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Diario


28 maggio 2007

Cronache di poveri amanti: Fiorentina-Sampdoria 5-1

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
FIRENZE – Che schiaffo. Troppo forte la Fiorentina, per un Doria che incassa la peggiore sconfitta degli ultimi anni. Meritava miglior congedo Novellino, rispetto al mesto spettacolo di un Doria nave senza nocchiero in gran tempesta, ostaggio della superiorità viola. Il punteggio è la fotografia impietosa della differenza di spessore, espressa dai 25 punti di distacco finali tra le due squadre. Resta la consolazione, da maneggiare con cura alla luce dei precedenti, di un nono posto che vale l’Intertoto. Che valga la pena puntare all’Europa con queste premesse, è altro paio di maniche.
FISCHI - I fischi che accolgono il Doria nel riscaldamento - rito svoltosi su tutti i campi di A tranne Parma, restituito a Genova a tutti gli ospiti diversi dai crociati - pongono il problema del recupero di una perduta simpatia, che un tempo quasi dappertutto accompagnava i colori blucerchiati. La strada di una squadra giovane, forte della propria incoscienza, potrebbe essere giusta. Ma è un Doria di veterani, col solo Ziegler esponente della linea verde, a fronteggiare la Viola, disposta nel 4-3-3 che sempre, come dimostrano antiche tenzoni con Rossi e Zeman, fastidia Novellino. Ovazione invece per Della Valle, al ritorno in tribuna dopo mesi, con tutto il Franchi – comprese svariate bimbe biancovestite, fresche di Prima Comunione! - a cantare l’"Oh Fiorentina!" di Narciso Parigi e la giunta dell’ironica invocazione "Coprici lo stadio", irricevibile a dispetto dell’acquazzone meridiano, essendo monumento nazionale l’ex Stadio Berta, costruito a forma di D negli anni Trenta dal maestro Nervi.
FURIA - Dal colore si passa alla cronaca. Se al Doria serve un punto per l’Intertoto, la Fiorentina vuol regalare una vittoria ai suoi 30mila innamorati, capaci di seguirla dalla C2, duellante con la Sangiovannese, all’Europa ritrovata. I biancocerchiati subiscono l’avvio debordante dei viola, a costo di un paio di falli di troppo, forieri di altrettante punizioni che portano Mutu, al secondo tentativo, a sfiorare il palo, e al terzo, su divampante azione personale, a segnare il gol del vantaggio. Stenta a reagire il Doria, pur penalizzato dalla solitudine di Quagliarella tra i non fenomenali difensori viola: il modulo a punta unica, d’altra parte, toglie in attacco quel che dovrebbe rendere in difesa. E’ così ancora la Fiorentina, con Mutu che impietra Sala, a sfiorare la rete. Del tutto accademico, al 15’, il gancio di contraggenio del 27 doriano, giustamente battezzato alto da Frey e comunque degno di nota perché prima oscillazione sull’encefalogramma doriano.
CATTIVERIA - Superiori nell’alfabetizzazione, i viola osano forse qualche calligramma di troppo e i difensori doriani replicano a tacchettate, supplendo in cattiveria al divario di classe; talché al 21’ il già ammonito Sala viene graziato da Lops dopo una badilata a Pazzini. Novellino corregge in corsa la fascia destra, arretrando Maggio con Zenoni che passa all’ala, ma è il classico dito mignolo nella diga che sta crepandosi. Al 25’ ancora Mutu dilaga al centro, travolgendo lo svogliato posto di blocco Accardi-Sala, concludendo però alto.
LUME - Frastornato il Doria si rifugia nei lanci lunghi. Il raddoppio viola arriva fin troppo tardi, subito dopo il cambio d’urgenza Pieri-Soddimo e lo spostamento di Zenoni a sinistra, con Montolivo in controbalzo più agile di Accardi sul lancio di Liverani. Il cielo si rischiara, ma in campo è notte fonda. A riaccendere un lume è Quagliarella, che torna al gol dopo 57 giorni di digiuno, sfruttando la supponenza della difesa viola e dando un senso alla ripresa.
RIMPIANTI - Al ritorno in campo, il Doria vorrebbe insistere sulle debolezze, peraltro relative, del quartetto arretrato toscano: ma Pazzini, servito dal solito Mutu, elude i difensori biancocerchiati e allunga. E pensare che, nell’inverno della quasi Champions, l’attaccante viola era stato a un passo dal Doria. Quante cose sarebbero cambiate. Segna il tempo dei rimpianti la campanella dell’ultimo giorno di scuola.
LEZIONE - L’impressione fondata è che il resto del secondo tempo servirà a poco, se non al peggio. Koman e Romeo rilevano Ziegler e Delvecchio, ma il contrasto tra la docile rassegnazione doriana e l’euforia viola assume connotati mortificanti. Disarmano sia la facilità con cui i viola portano al tiro Pazzini, con quattro tocchi al volo, stile gol di Cerezo al Milan; sia il remoto paragone. Nessun maggior dolore – diceva uno di qui - che ricordarsi del tempo felice ne la miseria. Ancora Pazzini scheggia la traversa, quindi Reginaldo va lieto fino alla porta e segna il 4-1, prima del bis nel recupero; in tribuna si guarda l’orologio, come quando le ore di trigonometria non finivano mai. Anche questa è una lezione, ma di astrofisica: spiegando in maniera cruda la differenza tra le stelle e i buchi neri.

