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Musica


2 marzo 2007

Perdonami per questa voce: Carmen Consoli al Carlo Felice

Orfani, celibi e zerovirgolaperiodici sono gli amori che Carmen Consoli declina, secondo canzoni postume pubblicate in vita, insistenti sempre su un “dopo” che non prevede nostalgia, se non di quella se stessa che non si è stata. Un Carlo Felice gremito e entusiasta ha coccolato l’artista catanese, cantatrice che si vuole cantantessa, in uno spettacolo ancor più ineguale dei suoi soliti, interpolato dai monologhi a tema di Emma Dante interpretati dall’attrice Simona Malato: spose lasciate sole all’altare, bambine impaurite dall’indonnarsi, madri isteriche di figli mai nati. Se la ricerca musicale di Carmen si affina, passando dal rock-blues jopliniano degli esordi a sonorità colorite tra l’Arabia e l’Andalusia fino ai tristi tropici, il suo teatro dei pupi è immutabile: personaggi al femminile inchiodati dall’utopia, propria di un suo precursore-fratello-conterraneo come Battiato, di "praticare il sesso senza sentimenti", quindi di cristallizzarsi in un’intimorita e irrisolta stilizzazione del ritrovarsi nell’Altro. Non esiste bacio se non ultimo, né amore diverso da quello di plastica. Anzi, la parola amore compare con infinita rarità, nel canzoniere consoliano fatto di versificazioni soffocate, di rime irraggiungibili, sempre all’insegna del "Perdonami per questa voce".
Il pubblico, a maggioranza giovani donne sintonizzate sui tormenti dell’artista, ha seguito i brani più celebri sull’onda di un sommesso karaoke, soffondendo poi di stupefazione i passi dell’ultimo album, con un “Tutto su Eva” scandito dal disarticolarsi della Malato come una marionetta rilkiana, simbolo della sconfitta necessaria nell’aver mangiato la mela.
Forse Carmen soffre i palcoscenici al chiuso, forse sta sbozzolandosi da quella ragazzaccia confusa e felice che è stata e forse ancor vorrebbe essere: perciò l’interazione con la platea è stata minima, un paio di "grazie" e un’ammissione d’invidia per chi viva fuori del teatro, "in una città così simile alla mia". Le due ore e mezza del concerto, fondato in gran parte sugli ultimi due dischi “Eva contro Eva” e “L’eccezione”, sono così corse senza interruzioni, con un timido bis in catanese, come se dietro il vigore nell’imbracciare la chitarra acustica ci fosse, malcelata, la paura del non-io che è la base di tutta la sua musica. Tanto da indurla a lasciare sullo spartito alcuni dei brani che inutilmente dalla platea invocavano, come la logora “Parole di burro”. "La mia rivoluzione - dice Carmen - è pioggia sul bagnato", ma è un’altra delle bugie che le servono per domare un’indocilità che emerge anche nella cornice delle esibizioni teatrali. Comunque il pubblico ha lasciato la platea molto mal volentieri, come se l’incanto dovesse ancora cominciare: sospetto opposto a quello suggerito da ogni strofa della Consoli, in attesa della prossima apparizione di questo nostro caro angelo con la chitarra. Poi, "Il tempo restituirà onore al vero".
STEFANO RISSETTO

(Corriere Mercantile, 2 marzo 2007)




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19 novembre 2006

Michel, piccolo grande pianista

Dove fosse Morrison, era fin troppo facile capirlo. Grappelli, poveretto, confinato in un brutto scatolario modernoide.
Poi sono arrivato dove volevo. E ho ripensato a quella volta a Lucca, quando finalmente riuscii ad andare a sentirlo, suonava insieme con Miroslav Vitous. Che poi sentirlo era comunque vederlo, anche vederlo, soprattutto vederlo.
Un uomo così non avrebbe mai potuto misurarsi con l'immensità della tastiera di un pianoforte, una vasta distesa artica fuori dalla portata delle sue minime e fragilissime mani, misera estensione di un corpo minimo che aveva ricevuto l'incarico di prendere in ostaggio un'anima terribile, gioiosa, esultante. Ma era riuscito ad arrampicarsi sul suo destino e a sconfiggerlo, a guardarlo in faccia, a dimostrargli che era stato più bravo lui, nel nome della musica e di Dio che ce l'ha voluta far intuire per farci capire qualcosa di Se stesso.
Il Papa slavo non era facile a commuoversi, ne aveva viste tante e sofferte ancor di più. Pare che una delle poche volte sia stata quando lo vide, trascinarsi fino al pianoforte per poi evocare lo spirito del Grande Maestro Cantore, disegnando nell'aria il primo preludio del primo libro del Clavicembalo Ben Temperato. Se n'è andato prima di dedicarsi sistematicamente a Bach, al Quinto Evangelista, aveva capito che era quella la sfida. Ma non ha potuto giocarla, come Wilder non ha girato il film che gli sarebbe stato più caro.
Penso che per spiegarlo anche ai dilettanti come me basterebbe una sua versione di Caravan, quella incisa in un disco solista registrato in un concerto a Francoforte sul Meno. Ne ha lasciata più d'una versione, ce n'è una molto bella anche nel doppio del concerto ai Campi Elisi, ma quella regalata agli spettatori tedeschi è davvero il massimo. In comune con Duke Ellington aveva la curiosità per la pulsazione profonda del mondo, le ragioni e le origini del nostro pellegrinaggio su questa palla apparentemente perduta nello spazio. Quel brano racconta il vagabondare senza dirlo, allude a distanze e solitudini e miraggi e declina una insanabile sete d'assoluto.
Nelle sue piccole mani, nelle sue dita di cristallo, Caravan diventa un viaggio a velocità folle, sempre più accelerata, in un deserto non deserto ma ricco di voci, di urla, di cattedrali e torri e città e masse in migrazione, atroce ed esemplare raffigurazione di un'umanità oppressa dalle domande, costretta a incalzarsi e ad ammazzare il tempo per non ammazzarsi. E poi gli elefanti e i leoni, i cavalli di fiume e i cani sacri, i fiumi e gli alberi e le nevi e le rocce, e tutto questo deve avere un'origine e una fine e un fine. E tutto nei dieci minuti trascorsi da un piccolo uomo, prigioniero di una bizzarra dannazione, davanti ai 52 tasti bianchi e 36 tasti neri dell'invenzione di Bartolomeo Cristofori, liutaio e cembalaro mediceo.
Sono andato anche da Morrison, certo. Ma non avevo più l'età per dare veramente un significato a quella visita, che avrei dovuto compiere molto prima. Ma non è colpa mia se non avevo mai avuto modo di andare a Parigi prima del marzo 2002. Sono andato anche da Morrison, ma è solo davanti a quel piccolo rettangolino di sassolini, orlato da listelli di marmo, con una rosa del deserto e la lastruccia col nome, che mi sono commosso.
Al Pére Lachaise, Michel Petrucciani sta accanto a Fryderyk Chopin ed è anche per questo che mi sono commosso e anche divertito. Chissà che cosa si diranno, magari compongono e suonano, che bella compagnia per affrontare il lungo viaggio al termine della notte.




