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2 marzo 2007

Perdonami per questa voce: Carmen Consoli al Carlo Felice

Orfani, celibi e zerovirgolaperiodici sono gli amori che Carmen Consoli declina, secondo canzoni postume pubblicate in vita, insistenti sempre su un “dopo” che non prevede nostalgia, se non di quella se stessa che non si è stata. Un Carlo Felice gremito e entusiasta ha coccolato l’artista catanese, cantatrice che si vuole cantantessa, in uno spettacolo ancor più ineguale dei suoi soliti, interpolato dai monologhi a tema di Emma Dante interpretati dall’attrice Simona Malato: spose lasciate sole all’altare, bambine impaurite dall’indonnarsi, madri isteriche di figli mai nati. Se la ricerca musicale di Carmen si affina, passando dal rock-blues jopliniano degli esordi a sonorità colorite tra l’Arabia e l’Andalusia fino ai tristi tropici, il suo teatro dei pupi è immutabile: personaggi al femminile inchiodati dall’utopia, propria di un suo precursore-fratello-conterraneo come Battiato, di "praticare il sesso senza sentimenti", quindi di cristallizzarsi in un’intimorita e irrisolta stilizzazione del ritrovarsi nell’Altro. Non esiste bacio se non ultimo, né amore diverso da quello di plastica. Anzi, la parola amore compare con infinita rarità, nel canzoniere consoliano fatto di versificazioni soffocate, di rime irraggiungibili, sempre all’insegna del "Perdonami per questa voce".
Il pubblico, a maggioranza giovani donne sintonizzate sui tormenti dell’artista, ha seguito i brani più celebri sull’onda di un sommesso karaoke, soffondendo poi di stupefazione i passi dell’ultimo album, con un “Tutto su Eva” scandito dal disarticolarsi della Malato come una marionetta rilkiana, simbolo della sconfitta necessaria nell’aver mangiato la mela.
Forse Carmen soffre i palcoscenici al chiuso, forse sta sbozzolandosi da quella ragazzaccia confusa e felice che è stata e forse ancor vorrebbe essere: perciò l’interazione con la platea è stata minima, un paio di "grazie" e un’ammissione d’invidia per chi viva fuori del teatro, "in una città così simile alla mia". Le due ore e mezza del concerto, fondato in gran parte sugli ultimi due dischi “Eva contro Eva” e “L’eccezione”, sono così corse senza interruzioni, con un timido bis in catanese, come se dietro il vigore nell’imbracciare la chitarra acustica ci fosse, malcelata, la paura del non-io che è la base di tutta la sua musica. Tanto da indurla a lasciare sullo spartito alcuni dei brani che inutilmente dalla platea invocavano, come la logora “Parole di burro”. "La mia rivoluzione - dice Carmen - è pioggia sul bagnato", ma è un’altra delle bugie che le servono per domare un’indocilità che emerge anche nella cornice delle esibizioni teatrali. Comunque il pubblico ha lasciato la platea molto mal volentieri, come se l’incanto dovesse ancora cominciare: sospetto opposto a quello suggerito da ogni strofa della Consoli, in attesa della prossima apparizione di questo nostro caro angelo con la chitarra. Poi, "Il tempo restituirà onore al vero".
STEFANO RISSETTO

(Corriere Mercantile, 2 marzo 2007)




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