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Diario


19 novembre 2006

Michel, piccolo grande pianista

Dove fosse Morrison, era fin troppo facile capirlo. Grappelli, poveretto, confinato in un brutto scatolario modernoide.
Poi sono arrivato dove volevo. E ho ripensato a quella volta a Lucca, quando finalmente riuscii ad andare a sentirlo, suonava insieme con Miroslav Vitous. Che poi sentirlo era comunque vederlo, anche vederlo, soprattutto vederlo.
Un uomo così non avrebbe mai potuto misurarsi con l'immensità della tastiera di un pianoforte, una vasta distesa artica fuori dalla portata delle sue minime e fragilissime mani, misera estensione di un corpo minimo che aveva ricevuto l'incarico di prendere in ostaggio un'anima terribile, gioiosa, esultante. Ma era riuscito ad arrampicarsi sul suo destino e a sconfiggerlo, a guardarlo in faccia, a dimostrargli che era stato più bravo lui, nel nome della musica e di Dio che ce l'ha voluta far intuire per farci capire qualcosa di Se stesso.
Il Papa slavo non era facile a commuoversi, ne aveva viste tante e sofferte ancor di più. Pare che una delle poche volte sia stata quando lo vide, trascinarsi fino al pianoforte per poi evocare lo spirito del Grande Maestro Cantore, disegnando nell'aria il primo preludio del primo libro del Clavicembalo Ben Temperato. Se n'è andato prima di dedicarsi sistematicamente a Bach, al Quinto Evangelista, aveva capito che era quella la sfida. Ma non ha potuto giocarla, come Wilder non ha girato il film che gli sarebbe stato più caro.
Penso che per spiegarlo anche ai dilettanti come me basterebbe una sua versione di Caravan, quella incisa in un disco solista registrato in un concerto a Francoforte sul Meno. Ne ha lasciata più d'una versione, ce n'è una molto bella anche nel doppio del concerto ai Campi Elisi, ma quella regalata agli spettatori tedeschi è davvero il massimo. In comune con Duke Ellington aveva la curiosità per la pulsazione profonda del mondo, le ragioni e le origini del nostro pellegrinaggio su questa palla apparentemente perduta nello spazio. Quel brano racconta il vagabondare senza dirlo, allude a distanze e solitudini e miraggi e declina una insanabile sete d'assoluto.
Nelle sue piccole mani, nelle sue dita di cristallo, Caravan diventa un viaggio a velocità folle, sempre più accelerata, in un deserto non deserto ma ricco di voci, di urla, di cattedrali e torri e città e masse in migrazione, atroce ed esemplare raffigurazione di un'umanità oppressa dalle domande, costretta a incalzarsi e ad ammazzare il tempo per non ammazzarsi. E poi gli elefanti e i leoni, i cavalli di fiume e i cani sacri, i fiumi e gli alberi e le nevi e le rocce, e tutto questo deve avere un'origine e una fine e un fine. E tutto nei dieci minuti trascorsi da un piccolo uomo, prigioniero di una bizzarra dannazione, davanti ai 52 tasti bianchi e 36 tasti neri dell'invenzione di Bartolomeo Cristofori, liutaio e cembalaro mediceo.
Sono andato anche da Morrison, certo. Ma non avevo più l'età per dare veramente un significato a quella visita, che avrei dovuto compiere molto prima. Ma non è colpa mia se non avevo mai avuto modo di andare a Parigi prima del marzo 2002. Sono andato anche da Morrison, ma è solo davanti a quel piccolo rettangolino di sassolini, orlato da listelli di marmo, con una rosa del deserto e la lastruccia col nome, che mi sono commosso.
Al Pére Lachaise, Michel Petrucciani sta accanto a Fryderyk Chopin ed è anche per questo che mi sono commosso e anche divertito. Chissà che cosa si diranno, magari compongono e suonano, che bella compagnia per affrontare il lungo viaggio al termine della notte.




permalink | inviato da il 19/11/2006 alle 15:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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