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un modo di guardare


Diario


23 luglio 2007

In guardia contro il vento

Prima ripresa
(Shaul Romano, ex campione mondiale mediomassimi)

Mi hanno detto che gli è rimasta una cicatrice, non troppo profonda ma comunque evidente. Anche trent’anni dopo. Non so se sto facendo bene ad andare da lui; d’altra parte il compenso è buono e la vita, scavalcate le corde, con me non è stata facile. Penso che se quella sera fosse andata diversamente, avrei avuto più fortuna. Tutto si paga, il bene come il male, e il male costa di più. Forse avrei conquistato il titolo alla prima occasione, nemmeno troppo tempo dopo. C’è modo e modo di vincere, alcuni sono molto peggio di perdere, per esempio il mio di quell’incontro. Così fui io il vero sconfitto. Per sempre. Pochi giorni prima, al tempio, avevo ascoltato le parole del rabbino: “Al giusto non può capitare alcun danno”. Così, quando l’arbitro mi alzò il braccio mentre l’italiano tornava al suo angolo, con un tampone di garza sulla fronte, io non mi sentii di ringraziare nessuno. Non ero nel giusto, anche se non avevo commesso alcun male. Ero stato strumento dell’ineluttabile. Ora vorrei riparare, ma è troppo tardi. Quella cintura l’ho perduta molto presto. I soldi sono volati via. Anche io sto volando, ormai da quasi un giorno, il comandante dice che stiamo atterrando, il produttore mi invita a guardare dal finestrino, un pugno di case laggiù sulle alture a ridosso del mare.


Seconda ripresa
(Angelo Ghio, ex campione europeo mediomassimi)

Sapevo che non avrei avuto un’altra occasione. Già era stato incredibile, con due sole difese dell’europeo alle spalle, avere la possibilità di combattere per il mondiale. Quando ero diventato campione, il giorno dopo ero arrivato al mio paese su una Fiat Mefistofele, l’aveva procurata proprio il direttore della fabbrica, la gente guardava più la macchina che me. Mi aveva permesso di allenarmi tutto il tempo che volevo, purché alla fine di ogni incontro dicessi al telecronista che lavoravo per la Fti Inoxtubi. Ma non c’era telecronista quella notte, perché non c’era la televisione, così gli amici quasi non mi credevano quando dissi che Romano portava una stella sui calzoncini. La ferita invece era ben visibile, inoltre ne avevano scritto anche i giornali. Al ritorno da Las Vegas, il direttore era ad aspettarmi all’aeroporto. Avresti vinto tu, mi disse, non importa quel che è successo, avrai un’altra opportunità. Invece, qualche mese dopo ad Amsterdam, persi anche l’europeo, Bornemans per la rivincita mi aveva portato nella sua tana e l’arbitro non fu all’altezza. Ma nemmeno io lo ero, ormai. Tornai presto in fabbrica. Ora Romano mi vuole rivedere, viene apposta dall’America. Ci saranno anche le telecamere, ma sarebbe stato meglio averle avute a Las Vegas.


Terza ripresa
(Giulia Castagnola, moglie di Angelo Ghio)

Io glielo dicevo che non ne valeva la pena. Ma lo facevo soltanto per pungolarlo. Se per me era bianco, per lui era nero. Anche così si va d’accordo, anche su questi presupposti si può costruire una vita insieme. Ma a forza di suggerirgli di non tentare il mondiale, almeno così presto, fu lui a non volermi a Las Vegas, quando ci provò davvero. Al ritorno mi confessò che aveva voluto proteggermi, non l’avevo mai visto sconfitto e quella volta avrebbe rischiato davvero, sui giornali della vigilia avevo letto che l’avversario era fortissimo, un italoamericano di religione ebraica che combatteva con la stella di Davide sui calzoncini. Quel dettaglio mi faceva pensare che non sarebbe stato un match ad armi pari, lo penso tuttora anche se mi rendo conto che è una stupidaggine. Meglio comunque che non lo abbia mai visto sconfitto. Perlomeno sul ring. Meno male che subito dopo abbiamo avuto Primo. Io avrei preferito Angelo, come lui, ma lo ha voluto chiamare così a tutti i costi. Anche questa storia della trasmissione non mi piace, io ero contraria.


Quarta ripresa
(Aldo Muzio, maestro di boxe di Angelo Ghio)

Talenti come lui, non ce n’era. Forse ha provato troppo presto a vincere tutto. Con un po’ di pazienza, ci sarebbe arrivato comunque. Glielo avevo detto di non accettare quella sfida. La borsa era interessante, certo. Ma si doveva andare a casa di Romano, con il pubblico ostile; e questo contava. Sembra stupido dire che il pubblico abbia una sua parte, quando sei solo lassù e il problema è prendere un pugno in meno di quelli che riesci a dare. Invece anche questo ha la sua importanza. Quando entrai in quel palazzo delle feste, la sera prima del match, il gestore mi disse che lì Duke Ellington aveva tenuto lì il suo ultimo concerto. Chissà se era vero. Ci ripensai, alla storia dell’ultimo concerto, quando vidi quel pugno di striscio, il sangue sulla fronte, la fine di tutto.


