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un modo di guardare


Storie


23 luglio 2007

In guardia contro il vento

Prima ripresa
(Shaul Romano, ex campione mondiale mediomassimi)

Mi hanno detto che gli è rimasta una cicatrice, non troppo profonda ma comunque evidente. Anche trent’anni dopo. Non so se sto facendo bene ad andare da lui; d’altra parte il compenso è buono e la vita, scavalcate le corde, con me non è stata facile. Penso che se quella sera fosse andata diversamente, avrei avuto più fortuna. Tutto si paga, il bene come il male, e il male costa di più. Forse avrei conquistato il titolo alla prima occasione, nemmeno troppo tempo dopo. C’è modo e modo di vincere, alcuni sono molto peggio di perdere, per esempio il mio di quell’incontro. Così fui io il vero sconfitto. Per sempre. Pochi giorni prima, al tempio, avevo ascoltato le parole del rabbino: “Al giusto non può capitare alcun danno”. Così, quando l’arbitro mi alzò il braccio mentre l’italiano tornava al suo angolo, con un tampone di garza sulla fronte, io non mi sentii di ringraziare nessuno. Non ero nel giusto, anche se non avevo commesso alcun male. Ero stato strumento dell’ineluttabile. Ora vorrei riparare, ma è troppo tardi. Quella cintura l’ho perduta molto presto. I soldi sono volati via. Anche io sto volando, ormai da quasi un giorno, il comandante dice che stiamo atterrando, il produttore mi invita a guardare dal finestrino, un pugno di case laggiù sulle alture a ridosso del mare.


Seconda ripresa
(Angelo Ghio, ex campione europeo mediomassimi)

Sapevo che non avrei avuto un’altra occasione. Già era stato incredibile, con due sole difese dell’europeo alle spalle, avere la possibilità di combattere per il mondiale. Quando ero diventato campione, il giorno dopo ero arrivato al mio paese su una Fiat Mefistofele, l’aveva procurata proprio il direttore della fabbrica, la gente guardava più la macchina che me. Mi aveva permesso di allenarmi tutto il tempo che volevo, purché alla fine di ogni incontro dicessi al telecronista che lavoravo per la Fti Inoxtubi. Ma non c’era telecronista quella notte, perché non c’era la televisione, così gli amici quasi non mi credevano quando dissi che Romano portava una stella sui calzoncini. La ferita invece era ben visibile, inoltre ne avevano scritto anche i giornali. Al ritorno da Las Vegas, il direttore era ad aspettarmi all’aeroporto. Avresti vinto tu, mi disse, non importa quel che è successo, avrai un’altra opportunità. Invece, qualche mese dopo ad Amsterdam, persi anche l’europeo, Bornemans per la rivincita mi aveva portato nella sua tana e l’arbitro non fu all’altezza. Ma nemmeno io lo ero, ormai. Tornai presto in fabbrica. Ora Romano mi vuole rivedere, viene apposta dall’America. Ci saranno anche le telecamere, ma sarebbe stato meglio averle avute a Las Vegas.


Terza ripresa
(Giulia Castagnola, moglie di Angelo Ghio)

Io glielo dicevo che non ne valeva la pena. Ma lo facevo soltanto per pungolarlo. Se per me era bianco, per lui era nero. Anche così si va d’accordo, anche su questi presupposti si può costruire una vita insieme. Ma a forza di suggerirgli di non tentare il mondiale, almeno così presto, fu lui a non volermi a Las Vegas, quando ci provò davvero. Al ritorno mi confessò che aveva voluto proteggermi, non l’avevo mai visto sconfitto e quella volta avrebbe rischiato davvero, sui giornali della vigilia avevo letto che l’avversario era fortissimo, un italoamericano di religione ebraica che combatteva con la stella di Davide sui calzoncini. Quel dettaglio mi faceva pensare che non sarebbe stato un match ad armi pari, lo penso tuttora anche se mi rendo conto che è una stupidaggine. Meglio comunque che non lo abbia mai visto sconfitto. Perlomeno sul ring. Meno male che subito dopo abbiamo avuto Primo. Io avrei preferito Angelo, come lui, ma lo ha voluto chiamare così a tutti i costi. Anche questa storia della trasmissione non mi piace, io ero contraria.


Quarta ripresa
(Aldo Muzio, maestro di boxe di Angelo Ghio)

Talenti come lui, non ce n’era. Forse ha provato troppo presto a vincere tutto. Con un po’ di pazienza, ci sarebbe arrivato comunque. Glielo avevo detto di non accettare quella sfida. La borsa era interessante, certo. Ma si doveva andare a casa di Romano, con il pubblico ostile; e questo contava. Sembra stupido dire che il pubblico abbia una sua parte, quando sei solo lassù e il problema è prendere un pugno in meno di quelli che riesci a dare. Invece anche questo ha la sua importanza. Quando entrai in quel palazzo delle feste, la sera prima del match, il gestore mi disse che lì Duke Ellington aveva tenuto lì il suo ultimo concerto. Chissà se era vero. Ci ripensai, alla storia dell’ultimo concerto, quando vidi quel pugno di striscio, il sangue sulla fronte, la fine di tutto.


Quinta ripresa
(Giobatta Ghio, padre di Angelo)

Tutta colpa mia. Ormai sono vecchio vecchio, non so per quanto ancora ne possa avere, è da tempo che mi prende una stanchezza insostenibile ogni volta che mi sveglio, ma ci penserà il Padreterno. Quando mio figlio mi disse che voleva provare ad andare alla palestra di Muzio, ce lo accompagnai. Il maestro mi disse: con quel fisico, bastava lavorarci un poco e sarebbe venuto fuori un gran pugile, senza nemmeno aspettare troppo. Io avrei preferito che si tenesse stretto il suo lavoro al laminatoio pellegrino, avevo ben presente Giuanin Bozzo, che era andato addirittura alle Olimpiadi dall’altra parte del mondo, poco dopo la guerra, e aveva preso il bronzo. Sarebbe diventato un grande professionista, se avesse avuto la testa giusta e non gli fossero piaciute troppo le donne. Mio figlio la testa giusta ce l’aveva, almeno pensavo. Il talento, chissà. Avrei dovuto oppormi, ma dopo qualche lezione mio figlio mi disse che gli piacevano la fatica, il sacrificio, la boxe insomma. Ora anche mio figlio, a volte, parla di se stesso come di un altro, confonde i ricordi con i rimpianti, ma forse sono solo allucinazioni dell’età. La mia, lui è ancora giovane o perlomeno non è vecchio. Ma quando mi dice che vorrebbe tornare a combattere, penso che ci sia qualcosa che non va.


