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Diario


28 gennaio 2007

Luzzati, il mago della matita

Venerdì sera ero davvero stanco, avevo il coequipier in corta e quindi avevo gestito in solitario due pagine di Sampdoria. Stavo per spegnere il computer, sgombrare la scrivania e andare a casa quando dallo stanzone della cronaca è arrivato un collega a darci la notizia che avrebbe obbligato la capa degli spettacoli a precipitarsi al giornale. A Genova più che nel resto del mondo, Lele Luzzati è un motivo di orgoglio. Abitava cento metri più in su di casa mia, era rimasto un bambino nell'animo e questa era la sua forza di artista, il suo tratto grafico è inconfondibile, lo paragonavano a Chagall per le origini askenazite ma lui si schermiva. I suoi disegni mettono un'istintiva allegria anche quando raffigurano dybbuk e diavoli, il suo rigoroso ebraismo non gli impediva di costruire presepi incantevoli. Ci siamo guardati negli occhi, io ho detto al caporedattore che ero disponibile a dare una mano alle ragazze degli spettacoli, già ai minimi termini. In un primo momento sembrava dovessi fare il solito giro di telefonate (sindaco, assessori alla cultura, intellettuali ecc.), poi nel giro di un paio di minuti è cambiato il film e colàdovesipuote mi hanno assegnato 80 righe di ritratto di Luzzati ed era imbarazzante: fare a parole il ritratto di un artista dei maggiori che abbiamo avuto a Genova nel Novecento, mentre cominciava a tarlarmi il rimpianto di non averlo mai conosciuto, era una persona di cui dicevano tutti bene ed alcuni faceva anche il disegnino, quanto mi sarebbe piaciuto avere un ritrattino di me alla scrivania a cricetare, firmato da Luzzati. Poi ero in imbarazzo perché le ragazze degli spettacoli sono bravissime, il pezzo portante della pagina emergenziale avrebbe potuto benissimo scriverlo una di loro e probabilmente meglio di me, ma è così, nei giornali ci sono periodi che ti portano in palmo di mano; altri che ti viene appiccicata la targa di bighellone che sfarfalla su internet, flaneur, perditempo, cane da salotto e via dicendo. Il giorno prima forse erano piaciuti i servizi da Portofino e così mi è toccato, involontariamente, un sorpasso a destra. Spero almeno ne sia valsa la pena per il lettore.



