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Politica


9 gennaio 2007

Vola colomba... ma dove?

Da sempre i letterati veri negano che i cantautori possano reputarsi poeti. Un po’ di ragione ce l’hanno, soprattutto da quando la critica musicale si è fatta di manica larga, contribuendo massicciamente a quel fenomeno che Juan Rodolfo Wilcock chiamò “morte dell’arte per affollamento”. In effetti, il rapporto numerico tra artefici e fruitori va sempre più sbilanciandosi a vantaggio della prima categoria: tutti o quasi tutti scrivono, pochi leggono. Allargare le maglie conviene quindi alla massa, ignara delle conseguenze necessarie dell’egualitarismo e dell’appiattimento: tutti poeti, infatti, equivale a nessun poeta, l’eccellenza non si determina per legge ed è antiegualitaria per definizione.
Eppure ci sono musicisti che hanno scritto canzoni che stanno in piedi anche senza la musica. Suonate, certo, sono migliori, anche perché in alcuni casi il contenuto sonoro estremamente spoglio sembra davvero il minimo essenziale per conferire all’elaborato la dignità di canzone. Però, anche soprattutto alla luce di certe scelte recenti dell’Accademia, non sarebbe così insensato parlare di Nobel per Bob Dylan, anche se tra gli ebrei anglofoni io preferirei Leonard Cohen.

Da qualche giorno la mia città sembra un palcoscenico. Resta da capire di quale genere di spettacolo. Il figlio di Gheddafi viene tesserato dalla Sampdoria. Il presidente della Sampdoria, agiato petroliere, contrappone la candidatura dell’ex presidente degli industriali – e va a questo punto specificato che siamo nell’ambito della sinistra, in effetti non è così automatico - quella Vincenzi che potrebbe diventare il primo sindaco sampdoriano della storia della città; né esclude di candidarsi in prima persona. Il candidato sindaco dell’estrema sinistra, infine, è un poeta e filologo che, tanto per cominciare la campagna elettorale, avendo egli firmato i migliori studi esistenti su Gozzano, si lancia nell’elogio di un reperto del buon tempo andato, almeno a suo dire, e sostiene “bisogna restaurare l’odio di classe”. Fa un po’ impressione, detto in una città dove negli anni Settanta i morti ammazzati per terra non sono stati pochi, e il film è finito solo perché gli uomini di Dalla Chiesa hanno sterminato la colonnna genovese delle bierre dopo che i suoi uomini avevano ammazzato un sindacalista del Pci, “reo” di aver segnalato un postino brigatista alla Procura e lasciato solo da quel sindacato e da quel partito che troppo tardi e tuttora ne sbandierano la memoria.
Sanguineti è uomo che quando parla di Dante e Gozzano e Gadda e Lucini bisogna stare zitti per non perdersi una sillaba, ma quando parla di politica ogni tanto bisognerebbe fermarlo. Quella dell’“odio di classe”, infatti, non è la sua prima uscita pesante. Per limitarci alla penultima, risalente al Festival dei Saperi di Pavia dello scorso settembre, il professore così liquidò i moti di Piazza Tien an Men, cioè quando i carri armati di Deng erano passati sopra i manifestanti come succede nei cartoni animati: “Quaranta ragazzetti innamorati del mito occidentale e della Coca-Cola hanno fatto più rumore di migliaia di operai massacrati in Cile”.
In quell’occasione, un corsivista che si firma “Rosso antico” scrisse sulla prima di cultura della Stampa quanto riporto e integralmente condivido:
Geloso della signora Rossana Rossanda, che sul manifesto aveva appena tessuto un nobile elogio dello sterminatore di masse Mao Tze Tung, il poeta Edoardo Sanguineti ha completato la riscrittura della storia cinese con una liquidazione definitiva dei moti di piazza Tienanmen: "Quaranta ragazzetti innamorati del mito occidentale e della Coca-Cola hanno fatto più rumore di migliaia di operai massacrati in Cile", ha detto al Festival dei Saperi di Pavia. Il solito e agghiacciante relativismo morale: chi cade per mano di un comunista è un ragazzetto idiota, chi viene ucciso da un fascista è un eroico operaio (categoria che, per quelli come Sanguineti, è astrazione pura, non avendo essi mai lavorato in fabbrica). Si sperava che dopo tanti anni, e dopo tanti morti, si fosse raggiunto un minimo comun denominatore: gli assassini sono assassini, qualunque sia il disegno politico che li anima, e particolarmente orribili risultano coloro che, come Hitler, Stalin e Mao, hanno sterminato intere razze e classi sociali per inseguire un disegno di ingegneria sociale. Il poeta Sanguineti ci rammenta che non è così: esistono ancora dei ragazzetti di quasi ottant’anni innamorati del mito collettivista e della possibilità di estirpare l’individualismo come se fosse una carie, mentre è un impulso connaturato all’essere umano.

La premessa, lunghetta, è per inquadrare un altro grande evento che ha abbrunato Genova: la bocciatura, da parte della commissione selezionatrice del Festival di Sanremo, di una canzone, scritta proprio da Sanguineti, che avrebbe dovuto interpretare l’attrice Ottavia Fusco, una che avevo visto qualche tempo fa in uno spettacolo teatrale in un antico palazzo di Genova, lei è brava ma fu lo stesso una cosa penosa, un atto unico scritto da Sgarbi sulla morte di Cleopatra, i giornali avevano scritto che alla fine l’attrice restava nuda e si vedeva benissimo che il 150% degli spettatori era lì per vedere quel che l’indimenticabile conte Giovanni Castaldi chiamava “il pellicciotto”, qualcosa di simile mi era capitato anni fa allo Stabile con un’edizione di “Orgia” di Pasolini con Alessandro Haber protagonista, la ragazza invero monumentale era una certa Daniela Vitali, mai più saputo nulla. Ho ripensato a lei quando ho letto che nei primi anni Settanta a Roma facevano a pugni per andare a vedere uno spettacolo dove c’era una ragazza tutto il tempo svestita in scena, lo spettacolo s’intitolava “S.A.D.E. ovvero libertinaggio e decadenza del complesso bandistico della gendarmeria salentina” e questo basta per capire che era roba di Carmelo Bene, la ragazza invece nessuno lo immaginerebbe mai ma era Laura Morante.
Comunque, alla fine la canzone scritta da Sanguineti non andrà a Sanremo. La Fusco s’è imbestialita dicendo che se il paroliere non avesse conquistato le prime pagine con la storia dell’“odio di classe”, la canzone non sarebbe stata eliminata.
Stamattina i giornali locali hanno pubblicato il testo. Eccolo.

