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Diario


11 dicembre 2006

Sampdoria-Siena: less than zero

Le pagelle
di STEFANO RISSETTO

BERTI sv: orrida la tenuta nerobianca, preferita chissà perché a quella limone. Per tutto il pomeriggio, sembra più solo di un palo del telegrafo, immerso nell’arancio del tramonto, di un quadro di Hopper. Una sola, tempestiva, uscita di piede nel finale spezza il suo tedio.
C. ZENONI 6: ricorda il Lombardo dei bei tempi dalla linea mediana in avanti, dove spesso audace s’inoltra per supplire all’inconcludente bislaccheria di Olivera. Meriterebbe il gol in avvio di ripresa. Rigoroso ed essenziale anche in fase di chiusura.
SALA 6: il Siena non fa molto (diciamo) in fase offensiva, ma Sala si attiene alle consegne e non osa più del dovuto, consapevole della potenziale pericolosità del can che dorme. Si fa ombra dell’ombra di Bogdani, ma anche l’albanese è l’ombra di un’ombra. L’ammonizione lo porta alla squalifica.
FALCONE 6: non è in forma e si vede, ma rimedia con euclidea avvedutezza ed esperienza a una condizione che gli permetterebbe nulla di più di una partita giudiziosa, priva delle sporadiche quanto squarcianti proiezioni in avanti che a volte rappresentano l’arma segreta del Doria. Ma nelle sue terre nulla accade, perché nulla fa accadere. Costretto a un intervento emergenziale, viene ammonito e salterà Reggio. Non ci voleva.
ACCARDI 6,5: guizzante in avanti, voglioso di confermarsi a livelli poche volte raggiunti in carriera. Gli manca ancora la praticità nella fase terminale della giocata in appoggio, ma in questa fase della stagione è il giocatore che abbia evidenziato i progressi grammaticali più significativi.
OLIVERA 5: l’uomo che è venuto da lontano “non” ha la genialità di uno Schiaffino; ma religiosamente tocca il pane, e guarda le sue stelle uruguaiane. Stelle opache, invero. Dovrebbe fare il Mandrake, ma è solo un Lothar (1’ st QUAGLIARELLA 6: Si presenta con un destro che è poi il primo tiro in porta della gara, senza però far seguire alla fiammata iniziale l’auspicabile concretezza. Tarda a mettere a fuoco il senso della contesa).
VOLPI 6,5: dispone di un radiogoniometro mentale che gli consente di trovarsi sempre al punto giusto, secondo volo strumentale. Come i grandi professori d’orchestra, ha la musica in testa e non perde tempo a legger la partitura.
DELVECCHIO 6: non sempre lucidissimo, a tratti pare uno dei tori della festa di San Firmin a Pamplona, difatti scaraventa per aria chi si trovi nel suo raggio. Fa qualche errore di sintassi tattica, sempre rimediando d’ardore. Carezza il gol.
FRANCESCHINI 5,5: cede spesso ad Accardi il compito di affondare; appoggia mollemente su Manninger il primo pallone da gol della gara (al 54’!), in cui riassume una gara poco brillante, nettamente al di sotto delle aspettative (33’ st PALOMBO sv).
BAZZANI 6: guerreggia, sportivamente fa cenno di “no” alla gradinata che vorrebbe un rigore su di lui. Lotta per tutta la gara con se stesso, senza mai perdersi d’animo. Bracca il gol che, lui lo sa bene, sarebbe il bacio del risveglio definitivo; stavolta gli va male, ma la strada lunga e ventosa è quasi alla fine (24’ st BONAZZOLI 6: molto pericoloso con un colpo di testa su calcio da fermo).
FLACHI 6,5: svaria, tende a bilocarsi come soltanto possono angeli e demoni; propone e si propone, ma riceve soltanto palloni alti. Sfiora il sette alla prima conclusione dignitosa, ma il ferrigno guardianaggio dei difensori senesi poco o nulla concede al suo luminoso estro. Ottiene il gol, toltogli però in circostanze dubbie.

Arbitro
SQUILLACE 5,5: Ha lo stesso navigatore satellitare di Volpi: trovarsi sempre nel mezzo dell’azione va bene per un centromediano, non per l’uomo in arancione che più di una volta intralcia il gioco. Pilatesco sul gol annullato, ma tutti i suoi colleghi avrebbero deciso così, a danno di chi guerreggia (e da solo) contro il Palazzo.

SIENA
Manninger 6, Negro 6, Portanova 6, Rinaudo 6, Molinaro 6, Konko 6,5, Candela 6 (36’ st Alberto sv), Vergassola 5,5, Locatelli sv (36’ pt E. Brevi 6), Chiesa 6 (17’ st Frick 6), Bogdani 6.

