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Diario


11 novembre 2006

Tango è sentire che qualcosa manca - Per Ryuichi Sakamoto

Ci sono dischi che mi braccano, ogni volta mi guardano dallo scaffale e mi chiedono di essere comprati. Hai voglia a spiegar loro che tempo ne hai poco, che a casa ne hai già parecchi in lista d'attesa per il primo ascolto approfondito (New Moon Daughter di Cassandra Wilson, Other Directions di Nicola Conte e Half the Perfect World di Madeleine Peyroux), che tutto si accatasta perché quando arrivi dal giornale se sei solo devi fare il casalingo e quindi le priorità sono alimentari, se non sei solo il volume va tenuto basso se non nullo, perché gli artisti hanno un regolamento condominiale particolare, tutto loro, mica come noi giornalisti, cani da catena o da canile o da canerina, buoni a tutto o a quasi tutto, gli avanzi sono leccornie.
Però oggi non ho resistito, sarà che si avvicina il 13 novembre che per me evoca due anniversari, nel 1984 un giorno tra i più belli (non oso dire il più bello) e nel 1986 un altro tra i più brutti (non oso dire il più brutto) della mia vita. Così avevo proprio bisogno di qualcosa come A Day In New York, il secondo capitolo del progetto Casa di Ryuichi Sakamoto, Jaques e Paula Morelenbaum: c'è la versione portoghese di Tango, un brano che ho molto amato nella versione italiana di Ornella Vanoni e che è tra i più belli scritti da Sakamoto, un compositore barocco del Settecento tedesco nato per caso in una via Gluck del Giappone. Oggi il lavoro era praticamente tutto compilativo e titolativo, astrarsi dal chiacchiericcio della redazione era salutare e così ho messo il cd nel lettore dell'iMac, con gli auricolari naturalmente perché l'ascolto a volume naturale è roba soltanto da turni o precoci o notturni.
Dicono che la musica brasiliana metta allegria, può darsi. Solo chi conosce l'allegria sa però quanta melanconia essa nasconda, prezzo della fragile fugacità di ogni illusione di gioia. Alla fine dell'ascolto, ho ripensato a quei due 13 novembre, che non se ne vanno e ogni anno tornano, irrisolti, a ripropormi la carne la morte e il diavolo, una storia che non sa né può né vuole finire e un'altra che è finita troppo presto. Prima, Sakamoto accenna al piano, nel prologo dell'ultimo brano, il tema introduttivo di Forbidden Colors. E mi si ripresenta un volto, solo nella memoria che si sfolla. Poi un altro, illusionismo incantevole di una vita agra, scandita da un orologio prima troppo avanti e ora troppo indietro. Una foto di classe con diciannove studenti e quasi nessuno che sorrida; un'altra foto con una ragazza al bordo di una piscina, lei invece sorride, ma chissà a chi. Intanto Paula Morelenbaum canta, suo marito suona il violoncello e Sakamoto dissemina il pavimento di acuminatissimi cristalli. Fra poco smonto dalla guardia, mi porto a casa i giornali e il disco, con tanta voglia di ascoltare il silenzio che sottendono le pause tra le note e le pagine. E' un esercizio Zen anche posare un disco sul tavolo, osservarlo, aprirne la custodia, osservarne lo scintillio metallico, scrutarne i solchi. La musica dorme lì dentro, ma sa parlarti anche nel sonno. E' un Tango, quello di Sakamoto, immobile e austero, elegia per un amore che sì ma forse no, per un'esistenza che avrebbe dovuto essere un'altra, per tutto e il suo contrario. Tango è sentire che qualcosa manca, che la vita non basta, che il qui e l'altrove vanno cercandosi da sempre; e ogni tanto lasciano indizi. Anche in una canzone.




permalink | inviato da il 11/11/2006 alle 21:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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