Sesta ripresa
(Giorgio Lombardoni, produttore di “Rivincite”)

Proprio non la conoscevo, questa storia del mondiale perduto per ferita e di una carriera finita in una notte. Meno male che in redazione ho ragazzi che consumano gli occhi e il cervello sulla storia dello sport, così mi trovano queste belle storie, che al pubblico piacciono tanto. Solo che l’ebreo è taciturno, cupo, come oppresso dalla colpa e forse anche un po’ suonato. Il nostro non ne parliamo: completamente andato. A volte dà l’impressione di non sapere nulla di se stesso, bisogna che qualcuno dei miei ragazzi che ha studiato la sua carriera lo aiuti a ricostruirsi i ricordi. Bisognerà insegnare a tutti e due che cosa dire, gli sceneggiatori dovranno fare un gran lavoro perché sembri una cosa vera e voluta, mentre tutti e due li abbiamo convinti soltanto parlando di soldi. Ma alla gente queste cose piacciono: l’incontro trent’anni dopo tra il vincitore e lo sconfitto, col primo che chiede perdono per aver vinto senza merito. Mi preoccupa solo il fatto che siano entrambi, senza offesa, dei dimenticati. Ma in redazione sono convinti che funzionerà. Basterà una scheda di presentazione.


Settima ripresa
(Aurelia Marcone Ghio, madre di Angelo)

Mai voluto il telefono in casa. Mi sarei opposta fino all’ultimo. Invece ci siamo dovuti adattare perché ormai viviamo soli, siamo anziani, su Angelo non possiamo contare perché non si sa quello che fa, dice che viene a trovarci e poi non si vede per giorni. Io penso che tutti quei pugni gli abbiano fatto male, anche se lui dice di non averne presi poi tanti, visto che alla prima sconfitta si è ritirato. Ma penso lo dica perché io non soffra. Da quella notte, il telefono, l’ho sempre odiato. Il nostro paese è un pugno di case, oggi è diverso ma allora il telefono c’era solo come posto pubblico al circolo, l’incontro non lo trasmetteva né la televisione né la radio, così ci mettemmo d’accordo con Muzio, ché appena finito telefonasse lì, al posto pubblico, per dirci come fosse andata. Ci ritrovammo tutti al circolo e per passare il tempo giocavamo a briscola. Venne l’ora che in America il combattimento doveva essere appena cominciato, smettemmo di giocare. Mi vergogno ad ammetterlo, dissi una preghiera. Non scorderò mai quel silenzio, lo squillo del telefono, nessuno che aveva il coraggio di andare a rispondere, la faccia di Giobatta che si era preso quella responsabilità.


Ottava ripresa
(Livio Giambruno, ex manager pugilistico)

Quando l’arbitro interruppe l’incontro, lasciai il mio posto in prima fila per correre all’angolo, non si capiva che cosa fosse successo. Angelo diceva che l’avversario lo aveva colpito di striscio e la stringa del guantone gli aveva tagliato la fronte, infatti l’asciugamano era tutto rosso e quel sangue era davvero un brutto spettacolo. Io avevo fatto tutto quel che potevo per avere la diretta Rai, ma per la storia del fuso orario non c’era stato niente da fare e ora pensavo che fosse stato un bene. Una faccia coperta di sangue, in tv: chissà cosa avrebbero pensato a casa sua. Dissi agli organizzatori che quel match non valeva, ci voleva una rivincita a breve. Per loro andava bene, ma poi Angelo volle a tutti i costi andare ad Amsterdam per dimostrare all’olandese che lo avrebbe battuto anche a casa sua. Adesso mi hanno detto che va in tv, a “Rivincite”. Avrà bisogno di soldi, chissà. Spero non mi faccia la stessa impressione di Bartali accanto al pupazzo rosso, povero Bartali. Di sicuro non lo guarderò, per rispetto a lui e anche a me.


Nona ripresa
(John Goodman, ex arbitro internazionale di pugilato)

Sono passati ormai trent’anni, ma non riesco a liberarmi da un rimorso. Qoelet dice che i morti sono più felici dei vivi, ma i più felici di tutti sono i non nati, perché sottratti in assoluto alla malvagità del mondo. Ecco, quando penso a quel mondiale con titolo vacante a Las Vegas, mi sento infelice come non mai. Dovevo essere io a controllare meglio l’allacciatura dei guantoni, sia di Romano che di Ghio. Sarebbe bastata un’occhiata in più per scoprire quella stringa che spuntava dal polso destro dell’americano. Invece non ci misi la dovuta attenzione e così, quando alla quinta ripresa successe quel che successe, non ebbi il coraggio di prendermi la colpa. D’altra parte tutto il pubblico era per Romano, “The Jewish Bomber”, impossibile agire diversamente. Andai nello spogliatoio di Ghio, gli strinsi la mano per dirgli: andrà meglio la prossima volta. Lui mi guardò e capimmo entrambi che non ci sarebbe stata prossima volta.


Decima ripresa
(Primo Ghio, figlio di Angelo)

Viene domani, ho detto a mio padre. Lui mi ha chiesto: sei sicuro? E io: certamente, anzi è meglio che andiamo dal barbiere, così in televisione farai la tua figura, sei ancora un bell’uomo e non meriteresti di farti vedere con quei pochi capelli in disordine. Mentre andavamo, in auto, mio padre continuava a chiedermi: sei proprio sicuro che venga domani? a me sembrava oggi. Io non potevo permettermi esitazioni: ti sbagli, ogni tanto ti distrai, figurati se non mi ricordo un appuntamento così importante. Ma poi lo sai come sono questi della televisione, mica mantengono tutto quello che promettono, adesso vanno di moda le storie vere ma chissà quanto di vero c’è in quello che trasmettono. Con il barbiere mi sono già accordato, perché mio padre stia lì il tempo necessario. Quanto ai soldi, la differenza ce la metterò io, se necessario tutti.


Undicesima ripresa
(Gino Marinelli, regista televisivo)

Mi aveva detto Lombardoni che sarebbe stata una bella storia, ma così bella non la immaginavo. Il vecchio americano che arriva sulla piazzetta del paese e ad aspettarlo c’è un uomo sui trent’anni. Lui resta come impietrito ed esclama: Dear Angelo, how are you? Il vecchio lì per lì non capisce che quello non è Ghio, ma il figlio. Così gli butta le braccia al collo e gli dice che gli ha rubato la vittoria più importante della carriera, che in trent’anni non ha pensato ad altro che a quel gancio sulla fronte, poi l’uomo gli spiega che non è Angelo ma il figlio, il padre si scusa tanto ma non se la sente di vederlo, l’emozione potrebbe nuocergli, meglio così per tutti e due. Un altro abbraccio, il vecchio americano con le lacrime agli occhi, che regala al figlio del vincitore mancato la cintura di campione del mondo. Insomma una cosa che andrà alla grande. Ma alla fine, quando l’americano è ripartito, deluso ma non troppo, il ragazzo ci ha detto che non vuole dare la liberatoria, che suo padre sta molto male e all’ultimo minuto non se l’è sentita di farsi vedere malconcio da Romano. Cercherò di convincerlo comunque, magari chiedendo a Lombardoni di tirar fuori un po’ di soldi in più. Sai che ascolti, in compenso.