“Vola colomba, nella gabbia mia
Che è la più dolce e morbida che sia:
mio gru diletto, portami il tuo miele,
sono il tuo porto, e tu gonfia le vele:
caro stornello, bestia mia portatile,
accorri in grembo a me, forte volatile:
entra, usignuolo, nel mio buio nido,
e batti le ali, e scuotiti al mio grido”.

Che dire? Non so la musica, ma questi versi non si fanno certo preferire a quelli di molte canzoni di lignaggio meno alto. Esempi inutile farne, potrebbero essere migliaia. In compenso, questa sembra una cosa scritta da Elio in chiave parodica. “Buio nido”… “Forte volatile”… l’altra sera ho visto “Amici miei atto II” e la scena dell’esibizione dei Cinque Madrigalisti Moderni, direi che siamo lì. Meglio che Sanguineti faccia il sindaco. O no?




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3 novembre 2006

In windsurf a Kabul

Se un italiano viene rapito in Italia, scatta immediato il blocco dei beni. Chiara la ratio: disincentivare l'industria del sequestro, rendendolo non redditizio.
Se invece un italiano viene rapito oltre confine e magari in zona “calda”, invece si paga eccome. Milioni di euro. Cash. Dall'Afghanistan all'Iraq, si paga. Ad aprire la scarsella - certo - sono i servizi segreti, attingendo al calderone dei fondi riservati. Ma alla fin fine il conto del chatwinismo di ritorno di un manipolo di zuzzurelloni, persuasi della natura aeronautica del bene (per fare del bene bisogna premettere all'attività sul campo almeno cinque ore di volo, troppo banale l'apostolato a Bari Vecchia o a Scampia, più fico alfabetizzare i remigini babilonesi o kabulensi) viene presentato anche ai familiari di altri italiani, "colpevoli" di essere stati rapiti dall'anonima sarda o aspromontana e quindi privi del giusto sessappiglio mediatico.

E' una situazione destinata a peggiorare perché ormai, data la sempre più consistente casistica, ogni italiano che circoli in territori sconsigliabili è come se avesse appiccicato sulla schiena il bollino rosso “vale tot milioni di euro, prendetevelo pure, è un affarone, ché il suo governo paga e paga subito”.

Mi viene in mente il Sordi debosciato e cocainomane dei “Nuovi mostri”, quando sulla sua Rolls bianca tesse l'elogio degli avventurieri affamati di esperienze inenarrate, protesi a girare il mondo e a scoprire nuove frontiere, il tutto per compiere "queste imprese che non servono a un c***o". Be', ogni volta che nel salaio dei tagliagole finisce un italiano, la domanda è: che cosa ci stava a fare laggiù? Era proprio indispensabile ci andasse? Quale miglioramento ha avuto l'umanità dalle sue intraprese? Saremmo riusciti a sopravvivere senza?

In Francia funziona così. Se un frescone esce in windsurf con il mare grosso, alla fine, quando lo vanno a recuperare, appena torna a terra gli presentano il conto della benzina dell'elicottero, degli straordinari del personale della protezione civile e via dicendo.
Ecco, se fossi il ministro degli Esteri, mi ispirerei a questo sanissimo principio. Carta e penna, ecco un bell'elenco dei Paesi a rischio: tanto non è difficile redigerlo. Dopo di che, ci ci DEVE andare ci va e a quel punto la rete di protezione è obbligatoria. Chi invece ci VUOLE andare per motivi suoi, perché si sente Lawrence d'Arabia, per mettersi alle spalle una delusione d'amore o per qualsiasi altro motivo personale, si prenda responsabilmente onori e oneri della sua intraprendenza. Si esaminino tutte le figure dei nostri connazionali rapiti in Asia degli ultimi anni e ci si faccia la domanda: era proprio necessario il loro espatrio?. La risposta è la targa automobilistica della città dei pavesini.
Noi italiani siamo la barzelletta del mondo per un mare di motivi, quasi tutti fondatissimi. Sarebbe ora di togliere qualche lemma al dizionario dei luoghi comuni sul nostro conto, anziché aggiungercene di nuovi.




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26 settembre 2006

Bettini: campione a Salisburgo, un po' meno a Montecarlo. Prodi che gli dirà?

Premessa uno: il mio sport è il ciclismo. L'ho praticato, perfino con buoni risultati, fino a quando non ho dovuto scegliere tra i libri e la bicicletta. E ho molti rimpianti.
Premessa due: tutti gli anni, il giorno del Mondiale di ciclismo cerco di non prendere impegni. Purtroppo gli impegni, per un redattore sportivo, ci sono eccome. Così domenica pomeriggio ero allo stadio di Ascoli.
Premessa tre: non posso dirmi un tifoso acceso di Paolo Bettini, da quando si è ritirato Bugno speravo in Cunego ma mi sa che non se ne fa niente e quindi adesso mi sento come "orfano" di un campione in cui identificarmi.
Premessa quattro: comunque ho sempre ammirato Bettini per le doti agonistiche, il talento, tutto quello che insomma l'ha portato dove è arrivato. E poi, il giorno del Mondiale, a me basta che vinca un italiano. Fui contento anche per Moser a San Cristobal, lo sarei stato per Chiappucci ad Agrigento, e sto parlando dei due corridori che per motivi svariati più detestavo.
Premessa cinque: domenica pomeriggio, nella tribuna stampa di Ascoli, ho fatto la figura del cretino, perché quando ho sentito alla radio che aveva vinto Bettini, mi è scappato un urlo che si sono girati tutti, ero infatti nell'ultima fila col portatile sulle ginocchia, e oltretutto proprio in quel momento, a 5' dalla fine, Boudianski sfiorava il 2-1, il suo tiro da lontano era proprio nel sette, Castellazzi ci arrivava con le unghie, e io a gridare "Bettini!" al collega di Tuttosport.

Le premesse, mi rendo conto, sono numerose e noiose. Ma mi servivano per meglio calibrare quanto devo dire adesso. Dico "devo" perché non posso fare a meno di sfogarmi, è più forte di me.

Con la vittoria di Bettini, ovviamente sono piovuti i lanci di agenzia, molti a sfondo biografico. E ho scoperto una cosa che non sapevo: il nuovo campione del mondo, pur vivendo sempre dalle sue parti, alla California di Bibbona in Maremma, ha la residenza fiscale a Montecarlo. Questo - ovviamente - per non pagare le tasse, o pagarne di meno.

