
A volte mi sveglio convinto di dover nuovamente sostenere l'esame di diritto processuale civile, o peggio ancora di esser costretto a ripetere tutti gli esami cui quello era propedeutico. Poi capisco che era un sogno. Ma il mio diploma di maturità, sicuro che se lo sono perso: sta in segreteria alla facoltà di lettere da sedici anni e mezzo, se lo saranno mangiato le tarme. Nello studio, almeno lì, non avevo mai avuto problemi, chissà perché dalle pieghe del sonno, dai recanti incombusti della memoria riaffiorano certi malincuori, remote ipotesi d'insuccesso, carta sfilata che fa crollare tutto il castello.
La scuola è un canale con rive rigorose, l'università un mare aperto senza sponde. Ci si possono organizzare e disorganizzare i percorsi, le pause, le inerzie. Il trucco del libretto perduto era il più ovvio: si denunciava lo smarrimento del documento originario, che invece era ben custodito, ottenendosene un duplicato; sul primo si sarebbero annotati esami frutto di un corso più celere di quello effettivo.
Vivere a debito comunque angoscia, così tormenta la lacuna accademica, le prove non superate nella realtà si affastellano e l'ombra raggiunge e stacca il corridore. Lo iato tra la verità e la rappresentazione familiare prima è minimo, ma poco ci mette a divenire incolmabile. E a far saltare un equilibrio.
Uno studente ex campione di nuoto, qui a Genova, la notte che avrebbe dovuto essere vigilia della discussione della tesi, ma aveva dato sì e no la metà degli esami, andò in discoteca fino all'alba a stordirsi forse cercando un incidente che non gli capitò, e poi tornò a casa a uccidere la madre a martellate. Ieri a Milano una bocconiana, arrivati i parenti dal Sud per la festa di laurea, si è gettata dalla finestra, davanti a un amico; eppure le mancavano solo due esami, non troppi. Altri l'hanno buttata in ridere, convocando parenti e amici al ristorante per un noncompleanno alla Carroll, per poi magari riprendere il cammino fino al campo base.
Come in ogni cosa della vita, la stessa storia può virare alla farsa come alla tragedia, sono i dettagli a decidere. Resta - comune - il ricordo di quell'angoscia quando, per la prima volta nella vita, si avvertono il peso delle attese irrealizzate, l'idea del fallimento che inquina il passato come il futuro, il sospetto che volere non sia potere. E come sempre il porcospino - che si era laureato un 11 ottobre, discutendo la tesi in gessato doppiopetto e distintivo del KV Mechelen all'occhiello, ma senza alcuna voglia di festeggiare forse perché come sempre non c'era niente di cui contentarsi, anche perché era finito il tempo degli alibi, senza che quello della vita vera cominciasse sul serio - s'abbevera a un filo di pietà.
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stefanorissetto il 11/10/2008 alle 1:6 | |