Quinta ripresa
(Giobatta Ghio, padre di Angelo)

Tutta colpa mia. Ormai sono vecchio vecchio, non so per quanto ancora ne possa avere, è da tempo che mi prende una stanchezza insostenibile ogni volta che mi sveglio, ma ci penserà il Padreterno. Quando mio figlio mi disse che voleva provare ad andare alla palestra di Muzio, ce lo accompagnai. Il maestro mi disse: con quel fisico, bastava lavorarci un poco e sarebbe venuto fuori un gran pugile, senza nemmeno aspettare troppo. Io avrei preferito che si tenesse stretto il suo lavoro al laminatoio pellegrino, avevo ben presente Giuanin Bozzo, che era andato addirittura alle Olimpiadi dall’altra parte del mondo, poco dopo la guerra, e aveva preso il bronzo. Sarebbe diventato un grande professionista, se avesse avuto la testa giusta e non gli fossero piaciute troppo le donne. Mio figlio la testa giusta ce l’aveva, almeno pensavo. Il talento, chissà. Avrei dovuto oppormi, ma dopo qualche lezione mio figlio mi disse che gli piacevano la fatica, il sacrificio, la boxe insomma. Ora anche mio figlio, a volte, parla di se stesso come di un altro, confonde i ricordi con i rimpianti, ma forse sono solo allucinazioni dell’età. La mia, lui è ancora giovane o perlomeno non è vecchio. Ma quando mi dice che vorrebbe tornare a combattere, penso che ci sia qualcosa che non va.


Sesta ripresa
(Giorgio Lombardoni, produttore di “Rivincite”)

Proprio non la conoscevo, questa storia del mondiale perduto per ferita e di una carriera finita in una notte. Meno male che in redazione ho ragazzi che consumano gli occhi e il cervello sulla storia dello sport, così mi trovano queste belle storie, che al pubblico piacciono tanto. Solo che l’ebreo è taciturno, cupo, come oppresso dalla colpa e forse anche un po’ suonato. Il nostro non ne parliamo: completamente andato. A volte dà l’impressione di non sapere nulla di se stesso, bisogna che qualcuno dei miei ragazzi che ha studiato la sua carriera lo aiuti a ricostruirsi i ricordi. Bisognerà insegnare a tutti e due che cosa dire, gli sceneggiatori dovranno fare un gran lavoro perché sembri una cosa vera e voluta, mentre tutti e due li abbiamo convinti soltanto parlando di soldi. Ma alla gente queste cose piacciono: l’incontro trent’anni dopo tra il vincitore e lo sconfitto, col primo che chiede perdono per aver vinto senza merito. Mi preoccupa solo il fatto che siano entrambi, senza offesa, dei dimenticati. Ma in redazione sono convinti che funzionerà. Basterà una scheda di presentazione.


Settima ripresa
(Aurelia Marcone Ghio, madre di Angelo)

Mai voluto il telefono in casa. Mi sarei opposta fino all’ultimo. Invece ci siamo dovuti adattare perché ormai viviamo soli, siamo anziani, su Angelo non possiamo contare perché non si sa quello che fa, dice che viene a trovarci e poi non si vede per giorni. Io penso che tutti quei pugni gli abbiano fatto male, anche se lui dice di non averne presi poi tanti, visto che alla prima sconfitta si è ritirato. Ma penso lo dica perché io non soffra. Da quella notte, il telefono, l’ho sempre odiato. Il nostro paese è un pugno di case, oggi è diverso ma allora il telefono c’era solo come posto pubblico al circolo, l’incontro non lo trasmetteva né la televisione né la radio, così ci mettemmo d’accordo con Muzio, ché appena finito telefonasse lì, al posto pubblico, per dirci come fosse andata. Ci ritrovammo tutti al circolo e per passare il tempo giocavamo a briscola. Venne l’ora che in America il combattimento doveva essere appena cominciato, smettemmo di giocare. Mi vergogno ad ammetterlo, dissi una preghiera. Non scorderò mai quel silenzio, lo squillo del telefono, nessuno che aveva il coraggio di andare a rispondere, la faccia di Giobatta che si era preso quella responsabilità.


Ottava ripresa
(Livio Giambruno, ex manager pugilistico)

Quando l’arbitro interruppe l’incontro, lasciai il mio posto in prima fila per correre all’angolo, non si capiva che cosa fosse successo. Angelo diceva che l’avversario lo aveva colpito di striscio e la stringa del guantone gli aveva tagliato la fronte, infatti l’asciugamano era tutto rosso e quel sangue era davvero un brutto spettacolo. Io avevo fatto tutto quel che potevo per avere la diretta Rai, ma per la storia del fuso orario non c’era stato niente da fare e ora pensavo che fosse stato un bene. Una faccia coperta di sangue, in tv: chissà cosa avrebbero pensato a casa sua. Dissi agli organizzatori che quel match non valeva, ci voleva una rivincita a breve. Per loro andava bene, ma poi Angelo volle a tutti i costi andare ad Amsterdam per dimostrare all’olandese che lo avrebbe battuto anche a casa sua. Adesso mi hanno detto che va in tv, a “Rivincite”. Avrà bisogno di soldi, chissà. Spero non mi faccia la stessa impressione di Bartali accanto al pupazzo rosso, povero Bartali. Di sicuro non lo guarderò, per rispetto a lui e anche a me.