Com'è giusto, il presidente del Consiglio ha fatto subito sapere di voler ricevere con tutti gli onori Bettini a Palazzo Chigi. Si sa, tutto fa brodo; e se il post-Berlino era stato veramente penoso, tanto che - è stato scritto su un giornale non sospettabile di antipatie politiche specifiche - un marziano atterrato su Roma il 10 luglio avrebbe potuto benissimo credere che a vincere il Mondiale di calcio erano stati Prodi e la Melandri e insomma l'Unione, non Grosso e Cannavaro e Materazzi, adesso in teoria la cosa avrebbe più senso. Questo perché Prodi è un cicloamatore e quindi ha più titolo per occuparsi di Bettini; e pazienza se i doviziosi resoconti delle sue performance atletiche, fitti specialmente nella scorsa campagna elettorale, tradivano sospetti di scarsa genuinità (una maratona in meno di 4 ore, 10 km di corsa in tre quarti d'ora, roba da mietitura a torso nudo, cose insomma che avevamo già visto).

Però c'è un però. Questo benemerito e onestissimo governo di ottimati, il governo dei migliori e buoni e giusti, da quando - forte dei suoi 24mila voti di vantaggio e del manipolo di senatori a vita e di un italoargentino che aveva detto "vado con chi vince" - è tornato al potere, da una parte ha piazzato segnaposti dappertutto, dall'altra si è messo a parlare di una cosa sola: tasse, tasse, tasse, far pagare gli evasori, far pagare gli evasori, far pagare gli evasori.
A me non frega nulla, io non ho nulla da nascondere, i soldi me li trattengono in busta paga e non ho né bot né case né nulla; il giorno che le tasse venissero veramente fatte pagare a tutti avrei solo da guadagnare.

Però a questo punto voglio vedere come si comporta il signor presidente del Consiglio, dopo mesi che lui e i suoi giannizzeri e specialmente il professor Visco non parlano che di giustizia fiscale come presupposto della giustizia sociale, davanti a un uomo che per tutti i tifosi di ciclismo come me (Prodi compreso, certo) è senz'altro un campione del mondo, ma che da un punto di vista differente - che dovrebbe essere prioritario per un capo di governo - è soprattutto un elusore fiscale. Uno dei tanti italiani che hanno la possibilità di utilizzare il successo professionale per pagare meno tasse, o non pagarle del tutto, e la sfruttano. Come la mettiamo? Che cosa gli dirà Prodi? Gli farà solo i complimenti per Salisburgo, o gli raccomanderà di riportare la residenza fiscale nella sua Toscana, per dimostrarsi esemplare anche come cittadino?




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18 agosto 2006

Grass e Grossman, Margarethe e Sulamith

E adesso tutto è chiaro, la confessione dei trascorsi nazisti di Gunter Grass aveva lo stesso valore pubblicitario di una paparazzata billionaria tra la soubrettina e il calciatore, oppure di una bottiglia di acqua Pejo in bella vista nei film scollacciati anni Settanta in cui la sceneggiatura era soltanto un intermezzo tra una doccia e l'altra della Fenech.
Uso di proposito paragoni pecorecci, perché mi sembra di analoga volgarità la successione temporale tra le dichiarazioni dello scrittore sul suo passato di SS e la rapidissima colonizzazione delle librerie tedesche a colpi di copie della sua autobiografia. Mi chiedo quale bisogno avesse uno come Grass, ovvero un Nobel quasi ottuagenario, di un patetico e irritante espediente pubblicitario, buono per smerciare qualche libro in più.
Tutto questo getta più di un'ombra sulla genuinità della sua pur tardiva resipiscenza, tradendo un sospetto di ipertrofico narcisismo.
Già mi aveva lasciato abbastanza perplesso la vicenda, probabilmente caricata ad arte, del presunto incontro nel campo di prigionia con il futuro Benedetto XVI, non a caso altro punto forte del tomo grassiano. Ora, può darsi benissimo che si tratti di un episodio realmente accaduto: ha però il retrogusto imbarazzante del paradosso di Totò a Milano, col comico che quando si trova davanti al Duomo dice a Peppino "Questa è la piazza principale, quindi la nostra parente passerà di qua sicuramente".
C'era qualcosa di peggio che svelare trascorsi di entusiasta hitlerita, per un monumento del riscatto tedesco dall'inumanità nazista; ed era farlo per ragioni di cassetta.
Grass così entra in quel novero, purtroppo non ristrettissimo, di artisti assolutamente incapaci di prostituirsi, se non per denaro. Il tutto nelle stesse ore in cui David Grossman recita il Kaddish per il figlio carrista di Tsahal, ucciso da un missile iraniano lanciato dagli hezbollah libanesi. "Mio caro Uri, sono ormai quasi tre giorni che ogni pensiero comincia per "non"" era l'incipit incomparabile dell'orazione, pubblicata ieri da "Repubblica". Israele piange i suoi morti, mentre l'Europa si scopre al tempo stesso tremebonda e cedevole verso antiche e nuove forme di tracotanza, così come portatrice sana (sana?) di antichi morbi, perfino nei luminari della medicina che invece sarebbero stati antichi untorelli. Quanto nazismo, entusiasticamente dissennato o viscidamente opportunista, c'è alle radici dello zelo antinazista, così come accaduto in Italia con il fascismo.
Grass si tenga pure i diritti d'autore della sua autobiografia, propagandata in un modo che direi almeno discutibile. Grossman proceda col ricordo del figlio nel cavo dell mano, a intiepidirgli la sopravvivenza. E allora è meglio rileggersi Celan, perché "Todesfuge" non è mai stata troppo letta e soprattutto in questi giorni, con le cetre appese alle fronde dei salici e Grass che monetizza la sua vergogna d'annata

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo di notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarethe
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarethe
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Lui grida vangate più a fondo il terreno e voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarethe
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina e beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarethe
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarethe
i tuoi capelli di cenere Sulamith
(Paul Celan, Todesfuge)




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7 agosto 2006

"Io non l'ho voluto". Parola di Dio

Il Novecento sembrava (sembrava) aver azzerato nell'umanità il senso del sacro e la prospettiva religiosa. Massimamente nella seconda metà del secolo scorso, l'ideologia corrente e il pensiero dominante erano andati radicalmente ostracizzando le fedi dal dibattito culturale e politico e finanche teologico. Dio, in tutti i suoi nomi, era morto e non aveva lasciato eredi.
Dal fondo dell'Ottocento, sempre più ascoltato, Marx sosteneva la necessità della disintossicazione generale dall'oppio dei popoli, consistendo ogni prospettiva di salvazione nell'hic et nunc. Freud spiegava come l'uomo avesse creato Dio a propria immagine e somiglianza. Infine Wittgenstein e Kelsen, analizzando da punti diversi di osservazione la logica del linguaggio, negavano validità a ogni discorso metafisico e quindi giudicavano ammissibile soltanto una visione a-teologica.