***

Dal nostro inviato
FIRENZE – Dalla parte sbagliata, in una bella giornata di sole. Ieri i tifosi fiorentini festeggiavano il ritorno in Europa, a cinque anni dall’eclissi cecchigoriana. Hanno osannato i protagonisti, uno per uno, a partire dal patron Della Valle e da mister Prandelli. A bordo campo c’era anche Giorgio Panariello. Luca Toni, che se ne sarebbe andato già un anno fa e che, trattenuto a fatica, ora va al Bayern per soldi (tanti: 18 milioni netti in 3 anni) e lo dice perché ci va, né s’inventa scuse per coprire una scelta non di cuore ma di portafoglio: i tifosi capiscono, lo osannano, lo portano in trionfo fuori dallo stadio. Peccato che altrove, a suo tempo, non sia andata così. "Sono contento – dice Prandelli – che la curva abbia ringraziato Luca. Lo meritava. Presto lotteremo per lo scudetto".
All’inizio dell’estate 2002, Riccardo Garrone salvava la Sampdoria dalla retrocessione in C1; intanto Diego Della Valle rispondeva alla chiamata del sindaco di Firenze Leonardo Domenici che, bocciati per incompatibilità politica altri pretendenti, affidava all’industriale calzaturiero marchigiano, buon amico di D’Alema e socio in affari di Montezemolo, il compito di riportare il calcio a Firenze. La Fiorentina, fallita, non c’era più. Al suo posto, una certa Florentia Viola ammessa alla C2. Mentre il Doria centrava la A al primo colpo, Della Valle agguantava la C1, per trovarsi con un op-là (deciso dall’arcinemico Berlusconi…) in B da ripescato, riavendo poi il nome Fiorentina grazie a una legge “ad squadram” voluta da Valdo Spini, gran tifoso viola.
La serie A arrivò dopo un controverso spareggio misto col Perugia, mentre il Doria sfiorava la Uefa. Quindi una fosca salvezza nell’anno in cui i blucerchiati rasentavano la Champions. Ora la Viola ha preso il volo: tarpato per certi piccolissimi (?) peccati al primo tentativo, nuovamente spiccato stavolta. Mentre il Doria si disfaceva, smarrendo il senso dei sorrisi e quello dei ritorni, i 30mila del Franchi celebravano il decollo del sogno, con autoironia (migliaia di nasi da clown nel segno di Patch Adams) ed esprit florentin: un coro di voci bianche per l’inno ufficiale, dileggi per gli steward determinati a impedire l’invasione pacifica finale, la corsa liberatoria sul prato di tutto il gruppo di Prandelli, che reggeva una grande bandiera della Fiorentina, richiamando al cronista il titolo di una canzone scritta per Jannacci dal povero Beppe Viola. Nomen omen. "Ahi che rabbia - fa il ritornello di “Bandiera Fiorentina” - non poterli vedere che non stanno più insieme, che non fanno l’amore, e siam qui disperati, gira già il pistolino, dov’è andato Pierino". Rende l’idea del clima ieri al Franchi. Non volevano essere disperati i tifosi doriani a fine gara, sventolavano le bandiere come se avessero vinto. Ma era una festa triste, la loro, quella vera era viola.
(steris)

(Corriere Mercantile, 28 maggio 2007)




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