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Diario


8 ottobre 2006

Dolce chi era sei tu. Omaggio alla pentalogia Battisti-Panella

Se n'è accorto Berselli su "la Repubblica", scrivendo però - come spesso accade, non solo a lui e queste righe lo dimostrano - un pezzo però non all'altezza di una materia programmaticamente inaccessibile.
E' di questi giorni il ventennale del primo disco della pentalogia Panella-Battisti (o Battisti-Panella), il capitolo meno esplorato e più attraente della storia contemporanea della musica popolare forse non solo italiana.
Battisti, era da tempo che le gelose care e le vite mal spese di Mogol gli stavano strette. Non so chi più ha scritto che per una canzone memorabile il paroliere gli rifilava nove bidoni; opinione da discutere ma quel che è certo è che senza Battisti Mogol è arrivato ad Anna Tatangelo ("Essere una donna non vuol dire solo riempire una minigonna", mah).
Così incappò in Panella per colpa di Adriano Pappalardo. Gli eventi televisivi hanno trasfigurato questo cantante in una specie di macchietta, ma senza "Oh! Era ora" non ci sarebbe stata la pentalogia. Pappalardo e Battisti erano amici per ragioni di comune naiveté, nei primi Settanta il più famoso Lucio aveva aiutato Adriano scrivendogli alcune canzoni. All'inizio del decennio successivo, gli produce questo album dai testi molto strani: "Ah era ora di fare di ogni erba un fascino osceno". E poi le rime con "scorzonera", le "olive vive", a parte un videoclip arcimboldesco si capiva che c'era del genio sotto. L'autore dei testi si firmava Vanera, era Panella. E ce n'era tanto di genio, se quella canzone me la ricordo ancora, sopravvive a tutto quello che Pappalardo avrebbe e non avrebbe fatto dopo.
Poi, nel 1986, ecco arrivare nei negozi, sei anni dopo "E già", questo "Don Giovanni".
Ricorderò per sempre il momento in cui ascoltai la prima strofa di "Le cose che pensano", con quella lunga introduzione di un qualcosa di artificiale che voleva essere un clavicembalo, poi la batteria e il basso eccetera, come in un disco di dieci anni prima, ed ecco Lucio. In nessun luogo andai, per niente ti pensai e nulla ti mandai per mio ricordo. Nulla di più freddo, nulla di più astratto, tutto declinato in quella voce sporca, irregolare, negra, unica. E poi: per intanto qualche vento qualche tentativo fa. Quindi riecco il Wilcock del "Libro dei mostri", con Cassiodoro Vicinetti e gli altri equivoci amici: uno per uno li ricorda l'orchestra mentre si accorda. Fino a quel "dolce chi era sei tu" che mi intimorì, per quanto talento vi fosse concentrato.
Battisti poteva cantare qualsiasi cosa e quello - secondo alcuni superficiali critici - ne era la prova. Invece era l'incontro di due geni ma pochi se ne sono accorti. Parole in cui il significato arretra a scapito della vitalità fonica, in una spaventosa esibizione di misantropia e intelligenza, due termini forse coessenziali. Una musica dove la linea melodica sopravvive all'asciuttezza degli arrangiamenti, sempre più debitori di un'impostazione elettronica che è il necessario complemento di un mondo dove il finto e il vero si scambiano continuamente di posto.
Cinque in tutto sarebbero stati i dischi del duo. L'ultimo ("Hegel") sarebbe uscito solo in cd, a partire dal secondo sarebbero spariti i testi dalle buste interne alla copertina di cartone, bianche come le copertine, mentre la prima era stata ocra, nel senso di una progressiva rarefazione di ogni elemento accessorio a quel wunderkammer di suoni emessi da macchine e da un uomo, nel senso dell'infinita vanità del tutto.
Non segue alcuna direzione la strada tracciata da Panella e Battisti. Il secondo non c'è più, il primo continua a scrivere anche canzoni, ma per lui vale quanto accaduto con Mogol: soltanto al fuoco di quella voce le sue parole brillavano. Restano quaranta gioielli in cinque dischi, nuovi ed emozionanti a ogni esecuzione; e tanta nostalgia per l'inascoltato, frettoloso sogno.




permalink | inviato da il 8/10/2006 alle 21:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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