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11 novembre 2006

Tango è sentire che qualcosa manca - Per Ryuichi Sakamoto

Ci sono dischi che mi braccano, ogni volta mi guardano dallo scaffale e mi chiedono di essere comprati. Hai voglia a spiegar loro che tempo ne hai poco, che a casa ne hai già parecchi in lista d'attesa per il primo ascolto approfondito (New Moon Daughter di Cassandra Wilson, Other Directions di Nicola Conte e Half the Perfect World di Madeleine Peyroux), che tutto si accatasta perché quando arrivi dal giornale se sei solo devi fare il casalingo e quindi le priorità sono alimentari, se non sei solo il volume va tenuto basso se non nullo, perché gli artisti hanno un regolamento condominiale particolare, tutto loro, mica come noi giornalisti, cani da catena o da canile o da canerina, buoni a tutto o a quasi tutto, gli avanzi sono leccornie.
Però oggi non ho resistito, sarà che si avvicina il 13 novembre che per me evoca due anniversari, nel 1984 un giorno tra i più belli (non oso dire il più bello) e nel 1986 un altro tra i più brutti (non oso dire il più brutto) della mia vita. Così avevo proprio bisogno di qualcosa come A Day In New York, il secondo capitolo del progetto Casa di Ryuichi Sakamoto, Jaques e Paula Morelenbaum: c'è la versione portoghese di Tango, un brano che ho molto amato nella versione italiana di Ornella Vanoni e che è tra i più belli scritti da Sakamoto, un compositore barocco del Settecento tedesco nato per caso in una via Gluck del Giappone. Oggi il lavoro era praticamente tutto compilativo e titolativo, astrarsi dal chiacchiericcio della redazione era salutare e così ho messo il cd nel lettore dell'iMac, con gli auricolari naturalmente perché l'ascolto a volume naturale è roba soltanto da turni o precoci o notturni.
Dicono che la musica brasiliana metta allegria, può darsi. Solo chi conosce l'allegria sa però quanta melanconia essa nasconda, prezzo della fragile fugacità di ogni illusione di gioia. Alla fine dell'ascolto, ho ripensato a quei due 13 novembre, che non se ne vanno e ogni anno tornano, irrisolti, a ripropormi la carne la morte e il diavolo, una storia che non sa né può né vuole finire e un'altra che è finita troppo presto. Prima, Sakamoto accenna al piano, nel prologo dell'ultimo brano, il tema introduttivo di Forbidden Colors. E mi si ripresenta un volto, solo nella memoria che si sfolla. Poi un altro, illusionismo incantevole di una vita agra, scandita da un orologio prima troppo avanti e ora troppo indietro. Una foto di classe con diciannove studenti e quasi nessuno che sorrida; un'altra foto con una ragazza al bordo di una piscina, lei invece sorride, ma chissà a chi. Intanto Paula Morelenbaum canta, suo marito suona il violoncello e Sakamoto dissemina il pavimento di acuminatissimi cristalli. Fra poco smonto dalla guardia, mi porto a casa i giornali e il disco, con tanta voglia di ascoltare il silenzio che sottendono le pause tra le note e le pagine. E' un esercizio Zen anche posare un disco sul tavolo, osservarlo, aprirne la custodia, osservarne lo scintillio metallico, scrutarne i solchi. La musica dorme lì dentro, ma sa parlarti anche nel sonno. E' un Tango, quello di Sakamoto, immobile e austero, elegia per un amore che sì ma forse no, per un'esistenza che avrebbe dovuto essere un'altra, per tutto e il suo contrario. Tango è sentire che qualcosa manca, che la vita non basta, che il qui e l'altrove vanno cercandosi da sempre; e ogni tanto lasciano indizi. Anche in una canzone.