Camminano insieme verso la luce, la Regina della Notte e Teofilatto, Pulcinella e il Prete Gianni, Alì Babà e i violinisti sul tetto, Pinocchio e David e infine anche il dybbuk che ha spezzato la matita di Lele Luzzati, l’evocatore di spiriti che ha passato la vita a disegnare sogni con l’umiltà del genio incapace di prendersi sul serio, perché sa o immagina dove tutti si corra fin dall’inizio, nonostante l’affannarsi. Che se ne sia andato proprio alla vigilia del giorno in cui Genova sarebbe stata un grande inchino al suo sorriso, è stato soltanto l’ultimo guizzo ultraironico di un artista d’ineguale levità.
Apparteneva a una comunità che ha il filo dell’orizzonte scritto nello sguardo; andarsene è stato per il popolo ebraico il solo domicilio possibile, spesso l’ultimo conosciuto.
Toccò anche al giovane Emanuele lasciare la sua città, all’incombere della grande bufera e nell’orrore delle leggi razziali, per fare della Svizzera il primo foglio bianco del magnifico album d’incantesimi di una carriera - ancora - erratica. Il diploma alla Scuola di Belle Arti della Losanna neutrale fu il punto di partenza di tutte le sue strade di pittore, illustratore, scenografo, ceramista, cartoonista, teatrante, scrittore, decoratore e uomo innamorato dei colori e delle note e delle parole.
Tornato a Genova, cominciò a ridisegnare tutti i mondi che non sono il nostro eppure da esso in qualche modo nascono: donne, cavalieri, arme e amori. Negli anni Sessanta la sua cifra diletta fu quella del cinema d’animazione, fino a ottenere la designazione all’Oscar per “Pulcinella" e "La gazza ladra", piccoli impareggiabili musical di carta e colori.
Di ogni cosa, il genio riesce a fare sempre qualcos’altro. Con questo spirito Luzzati si avviò sulla strada di scenografo, per i più prestigiosi politeama d’Italia e del mondo, con uno stile che si era fatto inconfondibile: producendo un’opera in frammenti, quasi disinteressandosene al destino, come se seminasse le mollicole di Pollicino perché tutti gli altri ritrovassero la strada che lui aveva finto o creduto di perdere. Centinaia di scenografie per prosa, lirica e balletto; migliaia di illustrazioni editoriali, preferibilmente per quei bambini forse perché continuava a sentirsi uno di loro e guai non lo fosse stato nel mettersi all’arte. Poco più di una trentina d’anni fa, accanto agli amici di una vita Aldo Trionfo e Tonino Conte, salpò per la grande avventura del Teatro della Tosse, impensabile senza il suo estro di folletto di tutte le notti di mezza estate inscenate da quel gruppo di formidabili comedians.
Avrebbe potuto prendersi il mondo, volle invece restare fino alla fine nella sua Genova. Era contento quando lavorava, senza le altezzosità dei poeti laureati, ponendo così le premesse di una problematica catalogazione dell’opera, dispersa tra i mille rivoli della sua creatività, che hanno reso poco più che velleitaria l’idea giusta di degnarlo di un museo. Tanto più che Luzzati era più stupito che contento di tanto onore, lui era uno che disegnava soltanto. Eppure la sua innamorevole cifra dilagò mozartiana per ogni dove, negli ultimi anni i suoi pagliacci felici comparivano perfino sui cartoni del latte. Come il factotum della città, si sentiva forse in debito verso una vita che gli aveva permesso di far coincidere l’ora del desiderio con quella della realizzazione.
Sarebbe stato un formidabile caricaturista, il tratto e il disincanto e l’ironia non gli mancavano: coltivava però due gioviali allergie, all’attualità e magari alla banale realtà tout court. Preferì magheggiare sulle fantasie, restando sul piano di una metafisica creativa dove tempo e spazio non esistono, oppure stanno alle regole del gioco fissate dall’artefice.
Non si risparmiava, arrivò perfino a realizzare pannelli, arredi e arazzi per i transatlantici italiani. Le grandi navi bianche sussistono ormai come reperto, testimonianza, nostalgia; chissà dove sono finiti gli arlecchini e i papageni che Luzzati aveva dipinto per i saloni della Michelangelo, venduta allo Scià appena avanti la rivoluzione e lasciata quindi prima agonizzare a Bandar Abbas e poi smantellare in Pakistan. Il destino di quei disegni perduti è l’emblema del nulla che dovrebbe restare di ognuno, anche dei più grandi. E invece qualcosa rimane.
Prima di aprire l’ultima porta, l’altro ieri sera, ha fatto in tempo ad andare ancora una volta a teatro, lo spazio dove apparenza e sostanza si scambiano le parti. Era talmente timido e modesto che forse, infine, si è riservato l’unico modo possibile, con humour nero tutto ebraico, per sottrarsi al destino di diventare un monumento in vita. Se ne va così un uomo che aveva fatto della sua fuga un train de vie, convinto che la vita è bella. Luzzati sarebbe contento che a ricordarlo fosse Isaac Singer: "Cielo e terra congiurano affinché tutto ciò che è stato venga sradicato e ridotto in polvere; ma soltanto i sognatori che sognano a occhi aperti evocano le ombre del passato e con fili mai dipanati intrecciano nuovi sogni".
STEFANO RISSETTO

(Corriere Mercantile, 27 gennaio 2007)




permalink | inviato da il 28/1/2007 alle 18:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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