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25 luglio 2007

Flachi, Mancini, Cassano: storie di numeri 10

il personaggio
di STEFANO RISSETTO
Quest’anno, per la prima volta dal 1946 e su fatwa dei veterani, non ci sarà numero 10 al Doria. La società nega di averlo tenuto libero per il giocatore forse più degno di succedere a Chiorri, Mancini e Flachi nel teatro della memoria: Antonio Cassano. Il più amato da Carmelo Bene, e questo basterebbe. Ma soprattutto ingegnoso nemico di se stesso, finora purtroppo vincente. A venticinque anni, Cassano rischia di suscitare lo stesso sentimento innescato dal ricordo di McEnroe avanti di due set su Lendl sull’indigesta polvere di mattone del Roland Garros, i primi dischi di Alberto Fortis, Traversaro ferito da una stringa del guantone di Rossman, il Terzo Concerto per pianoforte di Beethoven suonato da Dino Ciani, Bitossi fermo da trentacinque anni sulla riga bianca di Gap.
E’ stato l’unico a festeggiare un gol piangendo; sul prato di Guimaraes, al limite di un continente con l’Atlantico immenso di fronte. Gli avevano detto che vincere non era servito a niente e neppure essere stato il migliore, in quella sgangherata Italia che Lippi avrebbe reso regina due anni dopo, senza di lui. L’immagine di quelle lacrime vale più, al banco delle emozioni, di tutto il Mondiale vinto, eccezion fatta forse per lo stupore di Grosso, cenerentola a Palazzo.
Ieri si è sparsa la voce, subito smentita dalla Sampdoria, che soltanto il rifiuto del giocatore avrebbe vanificato l’affare già fatto, col Real Madrid disposto ad accollarsi l’intero ingaggio pur di liberarsene.
Si aggiunge così un’altra pagina al romanzo delle Illusioni perdute in blucerchiato. Tutte nel segno dei numeri 10. Oltre vent’anni fa, lo stesso Mancini che oggi dice "Se Paolo Mantovani fosse ancora vivo sarei alla Sampdoria" - ed è la verità, perché tra i due Mantovani fu Paolo quello che gli disse "no", e una volta pure "vaff..", ogni volta che chiedeva di andarsene - voleva tornare al Bologna: soffriva Matteoli e Souness e, soprattutto, Bersellini. Il tecnico disse al presidente: "Lo ceda pure". Fu esonerato. Mantovani credeva a tal punto in Mancini - dàgli torto - che rinunciò all’acquisto, già formalizzato, di un altro Robi. Baggio andò così altrove e, come in "Viaggi organizzati", la loro vita cambiò.
Dieci anni fa, alla Roma arriva il tecnico argentino Carlos Bianchi. Si guarda attorno e decide che Totti non gli serve. La Sampdoria si fa avanti, è quasi fatta, poi vince il "quasi". E tutto, ancora una volta, cambia per sempre.
Alla fine dello scorso millennio, fu Flachi a guardarsi nello specchio, con la solita paura che un giorno ti rifletta il vuoto oppure svanisca la figura. Aveva firmato per la A, si trovava nel Doria in B, circondato da maschere e pugnali. Tradir meglio, scordar meglio, parlar d’altro: questo accadeva. Poteva dire: preferisco di no. Non lo disse; questo bilancia il dribbling di Bergamo e altre cose, quasi tutte.
Alla storia dei "quasi", si aggiunge ora il mancato arrivo di Cassano. Comunque sia andata, chissà come sarebbe andata. Intanto Schuster non lo vuole a Madrid, nemmeno dipinto. Lui resta sullo sfondo di se stesso, come la figura chiave de "Las Meninas", che sta giusto al Prado. Resta dove un attimo vale un altro, senza chiedersi come mai. Montale, Mottetti, XIX: là dove il riverbero più cuoce / e il nuvolo s’abbassa, oltre le sue / pupille ormai remote, solo due / fasci di luce in croce. / E il tempo passa.

(Corriere Mercantile, 25 luglio 2007)




permalink | inviato da il 25/7/2007 alle 15:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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