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15 ottobre 2006

Non dimenticar le mie parole

Oggi non c'erano partite, perlomeno che mi riguardassero direttamente. Uscito di casa in largo anticipo, per strozzare il tempo fino all'ora di presentarmi nella ruota del criceto, mi sono infilato alla Fnac e scorrendo gli scaffali ho visto un cd strano. "Italian swing sister" il gruppo, "Delizioso" il titolo.
Ho capito subito trattarsi di qualcosa di straniero, poi ho consultato la lista dei brani e ho visto che era tutta roba anni Trenta. Il disco era in offerta a metà prezzo e anche questo conta. Così mi sono risolto e ho scoperto essere roba di tre vocaliste francesi, quindi un omaggio al Trio Lescano. L'ho ascoltato oggi pomeriggio, scrivendo un pezzo sugli errori arbitrali ai danni del Doria, per astrarmi dal chiacchiericcio corrente della colleganza. E' un disco davvero gradevole, molto più di quello simile di una cantante italiana che aveva risolto in swing brani altrimenti composti, l'idea era buonissima ma la voce anonima e gli arrangiamenti così così, soprattutto c'era un'aria di prendersi sul serio che era tutto fuor che swing, c'ero cascato perché era una produzione della Caselli che di queste cose capisce non poco. Era invece discontinuo "Abbassa la tua radio per favor", un'idea di Stefano Bollani che aveva messo insieme fior di musicisti con l'idea di un omaggio alla musica degli anni Trenta e Quaranta: troppi grossi nomi viziavano di un certo intellettualismo tutta la faccenda e la appesantivano, come nella sgradevole "Parlami d'amore Mariù" di Elio. Era bello invece "Ma l'amore no" di Ada Montellanico ed Enrico Pieranunzi, lì c'era meno talento forse ma più amore. In questo "Delizioso" invece c'è molta ironia, ancor più autoironia, un tocco di dilettantismo e soprattutto un grande affetto per quella musica leziosa e leggera che però aveva una sua grazia, un suo equilibrio, perfino una sua profondità perché - per esempio - "Il pinguino innamorato" è la versione surreale e metafisica, scritta con trent'anni di anticipo, di un brano straordinario come "Vecchio frack". Questo "Delizioso", insomma, è davvero fedele al titolo. Spiace solo che ci abbiano pensato i francesi, infatti le cantanti e anche i musicisti che le accompagnano (un batterista, un contrabbassista e un trombettista) sono tutti francesi. Anzi, due delle cantanti dovrebbero essere pure di origine iraniana (Maryam e Mardjane Chemirani), mentre la terza (Catherine Catella) qualcosa di italiano ce l'ha.
Ma tutto sommato anche le Lescano erano foreste: olandesi, figlie di un contorsionista magiaro e di una cantante d'operetta ebrea olandese, prima acrobate di circo e infine trio vocale. Piovvero in Italia chissà come e segnarono uno stile. Che bella idea ricordarle con rispetto filologico, così come che fortuna scovare quel cd alla Fnac, come mai come c'è finito, ce n'era una copia sola. Nessuno aveva parlato di questo disco, lo faccio adesso io e probabilmente nessuno raccoglierà. Meglio così, godersi in pochi certe cose dà più gusto; è sgradevole quando si accorgono in troppi del talento, ti viene il dubbio che sia davvero tale.




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8 ottobre 2006

Dolce chi era sei tu. Omaggio alla pentalogia Battisti-Panella

Se n'è accorto Berselli su "la Repubblica", scrivendo però - come spesso accade, non solo a lui e queste righe lo dimostrano - un pezzo però non all'altezza di una materia programmaticamente inaccessibile.
E' di questi giorni il ventennale del primo disco della pentalogia Panella-Battisti (o Battisti-Panella), il capitolo meno esplorato e più attraente della storia contemporanea della musica popolare forse non solo italiana.
Battisti, era da tempo che le gelose care e le vite mal spese di Mogol gli stavano strette. Non so chi più ha scritto che per una canzone memorabile il paroliere gli rifilava nove bidoni; opinione da discutere ma quel che è certo è che senza Battisti Mogol è arrivato ad Anna Tatangelo ("Essere una donna non vuol dire solo riempire una minigonna", mah).
Così incappò in Panella per colpa di Adriano Pappalardo. Gli eventi televisivi hanno trasfigurato questo cantante in una specie di macchietta, ma senza "Oh! Era ora" non ci sarebbe stata la pentalogia. Pappalardo e Battisti erano amici per ragioni di comune naiveté, nei primi Settanta il più famoso Lucio aveva aiutato Adriano scrivendogli alcune canzoni. All'inizio del decennio successivo, gli produce questo album dai testi molto strani: "Ah era ora di fare di ogni erba un fascino osceno". E poi le rime con "scorzonera", le "olive vive", a parte un videoclip arcimboldesco si capiva che c'era del genio sotto. L'autore dei testi si firmava Vanera, era Panella. E ce n'era tanto di genio, se quella canzone me la ricordo ancora, sopravvive a tutto quello che Pappalardo avrebbe e non avrebbe fatto dopo.
Poi, nel 1986, ecco arrivare nei negozi, sei anni dopo "E già", questo "Don Giovanni".
Ricorderò per sempre il momento in cui ascoltai la prima strofa di "Le cose che pensano", con quella lunga introduzione di un qualcosa di artificiale che voleva essere un clavicembalo, poi la batteria e il basso eccetera, come in un disco di dieci anni prima, ed ecco Lucio. In nessun luogo andai, per niente ti pensai e nulla ti mandai per mio ricordo. Nulla di più freddo, nulla di più astratto, tutto declinato in quella voce sporca, irregolare, negra, unica. E poi: per intanto qualche vento qualche tentativo fa. Quindi riecco il Wilcock del "Libro dei mostri", con Cassiodoro Vicinetti e gli altri equivoci amici: uno per uno li ricorda l'orchestra mentre si accorda. Fino a quel "dolce chi era sei tu" che mi intimorì, per quanto talento vi fosse concentrato.
Battisti poteva cantare qualsiasi cosa e quello - secondo alcuni superficiali critici - ne era la prova. Invece era l'incontro di due geni ma pochi se ne sono accorti. Parole in cui il significato arretra a scapito della vitalità fonica, in una spaventosa esibizione di misantropia e intelligenza, due termini forse coessenziali. Una musica dove la linea melodica sopravvive all'asciuttezza degli arrangiamenti, sempre più debitori di un'impostazione elettronica che è il necessario complemento di un mondo dove il finto e il vero si scambiano continuamente di posto.
Cinque in tutto sarebbero stati i dischi del duo. L'ultimo ("Hegel") sarebbe uscito solo in cd, a partire dal secondo sarebbero spariti i testi dalle buste interne alla copertina di cartone, bianche come le copertine, mentre la prima era stata ocra, nel senso di una progressiva rarefazione di ogni elemento accessorio a quel wunderkammer di suoni emessi da macchine e da un uomo, nel senso dell'infinita vanità del tutto.
Non segue alcuna direzione la strada tracciata da Panella e Battisti. Il secondo non c'è più, il primo continua a scrivere anche canzoni, ma per lui vale quanto accaduto con Mogol: soltanto al fuoco di quella voce le sue parole brillavano. Restano quaranta gioielli in cinque dischi, nuovi ed emozionanti a ogni esecuzione; e tanta nostalgia per l'inascoltato, frettoloso sogno.




