.
Annunci online

stefanorissetto
un modo di guardare


Diario


8 settembre 2006

Let The Happiness In

Ieri pomeriggio mi sono immalinconito al semaforo dell’Hotel Flora forse perché ascoltavo una cassetta di David Sylvian registrata chissà quando, era rimasta nel mio cassetto della scrivania del giornale da quando non l'avevo consegnata alla persona che me l’aveva chiesta. Non che sia successo qualcosa di particolare: ci siamo visti non poche volte da allora, ma me la dimenticavo sempre. Segno che doveva restare con me, fino a ieri quando l’ho riascoltata.
Per andare a Bogliasco, come faccio quasi sempre, ho preso un’auto del giornale. Questo perché da undici anni ormai, da quando ho venduto la Mini Minor rossa, non possiedo una mia automobile. Non è stato facile separarsi da Camilla, così la chiamava la mia ragazza di allora. Ma ero appena venuto ad abitare a Genova, nella casa dove vivo ancora oggi, e in più facevo lavoro esclusivamente al desk, tappato in redazione - se ci penso mi chiedo come abbia fatto, devo proprio voler bene a questo mestiere - e quindi un’auto non mi serviva proprio. Qui dove vivo è come stare a Venezia, le macchine non arrivano, non se ne sentono i rumori, dal quarto piano di un palazzo del Quattrocento, la casa è piccola ma tanto praticamente ci dormo soltanto, ogni tanto si dice che ce ne vorrebbe una più grande ma alla fine non ci si muove.
Parlo di macchine perché a farmi conoscere David Sylvian fu un amico di Rapallo, iscritto a giurisprudenza come me, come me segretamente deciso a fare altro dopo la laurea. Io, ovviamente, il giornalista come sognavo da bambino; lui, il regista. Aveva un entusiasmo dilagante, parlava di attori e film e sceneggiature come se fosse il suo pane. Posso paragonare al suo trasporto per il cinema soltanto quello di un amico di una compagna di università, che a lei donava i suoi bozzetti di aspirante stilista. Non ne so più nulla, ovviamente, ne ricordo benissimo però i dati anagrafici perché aveva un nome che sembrava un cognome e un cognome che sembrava un nome di donna. Tornando a Rapallo, ero convinto che Tonino, questo il suo nome, sarebbe diventato un grande regista e un giorno mi sarei potuto vantare di averlo conosciuto prima che diventasse famoso. Qualche anno dopo, quando già lavoravo, avrebbe vinto il concorso per il miglior cortometraggio autoprodotto, promosso dalla Renault per il lancio in Italia di un suo modello. Me lo disse in treno, aggiungendo che la sera tale sarebbe stato ospite del Costanzo Show, io registrai la puntata perché facevo ancora il pendolare e per essere in redazione alle 7, visto che fino al 2001 siamo stati un giornale del pomeriggio, dovevo partire col locale delle 5 e 35. A sera, tornato a casa, feci scorrere tutto il nastro, ma di Tonino niente, solo quando già in basso scorrevano i titoli di coda Costanzo disse “ed ecco i vincitori” e quindi una carrellata veloce veloce, tutto lì. Qualche anno fa è uscito un film di uno che di cognome faceva come Tonino, ma non ha avuto successo neanche lui. Però mi ha insegnato David Sylvian e anche per questo sono contento di averlo conosciuto e dispiaciuto che non ce l’abbia fatta a Hollywood, con tanti cani in circolazione.
Ne avevo grande stima, un giorno in treno si giocava al gioco delle cose da salvare, mi disse “Come disco dovresti sentire Brilliant Trees”. Eseguii, quel disco e anche “Secrets of the Beehive” mi accompagnarono nel walkman l’anno dello scudetto. Ed ecco la cassetta, nata perché l’unica volta che Sylvian venne a Genova, al Carlo Felice in concerto, ci andai per sbaglio con una persona di cui ora ho perso le tracce e forse è meglio così.