Dodicesima ripresa
(Stefano Rissetto, contraffattore di vite altrui)

Quando avevo 13 anni, il mio compaesano Aldo Traversaro divenne campione europeo dei mediomassimi. Lo conoscevo di vista: era operaio nella stessa fabbrica di mio padre, la Fit Ferrotubi di Sestri Levante, ma in un altro reparto; e sua madre lavorava come domestica in una famiglia di miei parenti. Il giorno dopo la vittoria per il titolo europeo su Rudi Koopman, Traversaro sfilò per le strade del paese su un’auto d’epoca scoperta e io salii sul predellino, dicendogli “E ora devi vincere il mondiale”. Ricordo la delusione in paese, all’indomani della sconfitta per ferita a Filadelfia con Mike Rossman. Il sindaco aveva promesso, se Aldo avesse vinto, che avrebbe appeso lo striscione del Traversaro Club al balcone del municipio. Quella mattina passai lì davanti per andare a scuola e lo striscione non c’era.
Sono passati quasi trent’anni, vado sempre meno spesso a Sestri, di Traversaro non so più nulla. Ricordo quando, finita la carriera, passava davanti a casa mia, sul marciapiede opposto. Io lo osservavo dalla finestra, mentre arrestava il cammino, come avesse di nuovo davanti Rossman, per mettersi in guardia contro il vento.




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16 dicembre 2006

Padri e figli

Si vede che oggi contava come una domenica. Può darsi, anche se le regole di questo gioco le conosco poco, anzi per nulla, se non per sentito dire.
A Genova ci sono tre McDonald's: uno alla stazione marittima, uno a ridosso dei giardini di Brignole e il principale, che poi era un Burghy dismesso, ai piedi del palazzo di via XX Settembre dove fino alla metà degli anni Novanta aveva sede la Sampdoria.
Alla sera, quando uscivo dal giornale per andare a casa, mi poteva capitare di incontrarci un ragazzo di colore coi dreadlocks che a molti non diceva nulla ma a me sì, perché era Clarence Seedorf appena diciottenne, era già ricco ma restava un ragazzo e andava a mangiare lì come aveva sempre fatto ad Amsterdam.
Oggi in quel McDonald's a volte ci entro alla sera per mangiare, se a casa sono solo e la voglia di cucinare è quella che è. Oppure prima di entrare, se so che come oggi la giornata di lavoro sarà lunga. Chiedo venia se qualcuno si offenderà, ma tra l'altro quelle schifezzuole non so perché ma mi aggradano. Basta evitare maionesi e intingoli, i panini sono decenti.
Comunque all'ora di pranzo dei giorni di festa o semifesta, nel salone seminterrato che una volta era l'ingresso pedonale della Rinascente, che sta in un altro palazzo a Piccapietra, il panorama è sempre costante,
In que giorni il McDonald's è come una spiaggia di novembre, la mattina presto, dopo una mareggiata. A riva restano i detriti di quelli che furono amori, forse. Molti dei tavoli da quattro sono immancabilmente occupati da due persone, sempre un uomo dai trenta ai quaranta e un bambino dai cinque ai dieci.
Il bambino mangia le patatine con la salsa di pomodoro in quella scatola colorata, a volte anche un panino non troppo complesso. L'uomo ha davanti a sé una bottiglietta d'acqua nemmeno aperta, guarda il bambino e vorrebbe dirgli qualcosa ma non sa che cosa. Si vedono forse una volta alla settimana, ormai, troppo e troppo poco al tempo stesso. Sono mozziconi di esistenza, spiccioli di tempo che servono soltanto ad agumentare rammarichi, rimorsi, rimpianti.
L'uomo sa che per tutto il resto della settimana la madre può raccontare al bambino quel che vuole. Magari la verità, ma ognuno tende a dissimulare le proprie mancanze e a focalizzare quelle altrui. Adesso toccherebbe a lui, ma ha solo un giorno, anzi quasi mezzo se n'è già andato, e il bambino pensa più che altro a intingere le patatine nella salsa di pomodoro, ammesso che sia davvero pomodoro. Ma tutto sommato non vuole dirgli nulla, gli basta averlo lì, una volta era stato il segno che tra lui e lei le cose erano andate bene, invece i guai erano cominciati proprio in quel momento, quando inizia qualcosa c'è sempre qualcosa d'altro che finisce. Così il bambino è passato da un papà all'altro e quello nuovo sta diventando quello vero. L'uomo invece sta ancora spolverandosi dalle macerie e così imbiancato non è un bel vedere, magari la colpa è stata sua, anzi è stata sua, ma ormai a forza di soliloqui ha saputo addomesticare la verità.
Tra poco si alzeranno, magari andranno al cinema, un altro buon modo per non parlare. E far finire in fretta il giorno più atteso, il più temuto della settimana.




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15 novembre 2006

Vita standard di un venditore provvisorio di pezzi di nera

Sto leggendo "Gomorra". Nel leggere gli apprensivi arrivi dell'autore sul luogo del delitto, sempre a fermare il moto di nausea che sale da dentro quando ci si deve confrontare con la disarmante materialità della morte dei morti ammazzati, ho ripensato la mia piccola e insignificante carriera da cronista di nera. Quasi diciott'anni ormai che faccio questo mestiere, quasi mai ho lavorato sui delitti. Non sono un bloodhound né un beagle, piuttosto - per stazza e dentutaggine - un volpino di Pomerania, un cagnolino da salotto insomma. Qualcosa ho fatto, certo, e sempre da secondo. Il G8 è un discorso a parte, tutti eravamo prime firme e tutti eravamo badilanti preoccupati solo di schivare le mazzate, la mattina del sabato a piazza Alimonda, che poi sta a poche decine di metri dal giornale, a far da circospetto caronte a colleghi laureati come Ceccarelli e la Di Gregorio, dopo che gli amici di Giuliani avevano menato un paio cameraman giapponese distruggendogli la macchina. Un giorno o l'altro lo racconto, il mio G8 da soldatino semplice, che aveva lasciato a casa la pettorina gialla con scritto "press" che ci aveva dato il nostro sindacato credendo di risparmiarci guai, invece con l'aria che tirava le avremmo prese dagli uni e dagli altri, infatti nessuno la indossò. Ma quella storia è tutt'altro che pertinente alle mie povere esperienze di nerista ausiliario.