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28 settembre 2006

Antonia (Grazie ad Antonio Zambrini e a Stefano Bollani)

Non leggo gli spartiti, non so suonare nulla. Amo però la musica e rimpiango che da piccolo non mi abbiano mandato a lezioni di pianoforte. Ogni volta che vedo un pianista provo un’infinita nostalgia, cerco di fare qualcosa di simile su un’altra tastiera ma non è la stessa cosa. Sono un appassionato ma mi muovo a tentoni, con l’entusiasmo di un neofita permanente, ogni tanto scopro una volta di più quante siano le mie lacune.

Quando ho saputo che Stefano Bollani aveva pubblicato un cd di piano solo per la ECM, sono andato subito alla Fnac per comprarlo sulla fiducia. Lui, l’ho ascoltato più di una volta qui a Genova al teatro Modena; non mi piace il suo istrionismo, che poco si confà all’idea che ho di pianista, ma suona benissimo, ha talento cuore e genio, i soldi nei suoi dischi sono sempre ben spesi. Idem per tutto quello che pubblica la ECM, che io chiamo l’Adelphi della discografia. Manfred Eicher mi ha fatto conoscere musicisti straordinari, che “sono” lo stile della sua etichetta: Anouar Brahem, Tomasz Stanko, Susanne Abbuehl, Keith Jarrett naturalmente, e poi il Responsorium Officium Tenebrae di Carlo Gesualdo eseguito dallo Hilliard Ensemble. Per questo, quando un italiano incide per ECM, vuol dire che ce l’ha fatta.
Che io sappia, ultimamente ce l’hanno fatta Rava (vive qui a Genova, alla Foce, ma vuole andarsene, dice che la vita culturale è quella che è), il duo Gianni Coscia-Gianluigi Trovesi (ho conosciuto Coscia alla presentazione di un film, è un mite avvocato alessandrino compagno di scuola di Eco, suona la fisarmonica e con il clarinettista Trovesi sembrano davvero gatto e volpe), il pianista Stefano Battaglia che però conosco poco e appunto Bollani. Ce n’è un altro di pianista che conosco poco, o meglio nulla, o meglio quasi nulla, e ne dirò.
Per prima cosa, del cd di Bollani, ho studiato la lista dei brani. Uno entra alla ECM, è come un esame di laurea, il primo brano del primo cd dev’essere una presentazione che valga una carriera. Ecco, in cima alla lista c’era scritto “Antonia”.
Apro il libretto della custodia e scopro che il brano non è di Bollani, che pure lavora volentieri su composizioni proprie. E’ un certo Antonio Zambrini. Mai sentito, come ho detto sono un superficiale. Viene in mente Valdambrini, quello che suonava con Basso. Vado su Internet, scopro che è un contemporaneissimo, è del ‘63, milanese, “Antonia e altre canzoni” è stato il suo primo disco e piacque molto. Sentiamola, ‘sta “Antonia” suonata da Bollani.
Be’, un’impressione così me l’avevano fatta - nel ramo jazz - soltanto “Estate” di Bruno Martino suonata da Chet Baker nel disco “Live at Capolinea” e “Caravan” di Duke Ellington nel disco per piano solo di Michel Petrucciani registrato in Germania, a Dortmund mi pare. Questa “Antonia” è un capolavoro, è uno di quei brani che potresti aver scritto solo quello e già basterebbe; e molti non ci arriveranno mai. Parte con un tema di sei note, triste e melanconico, poi si avvia lungo un cammino che sembra portare a un riff idoneo a compensare la cupezza dell’incipit; invece torna quel tema, per risparire e lasciare speranza, poi rieccolo, rieccolo ancora, quelle sei note che diventano tutto il brano, non c’è speranza che la storia di e con o forse contro questa Antonia possa diventare qualcosa di vero o di non doloroso, tu ascolti e pensi a chi sia o sia stata Antonia, forse una proiezione dell’autore, di certo il suo rimpianto massimo, quello che poteva essere e non è stato.
A quante cose ho pensato, oggi, mentre riascoltavo “Antonia” per chissà ormai quale volta, sempre alla ricerca del segreto di questo brano. Mi sono fermato perfino alla Fnac, a riascoltarlo leggendo da pagina 91 a pagina 115 del volume che la contitolare della mia ditta ha appena mandato nelle librerie, credo che quel passo sia la cosa migliore che lei abbia mai scritto, ma io, quando lo trascrivevo sotto dettatura al computer dai suoi fogli scritti a mano, mica me ne rendevo conto. Rileggendolo con questa “Antonia” nelle orecchie mi sono quasi commosso, anzi senza il quasi. Questa persona è piena di difetti, gli stessi miei il che ci rende la vita a volte letteralmente impossibile, quante liti e quante amarezze, più di certo delle gioie, però siamo qui dopo ormai non pochi anni, pazienza, e lei è una grande artista davvero, non un pestatasti a cottimo come me. E ora basta pubblicità subliminale.