***

DELVECCHIO E LA SCIARPA DEL CRONISTA
"Colpa della tua sciarpa, non è quella di Messina". Nella regolazione dell’entropia scaramantica, nulla sfugge a Gennaro Delvecchio. Alla vigilia della vittoria del San Filippo, dopo la rifinitura al velodromo palermitano dello Zen, il lungagnone barlettano era infatti così sfuggito al rito dichiaratorio: "Raga’, quando parlo prima della gara, come minimo vengo espulso, lasciamo perdere". Salvo presentarsi puntuale, la sera dopo, a successo in trasferta riconquistato, per individuare e memorizzare l’accessorio tessile dell’inviato. A Reggio domenica prossima altro che pashmina ci vorrà, viste le squalifiche in arrivo e il sangue agli occhi che avranno i calabri, dato il probabile abbuono in arrivo alla penalizzazione già peraltro cancellata: "Già, mancheranno sia Sala che Falcone per squalifica, ma se serve non c’è problema, posso fare il centrale io, in carriera mi manca solo di aver giocato in porta".
ESPERIENZA Delvecchio ricorda l’esperienza da stopper: "Ho giocato in difesa quando stavo a Catanzaro, in C2, sei anni fa. Facevo la mia parte, visto che di testa non sono l’ultimo del mondo. Ma naturalmente deciderà il mister. Siamo comunque una buona squadra e lo abbiamo dimostrato anche stavolta, pur senza centrare una vittoria che avremmo meritato".
PUNTO Secondo Gennaro, "Siamo stati solo noi a fare la partita, il Siena è stato del tutto rinunciatario e allora a quel punto siamo stati bravi a gestire il gioco con furbizia. Andava bene spingersi avanti alla ricerca del gol della vittoria, ma senza scoprirsi troppo perché altrimenti ci saremmo esposti al loro contropiede. In gare come questa, viene il momento in cui capisci che è meglio tenersi caro il punto che rischiare di perdere anche quello".
GIALLO Eppure, a ben vedere, il Doria il suo gol lo aveva segnato. E’ da tempo peraltro che si è capito che non sarà questa la stagione delle spinte in salita, destinate a beneficiare altre squadre; semmai ci si troverà qualche chiodo e puntina da disegno sull’asfalto, a bucherellare i tubolari casomai si andasse in fuga. "Premesso - dice Delvecchio - che non ero vicinissimo all’azione, anche a me è parso che siano stati Manninger e Rinaudo a fare tutto da soli, però è anche vero che Flachi ha tirato quando l’arbitro aveva già interrotto il gioco. Peccato davvero".
Il centrocampista ha avuto in proprio una buona occasione per segnare: "Ci ho provato, il pallone è andato non lontano dal palo, pazienza. Non sempre raccogli per quanto hai seminato".
ANALISI Schierato al centro della linea mediana - in posizione rivelatasi più avanzata di quella occupata da Volpi, dedito prevalentemente alla copertura della retroguardia e all’impostazione a lunga gittata - Delvecchio è soddisfatto della sua prova: "Non sta a me dirlo, ma credo di aver giocato una buona partita, al pari di tutta la squadra. La Sampdoria è questa e ha dato quello che poteva, forse a voler fare un po’ di autocritica avremmo dovuto essere più cattivi che belli, ma non era una gara facile da interpretare, il Siena era un avversario rognoso e ben organizzato come tutte le squadre di A, eppure siamo egualmente riusciti a creare le nostre palle gol, mentre i nostri avversari non sono mai arrivati dalle parti di Berti".
FUTURO Il ragazzone che fu stopper sei anni fa nel Catanzaro guarda adesso a Reggio senza escludere di doversela vedere con Rolando Bianchi, un altro che di testa la prende spesso. Soprattutto, al collo l’anaconda arancione dell’ennesima kermesse benefica, Delvecchio torna a raccomandare al cronista la sciarpa di Messina. Solo quella, ché in amministrazione non ci sentirebbero su altri fronti: alla vigilia della partita del San Filippo, il cronista in arrivo da Palermo aveva scoperto che la stanza prenotata dalla segreteria di redazione era al Jolly dello Stretto, lo stesso albergo scelto dalla Sampdoria. Una coabitazione che molti inviati sgradiscono, difatti il collega del XIX aveva cambiato albergo: per finire in quello del Messina. Il cronista, invece, si era rassegnato a non dare altro lavoro alla segreteria, fidando di passare inosservato: uscendo invece per cena nello stesso momento in cui nella hall arrivava la Sampdoria, quindi venendo notato da tutti, riserve comprese. Arma di autodifesa, come sempre, la verità: una sola volta in precedenza l'inviato, allora privato cittadino, si era trovato alla vigilia nello stesso albergo della squadra; avrebbe rivelato dove e quando soltanto dopo la partita col Messina. Lo ha fatto, ricordando la notte dell'8 maggio 1990 all'Hotel Opalen di Goteborg, poche ore prima della vittoria doriana in Coppa delle Coppe. Allora c'era Lombardo e non Delvecchio all'ala, ma insomma. La superstizione porta sfortuna, ma a volte no. Così Gennaro, come il cronista, vi si attiene. Per ritornare al Siena: "Io penso che stavolta abbiamo dato il massimo, teniamoci quindi questo punto che ci serve per fare un altro passo avanti, mancano ancora una ventina di partite e quindi abbiamo tutto il tempo per raggiungere i nostri obiettivi". Magari con una giornata da stopper in riva allo Stretto, non lontano dalla Catanzaro degli anni dell’apprendistato. "Se serve - conclude - sono qui".

