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un modo di guardare


Calcio


17 settembre 2007

Quindici anni dopo, Tomas & Pato a Marassi

Di solito, per lavoro seguo poco il Genoa. Ma ieri era un'occasione speciale: la prima volta davanti al loro vecchio pubblico, e a quello nuovo che non ha fatto in tempo a vederli, per due ex attaccanti che - tra gli Ottanta e i Novanta - avevano scritto pagine importanti del calcio non solo genovese.
L'uno, il boemo Tomas Skuhravy, me lo ricordo quando facevo l'abusivo nella redazione genovese di un quotidiano nazionale. Lì lavorava Benedetto, un poligrafico che aveva la moglie cecoslovacca (allora non c'era ancora stata la partition mitteleuropea), che era quindi stato contattato dalla società per agevolare l'inserimento in Italia del calciatore. Ogni tanto Skuhravy veniva in redazione a trovare Benedetto, faceva paura da quanto era grande e grosso. In campo era un fenomeno.
L'altro, Carlos Aguilera, era arrivato a Genova un anno prima del boemo, ultimo di un trio di uruguaiani che nelle altre due componenti avrebbe avuto poca fortuna. Questo, invece, era forte parecchio. Piccolo e veloce, si integrava alla perfezione con Skuhravy.
Insieme, fecero cose meravigliose.

La storia non era lieta. I due, e la squadra, sfiorarono una clamorosa vittoria europea. Sembrava un inizio, era una fine. Il boemo ogni tanto esagerava, nottetempo. Il sudamericano anche, forse anche più, fino a cascare in galera per robe di neve e donnine. Fu un tramonto melanconico: Carlos venne ceduto, dicono perché il presidente ne era geloso, poi lasciò l'Italia; condannato in contumacia per quella faccenda, è potuto rientrare soltanto ora per via dell'indulto. Tomas, invece, restò a Genova ancora qualche anno, ma ormai non era più quello di prima. La sua ultima partita, con gol, dodici anni fa, fu quella della retrocessione. Benedetto è andato in pensione ormai da anni, a volte ci sfottevamo fin troppo parlando di calcio, era un brav'uomo e serio nel mestiere.

Ieri i due si sono ripresentati al loro pubblico, a quindici anni dall'ultima gara giocata insieme. Il presidente del Livorno era quello che, a Genova, li aveva divisi.
Quando loro giocavano, io non facevo lo sport, anzi nemmeno ancora facevo il giornalista. Bazzicavo una redazione, tutto qui. Quindi mi potevo permettere di fare ancora il tifo; non come adesso che ne va della credibilità ed è giusto e doveroso controllarsi in ogni riga che scrivo, anche se sarebbe ipocrita dissimulare o negare che sono sampdoriano, e pure tanto.
Quando loro giocavano, io non tifavo per loro. Ma ieri ero lì, al mio solito posto in tribuna stampa, a vederli invecchiati e appesantiti camminare sul campo. Mi sono alzato per applaudirli, ci sarebbe mancato altro. Poi mi sono seduto e ho scritto quel che segue. La cosa buffa è che quando devo scrivere del Genoa, succede sempre che qualcuno alla fine mi dice "Bravo sembri davvero uno di noi". E io non so mai come rispondere. Però ieri è stata davvero una strana emozione, sarà stato che vedere quei due mi ha fatto pensare ai quindici anni che sono passati, anche dentro di me. Così ho cercato di scrivere un pezzo affettuoso, perché era stato bello vederli giocare, un onore averli come avversari. Era l'omaggio di un sampdoriano a due grandi genoani, forse imperfetto ma sincero. Comunque è questa roba qua. Sembra parli di calcio, invece è la solita storia del tempo che passa e mi passa sopra.


la storia
di STEFANO RISSETTO
Chiedilo a una ragazza di quindici anni di età, “Ma chi erano mai Pato e Tomas?" lei ti risponderà. Dieci minuti di applausi, roba da Metropolitan, e un velo di commozione su venticinquemila sguardi, quando Skuhravy e Aguilera tornano insieme sul prato di Marassi, a quindici anni dall’ultima volta che furono eroi: è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già.
GLORIA - Passa la gloria, ultima bellezza rossoblù di un millennio fa. Per fortuna celluloide e silicio aiutano la memoria che si sfolla, tu non fare questo errore vivi sempre nel momento, cogli i fiori e tanto amore: quei due là, il piccoletto e il lungagnone, girarono le scene più belle, da quando il film del Genoa si fa in Eastmancolor. E chi ha più di trent’anni lo narra agli altri. "Da tanto aspettavo questo momento - dice Tomas – Pato meritava di vedere coi suoi occhi quanto i genoani gli vogliano ancora bene". "Non avrei mai creduto - sospira Pato a fine gara - in una gioia così".
E’ come in quelle novelle yiddisch, dove i vivi e i non più si stringono la mano: pochi minuti prima, un fiorire di rose rosse ai piedi della Nord aveva ricordato Andrea Lazzarotto, il giovane tifoso del Levante, morto per mano di uno sventurato, solo per tornare tutte le notti a chiedergli «Perché?». Ma la mestizia diventa emozione dolce, all’apparire dei due vecchi eroi.
TEATRO - Certo, i ragazzi mica si fidano, quando gli altri giurano che a fare la capriola, dopo ogni gol, era quello grande e grosso. E che capriole, lo imitava anche Vialli. Già, Vialli, che una sera disse al Pato: "Vieni da noi". E lui: "Tradire una donna si può, a volte si deve, non il Genoa". Perché in quegli anni non lontani, i gemelli genoani e quelli blucerchiati si legnavano due volte all’anno in teatro; poi come gli attori che fanno Cesare e Bruto, l’Iscariota e il Nazareno, Nietzsche e Marx, scendevano dal palco in camerino, via la biacca e il costume di scena, quindi insieme a tavola, tutti a caccia una donna e via, a truffare la malinconia.
ORGOGLIO - Mio Signore se ne piove di malinconia, e di orgoglio, e di ammirazione, per aver visto quei due fuoriclasse giocare, sudare, vincere e poi – certamente – sbagliare, invecchiare, come tutti. Dieci minuti di applausi, e un semigiro di campo a passi tardi e lenti, abbracciati come una volta, stessa camicia e taglia diversa, Pato e Tomas ce la mettono tutta per dissolvere l’arancione di un Sunset Boulevard. Hanno poco più di quarant’anni, tutto sommato; Marco Ballotta, che stava in porta per il Modena contro il Grifo, nel giorno più pericoloso di 114 anni, gioca ancora e questa settimana farà la Champions. Eppure sembra passato un secolo, un millennio anzi; infatti sono trascorsi, senza fare rumore, come un fiume che abbaia e lavora dentro le vene.
Quando arrivano sotto la Nord, a migliaia recuperano dal cuore i cori mai dimenticati, quelli che perfino le ragazze - nel riscaldamento prepartita... - cantavano ai fidanzati, specie se doriani, al posto del tema di Joe Cocker che andava di moda dopo "9 1/2 Weeks". E vorrebbero davvero che Tomas facesse la capriola; ma ormai il gigante boemo saluta con la mano, come a catturare la farfalla invisibile che vola tra passato e futuro, inafferrabile per tutti. Quanto a Pato, piccolo e rotondetto, davvero anatroccolo come lo chiamavano prima di scoprirne la narvalitudine, cerca di non commuoversi, come lo stadio intero. Coltiva la rosa bianca per ogni amico sincero: e quanti ne ha ritrovati, in questa giornata uggiosa, sotto un cielo color nostalgia.
NEMICO - Nemmeno si accorgono del mugghìo risentito che si leva dalla tribuna, quando dal bocchettone centrale sale al settore d’onore un signore in camicia bianca, che stringe una cerata gialla nella mano sinistra. Lui, al contrario di Pato e Tomas, è molto dimagrito rispetto a quel tempo là. Nei giorni scorsi Pato aveva detto: "Qualcuno non volle vincere lo scudetto". Emozionato anche lui, Aldo Spinelli, con il figlio Roberto e la futura nuora Sabrina, si acquatta nell’ultima fila accanto a Siri e a Cosulich. L’ex presidente e i suoi dismessi gioielli non si saluteranno più, almeno in pubblico. Perché la dimenticanza è l’unica vendetta e l’unico perdono.
SORRISO Dal parterre della tribuna, lanciano al Pato una sciarpa rossa e blu. Se la mette al collo, usando poi come scialle una bandiera uruguaiana. Sorride col sorriso di chi viva ad Atlantide, con un cappello pieno di ricordi e un principio di tristezza in fondo all’anima. Dentro di sé ha desiderato tanto questo giorno; e adesso scopre che vorrebbe essere altrove, sempre qui cioè ma diciassette anni fa, al principio del sogno, over the rainbow. Non bisognerebbe mai tornare nei posti dove siamo stati felici: lo pensava il Grande Gatsby e adesso anche Pato. Costava questo giorno, ma è valsa la pena viverlo. Coltivare una rosa bianca anche per il cattivo che ti strappa il cuore. Anche se ti ha rubato il sogno più bello, quello di uno scudetto. Ma non ti ha rubato la tua gloria, l’amore della tua gente: quelli sono sempre di Pato e Tomas. Al di là di questi anni. E di tutti gli altri.




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25 luglio 2007

Flachi, Mancini, Cassano: storie di numeri 10

il personaggio
di STEFANO RISSETTO
Quest’anno, per la prima volta dal 1946 e su fatwa dei veterani, non ci sarà numero 10 al Doria. La società nega di averlo tenuto libero per il giocatore forse più degno di succedere a Chiorri, Mancini e Flachi nel teatro della memoria: Antonio Cassano. Il più amato da Carmelo Bene, e questo basterebbe. Ma soprattutto ingegnoso nemico di se stesso, finora purtroppo vincente. A venticinque anni, Cassano rischia di suscitare lo stesso sentimento innescato dal ricordo di McEnroe avanti di due set su Lendl sull’indigesta polvere di mattone del Roland Garros, i primi dischi di Alberto Fortis, Traversaro ferito da una stringa del guantone di Rossman, il Terzo Concerto per pianoforte di Beethoven suonato da Dino Ciani, Bitossi fermo da trentacinque anni sulla riga bianca di Gap.
E’ stato l’unico a festeggiare un gol piangendo; sul prato di Guimaraes, al limite di un continente con l’Atlantico immenso di fronte. Gli avevano detto che vincere non era servito a niente e neppure essere stato il migliore, in quella sgangherata Italia che Lippi avrebbe reso regina due anni dopo, senza di lui. L’immagine di quelle lacrime vale più, al banco delle emozioni, di tutto il Mondiale vinto, eccezion fatta forse per lo stupore di Grosso, cenerentola a Palazzo.
Ieri si è sparsa la voce, subito smentita dalla Sampdoria, che soltanto il rifiuto del giocatore avrebbe vanificato l’affare già fatto, col Real Madrid disposto ad accollarsi l’intero ingaggio pur di liberarsene.
Si aggiunge così un’altra pagina al romanzo delle Illusioni perdute in blucerchiato. Tutte nel segno dei numeri 10. Oltre vent’anni fa, lo stesso Mancini che oggi dice "Se Paolo Mantovani fosse ancora vivo sarei alla Sampdoria" - ed è la verità, perché tra i due Mantovani fu Paolo quello che gli disse "no", e una volta pure "vaff..", ogni volta che chiedeva di andarsene - voleva tornare al Bologna: soffriva Matteoli e Souness e, soprattutto, Bersellini. Il tecnico disse al presidente: "Lo ceda pure". Fu esonerato. Mantovani credeva a tal punto in Mancini - dàgli torto - che rinunciò all’acquisto, già formalizzato, di un altro Robi. Baggio andò così altrove e, come in "Viaggi organizzati", la loro vita cambiò.
Dieci anni fa, alla Roma arriva il tecnico argentino Carlos Bianchi. Si guarda attorno e decide che Totti non gli serve. La Sampdoria si fa avanti, è quasi fatta, poi vince il "quasi". E tutto, ancora una volta, cambia per sempre.
Alla fine dello scorso millennio, fu Flachi a guardarsi nello specchio, con la solita paura che un giorno ti rifletta il vuoto oppure svanisca la figura. Aveva firmato per la A, si trovava nel Doria in B, circondato da maschere e pugnali. Tradir meglio, scordar meglio, parlar d’altro: questo accadeva. Poteva dire: preferisco di no. Non lo disse; questo bilancia il dribbling di Bergamo e altre cose, quasi tutte.
Alla storia dei "quasi", si aggiunge ora il mancato arrivo di Cassano. Comunque sia andata, chissà come sarebbe andata. Intanto Schuster non lo vuole a Madrid, nemmeno dipinto. Lui resta sullo sfondo di se stesso, come la figura chiave de "Las Meninas", che sta giusto al Prado. Resta dove un attimo vale un altro, senza chiedersi come mai. Montale, Mottetti, XIX: là dove il riverbero più cuoce / e il nuvolo s’abbassa, oltre le sue / pupille ormai remote, solo due / fasci di luce in croce. / E il tempo passa.

