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10 dicembre 2006

Bazzani, il ritorno del guerriero

Davanti agli ultimi granelli di sabbia, che silenziosi scorrono nella strozza della clessidra dell’attesa, Fabio Bazzani dice "Se il mister vuole, mi sento pronto ad andare in battaglia". Così sul blocchetto la penna non può che annotare: "Domani nella battaglia pensa a me", il verso adatto per un calciatore che dai tornei dei bar era arrivato alla Nazionale. Oggi Bazzani uscirà dal bocchettone degli spogliatoi, mai così metafora di un cunicolo intrapreso diciassette mesi fa, in quella Trento che tanto gli avrebbe tolto e tanto gli avrebbe dato. Ecco Fabio: è come Ulisse coperto di sale che torna a casa, nessuno lo riconosce tranne il suo piccolo e vecchio e stanco cane, cieco ma guidato dalla vista dell’amore, gli viene a guaire ai piedi, lo ha aspettato anni e anni soltanto per salutarlo. Anche Bazzani, al suo arrivo a Genova, aveva un cane: un beagle dal nome di fiume che diventa oceano, quindi designa lontananze. Tago mai lo ha tradito, come accade tra gli umani, era venuto a Genova con il suo Fabio da Perugia, comparendo sulle canottiere da esultanza nell’anno della promozione.
"Non sono ancora al meglio - ammette - ma ci arriverò". Oggi nella battaglia Fabio penserà al suo Tago, chissà; certamente ad Alessia e Niccolò. Quel pomeriggio dell’agosto di due anni fa, sul pullman da Croydon a Gatwick, il giovane uomo con l’orecchino e l’aria da capo indiano sembrava felice: il ritiro estivo era finito, la sua ragazza lo aspettava splendente all’aeroporto per i primissimi dei mille e mille e mille giorni di te e di me, poi ci sarebbe stata ancora la corsa all’Europa e alla Nazionale. Oggi nella battaglia Bazzani penserà all’azzurro della maglia vestita a Varsavia, degli occhi della sua ragazza, del mare veloce e nervoso dello Stretto, su cui si affaccia lo stadio di un gol celebrato con un bacio all’anello. Era il 18 ottobre 2004, due anni e due mesi fa, ormai: l’inizio del viaggio di Ulisse. L’azzurro flebile della Lazio, confusi per giorni e giorni e giorni il senso dei sorrisi e quello dei ritorni, le parole che cadono a pezzi e le schegge fanno male, poi quell’amichevole col Verona quando il peggio sembrava passato. Invece il peggio doveva ancora cominciare; e cominciare due volte. Tra i convocati a Lens, in campo con la Roma e a Udine, il gol a Lecce e poi le nuvole di Reggio, nello stadio del bacio all’anello, ma solo per una resa dopo il riscaldamento; poi il 28 gennaio, quando alla mattina si era andati alla Consolazione a salutare Armando, in una Genova sotto la neve; anche Milano era bianca, ma divenne nera quando il numero 9 alzò il braccio dopo qualche decina di secondi di gioco.
Oggi nella battaglia Fabio penserà a tutto questo. A uno solo dei suoi affetti, uno dei più importanti, non potrà pensare; perché lo avrà accanto. "Con Francesco - ammette - siamo compagni di squadra e soprattutto amici ormai da cinque anni, ci siamo aiutati a vicenda nei momenti difficili. E di momenti difficili ne sono capitati molti di più a me. Ma adesso sono pronto, ho ancora molto da dare al calcio e alla Sampdoria. E provarci accanto a Francesco sarà ancora più bello".
Oggi nella battaglia, Fabio non avrà tempo per pensare troppo. "Il Siena è forte, per batterlo - dice - dobbiamo rispettarlo. Ma con l’atteggiamento giusto possiamo farcela". Ci proverà insieme con l’amico Francesco, con lo stesso stile di sempre, che li ha resi fratelli. Prima, con il coraggio del buon soldato; poi, alla fine, come i marines di Kubrick, che si lasciano alle spalle i bagliori sinistri del Mekong cantando "Viva Topolin". Perché è vero che dietro ogni soldato c’è una donna; ma dentro ogni soldato c’è un bambino.

(Corriere Mercantile, 10 dicembre 2006)




permalink | inviato da il 10/12/2006 alle 14:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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