Sono andato a cercare il cd di Zambrini, sarebbe un modo di ringraziarlo. E anche di capire come fosse la versione originale, per realizzare quanto di Bollani ci sia nella versione di Bollani. Ce n’erano altri due, sullo scaffale, non “Antonia e altre canzoni”. Per ora mi resta il dubbio, ma se per caso Zambrini passasse da queste parti, sappia che ce n’è un altro - anche se non legge la musica né la suona ma la ascolta con la stessa devozione delle vecchiette che non conoscevano il latino ma si sono sentite orfane della Messa in latino - che si è visto fare un regalo imprevisto e immeritato, con un brano non dimenticabile, era da tempo che non ascoltavo nulla di così profondo e perfetto, come una ferita che non guarisce.




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8 settembre 2006

Let The Happiness In

Ieri pomeriggio mi sono immalinconito al semaforo dell’Hotel Flora forse perché ascoltavo una cassetta di David Sylvian registrata chissà quando, era rimasta nel mio cassetto della scrivania del giornale da quando non l'avevo consegnata alla persona che me l’aveva chiesta. Non che sia successo qualcosa di particolare: ci siamo visti non poche volte da allora, ma me la dimenticavo sempre. Segno che doveva restare con me, fino a ieri quando l’ho riascoltata.
Per andare a Bogliasco, come faccio quasi sempre, ho preso un’auto del giornale. Questo perché da undici anni ormai, da quando ho venduto la Mini Minor rossa, non possiedo una mia automobile. Non è stato facile separarsi da Camilla, così la chiamava la mia ragazza di allora. Ma ero appena venuto ad abitare a Genova, nella casa dove vivo ancora oggi, e in più facevo lavoro esclusivamente al desk, tappato in redazione - se ci penso mi chiedo come abbia fatto, devo proprio voler bene a questo mestiere - e quindi un’auto non mi serviva proprio. Qui dove vivo è come stare a Venezia, le macchine non arrivano, non se ne sentono i rumori, dal quarto piano di un palazzo del Quattrocento, la casa è piccola ma tanto praticamente ci dormo soltanto, ogni tanto si dice che ce ne vorrebbe una più grande ma alla fine non ci si muove.
Parlo di macchine perché a farmi conoscere David Sylvian fu un amico di Rapallo, iscritto a giurisprudenza come me, come me segretamente deciso a fare altro dopo la laurea. Io, ovviamente, il giornalista come sognavo da bambino; lui, il regista. Aveva un entusiasmo dilagante, parlava di attori e film e sceneggiature come se fosse il suo pane. Posso paragonare al suo trasporto per il cinema soltanto quello di un amico di una compagna di università, che a lei donava i suoi bozzetti di aspirante stilista. Non ne so più nulla, ovviamente, ne ricordo benissimo però i dati anagrafici perché aveva un nome che sembrava un cognome e un cognome che sembrava un nome di donna. Tornando a Rapallo, ero convinto che Tonino, questo il suo nome, sarebbe diventato un grande regista e un giorno mi sarei potuto vantare di averlo conosciuto prima che diventasse famoso. Qualche anno dopo, quando già lavoravo, avrebbe vinto il concorso per il miglior cortometraggio autoprodotto, promosso dalla Renault per il lancio in Italia di un suo modello. Me lo disse in treno, aggiungendo che la sera tale sarebbe stato ospite del Costanzo Show, io registrai la puntata perché facevo ancora il pendolare e per essere in redazione alle 7, visto che fino al 2001 siamo stati un giornale del pomeriggio, dovevo partire col locale delle 5 e 35. A sera, tornato a casa, feci scorrere tutto il nastro, ma di Tonino niente, solo quando già in basso scorrevano i titoli di coda Costanzo disse “ed ecco i vincitori” e quindi una carrellata veloce veloce, tutto lì. Qualche anno fa è uscito un film di uno che di cognome faceva come Tonino, ma non ha avuto successo neanche lui. Però mi ha insegnato David Sylvian e anche per questo sono contento di averlo conosciuto e dispiaciuto che non ce l’abbia fatta a Hollywood, con tanti cani in circolazione.
Ne avevo grande stima, un giorno in treno si giocava al gioco delle cose da salvare, mi disse “Come disco dovresti sentire Brilliant Trees”. Eseguii, quel disco e anche “Secrets of the Beehive” mi accompagnarono nel walkman l’anno dello scudetto. Ed ecco la cassetta, nata perché l’unica volta che Sylvian venne a Genova, al Carlo Felice in concerto, ci andai per sbaglio con una persona di cui ora ho perso le tracce e forse è meglio così.