Oggi, nel Terzo Millennio, il mondo si affaccia sull'incubo di uno scontro finale nel nome delle religioni. Per alcuni ci si avvia alla rivincita di Roncisvalle, Lepanto e Vienna... Io so solo che quando sento e vedo la gente combattersi nel nome (in uno dei nomi) di Dio, ripenso alla battuta finale di un dramma irrappresentabile il cui titolo ben si addice al nostro fosco presente: "Gli ultimi giorni dell'umanità".
L'ultima battuta, per Kraus che scrisse il suo dramma in margine alla Prima Guerra Mondiale, spetta a Dio. E Dio dice, davanti alla fine del mondo, "Io non l'ho voluto".




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27 luglio 2006

Un bicchiere in più di Cabernet-Sauvignon della Galilea

Il trucco c'è, ma come nei gialli emerge dall'ultima riga.
Il volantino ciclostilato formato A4 che invita, nel nome della "solidarietà ai popoli palestinese e libanese", al "boicottaggio dei prodotti israeliani", identificabili dai primi numeri del codice a barre, è stato appiccicato prevalentemente addosso ai tazebao del vivace antagonismo rosso genovese, con particolare riguardo per i manifesti del concerto di Caparezza al csoa "Terra di Nessuno" per il quinto anniversario dei fatti del G8.
Ma nella diligente - e, va detto, onesta - indicazione di provenienza del ciclinprop, compare l'indirizzo del più vivace circolo culturale dell'estrema destra locale, radicato nell'area dello scissionismo postmissino.
Così, ancora una volta, il principale punto di contatto tra quelli che negli anni Settanta, con uno di quei lemmi morotei che avrebbero irreversibilmente infestato il lessico, si sarebbero chiamati “opposti estremismi”, è il solito antisraelismo, chissà se e quanto svincolato dal razzismo antisemita deflagrato nel secolo scorso: un'ostilità che non conosce iati o attenuazioni nemmeno in una fase storica in cui due Stati (Anp e Iran) parlano apertamente di cancellazione di un altro Stato, negandone il diritto all'esistenza.
Proporre come rimedio alla crisi israelo-libanese la mediazione dell'Iran, cioé di uno dei due Stati che propugnano la distruzione di Israele, sembrerebbe una battuta di spirito; eppure è successo, purtroppo per opera del nostro presidente del Consiglio. Il che evidenzia il macabro retropensiero che ispira molto della politica italiana su quel fronte.
Non è storia di oggi purtroppo, se il diuturno filoarabismo cinico e utilitaristico viene riconosciuto come merito a un Andreotti che invece, in buona sostanza, concesse ai terroristi arafattiani di fare dell'Italia un loro ostello, in cambio dell'impegno ad astenersi dal malefare in loco. E pensare che poi hanno cercato di incastrarlo con le storie di mafia. Ma qualcuno mi spieghi: trattare con Riina sarebbe stato peggio che trattare con Settembre Nero?
Ancora: mi sembra inaccettabile che ancor oggi si individui il principale merito di Craxi (e ancora di Andreotti, all'epoca ministro degli Esteri) nella parola “Sigonella”. Capisco l'antiamericanismo ottuso e pregiudiziale (peraltro parallelo e coerente all'antisraelismo), ma non vedo quale alto merito di statista possa ascriversi alla scelta di sottrarre al processo e alla condanna (presso una corte d'assise italiana, quindi con tutte le garanzie giuridiche e con la certezza di non essere messi a morte) i responsabili dell'omicidio di un anziano paralitico, colpevole solo di essere di origini ebraiche.

Eppure la questione mediorientale andrebbe considerata in una prospettiva diversa da quella prevalente. Pur tra mille difficoltà e contraddizioni, Israele è giunto a riconoscere i diritti della popolazione araba a organizzarsi in una propria entità statuale autonoma; mentre da parte opposta nessun passo significativo è mai stato compiuto sulla strada del riconoscimento a Israele del diritto di esistere.
Si procede per perifrasi, litoti, reticenze, ma non ci si sposta dall'idea - una volta ineffabile, oggi sempre più palese - che in Terrasanta ci sia posto soltanto per uno Stato arabo con Gerusalemme capitale.
Il popolo ebraico? Sparisca. Tutt'al più se ne vada, magari in Madagascar come avevano lucubrato gli hitleriti prima di orientarsi sulla strategia a base di Zyklon-B. D'altra parte Ahmadinejad ha detto qualcosa di simile, suggerendo le lande alascane come ideale domicilio giudaico.
Ogni riflessione sulla strategia di Israele non dovrebbe prescindere dalla questione preliminare fondamentale del reciproco riconoscimento di diritti tra le popolazioni di origine ebraica e araba.
Invece si lascia correre, nella pubblicistica occidentale - e segnatamente italiana - la parte del lupo e quella dell'agnello, in questa trista favola, è stata assegnata una volta per tutte, senza ripensamenti nemmeno di fronte a quella cosa che è la realtà.

L'importante, certo, è boicottare i pompelmi di Jaffa. Che tristezza. Davanti a certe cose, o ci si incavola di brutto, oppure si prova a passare oltre. Per questo stasera berrò un bicchiere in più di Cabernet-Sauvignon kosher della Galilea.




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23 luglio 2006

Cinque anni dopo (parole, parole, parole)

Cinque anni dopo, i capipopolo della rivolta contro i potenti della Terra siedono tra i potenti della Terra, a trenta milioni al mese più le spese. Cinque anni dopo, i promotori della rivolta contro il raduno dei potenti della Terra sono tornati a quei posti di governo dai quali, per favorire la Genova cara a un ministro caro a un premier, avevano voluto e organizzato il raduno dei potenti della Terra. Cinque anni dopo, la cronaca è diventata storia; e la storia mito. Così è ormai difficile discutere delle cose come se fossero state quel che sono state, cioè realtà. Si parla di un fatto concretamente avvenuto, e inoppugnabilmente documentato da decine di fotografie e di riprese televisive, come in Omero si narra di Ettore trascinato cadavere sotto le mura di Ilio: contraffacendo i nudi contorni della verità, che non è questione di punti di vista, almeno stavolta.

