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Diario


20 novembre 2006

La brigata dispersa si raccoglie

E' da pochi anni che faccio l'inviato allo sport, ma già mi sento come in quella canzone di De Gregori. Gli inviati veri transumano a schema libero, senza limiti e confini. Noi no, legati a una squadra da seguire: è tutta un'apparenza, una danza immobile. Si entra in un circuito che prevede sempre gli stessi stadi, sempre gli stessi autogrill, sempre gli stessi aeroporti, sempre gli stessi alberghi "che il nostro nome ce l'hanno già e non ci chiedono più il documento di identità".
E' una vita che mi piace e mi sgomenta. Dopo un po' ci si conosce tutti. Ma ci si ritrova appunto in una luccicante stia, fatta di tribune stampa e sale d'attesa e "zone miste" (chiamano così il corridoio transennato nel quale da una parte sfilano i giocatori e dall'altra ci sono i giornalisti che ne raccolgono i memorabilia), ristoranti che tengono aperto fino a tardi dopo le notturne, autostrade deserte ai confini del mare. E si cominciano a collezionare ricordi, amicizie, rimpianti, detti e non detti. Ci si vede solo in queste occasioni, a distanza magari di settimane o mesi, ma ogni volta è come se fosse stato il giorno prima. Ci si stima e ci si vuole bene come compagni di scuola, in un certo senso lo si è. Pietre che rotolano e quindi non mettono muschio.
Ieri sera a Torino era per molti di noi il primo ritorno al Comunale, che si fa fatica a chiamare Olimpico per lo stesso motivo che mi impedisce di chiamare Cat Stevens col nome di convertito, o Prince con l'acronimo Tafkap e perfino Ratzinger come Benedetto XVI. Molti tra cui io ci eravamo stati da tifosi, l'avevano chiuso nel 1989 e quindi chi oggi ha passato i quaranta era alla metà dei venti, l'abbiamo ritrovato un po' lo stesso e un po' cambiato. Certo: la sovrabbondanza di posti vip ha prodotto un curioso decentramento dei posti stampa, all'altezza della bandierina del corner. In più i banchetti sono minimi e doppi, scrivere è un esercizio di acrobazia ancor più difficile del solito. Per fortuna l'angolo visuale rispetto al coperchio-schermo del computer non è penalizzante come in quasi tutti gli stadi e specialmente a San Siro, il peggiore di tutti. Infine il settore è contiguo a quello dei tifosi.
Appena sono entrato, ho visto alcuni colleghi e colleghe giapponesi, che stavano qui a Genova tre anni fa per seguire Yanagisawa e adesso sono a Torino per Oguro. Non li ho mai capiti fino in fondo, hanno una sensibilità dissonante, un'attenzione accentuata per alcune cose temperata dall'indifferenza per altre. Io che poi male mi rapporto con gli altri, quale che ne sia l'origine, non faccio testo. Sono arrivati col fazzoletto sulla bocca ma avevano ragione, fuori c'era stato un mezzo scontro fra ultrà e gli agenti avevano sparato i lacrimogeni, il vento non sa leggere e così il gas era entrato nello stadio, spinto dal vento verso il nostro settore. Diamine se i lacrimogeni fanno male, è dai tempi del G8 che si dice ne circolino di particolarmente nocivi, cinque minuti e tutti avevamo gli occhi a palla e le narici roventi.
Poi ho visto uno di questi amici di ventura, l'ultima volta era stato a Udine a gennaio per la Coppa, oppure ad Ascoli a settembre non ricordo, è simpatico e mi divertono le sue scivolate nel dolcissimo dialetto delle sue parti, scrive tra l'altro molto bene e per un grande giornale, ma tra di noi non c'è gerarchia né si parla di lavoro in senso stretto, anzi si allenta la tensione altreggiando. D'altra parte ormai le notturne sono tante e le notturne sono grattuge per i nervi. Dal giornale vogliono al fischio finale il commento il tabellino e la cronaca, a volte - come ieri sera - il sistema di trasmissione dei pezzi non funziona o non funziona alla prima, chiami e ti dicono di spegnere e riavviare, il tempo intanto fa il suo mestiere di passare, c'è da scendere a fare le interviste, non ci sono scrivanie e per scrivere si deve tornare al posto all'aperto e intanto si è fatto veramente freddo. Finisci di scrivere a mezzanotte e un quarto, trasmetti trasferendo su un dischetto i tuoi pezzi perché il computer dell'altro inviato funziona, stavolta a lui è andata meglio che a me, di solito è il contrario. Esci e l'ultima macchina nel parcheggio è la tua, arriverai a Genova molto dopo le due.
Tra la partita e la partenza, in mezzo a questo finisterre, ho rivisto anche una di queste persone che girano l'Italia come me e che col tempo mi è diventata cara anche se ci si vede quasi mai, mi ha detto come se niente fosse di un intervento non ordinario appena affrontato, lì per lì le ho fatto cuore e detto le cose che si dicono in casi come questi, ci siamo salutati ma mi è rimasta dentro una tristezza grande, perché comunque queste cose vadano è sempre brutto che capitino. Marionette mosse da un puparo che ci vuol bene, certo; ma ogni tanto gli trema o gli manca la mano, ecco quel che siamo, nulla di più. Marionette che girano, quasi sempre a vuoto. Scompagnate e ansiose, buone a ritagliarsi i soli attimi di quiete quando i giornali sono chiusi, le trasmissioni finite e già si pensa alla prossima volta. Nemmeno il tempo di vedersi e parlarsi e ognuno è solo con se stesso e quindi ancora più solo. Peccato si debba ripartire subito dopo la gara, quanto ci siamo divertiti quella volta, un saluto, alla prossima.
Ho mandato un sms che erano già le due passate. Avrei voluto scrivere: Aggiungo olio alla lucerna, tengo desta la stanza in cui mi trovo all'oscuro di te e dei tuoi cari. La brigata dispersa si raccoglie, si conta dopo queste mareggiate. Tu dove sei? ti spero in qualche porto.
Ho scritto tutt'altro, ma il concetto era quello.




permalink | inviato da il 20/11/2006 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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