(Corriere Mercantile, 25 luglio 2007)




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28 maggio 2007

Cronache di poveri amanti: Fiorentina-Sampdoria 5-1

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
FIRENZE – Che schiaffo. Troppo forte la Fiorentina, per un Doria che incassa la peggiore sconfitta degli ultimi anni. Meritava miglior congedo Novellino, rispetto al mesto spettacolo di un Doria nave senza nocchiero in gran tempesta, ostaggio della superiorità viola. Il punteggio è la fotografia impietosa della differenza di spessore, espressa dai 25 punti di distacco finali tra le due squadre. Resta la consolazione, da maneggiare con cura alla luce dei precedenti, di un nono posto che vale l’Intertoto. Che valga la pena puntare all’Europa con queste premesse, è altro paio di maniche.
FISCHI - I fischi che accolgono il Doria nel riscaldamento - rito svoltosi su tutti i campi di A tranne Parma, restituito a Genova a tutti gli ospiti diversi dai crociati - pongono il problema del recupero di una perduta simpatia, che un tempo quasi dappertutto accompagnava i colori blucerchiati. La strada di una squadra giovane, forte della propria incoscienza, potrebbe essere giusta. Ma è un Doria di veterani, col solo Ziegler esponente della linea verde, a fronteggiare la Viola, disposta nel 4-3-3 che sempre, come dimostrano antiche tenzoni con Rossi e Zeman, fastidia Novellino. Ovazione invece per Della Valle, al ritorno in tribuna dopo mesi, con tutto il Franchi – comprese svariate bimbe biancovestite, fresche di Prima Comunione! - a cantare l’"Oh Fiorentina!" di Narciso Parigi e la giunta dell’ironica invocazione "Coprici lo stadio", irricevibile a dispetto dell’acquazzone meridiano, essendo monumento nazionale l’ex Stadio Berta, costruito a forma di D negli anni Trenta dal maestro Nervi.
FURIA - Dal colore si passa alla cronaca. Se al Doria serve un punto per l’Intertoto, la Fiorentina vuol regalare una vittoria ai suoi 30mila innamorati, capaci di seguirla dalla C2, duellante con la Sangiovannese, all’Europa ritrovata. I biancocerchiati subiscono l’avvio debordante dei viola, a costo di un paio di falli di troppo, forieri di altrettante punizioni che portano Mutu, al secondo tentativo, a sfiorare il palo, e al terzo, su divampante azione personale, a segnare il gol del vantaggio. Stenta a reagire il Doria, pur penalizzato dalla solitudine di Quagliarella tra i non fenomenali difensori viola: il modulo a punta unica, d’altra parte, toglie in attacco quel che dovrebbe rendere in difesa. E’ così ancora la Fiorentina, con Mutu che impietra Sala, a sfiorare la rete. Del tutto accademico, al 15’, il gancio di contraggenio del 27 doriano, giustamente battezzato alto da Frey e comunque degno di nota perché prima oscillazione sull’encefalogramma doriano.
CATTIVERIA - Superiori nell’alfabetizzazione, i viola osano forse qualche calligramma di troppo e i difensori doriani replicano a tacchettate, supplendo in cattiveria al divario di classe; talché al 21’ il già ammonito Sala viene graziato da Lops dopo una badilata a Pazzini. Novellino corregge in corsa la fascia destra, arretrando Maggio con Zenoni che passa all’ala, ma è il classico dito mignolo nella diga che sta crepandosi. Al 25’ ancora Mutu dilaga al centro, travolgendo lo svogliato posto di blocco Accardi-Sala, concludendo però alto.
LUME - Frastornato il Doria si rifugia nei lanci lunghi. Il raddoppio viola arriva fin troppo tardi, subito dopo il cambio d’urgenza Pieri-Soddimo e lo spostamento di Zenoni a sinistra, con Montolivo in controbalzo più agile di Accardi sul lancio di Liverani. Il cielo si rischiara, ma in campo è notte fonda. A riaccendere un lume è Quagliarella, che torna al gol dopo 57 giorni di digiuno, sfruttando la supponenza della difesa viola e dando un senso alla ripresa.
RIMPIANTI - Al ritorno in campo, il Doria vorrebbe insistere sulle debolezze, peraltro relative, del quartetto arretrato toscano: ma Pazzini, servito dal solito Mutu, elude i difensori biancocerchiati e allunga. E pensare che, nell’inverno della quasi Champions, l’attaccante viola era stato a un passo dal Doria. Quante cose sarebbero cambiate. Segna il tempo dei rimpianti la campanella dell’ultimo giorno di scuola.
LEZIONE - L’impressione fondata è che il resto del secondo tempo servirà a poco, se non al peggio. Koman e Romeo rilevano Ziegler e Delvecchio, ma il contrasto tra la docile rassegnazione doriana e l’euforia viola assume connotati mortificanti. Disarmano sia la facilità con cui i viola portano al tiro Pazzini, con quattro tocchi al volo, stile gol di Cerezo al Milan; sia il remoto paragone. Nessun maggior dolore – diceva uno di qui - che ricordarsi del tempo felice ne la miseria. Ancora Pazzini scheggia la traversa, quindi Reginaldo va lieto fino alla porta e segna il 4-1, prima del bis nel recupero; in tribuna si guarda l’orologio, come quando le ore di trigonometria non finivano mai. Anche questa è una lezione, ma di astrofisica: spiegando in maniera cruda la differenza tra le stelle e i buchi neri.

***

Dal nostro inviato
FIRENZE – Dalla parte sbagliata, in una bella giornata di sole. Ieri i tifosi fiorentini festeggiavano il ritorno in Europa, a cinque anni dall’eclissi cecchigoriana. Hanno osannato i protagonisti, uno per uno, a partire dal patron Della Valle e da mister Prandelli. A bordo campo c’era anche Giorgio Panariello. Luca Toni, che se ne sarebbe andato già un anno fa e che, trattenuto a fatica, ora va al Bayern per soldi (tanti: 18 milioni netti in 3 anni) e lo dice perché ci va, né s’inventa scuse per coprire una scelta non di cuore ma di portafoglio: i tifosi capiscono, lo osannano, lo portano in trionfo fuori dallo stadio. Peccato che altrove, a suo tempo, non sia andata così. "Sono contento – dice Prandelli – che la curva abbia ringraziato Luca. Lo meritava. Presto lotteremo per lo scudetto".
All’inizio dell’estate 2002, Riccardo Garrone salvava la Sampdoria dalla retrocessione in C1; intanto Diego Della Valle rispondeva alla chiamata del sindaco di Firenze Leonardo Domenici che, bocciati per incompatibilità politica altri pretendenti, affidava all’industriale calzaturiero marchigiano, buon amico di D’Alema e socio in affari di Montezemolo, il compito di riportare il calcio a Firenze. La Fiorentina, fallita, non c’era più. Al suo posto, una certa Florentia Viola ammessa alla C2. Mentre il Doria centrava la A al primo colpo, Della Valle agguantava la C1, per trovarsi con un op-là (deciso dall’arcinemico Berlusconi…) in B da ripescato, riavendo poi il nome Fiorentina grazie a una legge “ad squadram” voluta da Valdo Spini, gran tifoso viola.
La serie A arrivò dopo un controverso spareggio misto col Perugia, mentre il Doria sfiorava la Uefa. Quindi una fosca salvezza nell’anno in cui i blucerchiati rasentavano la Champions. Ora la Viola ha preso il volo: tarpato per certi piccolissimi (?) peccati al primo tentativo, nuovamente spiccato stavolta. Mentre il Doria si disfaceva, smarrendo il senso dei sorrisi e quello dei ritorni, i 30mila del Franchi celebravano il decollo del sogno, con autoironia (migliaia di nasi da clown nel segno di Patch Adams) ed esprit florentin: un coro di voci bianche per l’inno ufficiale, dileggi per gli steward determinati a impedire l’invasione pacifica finale, la corsa liberatoria sul prato di tutto il gruppo di Prandelli, che reggeva una grande bandiera della Fiorentina, richiamando al cronista il titolo di una canzone scritta per Jannacci dal povero Beppe Viola. Nomen omen. "Ahi che rabbia - fa il ritornello di “Bandiera Fiorentina” - non poterli vedere che non stanno più insieme, che non fanno l’amore, e siam qui disperati, gira già il pistolino, dov’è andato Pierino". Rende l’idea del clima ieri al Franchi. Non volevano essere disperati i tifosi doriani a fine gara, sventolavano le bandiere come se avessero vinto. Ma era una festa triste, la loro, quella vera era viola.
(steris)

(Corriere Mercantile, 28 maggio 2007)




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23 marzo 2007

Splendi gelido e folle diamante irraggiungibile: Maurizio Ganz

il personaggio
di STEFANO RISSETTO
Ora che siamo diventati vecchi tutti e due, siamo pari: così Stan Laurel, appena sbarcato dal piroscafo a Folkestone, di ritorno dalle sbornie di nitrato d’argento, al padre che era stato clown triste. Per ritrovare la Sampdoria quando ormai poco manca ai quarant’anni, Maurizio Ganz s’è acquattato nella Pro Vercelli.
Da ragazzo, a Bogliasco, lasciava baluginare arcobaleni in fiore, voli imprevedibili ed ascese velocissime. Ma nella casella dei suo gol da adulto, per il Doria c’è rimasto soltanto uno zero, anzi meno di zero. Ben altro avrebbe fatto da avversario, perché Paolo Mantovani era un giocatore e chi gioca, alla fine, perde sempre. Il primo errore fu acquistare la Sampdoria, gli altri ne conseguirono.
Per esempio il presidente si era convinto di poter riallineare Chiorri al suo destino, o che avrebbe educato la sua gente al permanente rispetto di se stessa, oppure ancora di aver estirpato dal repertorio della Sud il "resteremo in serie A".
Dispersa la sua lezione e presto anche il ricordo, riemergono superstiti dall’andirivieni dell’aratro del tempo voci, nomi, volti. C’era un ragazzo che come me amava correre dietro a un pallone, correndo correndo era arrivato al Doria.
Un giorno, subito dopo la prima Coppa Italia nata a luglio ma sotto il segno dei Gemelli, chiesero al presidente se preferisse Vialli o Mancini e l’uomo rispose: "Il giocatore che mi diverte più è Ganz".
Tutti allora a chiedersi chi fosse, oggi la ragazzina bellina con gli occhiali garbata e con la vocina potrebbe confonderlo con l’attore-angelo del più bello e più abusato (perfino da Civoli dopo il rigore di Grosso) film di Wenders.
Era invece un quindicenne alla Tadzio che illuminava i bordocampo delle giovanili, gelido e folle diamante irraggiungibile. Quel Doria mai avrebbe trovato un terzino sinistro, soffocò in compenso - duro destino essere Gimondi ai tempi di Merckx - ogni attaccante ulteriore ai due che però Mantovani amava meno di Ganz, compreso quest’ultimo.
Il vecchio ragazzo di Tolmezzo e gioca ancora, per diletto o per rimorso, in una piana simile a quella che assedia le sue montagne. Ha vinto un solo scudetto, segnando il gol decisivo nella partita più difficile. Alla Sampdoria, mandandola in B per la terza e più amara volta, avviando gli ingranaggi di una sfigurazione conforme al secondo principio della termodinamica.
C’è una Sampdoria prima e una Sampdoria dopo quel giorno, prima e dopo il contropiede fallito da Caté, 2-2 coi blucerchiati in dieci da una vita contro i futuri campioni, il raffazzonato rilancio rossonero al quinto e ultimo minuto di recupero, il tocco sullo stinco di Castellini, ultimo tifoso doriano a giocare nel Doria, il pallone alle spalle di Ferron, e quel tocco era di Ganz.
Poi fu la fine del gioco, adesso che sto in questo inferno angeli amici e fratelli hanno preso il volo. Quel gol del pupillo di Paolo fu l’inizio della fine del tempo felice in cui Mantovani voleva dire Sampdoria e viceversa. La bussola va impazzita all’avventura e il calcolo dei dadi più non torna.
Forse stasera, alla fine di Pro Vercelli-Doria, in un bicchiere di nebbia, Ganz scambierà la sua maglia con Accardi e tornerà a indossarla, dopo quasi vent’anni, o forse per la prima volta. Troppo tardi, comunque. Si guarderà allo specchio, non più Tadzio ma quarantenne in corso d’opera. Penserà alla sua Samp, smarrita tra le stelle: ditele che l’ho perduta quando l’ho capita, ditele che la perdòno per averla tradita.