Sfortunato il popolo che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Sfigato invece, glosso io, il popolo che se li va a cercare tra gli scaffali del discount. Quando si vuol parlare del G8 di Genova, occorre partire da una premessa quasi sempre negletta: chi promosse quell’incontro erano le stesse persone che ne avrebbero organizzato la contestazione. Questo perché quell’appuntamento, a soli quattro mesi dalle elezioni politiche che per la prima volta avevano portato la destra al governo, era per l’allora minoranza di sinistra l’opportunità di un nuovo 30 giugno 1960, con singolare unità aristotelica di luogo. Come spesso accade, era nel non detto che andavano cercate le ragioni di quelle tensioni: in un contesto di benintenzionati, suore comprese schierate ut acies ordinata dal cardinal Tettamanzi, a sinistra ci fu chi cercò di creare le condizioni per scontri di piazza il più cruenti possibile. Serviva un feticcio da esibire, un nome da sventolare. Serviva un morto.
Il 14 luglio 2001, quindi una settimana prima del G8, Alberto Arbasino (non certo sospettabile di simpatie destroidi né berlusconesche) scrisse una poesia-rap che magnificamente sintetizzava gli umori di quei giorni. Io che vissi al fronte, col cartellino “press” al collo spesso nascosto per non essere malmenato, il prima e il dopo di quella sanguinosa carnevalata, m’inchino di fronte a questi versi. Che spiegano meglio di ogni altra analisi perché si arrivò a tanto. Nel segno delle cattive coscienze e delle belle gioie, nel segno dell’ipocrisia. Di fronte a vite più sprecate di tutte le altre, incombe un supplemento di pietà. Ma la mitizzazione no, per favore. Occorre discernere i personaggi dagli interpreti, i nomina nuda dalle sublimazioni apologetiche. Io, che ero a Genova impegnato nella descrizione di una battaglia, con le macchine che bruciavano oltre i cristalli infranti della mia redazione, posso dire che fu un miracolo se alla fine si contò una sola vittima. E che vittima. Un povero cristo, con una storia messa a nudo – con impudicizia se vogliamo, ma l’antidolatria va praticata in tutte le direzioni – non più tardi di un paio di giorni fa, con un articolo sul “Corriere” in cui si dava conto dei precedenti del soggetto, del tenore dei dialoghi fra i genitori e delle relative non già previsioni ma addirittura speranze su un epilogo il più rapido possibile di quella vita poi issata su un piedistallo non appena finita.
La nostra storia recente ricorda nomi come Giorgiana Masi, Giannino Zibecchi, Sergio Ramelli, Fausto e Iaio, i fratelli Mattei, e se vogliamo pure quel Salvatore Marino sospetto mafioso che forse era davvero tra quelli che avevano ammazzato Beppe Montana, ma comunque non andava massacrato di botte in una camera di sicurezza della questura di Palermo perché uno Stato di diritto non può permettersi il dente per dente. La coda degli aspiranti al pantheon delle vittime dei soprusi, di Stato o dell’antiStato, è assai lunga; come per le cause di beatificazione, occorrerebbe andarci piano, restare stretti sui requisiti di ammissione, altrimenti è come agli esami di maturità dove tutti prendono 60, che era il 100 di quando ho finito il liceo io. Se basta farsi ammazzare mentre si tenta di ammazzare un altro, oltretutto per futili motivi e senza una ragione, per essere cresimati eroi e/o miti, allora gli eroi e i miti non esistono più.
Non credo che il mondo sarebbe cambiato in meglio, per effetto di un militare di leva morto ammazzato con la testa spiaccicata da un bidone di schiumogeno pesante una ventina di chili, appena rubato da un distributore di benzina. Chi pretenda di cambiare il mondo così è solo un poveraccio, altro che eroe. Figuriamoci chi insista a considerarlo un esempio. Oppure chi, su quel sangue o attorno, si è costruito una busta paga mensile da trenta milioni più bonus e spese. Unico retaggio di cinque anni di inane vaniloquio, così spillonato da Arbasino con sei giorni di anticipo sui fatti. E il bello, o il terribile, è che poi sarebbe andata davvero così: canzoni, film, libri, dischi, monumenti, festival, piazze e altre trovate toponomastiche assortite, cippi e sale riunioni, spettacoli teatrali. Manca l’opera lirica. Ma è solo questione di tempo.

“IL MORTO A GENOVA”
Tutti i più impegnati e più 'correct'
del momento
si aspettano e si augurano
ALMENO UN MORTO A GENOVA!
Anche i più civici, e i più cinici,
i più assatanati, i più cattolici,
i più etici: l'aspettativa è grande
per IL MORTO A GENOVA!
Altro che le canzoni di Tenco,
di Lauzi, di De André! altro che
il 'noir' di Paolo Villaggio, o i ghigni del Gabibbo!
Un morto che dia un vero senso
alle pulsioni profonde
e alla 'vanitas' superficiale,
al desiderio di ostentare virtù varie,
alla brama del presenzialismo e dell'esserci!
...Altro che le stupide kermesse dell'estate,
in Sardegna, magari con arresti
di faccendieri e gangster in festa!
..."È avvenuto a un metro, a tre metri,
a dieci metri, e per fortuna noi
eravamo intensamente lì!
Abbiamo visto IL SANGUEEE!
Abbiamo guardato, fotografato,
bacchettato, fustigato, strigliato,
RIPRESOOO! Anche i raccapriccianti dettagli,
le giuste rabbie, le indignazioni più RAVE!... WOW!".

* * *
IL MORTO A GENOVA è necessario,
è indispensabile! Conviene! Conviene!
Conviene ai giovani smaniosi
e ai vecchi malvissuti,
ai frustrati e ai lanciati,
ai debuttanti e ai 'revenants'!
Di destra e di sinistra,
di sopra e di sotto,
con storie e provenienze
diversissime, ma accomunati
dall'avidità del presenzialismo
e del tafferuglio, dal rumore
delle botte, dall'odore
della MORTE 'live'! a caldo! sul campo!
in tempo reale! in presa diretta!
Hemingway l'ha sempre spiegato
abbondantemente, alle corride
e in guerra. (E lasciamo perdere
D'Annunzio...). Del resto, milioni
e milioni se la godono, in 'trip'
ai film sul Cannibale, su Auschwitz,
sul Titanic, su Pearl Harbor,
sentendosi poi più appagati
e contenti. La cosiddetta
"piccola catarsi". (Se non ci sono vittime,
non si fa la fila, non si paga il biglietto).