Era una trentenne che veniva da molto lontano, ma veniva a Genova due volte al mese, non si capiva perché ma era diventata tifosa del Doria, inspiegabile per radici o che altro, io pensai che ci fosse dietro il classico movente, invece niente, sembrava davvero un amore puramente calcistico, il che per una giovane donna perfino gradevole nell’aspetto e nei modi è almeno strano. Naturalmente anche lei aveva uno strano e incomprensibile rapporto paraidolatrico con le quattro scemenzuole in croce che scrivo, perciò le ero simpatico e lei era un tipo divertente, ma ci eravamo visti soltanto alle serate di brigata, niente di losco insomma, giuro.
Poi viene il giorno del concerto di Sylvian, io mi ero candidato per il servizio alla redazione spettacoli chiedendo la deroga, ma era soprattutto una scusa per andare gratis al concerto, me la diedero. Così mi trovai due biglietti. La persona con cui stavo e sto era lontana per lavoro, andare da solo mi pesava, provai due numeri tiepidi dell’agenda ma al sabato sera i numeri si raffreddano se chiami al sabato pomeriggio. Poi mi venne in mente lei, anche perché sapevo che aveva questa strana usanza di salire a Genova il giorno prima, dormire in un albergo del centro meglio noto come crocevia di situazioni di contrabbando coniugale, che tenerezza mi faceva a volte quando si lamentava di non aver dormito perché nella (a volte nelle) camere accanto c’erano coppie di straforo che prima facevano l’amore e subito dopo cominciavano a litigare, a base di “quand’è che lasci tua moglie/tuo marito?”, poi un’altra copula emolliente quindi pausa e poi di nuovo l’alterco, e così tutta la notte, ovviamente più passava il tempo e più il sottofondo acustico del non sonno della trasfertista era fatto di sempre più baruffe e sempre meno silenzi.
In più lei nel mio gruppuscolo aveva due o tre corteggiatori che la molestavano, elidendosi vicendevolmente, non graditi per giunta; così non solo prese a disertare le serate in birreria come si pensava, ma veniva a Genova egualmente, senza però presentarsi prima dell’ora della gara. Così, quel sabato sera, pensai di invitarla al concerto, almeno avrebbe passato una serata meno mortificante della partitura per pianola meccanica dei materassi altrui. In più con me le cose erano chiare, era amica sia mia che della mia metà (che si era appassionata al caso della strana tifosa) e quindi non rischiavo nessuna contestazione disciplinare nemmeno io.
Venne al concerto senza sapere chi fosse Sylvian, si riebbe soltanto per Forbidden Colors perché l’hanno talmente logorata negli spot che la conoscono tutti, ma per esempio una versione swing di Nightporter non le suggerì nulla. Alla fine mi disse: me la fai una cassetta? La accompagnai all’albergo, sperando bene per lei. Due entravano già litigando.
Il giorno dopo il Doria perse in casa con la penultima in classifica. Da allora la combinazione di noi due più Sylvian venne accantonata. Io lo ascolto ancora, eccome. Ma la cassetta mica gliel’ho mai più data. Anche perché da un paio d’anni di lei non si sa più nulla. Ha smesso di venire a Genova e nessuno ha contatti con lei. Mi restano i suoi numeri, ma avrei paura di muovere chissà quale sasso di fiume, trovandovi sotto scorpioni e altro. Lo faceva anche prima, ripensandoci, poi ricomparendo quando ormai non ci si sperava più.

Quella sera Sylvian aveva aperto il concerto con “I surrender”. Era la prima volta che lo vedevo di persona, non ero molto più giovane di lui, o lui più vecchio di me. Da quanto tempo lo ascoltavo, quante cose avevo intrecciato alle sue canzoni. Anche l’attesa di Fontes da Mota sotto il pilone del semaforo; e questa storia di una persona che spero ora stia in qualche modo bene, magari torni a vedere il Doria.




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1 settembre 2006

1/9, come tutti gli anni

The sun shines high above
The sounds of laughter
The birds swoop down upon
The crosses of old grey churches
We say that we're in love
While secretly wishing for rain
Sipping coke and playing games

September's here again
September's here again


(David Sylvian, “September”, Secrets of the Beehive, 1987)





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27 agosto 2006

Improvvisazione su "Era de maggio" - Per G., F. e R.