(Corriere Mercantile, 22 marzo 2007)




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11 marzo 2007

Il bacio della pantera: Sampdoria-Cagliari 1-1

Il bacio della pantera punisce ancora una volta il Doria, squadra del cuore alla rovescia di David Suazo, campione che diventa campionissimo se vede il blucerchiato. Se non ci fosse rischio di massima scorrettezza politica, il termine “bestia nera” sarebbe il più appropriato. La prodezza dell’honduregno nella ripresa bilancia il colpo di genio di Palombo nella prima frazione, per un pareggio che fotografa l’esito di una gara giocata non benissimo, ma con grande generosità e correttezza su entrambi i fronti. Il risultato finale sfoca ulteriormente l’eurosogno di un Doria più ricco di ambizioni che, almeno ieri sera, di fosforo e carburante.
SFURIATA - Pronti via e subito Suazo - tanto per far capire quale sarà il tema della serata - scalda i guanti a Castellazzi, chiamato a un intervento assai difficoltoso dal destro potente e preciso dell’honduregno; ma è solo l’apice di un avvio devastante del Cagliari, capace di conquistare quattro corner in meno di duecento secondi. La sorprendente sfuriata passa e il Doria si dispone secondo abitudine, con Delvecchio in regia accanto a Palombo e Pieri preferito a Bastrini come terzino sinistro. Negli isolani, abbigliati in un disarmante rossoverde forse per risparmiare agli avversari meno graditi accostamenti, ai due quartetti arretrato e mediano segue Capone che svaria a beneficio di Suazo, che ancora una volta si esalta alla vista dei colori blucerchiati.
ASSENZA - Ascoltando il gioco, si ha la netta impressione che senza Volpi la partitura abbandoni le esattezze della musica barocca, dove ogni nota ha il suo peso contrappuntistico, per scivolare in una sorta di free jazz magari non privo di fascino, privo però di armonia e quindi di intelligibilità del fraseggio. Una ruota può fare a meno di quasi tutti i suoi raggi, ma non del mozzo che detiene il compito primario di trasformare l’energia in movimento. Delvecchio, pur umile nell’applicarsi a fondo, non ha certo le caratteristiche del capitano, ma l’assenza di Volpi pare depotenziare uno a uno tutti gli effettivi in campo, quasi fossero costretti a trovare dentro di sé quel che abitualmente ricevono dal taciturno bresciano, uno di quelli che si nota – e molto – soprattutto quando manca.
VANTAGGIO - Il Doria passa così il tempo a cercare un centro di gravità permanente, che non scaturisce dalla concrezione delle sortite estemporanee ora di questo, ora di quello. Al centro la costruttività scarseggia e sulle fasce il lavoro dei cursori è reso improbo dai sistematici raddoppi dei sardi in fase di rientro. A spezzare l’equilibrio provvede Fortin, a Cagliari inibito dall’uso dell’anglo-onomatopeico 14 spettante a Pisano. Il portiere esce infatti alla carlona su un cross di Quagliarella, respingendo sui piedi di Palombo che, da una quarantina di metri, s’inventa un’altra onomatopea: la… palombella del capitano è astuta quanto capitale e porta avanti il Doria. Vantaggio legittimo all’intervallo, per il maggior ardore a gioco lungo infuso nella contesa. Se infatti il Doria poco ha fin qui progettato, il Cagliari ha vissuto quasi esclusivamente sui duetti fra Capone e un Suazo a fatica contenuto da Falcone.
TENTAZIONE - Dopo la sosta, è proprio King David a portare il Cagliari vicino al pari: sfugge ad Accardi e resiste alla tentazione di farsi cadere sullo strattoncello del doriano, ma fa i conti senza Castellazzi che da pochi passi salva il risultato. Giampaolo capisce di dover osare e richiama Marchini inserendo Pepe, mentre la squadra si riformula con Budel e Biondini centromediani davanti alla difesa e un trio di rifinitori alle spalle della punta.
PARI - Essendo in realtà Pepe un fior di seconda punta, ecco che il Doria fronteggia un 4-3-3 che in possesso di palla avanzato diventa addirittura uno spericolato 4-2-4. Nel tentativo di esaltare le funzioni di contenimento, Novellino avvicenda Delvecchio con Parola, ma Suazo rispetta ancora una volta l’appuntamento con il Doria infilandosi nell’unica possibile cruna d’aria fra Falcone in recupero e Castellazzi in uscita, per un gol da campione e un pari troppo largo per la sua squadra, non per lui migliore in campo.
COLPO - Entra anche Ziegler per Franceschini, nel Doria che accusa il colpo ma prova a riorganizzarsi per acciuffare un nuovo vantaggio. Il Cagliari è però metodico nel saturare tutti gli spazi. Il sorvegliatissimo Quagliarella cerca spazio sulle ali, ma così non può servire se stesso. Alla mezz’ora il primo cartellino: tocca a Falcone, ovviamente per fallo su Suazo. Quindi, nello spegnersi delle energie, con Bazzani in campo (fuori Zenoni) il Doria resta in avanti, ma Fortin non corre pericoli diversi da quelli autoprodotti. Un gol l’aveva già regalato, perseverare non sarebbe stato da Cagliari.
STEFANO RISSETTO

(Corriere Mercantile, 11 marzo 2007)




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26 febbraio 2007

A bout de souffle: Milan-Sampdoria 1-0

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
MILANO – All’ultimo secondo, quando forse pensava di avercela fatta, il Doria lascia al Milan una vittoria ottenuta più per inerzia che per volontà e concretezza, al termine di una gara all’insegna delle reciproche debolezze. Non aver sfruttato la superiorità numerica di gran parte del primo tempo è rimpianto che resta, al pari del palo centrato da Palombo: ma a fronte di una squadra che resta fra le più temibili d’Italia e non solo, la resa in extremis di ieri sera è ancor più amara. Dopodomani con l’Atalanta mancheranno la Sud oltre le griglie e in campo Olivera e Bonazzoli, entrambi avviati all’automatica squalifica: sovrapprezzo pagato per un risultato che punisce il Doria più di quanto non premi il Milan, che trova per terra il biglietto vincente e lo raccatta per obbligo di nobiltà. Che poi senza Flachi il tasso di imprevedibilità si attenui di molto, non è scoperta di ieri sera: ma anche a San Siro il Doria ha dimostrato di saper convivere con le difficoltà, fino all’esitazione fatale.
ESPULSIONE - Nel Doria la defezione di Bastrini obbliga Novellino a presentare una corsia di destra con Maggio e Olivera, mentre Zenoni e Ziegler sferragliano sulla fascia opposta. Senza sorprese il resto dell’assetto doriano, che vede in avanti Bonazzoli preferito a Bazzani come spalla di Quagliarella. Dopo un avvio all’insegna dell’elisione reciproca, è Palombo a far tremare il palo alla sinistra di Dida con un violento destro da una trentina di metri. Subito dopo Bonazzoli difende palla, si lancia verso l’area e costringe Oddo al fallo da espulsione, a una manciata di centimetri dal rigore. Dopo la vana punizione di Volpi, Ancelotti richiama Oliveira per ripristinare la linea difensiva a quattro, alle spalle di una mediana in cui Kakà si allinea ai compagni, con Ronaldo unica punta dopo soli 10’ di gara.
IRA - Il vantaggio numerico, anziché il Doria, ringalluzzisce il Milan, che prova a convertire l’iracondia in geometria; ma gli ospiti si attrezzano a sfruttare la situazione e reggono agevolmente il confronto. Certo, ai solisti rossoneri basta un’oncia d’aria per intonare acuti immani: è così Kakà a metà frazione a impegnare Castellazzi in una parata arrischiata. Il divario di classe tende platealmente a controbilanciare quello di unità in campo. Sul primo corner, il Doria con Maggio induce Dida a una parata da artista, ma è una giocata troppo bella per essere vera. Olivera produce poco e così a destra il Doria non affonda, mentre a sinistra analogo risultato si deve allo scarso affiatamento tra i due “Z”: occorre così affidarsi all’affondo episodico al centro, dove però la difesa rossonera non sbanda più di tanto.
ASSALTO - Ridisegnato in chiave emergenziale, il Milan nulla consente alle velleità doriane, destinate per tutto il primo tempo a esaurirsi nel legno colto da Palombo. Neppure Castellazzi corre grossi rischi, ma sulla tre quarti ospite la pressione è costante, potenzialmente fonte di opportunità destinate a restare sulla carta. Il gioco esterno rossonero, infatti, risente del dovere di moltiplicare gli sforzi per supplire all’inferiorità e così l’assalto alla porta doriana si sviluppa attraverso giocate celibi, scaturite dall’inventiva individuale piuttosto che da una progettualità collettiva: così per la saetta di Kakà che trova pronto il numero 1 doriano, poco prima che Olivera, rimediando due cartellini in poco più di cento secondi, riporti il Milan in parità numerica. Ovvia la mossa di Novellino, che lascia Bonazzoli solo in avanti, mentre Quagliarella arretra all’ala destra. L’intervallo così arriva senza danni.
RIPRESA - Anche dopo la pausa, il gioco del Milan passa dai piedi di Seedorf, il più lucido e continuo dei rossoneri nel raccordare i reparti e tessere trame credibili. A suonare la carica è Ambrosini, un cui colpo di testa sibila di poco sopra la sbarra. Di contro il Doria tende a sclerotizzare l’andamento del gioco, per meglio governare pause e accelerazioni, senza tuttavia riuscire a trovare il varco buono per riavvicinarsi concretamente a Dida. Accusano però i rossoneri la fatica di un’ora controvento e i biancocerchiati guadagnano campo e ardore, pur nell’assenza di sbocchi concreti alla ritrovata vena.
SFURIATA - Col passare del tempo, il Milan tende a farsi degno del proprio lignaggio e al culmine di una plateale sfuriata costringe il Doria a un supplemento di cautela, che ulteriormente riduce le sortite nella metà campo rossonera. Si avverte dolorosa l’assenza del genio di Flachi, che in un contesto così affollato d’angoli retti sarebbe stato l’uomo adatto per individuare vincenti codici di geometria esistenziale. Ancelotti richiama prima l’affaticato Seedorf a vantaggio di Pirlo, poi un Ronaldo del tutto inconcludente per Inzaghi, verso l’ultimo assalto. Proprio allo scadere è Ambrosini a pescare il jolly, infliggendo al Doria una sconfitta amara quanto immeritata.

(Corriere Mercantile, 26 febbraio 2007)




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22 gennaio 2007

Anche per oggi non si vola: Empoli-Sampdoria 2-0

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
EMPOLI (Firenze) - Anche per oggi non si vola. Ancora una volta, la Sampdoria torna a mani vuote dal Castellani, ridimensionata nelle ambizioni.
Pagata assai l’assenza di Volpi, i biancocerchiati hanno evidenziato mancanza di idee e di coraggio, consegnandosi forse in via definitiva a un destino di retroguardia senza eurosogni, in linea con i piani societari - e con quelli di taluni guardatori, un tempo però insaziabili - ma a forte distanza dalle speranze dei tifosi, rinsanguate dalla sequenza dicembrina di risultati positivi
Forse i 10 punti colti da Messina (4/12) al Livorno (20/12) avevano generato illusioni sulla caratura della squadra, che invece rende 6 punti su 6 all’Empoli, in attesa delle tre sfide all’Inter.
MEDIANI - Nella Sampdoria l’indolenzito Accardi vince gli ultimi dubbi, dopo il riscaldamento a dodici accanto a Bastrini. I biancocerchiati, con Delvecchio e Palombo mediani e Quagliarella all’ala, fronteggiano un Empoli a due centromediani (Moro e Almiron), davanti ai tre rifinitori (Pozzi, Vannucchi e Buscè) a innesco della punta Saudati, schierato malgrado i guai alla caviglia.
E’ subito Pozzi, sfuggito ad Accardi, a pantofolare a lato un’occasione irrisoria: segno che il Doria non può limitarsi al controllo di palla e all’affondo accademico, che produce sei corner in una decina di minuti ma nessun intervento del senescente Balli. Flachi e Bazzani svariano su tutto il fronte offensivo ma non trovano spazi, mentre i toscani provano l’affondo in verticale con Vannucchi, senza sortire effetti migliori.
E’ una partita bloccata, giocata in pochi metri; fioritura d’agave è il sinistro al volo di Buscè, a lato di poco, prima della metà del tempo, indice di una maggiore propensione alla concretezza dei ragazzi di Cagni.
SCINTILLE - In una gara sostanzialmente scacchistica, dove tutto o quasi si svolge a ridosso del cerchio di gesso centrale, nulle o quasi sono le iniziative sulle corsie esterne. Al 27’ Almiron colpisce il palo, affossando però fallosamente Palombo per vanificare il tocco a rete di Saudati.
Scintille silenziose brillano nei duelli mediani; inoperosi i portieri, poco più che testimoni di una contesa spezzettata e inestetica, condotta con prudenza su ambo i fronti, quasi si intuisse la non rimediabilità di un gol al passivo.
Delvecchio e Palombo non suppliscono all’assenza di Volpi e la manovra doriana pecca di povertà elaborativa, tanto più che Quagliarella fatica da destra a inserirsi nel gioco e il duo d’attacco fluttua nel vuoto, in attesa di palloni che non arrivano. La frazione tramonta senza che né Balli né Zotti abbiano avuto modo di guadagnarsi lo stipendio, con interventi diversi dalla stretta di mano iniziale: il doppio zero potrebbe essere anche triplo o quadruplo, dando in ogni caso lo stesso prodotto.
VELLEITA’ - Nessun cambio dopo l’intervallo; neppure muta la qualità del gioco e dello spettacolo, sempre nervosi e sincopati, all’insegna dell’elisione reciproca. Il Doria si dispone a una maggiore intraprendenza, ma l’attenzione difensiva empolese (16 gol al passivo in 19 gare) poco concede alle velleità biancocerchiate, frustrate dall’ormai cronica mancanza di prospettiva di là dalla mossa immediatamente successiva, quando invece occorrerebbe una progettualità più approfondita.
Quando uno fra Delvecchio, Palombo e Quagliarella si accinge a fare qualcosa, gli avversari hanno già capito in anticipo e quindi c’è poco filo per la tessitura. Al 7’ il palo di Quagliarella, su deviazione di Marzoratti, è frutto di un’azione da fermo piovuta dal cielo, più che di un progetto di supremazia. E’ la prima occasione doriana, ma non sembra la goccia che annuncia il temporale.
DUBBI - Infatti la gara si ridispone ad armadillo, sonnolenta e dondolante, fino a che Vannucchi non affonda in area e su contatto con Sala cade a terra. Marelli non ha dubbi e concede a Saudati, un girone dopo, lo stesso rigore avuto da Gava all’andata.
La trasformazione è perfetta e al primo tiro in porta l’Empoli passa in vantaggio, regalandosi inoltre a questo punto l’arma del contropiede, che vede ancora Vannucchi fermato da Zotti.
Il Doria non cambia invece marcia, sempre trotterellando spensierato. Parola rileva Delvecchio e subito serve da fermo a Quagliarella il pallone del primo colpo di testa verso Balli, dopo un’ora di gara. Tocca a Olivera l’estrema illusione, ma Balli rimedia di piede.
Sarà questa l’ultima occasione di una Sampdoria altrettanto afasica di quella viste a Cagliari e a Torino, che subisce anche il raddoppio di Matteini sul più classico e feroce delle azioni di contropiede. Un passo indietro, ma molto ampio, quando invece ci si aspettava uno scatto in avanti. Sarà per un’altra volta, o forse per un altro campionato. Anche per oggi, diceva Gaber, non si vola.