* * *
VOGLIAMO IL MORTO A GENOVA!
E lo vogliamo per una costante
profonda, eterna, dell'animo umano,
che vuole il morto ovunque, si appassiona
al morto, adora il morto, si soddisfa
sul morto - antropologicamente lo divora.
Poi lo mitizza, scrive sui muri, in nero:
"sarai vendicato!". E lo venera, lo onora,
con file di statisti e corone di fiori,
in qualità di Milite Ignoto....
È il SACRIFICIO UMANO,
studiato nelle più brillanti
Facoltà di Scienze Umane,
quale carattere importantissimo
e antichissimo, che si tramanda
fin dalle origini dell'umanità - e mai morrà.
Celebratissimo, con appositi miti
ed elaborati riti, con intensa
e appassionata partecipazione
di un vasto numero di fans,
di ogni genere ed età. Sempre entusiasti,
sempre eccitati, e su di giri, migranti
fra gli eventi di morte, anche sobbarcandosi
disagi notevoli... "Viva la Muerte!"
era uno slogan del '37, in Spagna.
E i baldi giovani si chiamavano
"Los Novios de la Muerte", i fidanzati
della Morte. Come già gli Arditi
fiumani, dell'Amba Alagi, eccetera...

* * *Molti, dunque, sanno già benissimo
come sarà il MORTO DI GENOVA. Si prevede
la faccia, la pettinatura, l'abbigliamento,
il curriculum. Tutti conoscono già - e si ripetono -
l'età, i precedenti, le frasi, le canzoni,
le predilezioni, gli affetti, gli effetti,
e su che ritmo stava
ballando in quel momento.
Un Cast Director Globale ha già
predisposto tutto, dalla sceneggiatura
ai fabbisogni. Tutto
previsto, tutto sotto
controllo, come un dopo-partita
da scudetto: sull'identikit
si può fare sia un requiem
sia un rap. Il compact
avrà un record di vendite
per tutta l'estate. La foto-logo
sulle copertine e sulle magliette
conquisterà il mercato globale,
anche nei paesi poveri.

* * *
Con la sua fama, incrementerà la vendita
di vernici spray, come la vittoria
della Roma, per scrivere
QUEL NOME ossessivamente
su tutte le facciate
restaurate coi fondi
del Giubileo, e lodate
dai critici d'arte che sono stati
nel Bronx da giovani.

* * *
...E fra venti o trent'anni,
nel "come eravamo" fra reduci
e le interviste di successo...
"Io c'ero, ero proprio lì, vicinissimo
al MORTO DI GENOVA!".

* * *
Volere IL MORTO A GENOVA, però,
non è uno sport estremo.
È un trip di routine dell'animo umano
più normale che vuole, e gusta,l
e vittime sacrificali.
Ed è contento soprattutto quando
SI SCOPRE UN DOLORE.
Anche nei libri e al cinema.
Dolori e dispiaceri
di figli e genitorio di chi ne fa le veci,
con disturbi e disgrazie e inconvenienti
per i vicini, i cugini
e tutti gli altri parenti...
Questo, desidera l'acquirente!
Figuratevi allora UN MORTO-
mentre tutta l'Italia guarda - A GENOVA!
...Con questo caldo!... Ma poi, e poi, chissà
quanti, e per quanti anni, lì in gruppo,
e a frotte, a mangiargli
addosso, e a guardarci sopra -
QUEL POVERO MORTO DI GENOVA!

Alberto Arbasino
14 luglio 2001




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12 luglio 2006

Tacchetti satanici

Provo a immaginare Materazzi che rifila una testata a Zidane a pochi minuti dai rigori. Ma no, con Materazzi è troppo facile. Ne prendo uno buono: il mite Pirlo, Del Piero che pigola "passerotto non andare via". oppure quel Grosso che ormai tutte le mamme vorrebbero per genero.
Ricominciamo: Grosso rifila una testata a Zidane a pochi minuti dai rigori. L'Italia resta in dieci e dal dischetto perde il Mondiale. Non credo, ecco, che a interrogarsi pensosamente sul contenuto della presunta provocazione di Zizou sarebbero stati più i francesi che gli italiani. A Parigi si sarebbero tenuti la Coppa e stop. E avrebbero spernacchiato "les italiens".
Qui, invece, mi sembra che una faccenda normalissima, poco piacevole ma - ripeto - normalissima, stia prendendo una piega sinistra.

La storia del calcio dice tante cose, è fatta di pagine chiare e pagine scure, le regole non scritte a volte contano più di quelle altre. Nel calcio, la provocazione verbale è un ferro del mestiere. Discutibile, immorale, diseducativo: ma è così. E non solo nel calcio: quante volte, nella vita, si viene provocati per essere indotti a una reazione. La provocazione verbale, nel calcio, è un'arte. Un allenatore argentino realmente esistito, clonato tra l'altro da Soriano come Orlando el Sucio, ogni settimana suggeriva ai suoi calciatori di procurarsi le foto di fidanzate e mogli dei prossimi avversari, per portarsele in campo a irrobustire il conversario. Tra l'altro è uno che ha prima giocato e poi allenato in Italia; difatti questa cosa delle foto me l'ha raccontata uno che era stato un suo giocatore.
La storia del calcio dice tante cose. Penso che gli avversari anche a Johan Cruijff, il mio idolo assoluto anche se mi ha dato la più grande tristezza di sempre, in campo ne dicessero di paroline. Eppure di testate non ne ha mai date a nessuno.
La storia del calcio dice tante cose. Per esempio che Zidane, sul piano specifico, è un pregiudicato. Al Mondiale di Francia, nell'ultimo incontro del girone eliminatorio, viene espulso per aver camminato coi tacchetti sul difensore saudita Amin e squalificato per due giornate. Due anni dopo, ottobre 2000, Juventus-Amburgo di Champions, appioppa una testata al difensore tedesco Kienz: altra espulsione, cinque turni di squalifica.
Certo, anche Materazzi ha un curriculum di tutto rispetto, se penso al caso Cirillo. Ma allora avremmo dovuto dire che chi s'assomiglia si piglia; e finirla lì. Due anni fa, nessuno - né in Danimarca né in Italia - si era peritato di compulsare che cosa mai avesse fatto o detto Poulsen a Totti. Di sicuro l'aveva menato per tutta la gara, prima di andare a fare quell'edificante 2-2 con gli svedesi (pulitissimo, senza interventi di purchessia Moggisen o Desantisson) che ci avrebbe eliminati. Poche settimane or sono, ci siamo tenuti le quattro giornate a De Rossi, senza chiederci se per caso la gomitata a Mc Bride fosse indiretta conseguenza di un conversario inelegante tra l'azzurro e lo yankee.

