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Diario


3 novembre 2006

Ho stretto la mano a Carlo Fruttero

Ho stretto la mano a Carlo Fruttero, l'ho visto e ascoltato, gli ho fatto un paio di domande per dissimulare il misantropo che sono.
Mai avrei pensato di incontrarlo, dopo aver letto negli anni i suoi libri e i suoi scritti dispersi, non fosse stato per una sua frase di un paio di settimane fa, che aveva indotto una persona a chiedere un appuntamento; e un'altra, io, a farle da scorta.
Quando si legge o si ascolta o si vede qualcosa di bello, capita che ti venga voglia di incontrarne l'autore. Se accade, scopri di non avere nulla da dirgli perché avresti troppo da dirgli, oppure avresti qualcosa di inadeguato, oppure ancora sei tu a essere inadeguato. Così me ne sono stato ai margini del quadro, anzi fuori quadro, eseguito il minimo sindacale della compresenza.
A Fruttero avrei voluto dire che quando lessi quel suo indefinibile commiato da Lucentini, che ho persino riprodotto qui in questo diario in rete per quanto mi era rimasto nel cuore e nell'intelletto e nell'anima (ed è difficile che qualcosa si stanzi in tutt'e tre), stavo quasi per uscire da una disavventura che riguardava proprio Bouvard e Pécuchet, i personaggi di Flaubert in cui lui e l'amico si erano non irragionevolmente identificati.
Mi ero trovato da un giorno all'altro a cimentarmi, a sei mani, con un'impresa apparentemente impossibile fin dalle premesse: scrivere una sceneggiatura senza mai aver saputo nulla di come si scriva una sceneggiatura. La prova era ancor più ardua perché si trattava di scrivere una sceneggiatura da un romanzo senza finale, ovvero B&P. Infatti il regista (titolare di due delle sei mani) ci si era lungamente scornato negli anni, coinvolgendo perfino i due più autorevoli sceneggiatori professionisti italiani, con risultati nulli. Forse per disperazione (veniva da un film andato male), forse per intuito (preferisco la seconda ipotesi, mi si conceda un poco di autostima) decise di affidarsi a due cosceneggiatori in apparenza male assortiti (come B&P, appunto) quali una scrittrice, di cui aveva stima tanto da aver lavorato alla riduzione cinematografica del suo primo romanzo, e a un redattore politico di un piccolo quotidiano di provincia capitato per caso prima nella vita della scrittrice e poi in questa faccenda del film.
Be', ci abbiamo lavorato mesi e mesi. Studiando soluzioni, varianti, episodi, scene, battute. Io mi prendevo le ferie dal giornale per fare le sedute di lavoro, acquartierati in una casa del regista. Ci siamo anche divertiti a scriverlo, quel film. Anche perché il regista è bravo, molto bravo, e capisce il cinema e sa insegnarlo, così alla fine della fiera mi è rimasta la consolazione di aver fatto un corso di sceneggiatura gratis. Oddio proprio gratis no, se ci metto le ferie e gli avanti e indietro dalla mia città a quella dove lavoravamo. Nel frattempo avevamo firmato un contratto con un grosso produttore. Era venuto bene, ci piaceva e ci faceva ridere, avevamo già pensato a Bentivoglio e Albanese, no anzi Tony Sperandeo e Aldo del trio, ci eravamo perfino ritagliati una particina nel finale. Al momento di consegnare la sceneggiatura, il produttore fallisce e quindi avrete capito ben chi sia. Il regista si fa assalire dai dubbi, comincia a vedere difetti dappertutto, forse anche per aver commesso l'errore capitale di sottoporre il fascicolo ad amici che sì sono amici, ma sono anche persone che hanno nel cassetto progetti concorrenti con quello che sono stati chiamati a valutare. Così i nostri Bouvard e Pécuchet, che si chiamavano Quattrino e Conticelli, stanno tuttora a languire nell'inaccaduto.
Ci sarebbero voluti F&L per raccontare la storia di questo film scritto ma non girato, un film che quattro delle sei mani e forse anche le altre due sono ancora convinte sarebbe stato una bella cosa e invece non è niente e le colpe sono di tutti quelli che ci hanno messo mano, oppure di nessuno perché doveva andare così.
Questo avrei raccontato a Fruttero, l'altro ieri a Castiglion della Pescaia, e invece non gli ho detto quasi nulla, spero di non avergli lasciato alcuna impressione, perché se se n'è fatta una - come accade a tutti la prima volta che hanno a che fare con me, e a volte anche la seconda e la terza e oltre - certo non è positiva. Lui, di sicuro, questa storia la scriverebbe meglio e magari ne ha vissute di simili. So che è stato un onore incontrarlo e spero di riuscire a trovare il modo di dirglielo. Ma lui ha l'aria, l'aveva fin da giovane figuriamoci ora che è un vecchio ragazzo, di chi la pensi come un suo conterraneo: la gloria letteraria è qualcosa che finisce rigattata in un corridoio basso, tre ceste, un canterano dell'Impero, la brutta effigie incorniciata in nero e sotto il nome. Le altre glorie, poi.




permalink | inviato da il 3/11/2006 alle 21:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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