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19 gennaio 2007

Noi andremo a Verona: Chievo-Sampdoria 1-2

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
VERONA – Come quegli automobilisti che scendono dalla Cisa fino ad Aulla a motore spento e in folle, così il Doria guadagna la sua decima semifinale di Coppa Italia. A Verona, contro un Chievo di seconda mano, è bastato raccattare un gol da terra, guardarsi bene dal portarlo all’ufficio delle cose perdute e scivolare in discesa fino alla prodezza di Delvecchio, che alla vigilia aveva sperato di ritrovare il gol. Missione compiuta, con il corollario di un record storico (mai nessuno aveva vinto sette volte di fila in Coppa Italia) e adesso sotto con l’Inter, con la certezza di aver trovato in Zotti, lanciato alla ribalta dall’infortunio di Castellazzi al suo secondo giorno da doriano, l’ennesimo rinforzo più che indovinato. Ma con la squadra dell’ex odiamato Mancini servirà una prestazione assai più tonica, nella qualità come nell’intensità.
ASSENZE - In un contesto raramente depressivo (15 spettatori nei distinti, tutti al primo piano, nemmeno duemila in tutto), Novellino lascia a sorpresa Falcone in tribuna; mentre Quagliarella, dato per acciaccato alla vigilia, siede in panca accanto alle novità Arnulfo e Zotti. La formazione, al netto delle disavventure infortunistiche e disciplinari, è comunque la migliore possibile. Non così per il Chievo, in cui pure figurano, a fianco di preponderanti rincalzi abituali, due elementi poco tranquillizzanti come Luciano e Obinna. Vogliono i veneti rimontare ed è infatti gialloblù la prima occasione, con il brillante Kosowski che al 5’ costringe Castellazzi a deviare in angolo, proprio mentre Volpi accusa un risentimento inguinale, che lo obbliga a cedere il posto a Parola, per un conseguente impoverirsi del tasso di silicio nerocerchiato.
ARROCCO - L’avvio è clivense, grazie alla vivacità di Marcolini, che chiama a smarcarsi i due attaccanti e tenta un paio di volte la soluzione dalla distanza. Privo del regista, il Doria platealmente mostra la differenza che corre tra accatastare calce, cemento e mattoni alla rinfusa, rispetto a progettare e costruire una casa. Novellino muove allora in arrocco a centrocampo, con Delvecchio all’ala e Palombo in mezzo, ma la povertà di idee resta vistosa. Il Chievo scopre che il Doria non è così solido come temeva e dà gas al motore, lasciando finalmente qualche squarcio di campo aperto in cui i nerocerchiati si fiondano per rifiatare.
Ci si mette anche il terreno, non più solido di un letto ad acqua, a rendere assai ardue le manovre palla a terra, propiziando di contro una sequenza di giocate buone per uno sferisterio langarolo, che fanno della gara uno spettacolo da bollino rosso. Appena dopo la mezz’ora, il Doria si brucia anche il secondo cambio, stavolta pesante perché si tratta del portiere: Castellazzi avverte un dolore al ginocchio destro e cede il posto all’ultimo arrivato Zotti, che non giocava da quasi un anno e mezzo. Tra gli ospiti si fa largo un filo d’inquietudine, ma l’attenzione in copertura (belli alcuni recuperi d’istinto di Pieri) tiene lontani i clivensi dalla porta doriana. Poi, l’inatteso botta e risposta di fine frazione: al primo tiro nerocerchiato, il gol che spezza l’equilibrio e dissolve la prospettiva dei supplementari, con la punizione di Parola a trovare in area Bazzani che centra il palo, favorendo il guizzo sottoporta di Bonazzoli; ma il Chievo riapre la gara subito dopo, grazie alla girata di Marcolini che, servito da Luciano, sorprende Zotti. Si va così al riposo con un pari a due reti fin troppo generoso, rispetto allo zerovirgola fatto vedere dalle contendenti.
DANZA - Dopo l’intervallo, il Chievo parte all’arrembaggio, reputando possibile la grande impresa, a fronte di un Doria fin troppo raggomitolato in se stesso. La troppa precipitazione, inoltre, fa sciupare a Bazzani quel che sarebbe stato il gol della sicurezza. Così i gialloblù proseguono la loro danza del serpente, ambigua e ipnotica, sferrando colpi intimidatori come la traversa colpita al quarto d’ora in rovesciata da Rickler. A ogni affondo il Chievo dà l’impressione di poter far male, guadagnando così spavalderia a scapito della sicurezza nerocerchiata.
EQUILIBRIO - Man mano che si avvicina il finale, il Doria ritrova vivacità, senza però che Bonazzoli riesca utilmente a supportare Bazzani. Spazio allora a Quagliarella. Il prologo agli ultimi minuti pare di sottile sofferenza, col Chievo a dare tutto e quindi a scoprirsi; su punizione di Parola, cresciuto col passare dei minuti come punto di equilibrio del gioco, Delvecchio trova così un palo amico, che fa sponda oltre la linea al suo colpo di testa, anzi di… sciarpa. E’ il gol che pone fine alla contesa e che lascia spazio soltanto al doppio biglietto da visita di Zotti, che prima su Marchesetti e poi su Luciano dimostra quanto abbia visto lungo la Sampdoria ad aver fiducia in lui.

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
VERONA - “Non è vero ma ci credo”: questo il motto di Gennaro Delvecchio, che alla vigilia aveva “chiamato” un gol che mancava ormai dal 1° ottobre, data del colpo di testa rifilato a De Lucia del Parma a Marassi. Adesso Gennaro - mentre la Sampdoria rispolverava per la prima volta nella stagione la suggestiva divisa nerocerchiata, che lo scorso anno aveva salutato l’ultima vittoria esterna, in quel di Lecce il 14 gennaio – torna alla rete, in coincidenza con un altro successo fuori le mura. “Ne avevamo parlato a Bogliasco di questa rete che non riuscivo a segnare – sorride, scrutando la sciarpa d’ordinanza del cronista – ed è andata bene, a me e alla squadra. Ci tenevamo proprio, a regalarci questa semifinale contro l’Inter, ma al tempo stesso sapevamo che qui a Verona sarebbe stata una gara difficile”.
“Non abbiamo fatto in tempo a pensare di aver chiuso il discorso – prosegue – che subito il Chievo si è rimesso in corsa, ma nel secondo tempo abbiamo giocato una gara molto accorta e abbiamo concesso ai nostri avversari i soli tiri in porta quando ormai la gara era decisa“.
Delvecchio adesso lancia la sfida all’Inter: “E’ la squadra più forte d’Italia e forse d’Europa, ma quest’anno l’abbiamo già incontrata una volta, in casa sua, e credo che avremmo meritato la vittoria visto che nell’azione del nostro vantaggio ci stava pure l’espulsione di Cordoba ultimo uomo su Flachi. Almeno nel confronto diretto, siamo stati più che all’altezza dell’Inter che da quel giorno non avrebbe più sbagliato una partita. Potrebbe fermarsi ancora una volta, proprio con noi”.

(Corriere Mercantile, 18 gennaio 2007)




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11 gennaio 2007

Sampdoria-Chievo 1-0, triste apofonia mancata

Un gol senza subirne, come negli ottavi col Palermo: questo il bottino colto dal Doria ai danni del Chievo, al termine di una gara andante con brio nel primo tempo, ma declinata in moderato col passare dei minuti, fino a una chiusura di grande affanno, per quella che è comunque la sesta vittoria consecutiva in Coppa Italia. Mercoledì 17 gennaio, alle 15 al Bentegodi, basterà così evitare una sconfitta con due gol di scarto per guadagnarsi, nei due mercoledì successivi, la decima semifinale della storia doriana. Avversaria sarebbe l’Inter dell’ex Mancini, ieri sera in tribuna a studiare quel che per antico istinto ben dovrebbe conoscere.
AFFONDO - Assetto non inedito per il Doria: Zenoni a sinistra nella difesa che ha Sala e Accardi centrali, nel mezzo Palombo sulla fascia opposta, mentre è Delvecchio con Volpi in regia; davanti, con Quagliarella c’è Bonazzoli.
Molte le assenze in un Chievo tatticamente speculare ai blucerchiati, che ha in Italiano la motivata novità e in Obinna l’elemento più imprevedibile.
Il Doria parte più guerresco, con l’abituale movimento di fascia ma anche mediante affondi verticali; ma il Chievo pressa e raddoppia con l’abituale foga delneriana, chiudendo ogni spazio. Ai blucerchiati non resta che dedicarsi alla valorizzazione delle azioni da fermo, come riesce loro alla metà del tempo: Delvecchio prolunga la traiettoria di Volpi per Quagliarella, il cui gancio sinistro d’istinto è ribadito in rete da Sala, che realizza al tempo stesso la prima rete da doriano e un gol dell’ex, visti i pur remoti trascorsi clivensi.
INVENTIVA - La Sampdoria insiste, sente di poter prendere il largo e in un paio di occasioni sfiora, sempre con il fatato Quagliarella, la seconda rete. I gialloblù barcollano, faticando a guadagnare la metà campo dove spesso Castellazzi si ritrova solitario, bianco come un pupazzo di neve.
Esemplare l’applicazione tattica dei due schieramenti, spesso compressi in una decina di metri scarsi: a fare in questa fase la differenza, la maggiore varietà doriana in tema di soluzioni offensive. Ci sono ben quattro giocatori su dieci, quindi mezza squadra, collocati in posizione differente da quella abituale, senza che la manovra ne risenta, guadagnando anzi - per effetto della tipica sfacciataggine dei neofiti - in imprevedibilità.
Sul finire della frazione il Doria si prende una legittima pausa, ma il Chievo non riesce che a produrre velleitari suggerimenti a catapulta per i desolati Bruno e Obinna, col nigeriano che, in un paio di occasioni, punto dalla disperazione, prova con successo a lanciarsi da solo, non trovando però la cruna giusta nell’attenta retroguardia doriana.
CAMBIO - Un solo cambio nell’intervallo: Bruno nel Chievo cede il posto a Giunti. L’ex perugino si sistema in mediana e il modulo gialloblù diventa così variabile, grazie alla duttilità di Marchesetti e Kosowski: da 4-5-1 in ripiegamento a 4-3-3 in fase di possesso palla.
La ridefinizione giova ai veneti, che profittano della perdurante pausa doriana per costruire la prima azione della gara, fatale in potenza ma non in atto: punizione a spiovere di Italiano dopo laboriosa preparazione, Mantovani colpisce solissimo saltando sulla linea dell’area del portiere, pallone a lato di un niente. Sarebbe stato un gol devastante, per il morale doriano e per gli esiti del doppio confronto, ma Castellazzi si salva.
FATICA - Soffre comunque adesso il Doria, per lo stemperarsi delle energie. Entra dunque Bazzani, rilevando il poco tonico Bonazzoli, ma è negli ultimi trenta metri che si imbarca acqua. Il malassortito duo Maggio - Palombo concede troppo a Kosowski, che elabora molteplici fughe con traversone, per fortuna improduttive dato l’affollamento dell’area doriana.
A questo punto, i blucerchiati si convincono che sia meglio riservare le energie alla conservazione di quel gol che potrebbe semplificare il ritorno.
FINALE - L’inserimento di Olivera per Franceschini ha l’effetto immediato di un paio di fiammate dell’uruguagio, ma non attenua l’inquietudine dei blucerchiati, che subiscono sempre più l’iniziativa clivense: alla mezz’ora è Italiano a smarcarsi sulla destra, colpendo però in maniera imprecisa e soprattutto ignorando Kosowski e Obinna che avevano seguito l’azione.
La doppia ammonizione ottenuta in meno di cento secondi da Maggio complica ulteriormente gli ultimi minuti per un Doria in costante difficoltà, ormai a null’altro votato che alla difesa del gol iniziale. Pure Bazzani e Quagliarella agiscono vivacemente in alleggerimento, ridestando Squizzi dalla pennichella; ma sono fioriture d’agave, più dimostrative che concrete. Bastano però per far arrivare senza imprevisti il fischio finale, nonostante il raptus di Olivera, che riduce il Doria in nove. Vittoria importante quanto poco entusiasmante. Con la Fiorentina, certo, servirà altro.