***

BAZZANI E CHIESA, I VECCHI LEONI RUGGISCONO ANCORA
Per niente facile, questo è Fabio Bazzani. Era il suo ennesimo esordio da doriano, in un quinquennio di discese ardite e risalite. Ne aveva tracciate di righe sul muro, caduti i fogli dal calendario. La prima danza è quella di "Singin’in the Rain", notte d’agosto 2002, sotto uno strano monsone, un derby di Coppa, il primo dei tre vinti in quella stagione: fu proprio un gol di Fabio, sotto la Sud, a decidere la gara. La seconda danza è quella della "Sera dei miracoli", poco più in là, per il 4-2 al Lecce. La terza danza è quella di "Addio alle armi", in una notte di maggio in cui non serve nemmeno una canzone per farsi ricordare: Flachi aveva già segnato due gol, a Fabio toccava il terzo; tra due minuti, dopo quattro anni e molti giorni sull’orlo del nulla, era quasi giorno, quasi casa, quasi A.
Tutto questo è passato nella mente del Bazza, ieri pomeriggio al momento di entrare in campo, prima di una partita nel suo stile, tutta a testa alta, sempre nel cuore della mischia. La quarta danza è quella di "Un ballo in maschera", al Conero di Ancona, con un gol che sarà il dodicesimo e penultimo della fin qui sua migliore stagione in serie A: Fabio tiene l’anima fra i denti, gioca con un pezzo di titanio sulla faccia, l’Europa sta sfuggendo, ma il numero 9 sarà l’ultimo ad arrendersi. La quinta danza è quella di "Amore che vieni, amore che vai": stavolta il Bazza segna e corre verso una telecamera baciando l’anello della sua bella, è al Granillo dove tornerà domenica, sta per lasciare la Sampdoria o almeno così crede. La sesta danza a gennaio, è quella di "C’eravamo tanto amati": ora il Bazza veste la maglia della Lazio ma il Doria dopo tre minuti è già 2-0, come mai accaduto, non ci sono vendette da consumare però sembra davvero una vendetta. Ma tutto questo Fabio non lo sa o non lo ricorda, perlomeno non ci ha pensato ieri pomeriggio, preso com’era a divorare i pochi spazi lasciati liberi dai senesi. La settima danza è quella di "Big Deal on Madonna Street", o forse fu a Fontanile, quando il suo futuro doriano sembrava finito: invece eccolo a Marassi, decine di migliaia di voci a incitarlo. Ma era solo l’inizio dell’ottava danza, quella del "Grande freddo": prima a Trento e poi a Milano, passando per Udine e Lecce e nemmeno lui ricorda più quante sale chirurgiche, con quelle luci fredde e bianchissime, e palestre con le macchine per riassestare i muscoli. Venne così il tempo della nona danza, quella di "Impressioni di settembre", quando i giorni cominciarono a pesare come anni e Fabio prese a camminare sul campo di allenamento come se fosse ghiaccio sottile, temendo che ogni passo fosse quello dello sprofondo, di un altro sprofondo. Ed ecco alfine la decima danza, quella di "Dark Bologna", la sua città ormai a metà con le altre città del cuore e Genova è una di queste: ieri Fabio non ha segnato, sarebbe stato troppo da film di Frank Capra, il vecchio leone che ritrova la sua maglia e il suo stadio. Niente da fare, sarà per la prossima volta. E’ uscito con un grande, meritatissimo applauso: metto la freccia e vado sulla luna, vado a trovare la luna. Non è stato il suo, però, il più grande, perché finalmente il pubblico del Doria si è ricordato di quando sapeva onorare anche gli ex: al momento del cambio, Enrico Chiesa ha ricevuto una vera ovazione. Da doriano, ha brillato una sola stagione, l’unica che gli venne concessa da titolare. Ma è il più grande attaccante genovese e ligure di sempre, è stato un onore vederlo giocare e un piacere applaudirlo, da ogni settore dello stadio: i campioni e gli uomini veri non hanno maglia di club.

(Corriere Mercantile, 11 dicembre 2006)




permalink | inviato da il 11/12/2006 alle 16:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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