***

Ai tempi di Bilancia, che poi si seppe solo dopo che era un uomo solo a fare tutto quel cafarnao, mi è capitato di andare a fare il colore. Qualche volta a toccare con mano la miseria di certe ricchezze, la piccolezza di certi grandi. Al secondo omicidio sui treni, quello sul Genova-Ventimiglia, i miei capi ebbero un'idea originalissima: mandiamo Rissetto sullo stesso treno, esattamente una settimana dopo. Trattavasi di un indegno localaccio, che fermava proprio dappertutto, col percorso poi delineato su una tratta lungamente monobinario: quattro ore da Brignole alla frontiera.
Mi presentai con una certa fiduciosa rassegnazione alla stazione, all'ora della partenza del treno. Il mondo era come impazzito: di sette carrozze quattro erano chiuse, c'erano più ferrovieri e poliziotti in incognito che passeggeri veri, poi immaginavo che ci fossero altri giornalisti. Primo stacco di cialtroneria: salirono anche il giornalista e l'operatore dell'azienda di Stato, anzi due operatori. Alla partenza girarono qualche immagine, solo che scesero alla fermata di Sampierdarena, il resto repertorio, quello che trasmisero non lo vidi mai. Provai a girare il treno, o meglio le quattro carrozze aperte, per vedere il paesaggio umano: una della squadra omicidi che conoscevo di vista, perché non priva di una certa bellezza borbonica e quindi risaltante nelle foto delle conferenze stampa sugli arresti alle quali mai avevo partecipato. Stava lì, come esca per un eventuale assassino desideroso di bissare la precedente prodezza, scortata due scompartimenti più in là da un collega armato.
Ovviamente, su quel treno non successe nulla. C'era da inventare tutto, io avrei scritto un pezzo giocato sul tema di Ascenseur pour l'échafaud, decisamente brutto e svogliato. A Ventimiglia passate le undici di sera non c'era più nulla, mangiai una specie di pizza in un localaccio dalle parti della stazione. Il giornale mi aveva prenotato l'albergo più triste della mia vita, se la gioca al fotofinish con uno di Como bazzicato lo scorso agosto per un collegiale della Sampdoria a Chiasso, il letto singolo era proprio piccolo piccolo e attaccato alla parete, il copriletto di materiale plastico.
La mattina dopo, ripartendo per Genova dove avrei preso la multa sull'autobus perché non avevo biglietto e la rivendita alla domenica mattina era chiusissima, all'edicola della stazione comprai i giornali. Un grande inviato di un grande quotidiano nazionale aveva già scritto il pezzo che io ero stato incaricato di preparare "domani su dopo". Sì, era così. Dal nostro inviato, treno Genova-Ventimiglia e poi la firma. Peccato che su quel treno costui non ci fosse salito. Lo posso dire perché si trattava di un collega molto famoso, dal volto noto perché spessissimo presente in tv. Se ci fosse stato, anche travestito, l'avrei visto comunque. Si era inventato tutto. Un pezzo scritto benissimo, non c'è che dire. Molto migliore di quello che avrei scritto. Ma pensato da qualche altra parte che su quel treno.
Qualche tempo dopo, questo collega, l'ho incontrato su un altro servizio. Quella volta c'era veramente, era lui. Eravamo sulla nave elettorale di Berlusconi, io seguii solo la prima parte del viaggio da Genova a Napoli, tre giorni quindi. Anche quella sarebbe una storia da raccontare, ripensandoci. Tra i colleghi, restai impressionato per la gentilezza e l'umiltà da un giovane già in carriera, straordinariamente somigliante alle foto che avevo visto di suo padre, prima quand'ero piccolo e poi negli anni a venire. Poteva darsi delle arie ma non lo faceva. Ma torniamo al fantasma del treno. Ci trovammo una sera accanto a cena, avrei voluto chiedergli: scusa, tu quella sera sul treno di Bilancia non c'eri, ti sei inventato tutto d'accordo coi tuoi capi oppure gli hai detto che c'eri andato e invece no? Poi non gli ho detto nulla. Ora ha un grado dei più alti in uno dei più importanti giornali nazionali.

***

Mi sono tornato a occupare di nera tra lo scorso e quest'anno, per via di una particolare situazione temporanea che si era creata nel nostro giornale. Abitando nel centro storico, essendosi imbruscata la situazione di ordine pubblico in zona, ho scritto svariati pezzi di ambiente in pagine su fattacci. Poi, una mattina presto, mi hanno tirato giù dal letto perché a 500 metri da casa mia, dall'altra parte di via San Lorenzo, a notte fonda avevano sgozzato una ragazza. Si chiamava Luciana Biggi, una bella ragazza che faceva l'istruttrice di aerobica, qualche sera fa il suo caso è stato analizzato a "Chi l'ha visto". Il principale e unico indiziato è l'ex fidanzato, a suo carico ci sono svariati indizi (poche ore dopo il delitto ha fatto lavare abiti e scarpe usati quella notte e si è trasferito nella casa di campagna, alcune sue dichiarazioni autodifensive sono deboli) ma nessuna prova schiacciante. L'indagine è ancora in corso. Quella mattina sono arrivato là che il corpo non c'era già più, ma il sangue per terra era ancora fresco. Al pomeriggio e qualche giorno dopo ho scritto questi due pezzi, gli ultimi per ora della mia piccola carriera di nerista ausiliario.

***

C’è troppo nulla qui, tutto è vuoto. Le bottiglie di birra, i pacchetti di sigarette, i ponteggi velati di un tulle smeraldino, gli sguardi di chi passa e si segna. All’ombra di Palazzo Salvago, nel vicolo di San Bernardo, già si è rappreso il sangue che urla ancora sull’ardesia. Scuro come un mantello di dolore, rilascia bagliori desolati, come se la vita cifrata in ogni globulo non volesse svanire del tutto. Scafati sacrestani del male, uomini e donne della scientifica in tuta di carta e guanti di lattice raccolgono oggetti muti per farli parlare, scattano foto sperando di animarne il negativo, braccano spettri inafferrabili. "Sempre loro" sussurra una donna anziana che passa, per rinserrarsi nell’assurdo di un uscio posticcio, una saracinesca che s’apre come un portone. Ha già condannato l’assassino: lo straniero, l’altro, l’immigrato. Poi magari, come accadde a Novi Ligure in casa De Nardo, il finale è diverso; ma il senso della storia non cambia, in un tessuto sociale che, come una cosa viva, si necrotizza per difetto di vascolarizzazione. Ancora una volta, nella Genova antica ormai vecchia, si pianta una croce che assomiglia a una bandiera di resa. Persi nella nebbia è la prima scritta sul muro, Sol para la vida / dados para jugar / soldados para matar è la seconda, Forza Liboni è la terza. Mancherà fino a sera il nome di un povero corpo di donna, ormai l’assenza di un’assenza, usurpato e lacerato prima che l’alba discreta incipriasse queste pietre che docili hanno visto scivolarvi gli anni e i secoli. La giovane barista del locale a pochi metri dal vicolo del delitto, sigillato dalle strisce biancorosse della polizia, è arrivata come tutti, tranne il sicario: tardi. "L’avevano già portata via, non ho visto nulla". Ogni parola porta una tessera, a ricostruire un’esistenza svanita. Gli stivaletti, il tatuaggio di un angelo, la felpa. La carotide e la giugulare che non ci sono più. Maria Mater Dei guarda la scena dalla nicchia del palazzo antistante, come usava una volta per grazia ricevuta in mezzo al mare. Ma il piccone non batte piano, non serve supplicarlo, molte sono le edicole vuote in questo labirinto di pietre: non ci sono più Virgo Fidelis, Sedes Sapientiae, Causa Nostrae Laetitiae, segno di una santità fuggita o derubata, usurpata dal demonio che stende le sue ali fuligginose sui fazzoletti di cielo tra un tetto e l’altro. Uomini e donne hanno l’aria di reduci da una guerra di trincea, sporca e macellaia come la prima del Novecento; quando però il nemico te lo trovavi davanti, in faccia, e allora era questione di chi fosse più svelto. Ma qui non si vede nessuno, almeno fino a che è troppo tardi. E’ un esercito cupo di invisibili, che brulica nell’oscurità come la moltitudine dei topi dai grossi denti gialli, che sbucano dai tombini quando il giorno è già finito oltre il filo dell’orizzonte. "Io oggi trasloco da qui - dice un ragazzo affacciato dal portone dirimpetto, davanti a uno splendido androne colonnato rinascimentale - per andare alla Maddalena. Diciamo che sono sempre in guerra". Dappertutto non è facile vivere. Qui sarebbe più bello che altrove: si respira la storia di una città e di un popolo, i palazzi raccontano di un tempo perduto, come soltanto a Venezia e a Lisbona. Gemono però le travature tarlate, si sbriciolano le pareti muffite, corrose da un male invisibile e devastante. Le dolenti sentinelle protese verso il nulla che pulsa lanciano le solite accuse: venite qui solo quando muore qualcuno, altrimenti ci lasciate soli e magari scrivete quanto è bella la vita notturna del fine settimana, che per noi è un problema in più, tra gli ubriachi che girano, gli spacciatori infrattati nei portoni in cerca di clienti, tutti stranieri, troppi stranieri, nessuno li controlla, nessuno sa chi siano, quanti siano, che cosa facciano, ecco che cosa fanno. Lassù, sulla piazzetta, c’è una telecamera che non ha visto nulla. O forse ha visto proprio tutto il nulla che c’è, troppo, in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. Pensi che poche ore prima quel sangue per terra passava in un cuore di giovane donna viva e ora è lì, spento, tra polvere e rumenta intoccabile, fino a che non toglieranno le strisce. Silenzioso e straziante frusta i nervi il grido di un clarinetto, è una battuta del Vocalizzo per l’Angelo che annuncia la fine dei tempi, secondo movimento del Quartetto; Messiaen lo scrisse nella desolazione del lager di Görlitz, ai tempi di pietà l’è morta. Pure qui, ancora una volta, in questo cuore di Genova che pure sarebbe quanto di più bello c’è in città, pietà l’è morta. Quel sangue l’hanno già lavato via. Non si vede più. Si vedrà per sempre. L’ottavo movimento, l’ultimo, per piano e violino, è la Lode all’eternità di Gesù. Poco altro in cui credere.
(Corriere Mercantile, 29 aprile 2006)