(Corriere Mercantile, 11 gennaio 2007)




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19 dicembre 2006

Sunday bloody sunday: i gaglioffi di Bosch al Granillo

Per cinquecento anni sono stati lì, appesi a una parete del museo di Gand, zitti e fermi come capita a chi stia effigiato in un dipinto a olio. Poi, domenica mattina, improvvisamente hanno deciso che era l’ora di scendere dalla tela; e alla fine, fra tutti i posti che avrebbero potuto scegliere, per sgranchirsi le gambe dopo che stavano fermi dal 1490, i personaggi che fanno da contorno al Salvatore nel Portamento di Croce di Hieronymus Bosch si sono presentati allo stadio Granillo, per vedere Sampdoria-Reggina, tutti con qualcosa di amaranto addosso.
SCENA - Assai grottesca era invero la scena presentatasi agli occhi dell'inviato, subito dopo la leggendaria parata di Delvecchio che chiudeva la gara. Oggetti in campo dalla tribuna, ragazzi che scavalcavano la griglia della sud per scagliarsi contro i giocatori del Doria, Rosetti che scappa e inciampa, Bazzani colpito da una moneta, urla e improperi e occhiatacce e spintoni e sputi e insomma un clima pesantissimo, coagulatosi nel truce assedio al pullman che avrebbe trasportato la comitiva doriana all’aeroporto Minniti, da dove il turboelica diretto a Genova è partito prima di sera.
TIMORI - Ieri mattina, a Reggio, si respirava più preoccupazione per le decisioni del giudice sportivo che per la sconfitta, tanto più che il Doria aveva vinto in maniera pulita, corretta e leale. Tv e quotidiani locali riconoscevano sussistenza e rilevanza del fallo da rigore di Amerini e del fuorigioco di Bianchi, mentre nessuno pensava di scusarsi con Berti: insultato e finanche strattonato dagli inservienti, ché lasciasse il campo al più presto. E Bianchi gli aveva appena rotto un polso, mettendo a rischio il prosieguo di carriera nel giorno della sua 500a partita da professionista.
MANO - Sentivano insomma aria di squalifica del campo, a Reggio. Convinti, sotto sotto, di essersela meritata. Invece il giudice sportivo Gian Paolo Tosel ha usato la mano molto più leggera di quella avuta domenica scorsa da non pochi tifosi amaranto: la Reggina se la cava con 30mila euro di ammenda con diffida. Tale sanzione risulta assai mite, qualora ne si accosti la sostanza alla motivazione presente nel comunicato ufficiale: «per avere suoi sostenitori, nel corso della gara, acceso nel proprio settore otto petardi, tre fumogeni e numerosi bengala; lanciato sul terreno di giuoco oggetti di varia natura (bottigliette, monete ed altro); a gara conclusa, lanciato numerose bottiglie piene d'acqua e innumerevoli monete, una delle quali colpiva al volto un calciatore della squadra avversaria, cagionandogli una vistosa lacerazione, ed altra colpiva ad una mano un collaboratore dell'Ufficio Indagini, cagionandogli una lesione lacero contusa; a titolo di responsabilità oggettiva, per avere, a gara conclusa, omesso di impedire, all'interno degli spogliatoi, la presenza di numerose persone non autorizzate, e per non aver impedito che alcuni addetti al servizio assumessero un atteggiamento provocatorio nei confronti di calciatori della squadra avversaria; recidiva specifica reiterata».
MINACCE - Ecco, la cosa più sgradevole, per quanto riferito dai giocatori e dagli uomini dello staff, è stato questo coacervo di aggressioni verbali e spesso non solo, attuate da soggetti che si trovavano all’interno di un perimetro dove ogni atto commesso ricade sotto la responsabilità della società di casa. Negli ultimi anni, la Sampdoria aveva vissuto due esperienze non molto dissimili a quella di domenica scorsa: dopo la vittoria di Salerno del novembre 2002, quando però la furia dei tifosi di casa era diretta verso il presidente Aliberti e l’allenatore Zeman; e poco più di un mese dopo, nella notte di Tempio Pausania quando accadde più di un fatto discutibile, come l’aggressione di Langella (già espulso benché riserva) a Valtolina.
INDAGINI - Domenica scorsa a Reggio è accaduto qualcosa di più cupo; e infatti gli uomini dell’Ufficio indagini Figc stanno muovendosi per conto proprio, rispetto ai fatti riferiti da Rosetti nel suo referto, che hanno fatto da base per la sentenza di Tosel. Il problema della presenza di persone non autorizzate nel recinto riservato ai tesserati non si è certo manifestato nella prima occasione domenica scorsa al Granillo: ma stavolta alla Sampdoria è parso di dover pagare un prezzo troppo alto, e soprattutto ingiusto, per una vittoria del tutto meritata.
(steris)

(Corriere Mercantile, 19 dicembre 2006)




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18 dicembre 2006

Benedetto sia lo Stretto: Reggina-Sampdoria 0-1

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
REGGIO CALABRIA – Benedetto sia lo Stretto. Dopo Messina, il Doria passa anche a Reggio ed è un’impresa che, di là dal significato dei tre punti, resterà nella storia: per il gol di Quagliarella, bello come non se ne vedevano da anni; per la parata di… Delvecchio (in dubbio, da mediano s’intende, fino all’imminenza della gara) su Mesto all’ultimo secondo di recupero, subito dopo che il mediano aveva sostituito Berti, uscito malconcio da uno scontro con Bianchi; per il sangue sul volto di Bazzani, colpito da un oggetto lanciato dagli spalti a fine gara.
PROFILO - Il riscaldamento a dodici, con Bonanni in campo, chiarisce la precarietà delle condizioni di Delvecchio. Dopo tanto laboratorio, la retroguardia prevede Maggio a destra e Zenoni riconvertito a sinistra, con Accardi e il semiesordiente Bastrini centrali. Quagliarella si reinventa ala, alle spalle dei gemelli ritrovati, mentre Franceschini si alterna di fascia con lo stabiese. Profilo d’assaltatrice ha la Reggina: difesa a tre, Leon e Amoruso trequartisti d’attacco alle spalle di Bianchi; ma è la mobilità verticale delle ali che innalza il profilo offensivistico degli amaranto.
PUGNO - Incredibile e gravissimo al 6’ il sorvolo di Rosetti e soprattutto dell’assistente Ambrosino, sulla vistosa mossa da pallapugno di Amerini in piena area, dopo tiro di Delvecchio: lo stadio intero s’agghiaccia, quindi si solleva; riscuotendo l’ennesimo cedolino della guerra doriana al Palazzo. Dissimulando alla meglio assenze e improvvisazioni tiene comunque campo il Doria, per non lasciare agli amaranto il comando del gioco. Maggio affonda i colpi più spesso di Zenoni, talché il gioco inclina sulla destra; ma il bergamasco è più fino quanto meno frequente nel cross di precisione.
VENTO - Un forte vento acquario cartavetra il Granillo, in apertura a favore degli amaranto: così il Doria si dispone a giocare in prevalenza palla a terra, senza però trovare lo spunto giusto nelle terre di Pelizzoli, invero affollatissime per la buona propensione al rientro dei reggini. Il cielo si fa livido, occhio in cui s’addensa l’uragano: il via alle luci artificiali arriva prima della mezz’ora. E’ una partita cattiva più che bella, tra due squadre che sanno come combattersi, giocata sullo stretto anche con la “s” minuscola: la Reggina pare quasi sorpresa della compattezza doriana, intraprende ma senza troppo avanzare la linea del fronte. Così arriva solo al 35’, da fermo e preceduto da infiniti preliminari d’odio, il primo autentico tiro in porta, di Flachi neutralizzato da Pelizzoli; resterà l’unico di una prima frazione chiusa all’insegna del reciproco elidersi, dal contenuto tattico pertanto inverso a quello spettacolare. Ovvio che in un simile scenario sia decisiva la vena sapienziale di Volpi.
RIPRESA - Si riparte e la Reggina sgomma in avanti, ma il Doria non tarda a modularsi con apprezzabile equilibrio, sempre con l’arma del possesso palla: al 7’ è quindi di puro alleggerimento il gran tiro da fuori di Leon, parato in due tempi da Berti, che per la prima volta si sporca i guanti. Non cala l’attenzione dei ventidue, così come esattezza e ferocia di raddoppi e chiusure vicendevoli: sembra evidente che un’eventuale rottura di equilibrio non arrivi che da un refuso, un disguido del possibile. Quindi Mesto si tuffa in area a fianco di Zenoni: il ruggito del Granillo induce Rosetti a tenersi in tasca il cartellino spettante ai teatranti. La gara perde qualcosa in efficacia didattica, assomigliando a tratti allo sbarco di Omaha Beach: hanno qualcosa di malizioso i ricorrenti calcioni rifilati dai reggini ai difensori doriani, quasi fosse noto il pesante scompensarsi del quadro in caso di ogni singolo abbandono.
PRODIGIO - Passa un’ora e sono in campo gli stessi ventidue, affiorano tossine e quindi veleni. Bravo è Bianchi a liberarsi in area, meno a concludere. Subito dopo lo stesso attaccante amaranto segna, dopo essersi visto contestare un offside che inferocisce lo stadio. Ecco Bonazzoli, unico a mietere teneri applausi, al posto dell’esausto Bazzani: subito Quagliarella trova un gol favoloso, rovesciando alla… Flachi su angolo dello stesso numero dieci. E’ una rete che potrebbe tramortire gli amaranto, purché il Doria non si racchiuda ad armadillo in una precoce difesa.
FORCING - Strozzata dal cronometro, la Reggina ripone goniometro e bolla d’aria a vantaggio del mazzapicchio. Pieri e Bonanni avvicendano Franceschini e Flachi: mosse aerobiche, poiché gli amaranto attaccano a volte in sette e anche Rosetti inclina il campo secondo una autoconservativa casalinghitudine. Leon spreca per eccesso di calligrafia il pallone del pareggio, ma il Doria è stanco e soffre. Troppo, a tratti. Tremendamente, nel finale. Chiude con una parata decisiva di Delvecchio: bilocatosi portiere. Ma vince. Benedetto sia lo Stretto.

