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un modo di guardare


Diario


20 agosto 2015

Ciao DGM


Tu non avresti voluto farti vedere vecchio e indebolito, io non ci tenevo a vederti vecchio e indebolito, così è andata a finire che non ci siamo visti più. L'ultima volta per un caffè da Romoli, non saprei dire quanti anni fa, non molti ma comunque troppi, sotto l'ultima tua casa genovese; la prima una domenica mattina, il 21 marzo del 1982 prima della partita col Catania, perché ci conoscessimo, tu gran tessitore della rivista su cui avevo cominciato a scrivere due anni prima, io che speravo di fare il giornalista.

Avremmo da allora visto centinaia di partite fianco a fianco, sempre mugugnando tra una rara esultanza e l'altra, eppure non abbiamo neppure una foto insieme, se non quei fotogrammi finali della diretta Rai della partita con il Mechelen a Marassi, quando ci abbracciamo come due reduci dal fronte. E pochi mesi dopo tra il 28 e il 29 giugno a Cremona, quando ti lasciai alla stazione alle due del mattino, il primo treno per tornare a Molveno partiva all'alba, ma tu eri contento come un bimbo.

Eri un grande intellettuale coltissimo, ma non ti davi arie, amavi dire di essere stato soprattutto un giornalista. Hai scritto opere teatrali che avevano un solo difetto, erano troppo in anticipo rispetto al tuo tempo che per certi versi era anche il mio. Forse un giorno ti riscopriranno, ma ormai che te ne importa.

Mi dicevi di detestare il nichilismo letterario, perché il nulla era già forte di suo e non andava reclamizzato, il tuo era un teatro del sì, del coraggio. E poi allo stadio facevamo a gara a chi fosse più superstizioso, il giorno dello scudetto eravamo stretti tra i grandi inviati d'occasione, così Arnaldo dovette sedersi su uno scalino, ben felice di farlo perché anche lui, come tutti i volterriani, davanti al calcio smarriva ogni dogma.

Mi hai fatto scrivere le prime cose su una rivista che poi avrei redatto quasi da solo per quasi vent'anni, mi hai aiutato a entrare per la prima volta nella redazione di un giornale, ho lavorato per ventiquattro anni nel giornale che era stato tuo e che hai avuto il dolore estremo di veder scomparire poco prima di te. Di te mi restano gli insegnamenti, lo scetticismo appassionato, i libri tuoi e quelli degli altri, gli Essays e i Cantos che mi donasti.

Lo sapevo che non ci avresti detto nulla, che io e gli altri avremmo saputo tutto a cose fatte, compreso il tuo-mio direttore Ernesto, adesso verrò a trovarti dove sei e non sei, vicino a Edoardo Guglielmino e Mario Tortul, vi ascolterò volentieri, ciao Dario G., amico e maestro, vecchio bambino, nuovo rimpianto.




permalink | inviato da stefanorissetto il 20/8/2015 alle 18:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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