***

Silenzio, si vive. O si dovrebbe. Hanno rovesciato la clessidra, ieri sera nei vicoli a est di San Lorenzo. Niente colori, tutto dipinto in nero, io volterò la testa fin quando arriva il nero: come nei Rolling Stones, o nel miglior Salvatores. Bar e locali chiusi, in segno di lutto per la sventurata Luciana, ma anche per polemica contro dotti, medici e sapienti. Quello strano vento grasso e chiassoso che spazza nottetempo i lastricati dalla metà della settimana, per alcuni è infatti la terapia, mentre a detta d’altri integra una variante del morbo. Lo chiamano con un nome straniero, movida; e la questua linguistica già tradisce la fragilità di un innesto che denuncia saltuari sussulti, ma profondi, di rigetto. Per i vichi marini nell'ambigua sera cacciava il vento tra i fanali preludii dal groviglio delle navi: era il 1907, Dino Campana aveva poco più di vent’anni e portava al guinzaglio se stesso nella vecchia Genova, scrivendo e riscrivendo per tutto il suo piccolo tempo lo stesso libro. La sua animula vagula e blandula pellegrina da allora, inesaudita, tra la grotta di porcellana di Salita Pollaiuoli e il nascondino di pietre che dissimula la cenere degli astri, Canneto, Giustiniani, San Bernardo. Qui, una settimana fa, la notte che presero il vino e ci lavarono la strada, a ridosso di Palazzo Salvago, è morta ammazzata una ragazza, troppo innamorata della vita fino a farsene travolgere. E la gente che resiste, navigando a bordo dei palazzi rinascimentali che hanno attraversato i secoli, ha chiesto a tutti di fare silenzio, di disoccupare le strade dai sogni chimici. Per una volta, nell’impossibile speranza di strappare le lancette a un orologio corso troppo veloce. Così, ieri sera, scoccate le 21, il nulla si è reimpadronito della zona dove una settimana fa era tornato a scorrere il sangue. Era una dimostrazione, uno sciopero, un corteo immobile. Alcuni pensano infatti che la città antica possa sopravvivere alla necrosi sociale soltanto infondendovi vita, comunque trasfusa. Meglio così sarebbe l’andirivieni euforico e rumoroso delle notti di tendenza, che la cappa di buio destinata a dissimulare i traffici più lerci. Spenti i rumori, spenta anche l’insegna di quell’ultimo caffé. Soltanto lo zampettìo dei topi punteggiava il silenzio che avvolgeva il groviglio dei vicoli. In tutto questo silenzio, si poteva riflettere. Da una parte, va neutralizzata la strisciante colonizzazione malavitosa, compiuta da stranieri senza tetto né legge. Ma il carnevale permanente della night fever, tanto di moda tra chi nei carruggi non vive e magari non li ha mai visti alla luce del sole, per certi versi è un rimedio peggiore del male. Risse e altri reati figliati dall’alcool o altro, fino ad albe che illuminano tappeti di bottiglie rotte e chiazze organiche. Tra il vuoto, respirato ieri notte davanti alle serrande abbassate, e il caos dev’esserci un punto mediano. Facendo pulizia prima, e non alla fine della festa.
(Corriere Mercantile, 3 maggio 2006)