***
DELVECCHIO, CENTO SECONDI DA PORTIERE

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
REGGIO CALABRIA – Una parata decisiva al 7’ di recupero, a opporsi a un nazionale azzurro, di un portiere senza il numero sulla schiena; anche perché la maglia era quella della salute, e poi negli ultimi 28 anni, cioè dalla nascita, era da soli cento secondi che giocava in porta. Quando pensavi che la Sampdoria ti avesse fatto vedere quasi tutto, a corsivarti quel “quasi” arriva Gennaro Delvecchio. Sfruttando l’altezza, ha messo i pugni sul tiro di Mesto; e subito dopo, eseguito il rinvio e arrivato il fischio finale di Rosetti, si è preso l’abbraccio dei compagni come se avesse segnato cento gol. "E pensare – dice – che fino all’ultimo non ho saputo se avrei potuto giocare, ma quando ci sono partite come queste bisogna rispondere “presente” anche sopportando i guai".
IN DUBBIO - Svolta la rifinitura in parallelo con Bonanni, Gennaro sembrava destinato a ripercorrere l’esperienza di Bazzani, che nello scorso torneo al Granillo si era arreso dopo il riscaldamento, cedendo il posto a Kutuzov. Si avviava invece al pomeriggio più incredibile della sua carriera di calciatore, forse anche il più bello. In un posto sbagliato, anzi il più giusto.
GRINTA - Domenica scorsa, Gennaro aveva attribuito il pari contro il Siena a una sciarpa sbagliata. Chi doveva ha provveduto, il portiere d’occasione se ne avvede e la risata, all’ombra del pullman che scalda il motore per la fuga verso l’aeroporto Minniti, è liberatoria. Ora la guerra paura non fa, musica di tamburelli fino all’aurora. "Era importante venire a vincere qui – dice Delvecchio – per dimostrare che questa Samp non è poi così male, difatti non è che al Granillo ci si venga in gita, e ti dicano prego si accomodi. E’ un campo dei più difficili d’Italia, per le squadre in trasferta giocarci è complicato non meno che per gli arbitri fischiare, infatti mi pare che oggi ci sia stato almeno un grosso errore a nostro danno, per fortuna è andata bene".
EUFORIA - Finora, i gol, Delvecchio li aveva fatti. Nel Doria, certo, ma anche in tutte le sue vite precedenti, in cui aveva ballato di tutto. Pensare che in settimana, in vista della squalifica di Sala e Falcone, pur di esser certo di giocare si era candidato come centrale difensivo. "Invece – scherza – ho finito per giocare ancor più indietro. Per fortuna che è andata bene e su quel tiro sono riuscito a metterci i pugni, parare non è il mio mestiere e si è visto, ma a quel punto veder sfumare la vittoria sarebbe stato un boccone troppo amaro". Per la verità, aveva aggiunto: "Pur di giocare farei anche il portiere". Accontentato.
STORIA - Con il colpo di mani di ieri sera, Delvecchio ha anche definitivamente riscattato il tocco compulsivo che gli era costato l’espulsione nella gara inaugurale con l’Empoli: ma quella è una pagina già dimenticata, i cento secondi da portiere di ieri resteranno nella storia del Doria. Prima di lui, il cimento era stato assai mesto, stavolta con la minuscola. Correva il 9 novembre 1997 e il Doria, impegnato all’Olimpico per la prima volta con Mancini come avversario e per l’ultima con Menotti in panchina, era già sullo 0-2 quando, a un pugno di minuti dalla fine, Ferron subì una contrattura. Già entrati Tovalieri per Franceschetti, Vergassola per Veron e Salsano per Morales, il Flaco dispose che tra i pali andasse Mannini. La maglia di Ferron indossata alla rovescia, Moreno subì la relativa onta di un gol, al 40’ su colpo di testa di Boksic.
Stavolta invece è stata festa, il portiere improvvisato è stato anche decisivo. "Questa parata – ammette – stilisticamente non era perfetta, ma me la ricorderò per tutta la vita, come e più che se avessi segnato". Merito tutto suo, non di una sciarpa. Che pure in qualche modo c’entra.

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PER UNA LIRA (anzi, un euro)

Dal nostro inviato
REGGIO CALABRIA – Quasi come una guerra; e il peggio, al solito, è arrivato dopo l’armistizio. Fabio Bazzani raggiunge il pullman con la borsa del ghiaccio sulla testa, un punto di sutura al sopracciglio, l’aria dolorante ma serena, come il buon soldato in licenza dal fronte. Il centravanti ha combattuto per quasi un’ora in campo, senza presagire l’imboscata a tradimento. Al fischio finale, si è scatenato l’inferno. Una moneta scagliata dai primi gradoni della tribuna ha colpito il Bazza alla testa, alcuni facinorosi hanno scavalcato la recinzione della Sud cercando di raggiungere i giocatori del Doria. Una volta nel tunnel, alcuni calciatori e tesserati amaranto hanno cercato di regolare con gli avversari dubbi conti, nella velleità di rifarsi della gara perduta sul campo. Era dal pomeriggio del drammatico spareggio salvezza del 2000, risolto dal Verona con un gol di Cossato a 5’ dalla fine, che allo stadio di Reggio non si vedevano scene simili: è stata una vera e propria caccia all’uomo, tanto che la Sampdoria è intervenuta nella persona dello stesso Beppe Marotta, che ha contattato gli uomini dell’ufficio indagini. "Abbiamo visto tutto" è stata la risposta. Probabili pesanti sanzioni a carico del club amaranto. Da segnalare in una giornata decisamente convulsa, anche una nota curiosa. Al gol di Quagliarella, Delvecchio in segno di esultanza ha sollevato l’ombrello di un fotografo e per questo è stato ammonito. Diffidato, salterà la gara con il Livorno.
Tutto questo allevia soltanto in parte la sofferenza del Bazza. "Il taglio è superficiale – dice – ma adesso mi è spuntato il bernoccolo, per fortuna non è nulla di grave ma è stato egualmente un episodio molto sgradevole e incivile. Su quello che è successo nel tunnel, qualcuno ha visto e qualcun altro deciderà".
Fabio preferirebbe parlare della partita, mentre nell’antistadio del Granillo il pullman doriano è preso d’assedio da un centinaio di ultrà amaranto, che mantecano di male parole qualsiasi blucerchiato sgattaioli dall’uscita degli spogliatoi. "Questo campo – ricorda – lo scorso anno mi ha portato male, avevo dovuto rinunciare a giocare dopo il riscaldamento. Ma quando sono riuscito a scendere in campo, è sempre andata bene: il pomeriggio del ritorno in A e l’anno seguente sono riuscito anche a segnare, prima per un pareggio e poi per la vittoria. Stavolta non ho fatto gol, ma sono felice per un risultato importante, ottenuto con carattere, qualità e agonismo. Abbiamo fatto vedere che cos’è la Sampdoria".
Bazzani ha lasciato il campo proprio un attimo prima del gol decisivo, sedendosi in panchina con il mister e le riserve: "Ero stanco, avevo dato molto, ma volevo restare lì a incitare i miei compagni. Quagliarella ha fatto davvero un gol straordinario, ma tutta la squadra merita elogi per una vittoria ottenuta quando forse tutti pensavano che saremmo venuti qui a Reggio per onor di firma".
L’appuntamento con il gol è soltanto differito. "Sono contento della mia prestazione – ribadisce – ma l’importante era fare risultato per ridare slancio al nostro campionato. Ed è arrivata una vittoria bella e importante. Sarebbe stato bello segnare, ma sono più contento che se ce l’avessi fatta".
(steris)

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NOVELLINO, UNICO INDISPENSABILE

Dal nostro inviato
REGGIO CALABRIA – Se Mazzarri scende in sala stampa per sillabare: "Non verrò più, sono stanco di essere preso in giro dagli arbitri", il vincente di questo derby dei Walter lascia il Granillo insolentito dai tifosi reggini. Uno allunga la mano oltre la foresta di militari in assetto antisommossa schierati a difesa del pullman della Samp, porgendo in segno di scherno una moneta, un’altra dopo quella toccata al Bazza!, al tecnico doriano. "Lo tengo, lo tengo – restituisce l’ironia Novellino – perché mi porterà fortuna". Quindi sale sul pullman, l’espressione soddisfatta di chi ancora una volta ha dimostrato, non solo a se stesso, di essere l’unico insostituibile di questa squadra. Prosegue nel suo silenzio stampa, ma ha gli occhi che ridono, come quello – dice Gnocchi in un disco di Vecchioni – che arriva al casello, scopre che c’è sciopero e quindi non si paga.
Terribili gli insulti degli ultrà reggini, urlati a perdersi nel buio che cala sulla riva continentale dello Stretto; ma a controbilanciarli bastano le parole di Beppe Marotta: "Una vittoria storica, va reso merito a Novellino di aver saputo gestire in maniera vincente una situazione di assoluta emergenza". Massì, quante volte il tecnico doriano se lo rivedrà nella notte quel gol, ballato da Quagliarella sulle note di Jobim, le uniche possibili, davanti ai cento fortunati venuti fin qua: tramontana dai monti domenica sera, è il contro è il pro è voglia di primavera, è la pioggia che scende è vigilia di fiera. Si avvicina Natale e lo meritava, questo regalo che Novellino fa a se stesso. Accardi centrale, Zenoni a sinistra, Quagliarella tornante, l’unica cosa che non aveva previsto era Delvecchio portiere: vinta anche quella, di scommessa. E’ il fondo del pozzo, è il pullman che parte, è un viso col broncio perché stava in disparte. Ma il mister doriano stavolta sorride. Ha fatto infuriare il Granillo, ma ha regalato un giorno di gioia a tutti i doriani.
(steris)

(Corriere Mercantile, 18 dicembre 2006)




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13 dicembre 2006

Scaramanzie alberghiere, da Goteborg a Messina

Per fortuna che alla Sampdoria stanno attenti alle spese, altrimenti non so come sarebbero stati anche i miei sabati, visto che le domeniche mi è noto assai.
Tutto parte dalla trasferta in Sicilia di un paio di settimane fa, anzi da quella in Isvezia del maggio 1990. Sembra un assurdo e lo è, anzi no.
Nel calcio, le regole scaramantiche sono più osservate di quelle della fisica classica. Così quando nella tarda mattinata del 2 dicembre, nel piazzale del velodromo Borsellino allo Zen di Palermo, ho chiesto all’addetto stampa della Sampdoria dove avrebbe dormito la squadra a Messina, sapevo già la risposta e al tempo stesso speravo fosse un’altra.
Nel campionato precedente, il Doria aveva fissato il ritiro prepartita al Jolly dello Stretto: subendo una violenta intossicazione gastroenterica collettiva, conseguenza di un probabile ritocco - doloso o colposo, chissà - dell’acqua minerale bevuta da tutti - dirigenti, tecnici, giocatori - a cena; però vincendo, 4-1, il pomeriggio seguente. Ecco la scaramanzia del calcio: se si fosse trattato di un gruppo di agenti di commercio o inviati della Salvation Army o casters del Grande Fratello, in ricordo di quella debilitante disavventura da un anno all’altro avrebbero cambiato albergo. La Sampdoria no, una vittoria in trasferta valeva bene tutto il resto.
Purtroppo, la mia segreteria di redazione aveva prenotato per me una stanza nello stesso albergo della squadra. E la mia segreteria di redazione alle 19 del venerdì sera fa ciao e va a casa, per rivedersi al lunedì mattina. In più la stanza era già stata prepagata, impossibile insomma cambiarla. Ma se all’indomani la partita fosse andata male, alla Sampdoria qualcuno avrebbe inevitabilmente associato la mia presenza in albergo con la sconfitta; e insomma, nel mondo del calcio ci vuol poco a prendersi la patente del gatto nero. In più il Doria non vinceva fuori casa da 11 mesi (ultima volta il 14 gennaio a Lecce, col collega del XIX ci avevamo scherzato tutto il tempo del viaggio, eravamo ormai stufi di scriverlo) e il Messina veniva da tre sconfitte consecutive, difficile ne perdesse un’altra, l’ultima in casa 1-3 con la Lazio. Boh.
Io e il collega del Secolo XIX, partiti in auto da Palermo un’ora prima della squadra, eravamo in vantaggio sul pullman e quindi arrivammo a Messina nel tardo pomeriggio. Io salii nella mia stanza al Jolly dello Stretto, dovevo ancora scrivere i miei pezzi, ci misi un’ora e mezza e allora chiamai l’addetto stampa del Doria per capire dove si trovasse la squadra e quindi se potessi uscire: una volta fuori dall’albergo, sarei andato al ristorante e quindi rientrato tardi, nessuno mi avrebbe visto. “Siamo a venti minuti da Messina” mi venne risposto. Trasmisi i pezzi e uscii: incontrando la squadra che stava scendendo dal pullman. Mi passarono accanto tutti, compreso il lusosvizzero Fontes Da Mota, i magazzinieri.
A frittata fatta, fermo l’amministratore delegato Marotta e il direttore generale Marino e dico loro: “A me finora è capitato una volta sola di dormire alla vigilia nello stesso albergo della squadra, domani sera dopo la partita vi dirò quando e dove, anzi basta o il quando o il dove”.
Io lo sapevo bene, dove e quando. Alle sei del mattino di lunedì 7 maggio 1990, partendo con una ventina di amici dalla stazione di Sestri Levante sul rapido per Milano, con la prospettiva di passare la notte fra treni e traghetti fra Amburgo e Copenhagen, prima di arrivare a destinazione alla metà del pomeriggio di martedì, avevo i programmi chiari in testa. Fino a venerdì sera, per una sola notte avrei dormito in un letto: quello del SAS Hotel di Goteborg, dove io Michele e Fabio avevamo prenotato una tripla.
Quante ce ne sarebbero da raccontare di quel viaggio, il più bello e divertente della mia vita, se Dio vorrà un giorno o l’altro mi ci metterò e ne verrà fuori qualcosa di esilarante davvero.
Ma qui conta solo che quando arrivammo a Goteborg, stremati dal viaggio e da quanto combinato nel frattempo, scoprimmo alla conciergerie del SAS che la prenotazione non risultava. Per nostra fortuna, l’agente che ce l’aveva fatta era lì, appena arrivato con un viaggio organizzato in charter e quindi bello fresco come una rosa. Michele lo scrollò da terra e gli urlò, davanti alla ragazza del ricevimento e a un mare di gente, “ora ci trovi una stanza o ti stacco la testa”. So solo che mi trovai su un taxi, e poi davanti a un albergo proprio a ridosso dello stadio Nya Ullevi, dove il giorno dopo la Sampdoria avrebbe giocato la sua seconda finale consecutiva di Coppa delle Coppe, dopo quella perduta il 10 maggio 1989 a Berna contro il Barcellona.
Nemmeno il tempo di accreditarci, di premere il pomello dell’ascensore che ci avrebbe portato alla stanza, che si aprì la porta dell’ascensore per svelare le figure a me note di Paolo Mantovani e Mario Rebuffa, presidente e segretario generale della Sampdoria. Quest’ultimo, un personaggio leggendario, mi disse “Rissetto ma che cazzo ci fai qui? L’albergo è tutto prenotato dalla Sampdoria!”. Mantovani invece non disse niente, sorrise e basta.
Posammo la borsa in camera per riscendere subito, mentre la squadra stava andando a piedi all’Ullevi per la rifinitura. Raggiungemmo la stazione e ci sedemmo al bar a mangiare un piatto di gamberetti piccanti, come avrei fatto quindici anni e mezzo dopo, ma stavolta da inviato del mio giornale, risedermi allo stesso posto e mangiare lo stesso piatto a distanza di così tanto tempo, a 3500 chilometri da casa, sarebbe stata una sensazione intollerabile senza berci sopra la giusta dose di birra.
Come avrei passato quella notte, in un albergo vuoto o quasi tranne Vialli, Mancini, Pagliuca e gli altri che all’indomani avrebbero vinto la Coppa delle Coppe, ci vorrebbe qui troppo tempo. Ma ricordo tutto: Fabio che russava come un contrabbasso, io che a un certo punto faccio la mossa di prendere il materasso per andare a dormire nella vasca da bagno, questo per dire la tensione. E dalla finestra si vedeva lo stadio, con quella copertura retta dai fili d’acciaio pendenti dalle torri, come giganteschi vestiti da sposa solitaria.