Stavolta, invece, una vicenda simile a molte altre (ma qualcuno si ricorda di Dezotti espulso, in lacrime e con la faccia insanguinata, all'epilogo della finale di Italia '90?) riceve un trattamento dissonante. Intriso di venature odiose. E pericolose. Radicate in quello stesso humus conformista, ambiguo, ipocrita, ignavo e vile che produce le perle peggiori del "politicamente corretto": l'idea manicomiale che i paralitici, basta chiamarli "diversamente abili", si alzino e camminino; e i "ciechi" riacquistino la vista se ribattezzati ipovedenti. C'è una raccolta di saggi di Robert Hughes che vale la pena leggere.
Qui, sul malo ceppo della politically correctness, si è incistata da tempo una deviazione di quello che fu l'acritico internazionalismo di una componente importante del mondo intellettuale e politico italiano, quella che generalmente l'Italia fa schifo oppure è il paradiso, e gli italiani sono imbecilli oppure fenomeni, secondo chi vinca le elezioni. Un tempo ci fu una guerra che divise in due il mondo e anche l'Italia, più seria della finale di Berlino. Sembra che in Italia i "tifosi" di una delle due squadre, quella uscita sconfitta, ora vagheggino una rivincita per procura. La loro squadra ha perso, e allora che bello sarebbe che uscisse fuori qualcuno a far perdere anche l'altra. Non si spiega altrimenti il doppio, o meglio molteplice, metro di giudizio sul rispetto da riservare alle religioni nei loro aspetti: divinità maggiori e minori, simboli, testi, clero e fedeli.
Insomma. Già trovavo intollerabile che si potesse arrivare non solo a perdonare ma addirittura a dare ragione a Zidane, anziché lasciargli tutte le sue colpe, nel caso qualche esperto di lettura labiale avesse addebitato a Materazzi le classiche offese a madre, sorella e/o moglie.

Ma nelle ultime ore ha preso campo, in maniera palese o felpata, nelle parole di questo o di quel presidente emerito o in servizio, una tesi prima di tutto stupida. Ovvero: se Materazzi ha toccato a Zidane la sua religione, allora l'italiano è colpevole e l'altro una vittima.

E quindi non capisco. Le istanze di laicismo, sempre più forti nel nostro Occidente e particolarmente in Italia, sono fondate e in taluni aspetti condivisibili, e lo dico da credente. Ma qui mi pare che si dica "laicismo" ma si intenda "anticattolicesimo"; altrimenti non mi spiego perché molti "laicisti", quasi tutti, non si facciano problemi a sparare a zero su una religione, ma su altre e in particolare su una ridiventino iper-rispettosi ed esigano anche dagli altri, con lo stesso sussiego con cui esercitano il loro anticattolicesimo, lo stesso rispetto.
All'indomani dell'elezione del Papa attuale, con un gioco di parole un rispettato quotidiano lo ha paragonato a un cane e nessuno ha detto nulla. E' un esempio, ma se ne potrebbero fare a migliaia, non meno lievi di fatti che, offendendo altre fedi e incidendo sulla sensibilità di altri fedeli, vengono invece considerati con ben altro metro. Più grave per esempio il “Pastore tedesco”, per esempio, o l'ayatollah di Andy Luotto? Il “Je vous salue Marie" di Godard o "Submission" di van Gogh?

Lo stesso Zidane ha chiuso il discorso, confermando in un'intervista tv che si trattava di offese alla madre e alla sorella; escludendo quindi ogni riferimento scottante come quelli circolati subito dopo la partita, da "arabo di merda" a "sporco terrorista". A me, lì per lì, questo "se mi toccano la madre e la sorella divento matto perché è questione d'onore" è sembrato un infantile discorso da guappo.

O forse è stato l'ultimo colpo di un grande campione che fino alla testata mi aveva fatto vedere le cose migliori del Mondiale. Forse Materazzi, genio della provocazione come dimostrano alcuni spigoli della sua carriera, gli ha detto davvero qualcosa di politicamente scorrettissimo, ma Zidane ha capito che era meglio non avere sulla coscienza, un giorno o l'altro, il suo avversario. Se fosse passata la versione dell'offesa blasfema, la risonanza mondiale dell'episodio avrebbe infatti potuto produrre conseguenze drammatiche. Materazzi sarebbe stato additato a bersaglio in un mondo sempre più suscettibile, per motivi magari non religiosi nella sostanza, di fronte a ogni sgarro che riguardi la sua religione.

Materazzi sarebbe diventato un altro Rushdie. E non lo meritava, come non lo meritava lo stesso Rushdie. Lasciato pressoché solo, nella complice indifferenza del mondo degli intellettuali di complemento, sempre pronti a sposare le cause più strampalate, quasi sempre però accomunate dall'identità dell'antagonista. E infatti prontissimi, anche in questo caso, a mostrare un pericolosissimo cartellino rosso al blasfemo Materazzi.

Io sono religioso. Ma sono un credente un po' atipico, perché per molti motivi mi piacerebbe appartenere a una religione che non è la mia, e che con la mia ha avuto parecchie questioni, alcune - e non poche - tuttora in sospeso. Rispetto chi non pratichi la mia religione così come rispetto chi non ne pratichi alcuna.
Non amo veder dileggiata la mia religione, cosa che succede sempre più spesso, ma non per questo reagisco a testate. Diffidate di quelli che reagiscono a testate. Che sia per la madre o la sorella, o anche per la religione.




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11 luglio 2006

La faccia triste dell'Italia (elogio di Camoranesi)

