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Diario


23 marzo 2007

Splendi gelido e folle diamante irraggiungibile: Maurizio Ganz

il personaggio
di STEFANO RISSETTO
Ora che siamo diventati vecchi tutti e due, siamo pari: così Stan Laurel, appena sbarcato dal piroscafo a Folkestone, di ritorno dalle sbornie di nitrato d’argento, al padre che era stato clown triste. Per ritrovare la Sampdoria quando ormai poco manca ai quarant’anni, Maurizio Ganz s’è acquattato nella Pro Vercelli.
Da ragazzo, a Bogliasco, lasciava baluginare arcobaleni in fiore, voli imprevedibili ed ascese velocissime. Ma nella casella dei suo gol da adulto, per il Doria c’è rimasto soltanto uno zero, anzi meno di zero. Ben altro avrebbe fatto da avversario, perché Paolo Mantovani era un giocatore e chi gioca, alla fine, perde sempre. Il primo errore fu acquistare la Sampdoria, gli altri ne conseguirono.
Per esempio il presidente si era convinto di poter riallineare Chiorri al suo destino, o che avrebbe educato la sua gente al permanente rispetto di se stessa, oppure ancora di aver estirpato dal repertorio della Sud il "resteremo in serie A".
Dispersa la sua lezione e presto anche il ricordo, riemergono superstiti dall’andirivieni dell’aratro del tempo voci, nomi, volti. C’era un ragazzo che come me amava correre dietro a un pallone, correndo correndo era arrivato al Doria.
Un giorno, subito dopo la prima Coppa Italia nata a luglio ma sotto il segno dei Gemelli, chiesero al presidente se preferisse Vialli o Mancini e l’uomo rispose: "Il giocatore che mi diverte più è Ganz".
Tutti allora a chiedersi chi fosse, oggi la ragazzina bellina con gli occhiali garbata e con la vocina potrebbe confonderlo con l’attore-angelo del più bello e più abusato (perfino da Civoli dopo il rigore di Grosso) film di Wenders.
Era invece un quindicenne alla Tadzio che illuminava i bordocampo delle giovanili, gelido e folle diamante irraggiungibile. Quel Doria mai avrebbe trovato un terzino sinistro, soffocò in compenso - duro destino essere Gimondi ai tempi di Merckx - ogni attaccante ulteriore ai due che però Mantovani amava meno di Ganz, compreso quest’ultimo.
Il vecchio ragazzo di Tolmezzo e gioca ancora, per diletto o per rimorso, in una piana simile a quella che assedia le sue montagne. Ha vinto un solo scudetto, segnando il gol decisivo nella partita più difficile. Alla Sampdoria, mandandola in B per la terza e più amara volta, avviando gli ingranaggi di una sfigurazione conforme al secondo principio della termodinamica.
C’è una Sampdoria prima e una Sampdoria dopo quel giorno, prima e dopo il contropiede fallito da Caté, 2-2 coi blucerchiati in dieci da una vita contro i futuri campioni, il raffazzonato rilancio rossonero al quinto e ultimo minuto di recupero, il tocco sullo stinco di Castellini, ultimo tifoso doriano a giocare nel Doria, il pallone alle spalle di Ferron, e quel tocco era di Ganz.
Poi fu la fine del gioco, adesso che sto in questo inferno angeli amici e fratelli hanno preso il volo. Quel gol del pupillo di Paolo fu l’inizio della fine del tempo felice in cui Mantovani voleva dire Sampdoria e viceversa. La bussola va impazzita all’avventura e il calcolo dei dadi più non torna.
Forse stasera, alla fine di Pro Vercelli-Doria, in un bicchiere di nebbia, Ganz scambierà la sua maglia con Accardi e tornerà a indossarla, dopo quasi vent’anni, o forse per la prima volta. Troppo tardi, comunque. Si guarderà allo specchio, non più Tadzio ma quarantenne in corso d’opera. Penserà alla sua Samp, smarrita tra le stelle: ditele che l’ho perduta quando l’ho capita, ditele che la perdòno per averla tradita.

(Corriere Mercantile, 22 marzo 2007)




permalink | inviato da il 23/3/2007 alle 13:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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