Ricordo tutto e così ebbi buon gioco, all’imbrunire del 3 dicembre negli androni del San Filippo di Messina, dove il Doria aveva vinto (faticando, con molta fortuna, ma vinto) per 2-0, a dire a Marotta e a Marino quale fosse stato il mio unico precedente simile a quello del Jolly dello Stretto. E Marino: “Allora vuol dire che sabato prossimo ci vediamo all’Astor di Nervi”, cioé l’albergo dove la Sampdoria si trova in ritiro prima delle partite a Genova.
Naturalmente non ci sono andato, cosa potevo dire a casa, come minimo sarei stato accusato di avere l’amante, trovassi un’altra scusa che la scaramanzia del calcio. Non ci sono andato e la Sampdoria col Siena ha fatto solo 0-0. Spero che per domenica a Marino non venga l’idea di portarmi a Reggio Calabria con la squadra un giorno prima.

(Scrivo questo post perché ieri a Bogliasco avevo raccontato questa storia a un caro amico e collega, un altro dei non moltissimi dotati di un superiore senso di civiltà, educazione e rispetto. Lavora per un giornale nazionalissimo, il più importante anzi, e quindi raramente si aggrega al nostro pattuglino di inviati, il che mi dispiace perché è persona rara. Alla fine ha convenuto che era una storia da scrivere in un articolo, ma che nei giornali queste cose non ci stanno. Così l’ho buttata giù alla come viene viene, tanto per esaudire un ricordo).




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11 dicembre 2006

Sampdoria-Siena: less than zero

Le pagelle
di STEFANO RISSETTO

BERTI sv: orrida la tenuta nerobianca, preferita chissà perché a quella limone. Per tutto il pomeriggio, sembra più solo di un palo del telegrafo, immerso nell’arancio del tramonto, di un quadro di Hopper. Una sola, tempestiva, uscita di piede nel finale spezza il suo tedio.
C. ZENONI 6: ricorda il Lombardo dei bei tempi dalla linea mediana in avanti, dove spesso audace s’inoltra per supplire all’inconcludente bislaccheria di Olivera. Meriterebbe il gol in avvio di ripresa. Rigoroso ed essenziale anche in fase di chiusura.
SALA 6: il Siena non fa molto (diciamo) in fase offensiva, ma Sala si attiene alle consegne e non osa più del dovuto, consapevole della potenziale pericolosità del can che dorme. Si fa ombra dell’ombra di Bogdani, ma anche l’albanese è l’ombra di un’ombra. L’ammonizione lo porta alla squalifica.
FALCONE 6: non è in forma e si vede, ma rimedia con euclidea avvedutezza ed esperienza a una condizione che gli permetterebbe nulla di più di una partita giudiziosa, priva delle sporadiche quanto squarcianti proiezioni in avanti che a volte rappresentano l’arma segreta del Doria. Ma nelle sue terre nulla accade, perché nulla fa accadere. Costretto a un intervento emergenziale, viene ammonito e salterà Reggio. Non ci voleva.
ACCARDI 6,5: guizzante in avanti, voglioso di confermarsi a livelli poche volte raggiunti in carriera. Gli manca ancora la praticità nella fase terminale della giocata in appoggio, ma in questa fase della stagione è il giocatore che abbia evidenziato i progressi grammaticali più significativi.
OLIVERA 5: l’uomo che è venuto da lontano “non” ha la genialità di uno Schiaffino; ma religiosamente tocca il pane, e guarda le sue stelle uruguaiane. Stelle opache, invero. Dovrebbe fare il Mandrake, ma è solo un Lothar (1’ st QUAGLIARELLA 6: Si presenta con un destro che è poi il primo tiro in porta della gara, senza però far seguire alla fiammata iniziale l’auspicabile concretezza. Tarda a mettere a fuoco il senso della contesa).
VOLPI 6,5: dispone di un radiogoniometro mentale che gli consente di trovarsi sempre al punto giusto, secondo volo strumentale. Come i grandi professori d’orchestra, ha la musica in testa e non perde tempo a legger la partitura.
DELVECCHIO 6: non sempre lucidissimo, a tratti pare uno dei tori della festa di San Firmin a Pamplona, difatti scaraventa per aria chi si trovi nel suo raggio. Fa qualche errore di sintassi tattica, sempre rimediando d’ardore. Carezza il gol.
FRANCESCHINI 5,5: cede spesso ad Accardi il compito di affondare; appoggia mollemente su Manninger il primo pallone da gol della gara (al 54’!), in cui riassume una gara poco brillante, nettamente al di sotto delle aspettative (33’ st PALOMBO sv).
BAZZANI 6: guerreggia, sportivamente fa cenno di “no” alla gradinata che vorrebbe un rigore su di lui. Lotta per tutta la gara con se stesso, senza mai perdersi d’animo. Bracca il gol che, lui lo sa bene, sarebbe il bacio del risveglio definitivo; stavolta gli va male, ma la strada lunga e ventosa è quasi alla fine (24’ st BONAZZOLI 6: molto pericoloso con un colpo di testa su calcio da fermo).
FLACHI 6,5: svaria, tende a bilocarsi come soltanto possono angeli e demoni; propone e si propone, ma riceve soltanto palloni alti. Sfiora il sette alla prima conclusione dignitosa, ma il ferrigno guardianaggio dei difensori senesi poco o nulla concede al suo luminoso estro. Ottiene il gol, toltogli però in circostanze dubbie.

Arbitro
SQUILLACE 5,5: Ha lo stesso navigatore satellitare di Volpi: trovarsi sempre nel mezzo dell’azione va bene per un centromediano, non per l’uomo in arancione che più di una volta intralcia il gioco. Pilatesco sul gol annullato, ma tutti i suoi colleghi avrebbero deciso così, a danno di chi guerreggia (e da solo) contro il Palazzo.

SIENA
Manninger 6, Negro 6, Portanova 6, Rinaudo 6, Molinaro 6, Konko 6,5, Candela 6 (36’ st Alberto sv), Vergassola 5,5, Locatelli sv (36’ pt E. Brevi 6), Chiesa 6 (17’ st Frick 6), Bogdani 6.

***

DELVECCHIO E LA SCIARPA DEL CRONISTA
"Colpa della tua sciarpa, non è quella di Messina". Nella regolazione dell’entropia scaramantica, nulla sfugge a Gennaro Delvecchio. Alla vigilia della vittoria del San Filippo, dopo la rifinitura al velodromo palermitano dello Zen, il lungagnone barlettano era infatti così sfuggito al rito dichiaratorio: "Raga’, quando parlo prima della gara, come minimo vengo espulso, lasciamo perdere". Salvo presentarsi puntuale, la sera dopo, a successo in trasferta riconquistato, per individuare e memorizzare l’accessorio tessile dell’inviato. A Reggio domenica prossima altro che pashmina ci vorrà, viste le squalifiche in arrivo e il sangue agli occhi che avranno i calabri, dato il probabile abbuono in arrivo alla penalizzazione già peraltro cancellata: "Già, mancheranno sia Sala che Falcone per squalifica, ma se serve non c’è problema, posso fare il centrale io, in carriera mi manca solo di aver giocato in porta".
ESPERIENZA Delvecchio ricorda l’esperienza da stopper: "Ho giocato in difesa quando stavo a Catanzaro, in C2, sei anni fa. Facevo la mia parte, visto che di testa non sono l’ultimo del mondo. Ma naturalmente deciderà il mister. Siamo comunque una buona squadra e lo abbiamo dimostrato anche stavolta, pur senza centrare una vittoria che avremmo meritato".
PUNTO Secondo Gennaro, "Siamo stati solo noi a fare la partita, il Siena è stato del tutto rinunciatario e allora a quel punto siamo stati bravi a gestire il gioco con furbizia. Andava bene spingersi avanti alla ricerca del gol della vittoria, ma senza scoprirsi troppo perché altrimenti ci saremmo esposti al loro contropiede. In gare come questa, viene il momento in cui capisci che è meglio tenersi caro il punto che rischiare di perdere anche quello".
GIALLO Eppure, a ben vedere, il Doria il suo gol lo aveva segnato. E’ da tempo peraltro che si è capito che non sarà questa la stagione delle spinte in salita, destinate a beneficiare altre squadre; semmai ci si troverà qualche chiodo e puntina da disegno sull’asfalto, a bucherellare i tubolari casomai si andasse in fuga. "Premesso - dice Delvecchio - che non ero vicinissimo all’azione, anche a me è parso che siano stati Manninger e Rinaudo a fare tutto da soli, però è anche vero che Flachi ha tirato quando l’arbitro aveva già interrotto il gioco. Peccato davvero".
Il centrocampista ha avuto in proprio una buona occasione per segnare: "Ci ho provato, il pallone è andato non lontano dal palo, pazienza. Non sempre raccogli per quanto hai seminato".
ANALISI Schierato al centro della linea mediana - in posizione rivelatasi più avanzata di quella occupata da Volpi, dedito prevalentemente alla copertura della retroguardia e all’impostazione a lunga gittata - Delvecchio è soddisfatto della sua prova: "Non sta a me dirlo, ma credo di aver giocato una buona partita, al pari di tutta la squadra. La Sampdoria è questa e ha dato quello che poteva, forse a voler fare un po’ di autocritica avremmo dovuto essere più cattivi che belli, ma non era una gara facile da interpretare, il Siena era un avversario rognoso e ben organizzato come tutte le squadre di A, eppure siamo egualmente riusciti a creare le nostre palle gol, mentre i nostri avversari non sono mai arrivati dalle parti di Berti".
FUTURO Il ragazzone che fu stopper sei anni fa nel Catanzaro guarda adesso a Reggio senza escludere di doversela vedere con Rolando Bianchi, un altro che di testa la prende spesso. Soprattutto, al collo l’anaconda arancione dell’ennesima kermesse benefica, Delvecchio torna a raccomandare al cronista la sciarpa di Messina. Solo quella, ché in amministrazione non ci sentirebbero su altri fronti: alla vigilia della partita del San Filippo, il cronista in arrivo da Palermo aveva scoperto che la stanza prenotata dalla segreteria di redazione era al Jolly dello Stretto, lo stesso albergo scelto dalla Sampdoria. Una coabitazione che molti inviati sgradiscono, difatti il collega del XIX aveva cambiato albergo: per finire in quello del Messina. Il cronista, invece, si era rassegnato a non dare altro lavoro alla segreteria, fidando di passare inosservato: uscendo invece per cena nello stesso momento in cui nella hall arrivava la Sampdoria, quindi venendo notato da tutti, riserve comprese. Arma di autodifesa, come sempre, la verità: una sola volta in precedenza l'inviato, allora privato cittadino, si era trovato alla vigilia nello stesso albergo della squadra; avrebbe rivelato dove e quando soltanto dopo la partita col Messina. Lo ha fatto, ricordando la notte dell'8 maggio 1990 all'Hotel Opalen di Goteborg, poche ore prima della vittoria doriana in Coppa delle Coppe. Allora c'era Lombardo e non Delvecchio all'ala, ma insomma. La superstizione porta sfortuna, ma a volte no. Così Gennaro, come il cronista, vi si attiene. Per ritornare al Siena: "Io penso che stavolta abbiamo dato il massimo, teniamoci quindi questo punto che ci serve per fare un altro passo avanti, mancano ancora una ventina di partite e quindi abbiamo tutto il tempo per raggiungere i nostri obiettivi". Magari con una giornata da stopper in riva allo Stretto, non lontano dalla Catanzaro degli anni dell’apprendistato. "Se serve - conclude - sono qui".