Era una trentenne che veniva da molto lontano, ma veniva a Genova due volte al mese, non si capiva perché ma era diventata tifosa del Doria, inspiegabile per radici o che altro, io pensai che ci fosse dietro il classico movente, invece niente, sembrava davvero un amore puramente calcistico, il che per una giovane donna perfino gradevole nell’aspetto e nei modi è almeno strano. Naturalmente anche lei aveva uno strano e incomprensibile rapporto paraidolatrico con le quattro scemenzuole in croce che scrivo, perciò le ero simpatico e lei era un tipo divertente, ma ci eravamo visti soltanto alle serate di brigata, niente di losco insomma, giuro.
Poi viene il giorno del concerto di Sylvian, io mi ero candidato per il servizio alla redazione spettacoli chiedendo la deroga, ma era soprattutto una scusa per andare gratis al concerto, me la diedero. Così mi trovai due biglietti. La persona con cui stavo e sto era lontana per lavoro, andare da solo mi pesava, provai due numeri tiepidi dell’agenda ma al sabato sera i numeri si raffreddano se chiami al sabato pomeriggio. Poi mi venne in mente lei, anche perché sapevo che aveva questa strana usanza di salire a Genova il giorno prima, dormire in un albergo del centro meglio noto come crocevia di situazioni di contrabbando coniugale, che tenerezza mi faceva a volte quando si lamentava di non aver dormito perché nella (a volte nelle) camere accanto c’erano coppie di straforo che prima facevano l’amore e subito dopo cominciavano a litigare, a base di “quand’è che lasci tua moglie/tuo marito?”, poi un’altra copula emolliente quindi pausa e poi di nuovo l’alterco, e così tutta la notte, ovviamente più passava il tempo e più il sottofondo acustico del non sonno della trasfertista era fatto di sempre più baruffe e sempre meno silenzi.
In più lei nel mio gruppuscolo aveva due o tre corteggiatori che la molestavano, elidendosi vicendevolmente, non graditi per giunta; così non solo prese a disertare le serate in birreria come si pensava, ma veniva a Genova egualmente, senza però presentarsi prima dell’ora della gara. Così, quel sabato sera, pensai di invitarla al concerto, almeno avrebbe passato una serata meno mortificante della partitura per pianola meccanica dei materassi altrui. In più con me le cose erano chiare, era amica sia mia che della mia metà (che si era appassionata al caso della strana tifosa) e quindi non rischiavo nessuna contestazione disciplinare nemmeno io.
Venne al concerto senza sapere chi fosse Sylvian, si riebbe soltanto per Forbidden Colors perché l’hanno talmente logorata negli spot che la conoscono tutti, ma per esempio una versione swing di Nightporter non le suggerì nulla. Alla fine mi disse: me la fai una cassetta? La accompagnai all’albergo, sperando bene per lei. Due entravano già litigando.
Il giorno dopo il Doria perse in casa con la penultima in classifica. Da allora la combinazione di noi due più Sylvian venne accantonata. Io lo ascolto ancora, eccome. Ma la cassetta mica gliel’ho mai più data. Anche perché da un paio d’anni di lei non si sa più nulla. Ha smesso di venire a Genova e nessuno ha contatti con lei. Mi restano i suoi numeri, ma avrei paura di muovere chissà quale sasso di fiume, trovandovi sotto scorpioni e altro. Lo faceva anche prima, ripensandoci, poi ricomparendo quando ormai non ci si sperava più.

Quella sera Sylvian aveva aperto il concerto con “I surrender”. Era la prima volta che lo vedevo di persona, non ero molto più giovane di lui, o lui più vecchio di me. Da quanto tempo lo ascoltavo, quante cose avevo intrecciato alle sue canzoni. Anche l’attesa di Fontes da Mota sotto il pilone del semaforo; e questa storia di una persona che spero ora stia in qualche modo bene, magari torni a vedere il Doria.




permalink | inviato da il 8/9/2006 alle 0:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
sfoglia     agosto        ottobre
 
 




blog letto 859669 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Calcio
Politica
Musica
Storie
Cinema
Letti
Persone

VAI A VEDERE


CERCA