno come un arrivederci, quindi sparisce. Lasci scorrere la mandria, tanto hai la valigia da recuperare nella cappelliera. Hai già dimenticato il suo volto, quando così lo rivedrai non ti dirà nulla.

L’auto del colore e del modello giusto era ferma nel parcheggio. Srdjan salì in auto. Lo aspettavano Nebojsa e Milan. Abbiamo tutto, gli dissero, si fa domani sul presto. Poi riparti in treno, è meglio, almeno fino a Roma.

Il giorno dopo, entrò per ultimo nella villetta. I suoi compari avevano già fatto il grosso del lavoro, legando e imbavagliando i tre. Quando, tra il ragazzo e l’uomo, toccò alla donna, prima di fare il suo dovere la guardò negli occhi. Somigliava a quella dell’aereo.




permalink | inviato da il 30/8/2006 alle 16:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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