***

BAZZANI E CHIESA, I VECCHI LEONI RUGGISCONO ANCORA
Per niente facile, questo è Fabio Bazzani. Era il suo ennesimo esordio da doriano, in un quinquennio di discese ardite e risalite. Ne aveva tracciate di righe sul muro, caduti i fogli dal calendario. La prima danza è quella di "Singin’in the Rain", notte d’agosto 2002, sotto uno strano monsone, un derby di Coppa, il primo dei tre vinti in quella stagione: fu proprio un gol di Fabio, sotto la Sud, a decidere la gara. La seconda danza è quella della "Sera dei miracoli", poco più in là, per il 4-2 al Lecce. La terza danza è quella di "Addio alle armi", in una notte di maggio in cui non serve nemmeno una canzone per farsi ricordare: Flachi aveva già segnato due gol, a Fabio toccava il terzo; tra due minuti, dopo quattro anni e molti giorni sull’orlo del nulla, era quasi giorno, quasi casa, quasi A.
Tutto questo è passato nella mente del Bazza, ieri pomeriggio al momento di entrare in campo, prima di una partita nel suo stile, tutta a testa alta, sempre nel cuore della mischia. La quarta danza è quella di "Un ballo in maschera", al Conero di Ancona, con un gol che sarà il dodicesimo e penultimo della fin qui sua migliore stagione in serie A: Fabio tiene l’anima fra i denti, gioca con un pezzo di titanio sulla faccia, l’Europa sta sfuggendo, ma il numero 9 sarà l’ultimo ad arrendersi. La quinta danza è quella di "Amore che vieni, amore che vai": stavolta il Bazza segna e corre verso una telecamera baciando l’anello della sua bella, è al Granillo dove tornerà domenica, sta per lasciare la Sampdoria o almeno così crede. La sesta danza a gennaio, è quella di "C’eravamo tanto amati": ora il Bazza veste la maglia della Lazio ma il Doria dopo tre minuti è già 2-0, come mai accaduto, non ci sono vendette da consumare però sembra davvero una vendetta. Ma tutto questo Fabio non lo sa o non lo ricorda, perlomeno non ci ha pensato ieri pomeriggio, preso com’era a divorare i pochi spazi lasciati liberi dai senesi. La settima danza è quella di "Big Deal on Madonna Street", o forse fu a Fontanile, quando il suo futuro doriano sembrava finito: invece eccolo a Marassi, decine di migliaia di voci a incitarlo. Ma era solo l’inizio dell’ottava danza, quella del "Grande freddo": prima a Trento e poi a Milano, passando per Udine e Lecce e nemmeno lui ricorda più quante sale chirurgiche, con quelle luci fredde e bianchissime, e palestre con le macchine per riassestare i muscoli. Venne così il tempo della nona danza, quella di "Impressioni di settembre", quando i giorni cominciarono a pesare come anni e Fabio prese a camminare sul campo di allenamento come se fosse ghiaccio sottile, temendo che ogni passo fosse quello dello sprofondo, di un altro sprofondo. Ed ecco alfine la decima danza, quella di "Dark Bologna", la sua città ormai a metà con le altre città del cuore e Genova è una di queste: ieri Fabio non ha segnato, sarebbe stato troppo da film di Frank Capra, il vecchio leone che ritrova la sua maglia e il suo stadio. Niente da fare, sarà per la prossima volta. E’ uscito con un grande, meritatissimo applauso: metto la freccia e vado sulla luna, vado a trovare la luna. Non è stato il suo, però, il più grande, perché finalmente il pubblico del Doria si è ricordato di quando sapeva onorare anche gli ex: al momento del cambio, Enrico Chiesa ha ricevuto una vera ovazione. Da doriano, ha brillato una sola stagione, l’unica che gli venne concessa da titolare. Ma è il più grande attaccante genovese e ligure di sempre, è stato un onore vederlo giocare e un piacere applaudirlo, da ogni settore dello stadio: i campioni e gli uomini veri non hanno maglia di club.

(Corriere Mercantile, 11 dicembre 2006)




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10 dicembre 2006

Bazzani, il ritorno del guerriero

Davanti agli ultimi granelli di sabbia, che silenziosi scorrono nella strozza della clessidra dell’attesa, Fabio Bazzani dice "Se il mister vuole, mi sento pronto ad andare in battaglia". Così sul blocchetto la penna non può che annotare: "Domani nella battaglia pensa a me", il verso adatto per un calciatore che dai tornei dei bar era arrivato alla Nazionale. Oggi Bazzani uscirà dal bocchettone degli spogliatoi, mai così metafora di un cunicolo intrapreso diciassette mesi fa, in quella Trento che tanto gli avrebbe tolto e tanto gli avrebbe dato. Ecco Fabio: è come Ulisse coperto di sale che torna a casa, nessuno lo riconosce tranne il suo piccolo e vecchio e stanco cane, cieco ma guidato dalla vista dell’amore, gli viene a guaire ai piedi, lo ha aspettato anni e anni soltanto per salutarlo. Anche Bazzani, al suo arrivo a Genova, aveva un cane: un beagle dal nome di fiume che diventa oceano, quindi designa lontananze. Tago mai lo ha tradito, come accade tra gli umani, era venuto a Genova con il suo Fabio da Perugia, comparendo sulle canottiere da esultanza nell’anno della promozione.
"Non sono ancora al meglio - ammette - ma ci arriverò". Oggi nella battaglia Fabio penserà al suo Tago, chissà; certamente ad Alessia e Niccolò. Quel pomeriggio dell’agosto di due anni fa, sul pullman da Croydon a Gatwick, il giovane uomo con l’orecchino e l’aria da capo indiano sembrava felice: il ritiro estivo era finito, la sua ragazza lo aspettava splendente all’aeroporto per i primissimi dei mille e mille e mille giorni di te e di me, poi ci sarebbe stata ancora la corsa all’Europa e alla Nazionale. Oggi nella battaglia Bazzani penserà all’azzurro della maglia vestita a Varsavia, degli occhi della sua ragazza, del mare veloce e nervoso dello Stretto, su cui si affaccia lo stadio di un gol celebrato con un bacio all’anello. Era il 18 ottobre 2004, due anni e due mesi fa, ormai: l’inizio del viaggio di Ulisse. L’azzurro flebile della Lazio, confusi per giorni e giorni e giorni il senso dei sorrisi e quello dei ritorni, le parole che cadono a pezzi e le schegge fanno male, poi quell’amichevole col Verona quando il peggio sembrava passato. Invece il peggio doveva ancora cominciare; e cominciare due volte. Tra i convocati a Lens, in campo con la Roma e a Udine, il gol a Lecce e poi le nuvole di Reggio, nello stadio del bacio all’anello, ma solo per una resa dopo il riscaldamento; poi il 28 gennaio, quando alla mattina si era andati alla Consolazione a salutare Armando, in una Genova sotto la neve; anche Milano era bianca, ma divenne nera quando il numero 9 alzò il braccio dopo qualche decina di secondi di gioco.
Oggi nella battaglia Fabio penserà a tutto questo. A uno solo dei suoi affetti, uno dei più importanti, non potrà pensare; perché lo avrà accanto. "Con Francesco - ammette - siamo compagni di squadra e soprattutto amici ormai da cinque anni, ci siamo aiutati a vicenda nei momenti difficili. E di momenti difficili ne sono capitati molti di più a me. Ma adesso sono pronto, ho ancora molto da dare al calcio e alla Sampdoria. E provarci accanto a Francesco sarà ancora più bello".
Oggi nella battaglia, Fabio non avrà tempo per pensare troppo. "Il Siena è forte, per batterlo - dice - dobbiamo rispettarlo. Ma con l’atteggiamento giusto possiamo farcela". Ci proverà insieme con l’amico Francesco, con lo stesso stile di sempre, che li ha resi fratelli. Prima, con il coraggio del buon soldato; poi, alla fine, come i marines di Kubrick, che si lasciano alle spalle i bagliori sinistri del Mekong cantando "Viva Topolin". Perché è vero che dietro ogni soldato c’è una donna; ma dentro ogni soldato c’è un bambino.

(Corriere Mercantile, 10 dicembre 2006)




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4 dicembre 2006

Conversazione in Sicilia (V): Messina-Sampdoria 0-2

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
MESSINA – Sampdoria torna a far rima con vittoria. E’ tempo di riaccendere le stelle, dopo undici mesi di solitudine. Riecco il Doria capace di andare oltre i propri – evidenti – limiti, passare a Messina, riassaporando il gusto del successo esterno, con una prova di carattere e qualità. La Sicilia è sempre cara a Garrone e da giovedì scorso ancor più: la banda crepacuore, discesa nell’isola dopo le batoste con Torino e Roma, si riscopre maschia e vincente, recuperando un po’ di tranquillità. Rinfrancarsi è giusto, mentre pericoloso sarebbe illudersi: senza rinforzi invernali questa squadra traverserà stabilmente alti e bassi. Ora è il tempo degli alti, ma la classifica è talmente fluida che occorrerà attrezzarsi per ogni evenienza.
CABINA - In uno scenario quasi bloccato per ragioni infortunistiche o disciplinari, con Delvecchio e Parola nella cabina del proiezionista, spicca il nuovo avvicendamento tra i pali: Berti torna titolare a scapito di Castellazzi, che pure alla Favorita aveva meritato un voto alto. Il Messina, costruito ancor più in economia del Doria, si vota allo scavalcamento a catapulta della mediana, dove pure allinea il vivace Alvarez, alla ricerca del totem Riganò. Si parte con un Doria a tessere sulle ali, specialmente a sinistra, mentre Flachi e Olivera si cercano e sanno trovarsi, pur senza varcare l’attenta difesa non più giallorossa ma biancoscudata, dopo il recupero della divisa storica.
TESTA - Anche sul fronte doriano si punta a rischiare poco e così il Messina prova, prima con Alvarez e poi con Masiello, due tiri da lontano senza efficacia. Le contendenti sono platealmente condizionate dalla paura di un altro passo falso, si gioca quindi con estrema circospezione. Lo scenario può smuoversi soltanto su calcio piazzato e ciò accade al 20’: al primo corner per il Doria, sull’esecuzione di Olivera Franceschini prova il colpo di testa all’indietro, sorprendendo Storari. Il Messina reagisce di rabbia, il Doria controlla le velleità avversarie nella speranza di trovare altri spiragli. Ce ne sarebbe uno, per il fallo in area di Zanchi su Flachi, ma quest’anno – si sa – il rigore per il Doria non è regola ma eccezione.
RITMO - Forse anche per ragioni di dosaggio energetico, gli ospiti puntano a tenere il più basso possibile il ritmo delle pulsazioni del gioco, mentre nelle volenterose trame del Messina si fa largo qualche bagliore d’inquietudine: è casuale, benché perigliosissimo, lo spunto che porta Cordova al tiro sul quale Sala rischia l’autogol. Subito dopo il traversone di Masiello corretto da Floccari vede Riganò solo e in fuorigioco davanti alla porta, inutile il gol annullato dall’attento segnalinee Pirondini. Un paio di angoli consecutivi, un gran balzo di Berti su Riganò; ora l’insicurezza logora la retroguardia doriana, che pare soffrire se messa sotto pressione. E’ così Olivera, al 37’ a partire da solo verso Storari: secondo sua abitudine fa tutto alla grande, tranne la cosa a quel punto più facile, cioè il gol. Era l’occasione per chiudere la gara. Spentesi le ultime scintille della frazione, si va invece all’intervallo con un vantaggio minimo tutt’altro che rassicurante.
METRI - Alla ripresa del gioco, si accendono le luci artificiali nella conca di San Filippo e il Messina avanza a testuggine, sempre nella sistematica ricerca della mischia spugnosa e laocoontica. Olivera pare infilarsi in una di quelle catacombe in cui finora ha vissuto gran parte della stagione; e senza il suo volatile estro il Doria si scopre platealmente depauperato. In più, come il gatto dello Cheshire, Flachi tende a annullarsi in un sorriso di rabbia e il baricentro delle operazioni si avvicina a Berti.
CAMBI - Al giro dell’ora di gioco, è Giordano ad aprire la smazzata dei cambi, richiamando il fumoso Alvarez per Iliev. Novellino replica togliendo Olivera a vantaggio di Maggio. In questa fase è importante l’apporto di Parola, in fase di coordinamento delle sincronie tra reparti; ma è troppo presto per pagare, come fa Berti prima della metà del tempo, in cartellini le perdite di tempo; oltre che segno di debolezza è sfiducia in se stessi. Occorrerebbe a questo punto osare, anche per tener lontano il pallone dalla zona pericolosa: ma il Doria è a corto di energie ed evidenzia i soliti limiti.
FINALE - Tocca così a Quagliarella, per Flachi estenuato dal superlavoro in Sicilia. Ma il tema non cambia, il Messina preme in maniera costante e il Doria più non vede il rosa della maglia di Storari. Dopo lunga e fischiatissima indecisione, si arrende anche l’acciaccato Falcone, rilevato da Pieri. E’ un finale di pura sofferenza: Coppola sfiora il pari al volo, Quagliarella fa espellere Zanchi, lungo è il recupero, ma al primo contropiede Maggio concede a Quagliarella il pallone che chiude undici mesi di digiuno.




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