Nona ripresa
(John Goodman, ex arbitro internazionale di pugilato)

Sono passati ormai trent’anni, ma non riesco a liberarmi da un rimorso. Qoelet dice che i morti sono più felici dei vivi, ma i più felici di tutti sono i non nati, perché sottratti in assoluto alla malvagità del mondo. Ecco, quando penso a quel mondiale con titolo vacante a Las Vegas, mi sento infelice come non mai. Dovevo essere io a controllare meglio l’allacciatura dei guantoni, sia di Romano che di Ghio. Sarebbe bastata un’occhiata in più per scoprire quella stringa che spuntava dal polso destro dell’americano. Invece non ci misi la dovuta attenzione e così, quando alla quinta ripresa successe quel che successe, non ebbi il coraggio di prendermi la colpa. D’altra parte tutto il pubblico era per Romano, “The Jewish Bomber”, impossibile agire diversamente. Andai nello spogliatoio di Ghio, gli strinsi la mano per dirgli: andrà meglio la prossima volta. Lui mi guardò e capimmo entrambi che non ci sarebbe stata prossima volta.


Decima ripresa
(Primo Ghio, figlio di Angelo)

Viene domani, ho detto a mio padre. Lui mi ha chiesto: sei sicuro? E io: certamente, anzi è meglio che andiamo dal barbiere, così in televisione farai la tua figura, sei ancora un bell’uomo e non meriteresti di farti vedere con quei pochi capelli in disordine. Mentre andavamo, in auto, mio padre continuava a chiedermi: sei proprio sicuro che venga domani? a me sembrava oggi. Io non potevo permettermi esitazioni: ti sbagli, ogni tanto ti distrai, figurati se non mi ricordo un appuntamento così importante. Ma poi lo sai come sono questi della televisione, mica mantengono tutto quello che promettono, adesso vanno di moda le storie vere ma chissà quanto di vero c’è in quello che trasmettono. Con il barbiere mi sono già accordato, perché mio padre stia lì il tempo necessario. Quanto ai soldi, la differenza ce la metterò io, se necessario tutti.


Undicesima ripresa
(Gino Marinelli, regista televisivo)

Mi aveva detto Lombardoni che sarebbe stata una bella storia, ma così bella non la immaginavo. Il vecchio americano che arriva sulla piazzetta del paese e ad aspettarlo c’è un uomo sui trent’anni. Lui resta come impietrito ed esclama: Dear Angelo, how are you? Il vecchio lì per lì non capisce che quello non è Ghio, ma il figlio. Così gli butta le braccia al collo e gli dice che gli ha rubato la vittoria più importante della carriera, che in trent’anni non ha pensato ad altro che a quel gancio sulla fronte, poi l’uomo gli spiega che non è Angelo ma il figlio, il padre si scusa tanto ma non se la sente di vederlo, l’emozione potrebbe nuocergli, meglio così per tutti e due. Un altro abbraccio, il vecchio americano con le lacrime agli occhi, che regala al figlio del vincitore mancato la cintura di campione del mondo. Insomma una cosa che andrà alla grande. Ma alla fine, quando l’americano è ripartito, deluso ma non troppo, il ragazzo ci ha detto che non vuole dare la liberatoria, che suo padre sta molto male e all’ultimo minuto non se l’è sentita di farsi vedere malconcio da Romano. Cercherò di convincerlo comunque, magari chiedendo a Lombardoni di tirar fuori un po’ di soldi in più. Sai che ascolti, in compenso.


Dodicesima ripresa
(Stefano Rissetto, contraffattore di vite altrui)

Quando avevo 13 anni, il mio compaesano Aldo Traversaro divenne campione europeo dei mediomassimi. Lo conoscevo di vista: era operaio nella stessa fabbrica di mio padre, la Fit Ferrotubi di Sestri Levante, ma in un altro reparto; e sua madre lavorava come domestica in una famiglia di miei parenti. Il giorno dopo la vittoria per il titolo europeo su Rudi Koopman, Traversaro sfilò per le strade del paese su un’auto d’epoca scoperta e io salii sul predellino, dicendogli “E ora devi vincere il mondiale”. Ricordo la delusione in paese, all’indomani della sconfitta per ferita a Filadelfia con Mike Rossman. Il sindaco aveva promesso, se Aldo avesse vinto, che avrebbe appeso lo striscione del Traversaro Club al balcone del municipio. Quella mattina passai lì davanti per andare a scuola e lo striscione non c’era.
Sono passati quasi trent’anni, vado sempre meno spesso a Sestri, di Traversaro non so più nulla. Ricordo quando, finita la carriera, passava davanti a casa mia, sul marciapiede opposto. Io lo osservavo dalla finestra, mentre arrestava il cammino, come avesse di nuovo davanti Rossman, per mettersi in guardia contro il vento.




permalink | inviato da il 23/7/2007 alle 2:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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