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un modo di guardare


Diario


19 agosto 2015

Paolo, Pa


La mancanza di memoria e la scarsa conoscenza del passato, malattie endemiche, aiutano di molto la riscrittura della storia.

E chi riscrive la storia, di solito,non punta a illuminarla meglio di quanto non sia stato finora fatto,ma a deformarla in funzione delle contingenze, dell'utilità, del machiavellico particulare.

Se c'è un personaggio che parlava poco, anche perché conosceva il valore del silenzio e il peso delle parole, era Paolo Mantovani.

Se c'è un personaggio che era selettivo e acuto, era Paolo Mantovani.

Da quando è morto, parla quasi ogni giorno e tutti hanno qualcosa da fargli dire.

Pazienza. Per molti motivi non bisognerebbe morire, ma soprattutto per tutelare quel che si è stati davvero, rispetto all'immagine arbitraria che altri costruiscono, per fini spesso miserrimi. C'è una disciplina che si chiama ecdotica, è una specializzazione della filologia, serve ad affinare il rapporto tra testo e contesto, quindi ad avvicinare il più possibile un documento al significato inteso dall'autore.

Negli ultimissimi anni Mantovani - cioèil presidente che nella storia del calcio più di tutti ha speso unafortuna smisurata, di tasca interamente sua e senza espedienti che inItalia abbiamo visto praticati in tempi recenti da Lazio e Parma - èstato strumentalmente adoperato come antesignano, se non come icona pubblicitaria ante litteram, del fair play finanziario, come fautore di un calcio decoubertiniano, praticato nel segno del più assoluto disinteresse al risultato.

Diceva un comico: datemi la Bibbia e unpaio di forbici, e vi restituirò un libro pornografico. Questo accade oggi, per scopi opinabili, alla figura di Mantovani, per un quindicennio alla guida di una società piccola ma dignitosa, presa alle soglie della C e portata a un filo d'erba dalla Coppa deiCampioni. Un percorso compiuto con coraggio, ma anche con quei robustissimi e vertiginosi investimenti che solo un uomo divorato dalla voglia di vincere avrebbe potuto compiere.

Un uomo che a Toneatto, un pomeriggio a Bogliasco, aveva detto «per una squadra che farà la Coppa deiCampioni servirà almeno un altro campo di allenamento», e si era alla fine degli anni Settanta. Un uomo che aveva consegnato a Corrado Ferlaino un assegno in bianco, soggiungendo «scrivi tu la cifra e dammi Maradona».

Questo, e molto altro, era PaoloMantovani. Uno che aveva preso la Sampdoria per vincere e infatti avrebbe vinto. Non lo si faccia passare, come accade da qualche anno con un obliquo lavoro di taglia e cuci rispetto al suo pensiero, per un candido indifferente al risultato; non lo si contrabbandi per quello che non era, per giustificare chiunque altro dalla colpa di non essere lui, che tra l'altro non è una colpa. Lo si sapeva benissimo, che quell'uomo era una cometa che non sarebbe passata più. E' un peccato che sia andato via così presto, ma avrebbe potuto anche non arrivare mai. Ma rispettiamone la memoria per quello che era. Non faceva drammi quando perdeva, certo, o per lo meno da callidissimo pokerista sapeva dissimulare il disappunto; ma voleva vincere eccome, perbacco.

Quando si era visto sfuggire quel trofeo, per un attimo aveva vacillato, e l'aveva sì detta quella frase per cui i tifosi dovevano comunque cantare, però poi aveva comprato in un sol colpo Gullit e Platt ed Evani; e se il destino gli avesse dato ancora un po' di tempo sarebbe certamente arrivato dove voleva.

Chiunque voglia, per qualsiasi motivo, nobilitare scenari diversi dai suoi, lo faccia senza tirare in ballo Paolo Mantovani e soprattutto senza spacciarne per ritratto realistico e veridico un'approssimativa e tendenziosa caricatura.




permalink | inviato da stefanorissetto il 19/8/2015 alle 19:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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