E allora facciamo pure tornare Gaucci da Santo Domingo (anche se questa sì che sarebbe una pena...), restituiamogli il castello di Torre Alfina, che se non mi sbaglio è sotto sequestro. Diamo anche a lui l'onorificenza dell'Ordine al Merito della Repubblica, che Napolitano ha appena conferito agli azzurri.
Gaucci è accusato di talmente tanti fattacci che nemmeno ho capito bene quali e quanti siano, però non dimentico - e gli va riconosciuto - come nel Perugia egli sia stato il primo a dare asilo politico calcistico, e anzi la cittadinanza onoraria, a due profughi del calcio minore come Grosso e Materazzi. Che oggi stanno nella storia del calcio, accanto a quelli dell'Azteca e a quelli del Bernabeu.
Uno stava nei semiprofessionisti; l'altro, perfino il padre gli diceva che avrebbe fatto meglio a darsi al basket, e il padre era allenatore di calcio di serie A. Gaucci li ha presi e questi due, partendo dal Perugia di Gaucci, sono arrivati a una finale mondiale, a far gol (Materazzi due) e a vincerla.
Quindi, prima di tutto, un bel cavalierato a Gaucci. E senza ironia, trattandosi di una persona che, appena entrato nel calcio, aveva perduto il regno per un cavallo, quello regalato a un arbitro.
Avevo le lacrime agli occhi, domenica sera, vedendo i ragazzi con la Coppa e ascoltando Azzurro. Di lacrime me ne sono uscite altre, più tardi, di tenore diversissimo, vedendo una certa scena negli spogliatoi. C'era Napolitano e aveva tutto il diritto di starci. C'era la Melandri: idem, essendo ministro dello Sport. Ma il ministro della Giustizia, abilissimo nel collocarsi in favore di telecamera alle spalle del capo dello Stato, lieto di restare nell'inquadratura come il profeta dei preservativi che irrompe nei collegamenti romani dei tg, che cosa c'entrava? Quale il senso istituzionale della sua presenza?
C'entrava perché quest'uomo da tempo suona la romanza dell'amnistia. E la sua presenza a Berlino, del tutto superflua sotto il profilo protocollare, era un gigantesco spot pubblicitario per la sua pazza idea.
L'uomo lo conosciamo da tempo. Ministro sia nel Berlusconi I che nel Prodi II e questo basterebbe. Una volta disse una cosa che mi colpì molto e che suonava più o meno così: «le pensioni di invalidità al sud sono l'equivalente della cassa integrazione al nord». Miglior sintesi non potrebbe darsi di che cosa sia per quest'uomo la politica, ovvero allevamento di clientele a fini elettorali. Quando ci si chiede il perché di tanti voti per la Lega, basta pensare a quest'uomo e a quel che rappresenta. Ha un pregio, se di pregio si può parlare visto che di alcuni atti la pubblicità rileva in negativo: quello di non nascondersi dietro nobili ragioni ideali. Quando esce dai vertici parla senza reticenza alcuna di decisioni politiche condizionate all'ottenimento di assessorati, vicepresidenze, ministeri, come se la politica fosse solo quello. E purtroppo lo è, visto che nell'anno del Signore 2006 chi sta oggi al governo se l'è preso ben volentieri. Anzi, passasse dall'altra parte gli farebbero ponti d'oro. Questa è l'Italia e dobbiamo tenercela.
Detto questo, magari leggermente fuori tema, trovo squallida questa arbitraria correlazione fra l'impresa berlinese della Nazionale e i progetti di sanatoria messi in circolo, con alacrità degna di migliore casa, dal ministro. Tra l'altro buon amico del padrone di una delle quattro società che rischiano. Senza nessuno che gli rinfacci il potenziale conflitto di interessi. Conflitto di interessi: dove avevo già sentito questa locuzione?
Il ministro sta sbagliando i calcoli. D'accordo che qui ci sono milioni di tifosi interessati a un azzeramento del procedimento sportivo. Ma ce ne sono altri milioni che vogliono che si vada fino in fondo. Un anno fa c'era una società che mancava da 10 anni dalla serie A, c'era appena tornata ma l'hanno spedita in C1 perché ritenuta colpevole di aver comprato una partita. Anche lì c'erano molti incolpevoli tifosi frustrati, passati da uno stato d'animo all'altro, di loro però non si è preoccupato nessuno se non qualche equivalente locale (non tutti) del ministro in questione. Nella storia del calcio italiano, gli illeciti sono stati sempre puniti in maniera pesante. Che io ricordi, pagarono con la retrocessione Verona e Foggia nel 1974, Milan e Lazio sei anni dopo. Non vedo perché adesso si debba agire diversamente, tra l'altro due delle società sono le stesse punite nel 1980.
Negli anni scorsi, si è agitato - a ragione - l'argomento della necessità di tutelare il principio dell'eguaglianza dei cittadini di fronte alle regole, violato da più di un esempio di normazione sartoriale su misura. Perciò trovo squallido che si imbraccino, o anche soltanto che si parli di imbracciare, gli stessi strumenti giudicati ingiusti e immorali fino a poco tempo fa.
Qui si tratta di stabilire se qualcuno abbia sbagliato oppure no. E per stabilirlo esistono un codice e una procedura disciplinari di settore, mai messi in discussione. Potranno sembrare sbrigativi e sommari, rispetto ai meccanismi del processo ordinario penale. Ma nessuno si è mai sognato di pretendere - per esempio - che le note sul registro di classe, finanche le sospensioni, venissero precedute da avviso di garanzia, indagini preliminari, udienza dal gip e via dicendo. Proprio un anno fa, e lo dico con piena cognizione di causa perché me ne sono occupato per il mio giornale, il procedimento disciplinare Figc si è svolto senza obiezioni metodologiche diverse da quelle di chi sarebbe stato chiamato a scontare le sanzioni (i tesserati) e le conseguenze pratiche (i tifosi) delle medesime. Stavolta non vedo perché si dovrebbe agire diversamente, in nome di chissà quale interesse superiore.
Ripeto: c'è un problema di eguaglianza. Se di mezzo - scusate il lessico - ci finivano squadre sfigate con quattro gatti allo stadio, allora mannaia libera? I comportamenti si valutano per quello che sono, non per il numero dei tifosi eventualmente coinvolti, né per il lignaggio dei giocatori eventualmente costretti alla diaspora. Tra l'altro, nel 1980, tale Franco Baresi non disse «scusate in B non ci vengo», restò al Milan; e come lui un certo Fulvio Collovati, che di lì a poco sarebbe stato campione del mondo come quelli di adesso. Battendo per arrivare in fondo - se proprio la devo dire tutta, forse tradito dalla diffusa sindrome di chi ritenga i suoi diciott'anni il metro campione di tutto - Argentina e Brasile, non Ucraina e Australia. Insomma.
E' brutta la B rispetto alla A, posso dirlo io che ci ho vissuto dentro con poche speranze la fine delle medie e quasi tutto il tempo del liceo. Ma le regole vanno rispettate, da tutti. Perfino l'avvocato della Juventus ha chiesto alla Corte soltanto di essere clemente; non vedo perché altri clementi (davvero non troppo meritevoli, nello specifico, della maiuscola) debbano mettersi in mezzo. Altrimenti, dopo aver fatto vedere al mondo un bello spettacolo, riproporremmo la faccia triste dell'Italia. E la peggiore.
Finendo per dare ragione a chi vede l'uomo simbolo dell'Italia in Mauro Camoranesi. Perché? Perché tempo fa aveva detto: «Quando ero al Verona ero convinto che la Juventus rubasse, ma adesso che sono alla Juventus ho capito che non era vero». Geniale.
E poi - soprattutto - perché, da ex argentino passato all'Italia, ha cominciato la guerra su un fronte e l'ha vinta su un altro.




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