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25 ottobre 2006

Stazioni

Sono un collezionista di stazioni ferroviarie. Non è che me le porto a casa ovviamente, me le porto dentro, perché credo che siano la cosa che più assomigli alle chiese o alle sinagoghe, senza le medesime pretese. Vi si officiano però i riti di una religione terrena, quella delle partenze e degli arrivi, dei ritorni e degli addii.
Quella che preferisco è Santa Lucia, anche se ha ragione Renzo Piano quando dice che l'unico modo di salvare Venezia è buttare giù il ponte. Ma quando il treno fa la curva dopo Marghera e dai finestrini vedi acqua dall'una e dall'altra parte, e laggiù in fondo - se sei fortunato ad arrivarci in un giorno di nebbia - cominci a vedere le ombre della città, perdoni anche l'architettura un po' troppo da torrone del fabbricato.
Poi ovviamente la Centrale di Milano, con le sue navate di ghisa e le bestie strane tipo Notre Dame sulla facciata, ogni volta che ci arrivo mi rattristo perché con Milano non sono mai stato fortunato, quando vedo quelle tre enormi volte cupe penso a certi colloqui, a certi appuntamenti, e ai ritorni col cuore sotto i tacchi.
Termini invece ormai è tutt'altro dalla prima volta che ci ero arrivato, tra gallerie sospese e sotterranee, negozi e banche e cambi, non mette più soggezione, sembra una Rinascente e nemmeno delle più belle. Molto più suggestiva Ostiense, sarà per le sagome contrapposte della Piramide e del Gasometro, sarà per l'idea che poco lontano c'è la tomba di Juan Rodolfo Wilcock, sarà per la sua configurazione ancora non inquinata dal commercialismo. E poi ci sono quasi sempre passato quando la notte non è ancora alba, con ombre balenghe che si aggirano sul marciapiede.
Preferisco naturalmente quelle dove i binari finiscono ed è per questo che Bologna non mi dice nulla. Sono invece suggestive Cagliari e Palermo, le andrò a rivedere nei prossimi giorni, mi manca il viaggio lungo la Sardegna da Casteddu a Olbia o Porto Torres e prima o poi vorrei farlo. Poi piccoli gioielli come la tettoia liberty della stazione Como Lago delle ferrovie Nord, le palme di Sanremo a ridosso della casa da gioco (ma adesso la stazione è abbandonata, al suo posto la più inquietante e brutta di tutte, sotterranea, vicino a corso Cavallotti), i marmi e la marzialità demodé di Montecatini e Viareggio, l'aria basilicale di Mergellina, l'incertezza esistenziale dello scalo marittimo di Messina. La desolazione del terminal abbandonato accanto all'Ostiense.
Anche quando vado all'estero colleziono stazioni. In qualcuna ci sono arrivato regolarmente, col treno. Le cattedrali sconsacrate di Copenhagen e Zurigo; il castello incantato di King's Cross a Londra e quello di Anversa; l'opprimente cubone staliniano di Varsavia; il gigantesco armadillo della Zentralstation di Francoforte, coi treni che arrivano in discesa, prima delle tappe intermedie del viaggio ferroviario più bello della mia vita, un giorno e mezzo per arrivare da Sestri Levante a Gothenburg, dal 7 all'8 maggio 1990. Lo scalo marittimo tedesco di Puttgarden e quello danese di Roedby spazzati dal vento notturno, con una sinfonia di scricchiolii che calava dai lampioni. La casetta di mattoni di Haelsingore, vicino al castello di Amleto. Infine la Centralstation di Gothenburg o meglio Goteborg, l'ho rivista nel novembre di un anno fa, quindi sedici anni dopo la prima volta. Piccola e spoglia, ormai però affollata di negozi anche lei. Ero tornato a mangiare lo stesso piatto di gamberi in salsa piccante del 9 maggio '90, poche ore prima che il Doria vincesse la Coppa delle Coppe. L'anno scorso ci ho pure dormito dentro, in quella stazione: nel senso di una camera di un albergo costruito sopra la galleria degli arrivi, disseminato di tracce di Feng Shui, con tutto automatico (pagavi prima le due notti, ti davano una tesserina magnetica e poi non vedevi più nessuno), per un sonno striato dagli annunci in svedese. Ma di quel viaggio la stazione più bella fu Amburgo, ci arrivammo a mezzanotte circa, oggi l'avranno sicuramente cambiata, un grosso parallelepipedo di vetro affumicato e metallo, illuminato dai cartelloni pubblicitari, scesi dal Milano-Altona e pensai ai Beatles che erano partiti da qui. Poi faticai a convincere i miei compagni di viaggio a non andare a St. Pauli, visto che avevamo solo mezz'ora per la coincidenza.
L'amante ideale è la Gare de Lyon e - magari - mangiare a Le Train Bleu. La Westbahnhof di Vienna invece l'ho sempre temuta, per la sua spettralità. Lisbona: Sant'Apollonia è stupefacente, se non ricordo male c'è la mano di Calatrava, ma non c'è partita con la vecchia stazione del Rossio con gli azulejos. Barcellona non dice nulla, è sotterranea. Il legno luterano di Bergen, poi.
Sarebbe stupenda ma non vale perché non ha binari ma rotte sul mare, la Stazione Marittima di Genova. Fino al G8, era vecchiotta e trasandata e nel Salone Partenze potevi rivivere l'angoscia e la speranza di chi partiva per sempre per le Meriche, quanti dalle mie parti e anche dalla valle della mia gente, arrivata dal Bellunese perché pratica di miniere, pronta poi a ripartire (Arzeno di Ne ha un cimitero a forma di nave) per ricostruirsi la vita oltre l'oceano. Si chiamano come me un avvocato di Washington, una badessa della Virginia che governa un convento con sito web, una culturista premiata, un giocatore di football, una bellissima studentessa di chimica vincitrice di una borsa di studio a Harvard. Tutte storie cominciate da un pugno di case in cima alla val Graveglia, a ridosso della miniera di manganese.
Ma più bella di tutte la stazione trovata per via di una partita con la Honved, quel che ne restava almeno, di quattordici anni fa. Arrivando a Budapest Keleti, sotto quelle navate eleganti di ferro modellato a origami, mi parve di riconoscere qualcosa ma non capivo che cosa. M'informai e lessi il nome del progettista: Gustave Eiffel.
Quasi quasi potrei scrivere una storia per ogni stazione, a pensarci bene ce l'avrei. Ma ci vorrebbe un'altra penna.




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9 settembre 2006

Questa non è l'America (Anversa, 1939)