Sono sempre nel posto sbagliato. Sabato scorso ero a Benevento e una settimana dopo è arrivato Capossela, concerto nel teatro romano. Stasera mi sarebbe piaciuto essere a Melpignano, per il concerto finale della Notte della Taranta. Tanto più che quest’anno il lavoro non mi porterà in Salento e già questo mi escrucia.
C’erano tra gli altri Carmen Consoli, cioé la ragazza con cui fuggirei se a lei non dispiacesse, e Lucio Dalla, uno che da bambino avevo conosciuto come presentatore tv e poi una sera a Sanremo si mise il violino in spalla e cantò 4/3/43. Che personaggio ispido e per certi versi repellente, ma che grande artista. Oggi sta un po’ nel limbo, come compete ai colpevoli di connazionalità col pubblico italiano, ma gli basterebbe finire sotto una macchina perché la gente di colpo si accorgesse di quanto erano belle “Mille miglia prima e seconda”, “Anna e Marco”, “Quale allegria”, “Viaggi organizzati”, “Anidride solforosa”, “Piazza grande” e non la finirei più, compresa “Fumetto” che è il primo ricordo che ho di lui, quella che comincia “Lettera ics, qual è il segreto di Asterix Motor X Mister X”, sigla del programma “Gli eroi di cartone”, era il 1969 o il 1970, chissà.
Sarà che domani sera sono di corvée a Bologna, per questa dannata Coppa Italia con tre turni in otto giorni. Tira brutta aria, perché a Benevento ho visto un Doria più che in bianco e nero, solo uno dei due noncolori, e il mio collega che era a Rimini mi ha detto che nel secondo tempo gli altri avrebbero potuto farne quattro. In più Bologna è una specie di Little Big Horn doriana, tutte le volte che ci si va sono carrube, due retrocessioni su tre sono nate lì e la seconda è tutto un programma, in più ci sono tre ex freschi freschi e belli avvelenati come Antonioli, Castellini e Zauli, quelli non freschissimi come Bellucci e Marazzina sono egualmente pericolosi, sai che divertimento.
Comunque vada, so già che costruirò le mie 77 righe di racconto della partita sulla falsariga di “Disperato erotico stomp”, che stasera a Melpignano Dalla canta con due artisti locali, chissà che risate. Sicuramente tirerò fuori qualcosa come “Nel centrocampo del Bologna non si perde neanche un bambino”, d’altra parte la Sampdoria di quest’anno sembra così poco divertente che bisogna fare come i cuochi alle prese con materia prima così così: darci dentro con le spezie.
Che fenomeno, Dalla. Poco fa leggevo la sua intervista a “La Stampa” e ha ragione: “Un capolavoro come “Era de maggio” per me vale 200 volte “Imagine”, sia per la musica che per il testo”.
E’ vero. Riuscii a commuovermene anche ascoltandola da un musico a gettone, al piano bar del ponte principale del cruise ferry noleggiato da Berlusconi per la campagna elettorale del 2000, nella notte di navigazione da Livorno a Napoli. Io ero inviato del mio piccolo storico giornale perché allora facevo la politica, ero con due colleghi che poi hanno fatto carriera, Max Lussana del Giornale e Mario Calabresi de La Repubblica, stavamo lì perché dovevamo marcare la mamma di Berlusconi, che aveva più di novant’anni e alle due del mattino era ancora bella arzilla con la sua corte di dame di compagnia. Era una crociera che sembrava nata sotto il segno della rogna: Berlusconi era partito da Genova con l’influenza e al comizio di Livorno si era fatto sostituire da Biondi, la notte seguente si era rotta una tubatura e gli si era allagata la suite, la terza sera Bonaiuti era caduto dalle scale e si era rotto un braccio. Invece quella sagoma di Berlusconi conquistò perfino il Lazio e la Liguria, D’Alema si dimise, io tornai a terra e per altri due anni e mezzo fui costretto a seguire la politica locale. Il cantastorie di “Era de maggio” chissà che fine ha fatto, di quella canzone ne aveva inciso una versione splendida Battiato, uscita nel 1999, giusto a ridosso dell’ultima pesante batosta presa dal Doria a Bologna. Battiato, Dalla, la Consoli: che peccato, se è vero quel che dicono di loro. Ma non per ragioni esistenziali, ognuno fa quel che vuole ed è giusto sia così. Peccato, perché il patrimonio genetico del loro talento si esaurirà in loro. Ma forse, a giudicare da molte discendenze a parte i Maldini e gli Zucconi e i Villeneuve, meglio così. Axel Merckx ha sfiorato un podio mondiale in tutta la sua carriera e basta, Cristiano de André a differenza di suo padre sa suonare ma per il resto lasciamo perdere, discorso che vale anche per Christian De Sica.
Non so che cosa scriverò domani sera. Di sicuro non sarà qualcosa di inarrivabile come “Era de maggio”, nessuna persona è mai stata all’altezza del potersela pensare dedicata da me, e dire che ho conosciuto almeno tre ragazze da perderci la testa come in effetti la perdetti, G. e F. e R. e basti l’iniziale, una ora fa la dirigente d’azienda, l’altra la notaia e la terza la mamma di Matilde e Ludovica. Nessuna di loro stasera è a Melpignano, di una sono sicuro perché so dov’è mentre le altre due non credo. Sia quel che sia, una alla volta per quel che mi avete regalato anche senza dovermelo, negli anni in cui credevo di essere al timone della mia vita e che la vita fosse un gioco almeno a somma zero, abbiatevi questo “Era de maggio”, altro che “Imagine”. Poco importa che per G. sia stato settembre, febbraio per F. e giugno per R., era de maggio perché così vuole la canzone. La canzone di un uomo che come me è sempre al posto sbagliato, ma almeno se ne accorge. E se ne fa una ragione.