La prossima volta voglio portare anche Miriam in America. Forse era destino che non ci arrivassimo stavolta, perché lei non aveva potuto seguirmi, dopo tutto meglio così. Papà mi aveva detto che sarebbe stato un viaggio lungo e infatti lo è stato. Miriam non era partita perché la sua famiglia aveva deciso di restare, le cose in qualche modo si sarebbero aggiustate, la nostra gente aveva superato ben altro e anche la sua famiglia. Noi invece eravamo partiti, come aveva fatto qualcuno della nostra gente prima di noi, una volta laggiù avremmo costruito un’altra esistenza. Pensavo che sarei diventato ricco e famoso, in America può capitare a tutti e soprattutto a quelli che scappano. Alla partenza eravamo tutti contenti, anche se qualche vecchio piangeva, e così al mio fratellino Leo ho dovuto dire che era per la commozione. Lui però mi sa che non ci ha creduto, poi l’ho visto parlare con uno di questi vecchi e da allora il mio fratellino era diventato cupo cupo. Avrebbe parlato poco per il resto della traversata, anche se gli avevo detto più volte che non dovevo credere a quel vecchio, aveva parlato così perché si era vergognato di essersi commosso. Leo, chissà perché, non voleva partire per l’America, tanto che mia madre quasi quasi l’aveva avuta vinta, diceva che la nostra vita era dove eravamo nati, papà invece non aveva voluto sentire ragioni, bisognava partire fino a che ce lo avrebbero permesso.
Subito dopo la partenza c’era una grande allegria sulla nave, tutti non vedevano l’ora di arrivare, i giorni erano passati anche veloci, il mare era stato buono con noi, io per passare il tempo suonavo il mio violino e anche i bambini cantavamo. Però ogni tanto le canzoni erano tristi. Ci avevano detto che l’Oceano era molto grande e che per attraversarlo ci volevano giorni e giorni, infatti era andata proprio così. In più avevo una certa paura di affondare, anche se prima della partenza avevano detto che la nave era una delle più sicure del mondo. Miriam mi aveva detto di avere un cattivo presagio, ma io non volevo credere ai presagi. Così quando rivedemmo terra ero soprattutto contento. Dico soprattutto perché dentro di me avevo anche una certa angoscia. Pensavo che non sarei più tornato in Europa per molti anni e forse Miriam non sarebbe riuscita a tenere fede al giuramento che ci eravamo fatti, io avrei aspettato lei e lei me.
Attorno a noi stava succedendo di tutto, certo, il mondo non stava bene, ma a me non importava del mondo, importava di Miriam, la lasciavo sola nella metà del mondo che conoscevo, poteva succederle di tutto. Per esempio che si innamorasse di qualcun altro.
Così, quando ci hanno detto che a Cuba per noi non c’era posto, ho provato un misto di inquietudine e di soddisfazione, mentre tutti erano delusi, anzi inviperiti, preoccupati. Ero un po’ meno vicino all’America, un po’ meno lontano forse dalla persona che non ero riuscito a portare con me. Ma non potevo dire nulla di tutto questo ai miei genitori, mentre Leo cominciava a rianimarsi. Pensai che dentro di sé pregasse perché qualcosa ci costringesse a tornare indietro. O forse era destino, un destino più forte di tutto il resto. Quando dovemmo ripartire anche dagli Stati Uniti, mi dissi che sarei tornato da Miriam anche da solo. A bordo cominciarono a correre le voci più diverse, qualcuno parlava della Colombia, dell’Argentina, di altri Stati del Sud, ma un giorno la nave riprese il mare sulla stessa rotta che avevamo percorso all’andata. Davanti e dietro di noi non avevamo che acqua, sembrava una peregrinazione infinita, niente più terra da nessuna parte, eppure da qualche parte saremmo pure dovuti arrivare. Tutti erano arrabbiati, non sapevano che fare, si lamentavano. Io volevo arrivare da Miriam, forse era stato il mio amore per lei a determinare la scansione di quel viaggio. Sembrava dovessimo approdare in Inghilterra, infine ci siamo riavvicinati al Continente. Nessuno diceva più nulla, quel ritorno sembrava una sconfitta. O l’inizio di una sconfitta più grande.
La nave è stata come circondata dalla terra, sembrava l’estuario di un grande fiume e invece era ancora mare, il mare che entrava dentro la terra per farci strada, per deporre il nostro tormento e la nostra sofferenza su una terra che ridiventava nostra.
In questa città la nostra gente taglia i diamanti fino a renderli distillatori estremi della luce, sono gli artigiani più bravi del mondo e sono rispettati e ammirati. Spero che in qualche modo Miriam mi raggiunga, avrà saputo che sono arrivato qui. Andrò al teatro per sapere se c’è posto per un musicista, altrimenti vedrò di arrangiarmi, siamo abituati a farlo da sempre, questa non è l’America ma per ora la farò diventare l’America. Allo sbarco ci hanno detto che non possiamo andare da nessun’altra parte, ormai dobbiamo rimanere qui fino a che le cose non cambino in meglio. Soprattutto ci hanno detto che non possiamo tornare in Germania. Leo non dice più nulla, i miei genitori cercano di farsi coraggio. Ma io so che ritroverò Miriam, comunque. E la porterò in America, non avrei mai potuto andarci senza di lei.




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30 agosto 2006

Prima di ogni volo

Prima di ogni volo, al banco dell’accettazione, quasi automatico chiedersi quale degli altri passeggeri occuperà il posto accanto al nostro. Si sbircia sulle carte d’imbarco, poi l’impiegata chiama e se l’aereo è alla manica ecco la prima scrematura, vengono infatti convocati innanzitutto i passeggeri delle ultime file. Li vedi andare via a uno a uno: qualcuno con rammarico, altri con sollievo. Gente che probabilmente non vedrai più, con cui forse avresti una immensa familiarità però mai lo saprai. Li avevi studiati nei vestiti, nel taglio dei capelli, nella gestualità anche telefonica, nella coesione familiare o affettiva. A volte serve poco per capire molto. Altre non bastano anni e magari una vita.
Sei quasi in coda, quando chiamano le tue file sembrano rimasti quasi i saldi di fine stagione. Una donna grassa dagli occhiali spessi e un vestito a fiori improponibile, accanto a un marito squisitamente neorealista. Un’altra coppia, stavolta saccopelisti da viaggi low cost, strano trovarli sulla così detta compagnia di bandiera. Un ragazzo magro e pallido dall’aria slava ma anonima. Una bionda non troppo giovane, in compenso troppo truccata e svestita fino alla sfacciataggine. Un quarantenne sgualcito in giacca e cravatta, occhiali con la corda e una brancata di quotidiani sottobraccio, non è un deputato perché ha esibito un biglietto normale, potrebbe essere un giornalista. Questi si notano, gli altri non si fermano nello sguardo. Ti suona il telefono, lasci il posto nella fila, entrerai per ultima.
Una volta nella carlinga, esamini le targhette ai piedi delle cappelliere, fino a che raggiungi la tua fila. Hai il posto accanto al finestrino, lo chiedi sempre perché ti piace riconoscere dall’alto le città e i loro elementi urbanistici, anche da diecimila metri nulla è come Venezia ma stavolta non avrai a disposizione che un po’ di Centritalia glassato di nuvole. In più il posto accanto al tuo è già occupato, ti è toccato lo slavo dall’aria anonima, si alza con sollecitudine, accennando un sorriso ma con lo sguardo obliquo rispetto al tuo, sembra infastidito dalla tua presenza ma vuole dissimulare questo sentimento. Eppure sei ancora una bella donna, anzi alla tua età è sempre più normale sentirti dire ragazza. Sei curiosa, certo; ma di solito va sempre a finire che sei tu a doverti difendere dagli attaccabottoni, anziché provare interesse per chi condivide con te l’ora scarsa in quota che ti riporta a casa.
L’aereo si avvia sulla pista di rullaggio, il ragazzo guarda fisso davanti a sé, tu pensi che evidentemente gli piaci, prima o poi troverà una scusa per parlarti. Alla prima turbolenza, oppure all’arrivo del carrello con le bevande, profittando di un tuo volgerti verso il corridoio che propizi l’incrocio degli sguardi.
Il decollo, la stabilizzazione in quota. Niente. Lo slavo sembra del tutto disinteressato a te. Forse non parla italiano, ma visto che al momento del drink sillaba Coca Cola, vocabolo duale cosmopolita, è impossibile accertarsene. Rivolge uno stento sorriso alla hostess ed è l’unica emersione dalla banchisa di apatia. Beve la Coca Cola in un sorso, poi accartoccia il bicchiere nel pugno che fulmineo si chiude, sgradevole è il rumore. Ecco, si volta verso di te, sorride, dice “Scusi”. Ma riabbassa subito lo sguardo verso le ginocchia, la sua salvezza è la rivista nella tasca del sedile anteriore, cerca di estrarla ma per prima cosa si trova nelle mani la scheda cartonata con le istruzioni di emergenza. Per neutralizzare l’errore rimira le illustrazioni con i giubbotti autogonfiabili, i salvagenti, i manicotti delle uscite di emergenza, le maschere di ossigeno. Veder squadernato quel prontuario d’apocalisse ti fa pensare a una cosa che di regola rimuovi: in caso estremo, quel ragazzo slavo dall’aria timida e smarrita sarebbe l’ultima persona che avresti avuto vicino. E tutto per un capriccio dell’elaboratore elettronico, che assegna i posti secondo un criterio cieco. Hai letto tempo fa che le ferrovie tedesche, non potevano che essere loro, all’atto della prenotazione del posto per un viaggio che superi una data lunghezza, ti sottopongono un questionario, che porti all’identificazione dei tuoi ideali compagni di scompartimento. In aereo questo ancora non accade e così ti trovi accanto a uno straniero che vorrebbe rompere il ghiaccio con te ma non ha il coraggio di farlo, oppure non gliene importa nulla e ha solo fretta di arrivare. Chissà dove e per fare che cosa, poi. Quando l’aereo, toccata la pista di Linate, si ferma nell’area di parcheggio e apre i portelloni, si alza senza nemmeno voltarsi per salutarti. Poi ci ripensa e quando è già nel corridoio lo fa, ma tu non lo guardi. Sussurra qualcosa che potrebbe essere un buongiorno come un arrivederci, quindi sparisce. Lasci scorrere la mandria, tanto hai la valigia da recuperare nella cappelliera. Hai già dimenticato il suo volto, quando così lo rivedrai non ti dirà nulla.