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23 agosto 2006

Non regalate terre promesse a chi non le mantiene

Sarà che stasera il Doria gioca a Rimini, fatto sta che oggi ho fatto pace con i cd di De André. Perché appena alzato, dopo la doccia, volevo sentire qualcosa in linea con la giornata e la mia collezione offriva in alternativa soltanto "Rimini" di Lu Colombo, quella di "Maracaibo": con quel brano era andata a un lontano Sanremo e lo ha riproposto per devozione a se stessa in un cd delizioso di due-tre anni fa, in cui la cosa peggiore è il titolo ("L'uovo di Colombo"), ma poi è una sorpresa dietro l'altra sotto le stelle del jazz e dello swing, si sente la mano di quel gran genio del chitarrista Maurizio Geri, c'è persino un brano sulla ricotta. Merita.
Comunque "Non regalate terre promesse a chi non le mantiene" merita di più. Già, che genio matto era, schiacciato da un padre troppo grande (dirigente industriale, appassionato di Brassens ma riluttante all'idea di un figlio cantante, difatti i primi 45 giri glieli aveva fatti stampare a proprie spese a patto che si firmasse solo "Fabrizio" senza il cognome) e da un fratello inarrivabile per intelligenza (Mauro, il miglior avvocato societarista d'Italia, il Paladeandré di Ravenna è intitolato a lui e non al fratello). Era un uomo pieno di difetti, forse decisamente antipatico e intrattabile, dicono pessimo uomo di famiglia, incoerente in sommo grado perché mai (a differenza di Brel) rinunciò alla ricchezza ereditata, tirandosela da cantore degli ultimi ma con un portafoglio da primi. L'attico a Milano, il ranch in Gallura, la splendida casa sul porto della sua Genova dove non ha fatto in tempo a tornare: facile, con questi mezzi, fare l'anarchico. E poi la cosa che più mi irritò, subito dopo la sua morte: l'appropriazione indebita da parte di una tifoseria di calcio, che ne avrebbe fatto una sua icona quotidiana col debole pretesto di una simpatia certo reale, ma non così fegatosa da giustificare l'idolatria parossistica che certo lui non avrebbe approvato, in uggia come aveva santi e santini. Diventarlo lui, un santino, proprio non avrebbe gradito; e un santino del pallone, poi.
Così, per qualche tempo, in antipatia a quel fenomeno, accantonai quei cd. Un riflesso condizionato banale, ma io per esempio mai mi sognerei di propagandare come icona del sampdorianesimo il sampdoriano Ivano Fossati, che tra l'altro di De André sarebbe oggi consuocero, visto che suo figlio sta con la Luvi.
Rimini, quindi. Che canzone. Non la eseguì nell'ultimo suo concerto a Genova, pochi mesi prima di andarsene, al Carlo Felice. Io avevo un posto di superprimafila, perché avevo usurpato i biglietti dell'architetto Piano, che all'ultimo momento non era potuto venire e così aveva girato l'accesso a uno dei figli, mio collega e caro amico. Quel concerto girava attorno alla Buona Novella, fu emozionante e lo è ancor più nel ricordo.
Rimini, quella vera, invece è sempre più lontana. L'ultima volta che ci ho visto una partita fu nel gennaio 1982, in un pomeriggio di nebbia tanto che sembrava sospendessero la partita. Finì 0-0, il portiere Zeliko Petrovic parò con la... faccia una punizione di Galdiolo, col pallone che gli era rimbalzato male davanti. Eravamo partiti a notte fonda, alla mattina presto eravamo andati a San Marino, una foto di quella trasferta è tra le vestigia della prima promozione che seguii di persona, la seconda (quattro anni fa) ormai ero giornalista. Della Repubblica mi stupì l'esorbitante smercio di policromi liquori aromatizzati, imbottigliati in vetri traslucidi. Prima della partita il pullman si diresse al ristorante Il Passatore, mi ricordo la statua enorme di gesso nel giardino accanto all'ingresso, io fui l'unico a restare sul pullman mangiando i panini portati da casa, quell'anno avrei fatto in tutto otto trasferte (Brescia, Pisa, Perugia, Rimini appunto, Varese, Ferrara, Reggio Emilia e Pistoia), record personale destinato a resistere cinque anni e i soldi erano quelli che erano, perciò risparmiavo dove potevo. Lo stadio era diverso da com'è oggi, le gradinate erano addossate alle porte, mentre ora le hanno riportate oltre quella che una volta era la pista di atletica.
Chissà come venne in mente a De André di scrivere su Rimini una canzone così sciaradistica, iniziatica, oscura. Ai concerti diceva di essersi ispirato a “I vitelloni", ma non c'entrava nulla. Quello è forse il film più vero e sincero di Fellini, perché ancorato a un registro realistico, perfino troppo, che vede il declinarsi dell'autobiografia secondo una leggibilità più accessibile di quella delle opere successive. Certo, a tratti si intuisce il Fellini successivo: la scena del carnevale e lo squarcio alla Sironi della partenza della sorella di Alberto. A pensarci bene Rimini è anche quel romanzo di Tondelli, ben costruito ma freddo, leggendolo si capisce come lo scrittore avesse progettato un libro ad ampia commerciabilità, cosa che in effetti accadde, molto meglio i racconti di Pao Pao e Altri libertini e soprattutto le cose sparse, gli articoli di stampa, anche se oggi tutto appare molto datato, Tondelli fu gli anni Ottanta e non se ne sarebbe più liberato, oggi avrebbe 51anni mentre De André 66, tutto sommato c'era poca distanza tra loro due ma l'uno è cristallizzato nella sua eterna giovinezza mentre l'altro è svantaggiato dall'affannosa monumentalizzazione.

Ero partito da Rimini-Sampdoria, ho scritto qualcosa di sfilacciato che se ne va da tutte le parti. Forse perché l'attenzione si avvicina a una partita che vedrò soltanto da lontano, con la mente, nell'attenuarsi dell'interesse.




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