L’auto del colore e del modello giusto era ferma nel parcheggio. Srdjan salì in auto. Lo aspettavano Nebojsa e Milan. Abbiamo tutto, gli dissero, si fa domani sul presto. Poi riparti in treno, è meglio, almeno fino a Roma.

Il giorno dopo, entrò per ultimo nella villetta. I suoi compari avevano già fatto il grosso del lavoro, legando e imbavagliando i tre. Quando, tra il ragazzo e l’uomo, toccò alla donna, prima di fare il suo dovere la guardò negli occhi. Somigliava a quella dell’aereo.




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22 agosto 2006

Il mestiere di cane

Tra poco sarà di nuovo l'8 settembre. Mio padre ricorderà sempre quello del 1943, andava sul vaporetto dalla Spezia al santuario delle Grazie per la festa mariana e aveva visto partire il "Roma" dall'Arsenale verso il suo ultimo viaggio, l'aviazione tedesca lo avrebbe affondato alle Bocche di Bonifacio con l'ammiraglio Bergamini e mille e cinquecento marinai.
Io me ne ricorderò un altro, di 8 settembre, e un altro ultimo viaggio. Quello di Lepe da Orvieto. Fino a qualche anno fa, non sapevo nulla di cani. Ero indifferente. Anzi, mi infastidiva chi volesse troppo bene ai cani, pensavo - e in taluni casi continuo a crederlo - che chi amasse gli animali sublimava un certo odio immotivato verso i propri simili.
Poi ho conosciuto, indivisibile allora dalla padrona, Lepe, che allora aveva sette anni. Lei mi aveva avvertito che era un cagnaccio. Piccolo, ma con un caratterino. Quando l'avevo visto in foto, l'avevo preso per un bastardino. E lei, piccata: è un Parson Jack Russell Terrier, oggi sono dappertutto nelle pubblicità, ma quando lei lo aveva comprato erano rarissimi. Comunque, una volta appresa la razza, ne sapevo tanto come prima. Allora lei mi spiegò la storia del pastore protestante che aveva costruito una razza di cani topieri, piccoli e scattanti, con sangue di fox terrier, bull terrier e beagle.
Poi vidi lui. E il primo incontro fu proprio come temevo. Mi si fece incontro e io, specificamente ammaestrato, gli porsi un Ferrero Rocher dallo stick che avevo comprato al bar della stazione. Lo prese con dolcezza chirurgica, senza nemmeno sfiorarmi le dita. Così col secondo, il terzo e il quarto. Pensai che forse lei avesse esagerato, nel decantarmene la pericolosità. Poi, quando feci per varcare la porta di casa, mi si avventò alla caviglia per morderla.
Fu il primo dei miei contrasti con Lepe. Tutti a dire il vero nel primo anno: una volta provai a carezzarlo e mi morse la mano, un'altra mi si scagliò all'inguine - azzannando per mia fortuna la zona tasca destra, sono forti nell'olfatto ma pagano qualcosa in termini di diottrie - perché avevo fatto una mossa un po' brusca. Ma poi basta. In compenso era divertente vederlo fare il suo mestiere di cane: corse fulminee al cancello se suonava il campanello o passava un'auto, mendicanze assortite a tavola salendo anche sulle ginocchia del commensale fino a che non aveva soddisfazione, buche freneticamente scavate nei campi a caccia delle tane dei topi, piccoli gesti di richiesta istintiva di protezione e tutto quello che insomma fanno quelli come lui. Vastissima l'aneddotica, comprese le aggressioni ai postini e perfino al sacerdote impossibilitato a benedire la casa, ma da un cane anglicano c'era da aspettarselo. A sei anni era perfino sopravvissuto a un morso della vipera.
Impressionante la rapidità con cui correva sul pendio retrostante la casa, ai bordi della rete di recinzione, per presidiare il suo territorio all'arrivo di ogni vettura. Slanciandosi sempre sullo stesso percorso, coi suoi unghioni aveva come scavato sul terreno un solco, un piccolo camminamento ocra nella terra tufacea orlato dal verde.
Brillante, intelligentissimo, premuroso ma anaffettivo in senso classico, quasi a immagine e somiglianza della padrona, aveva finito per accettarmi e quindi per scortarmi. Alla mattina mi veniva a salutare quand'ero ancora a letto cercando di leccarmi il volto, gli ultimi tempi - da quando la madre di lei se n'era prima andata da casa e poi da questa vita, anzi mi è sempre rimasto il magone di non averglielo portato un'ultima volta - dormiva arrotolato ai piedi del letto e stava buono buono, anche perché ormai aveva tredici anni e quindi, in età tradotta, quasi una novantina. Infatti correva meno di prima, non riusciva a saltare sul letto, mi si accostava quand'ero seduto sul divano. Quando un giorno lo portammo al cimitero, per salutare la contessa, ci impressionò per come si dispose in posizione sfingea, davanti alla lapide di colei che gli faceva mangiare il gelato col suo stesso cucchiaio, ad ascoltare chissà quali parole. Il giorno del funerale, mi era stato detto, Lepe era stato chiuso in casa tutto il giorno, senza mai uscire, come osservando un suo privato lutto. I cani se ne accorgono, dicono.
Lepe era rimasto a casa, accudito ora dai vicini ora da periodiche visite della padrona, per tutto il tempo in cui ci si era illusi che la contessa potesse tornare a casa. Se lo avesse fatto senza più trovare il cane, si sarebbe lasciata morire in pochi giorni. Anche Lepic, dopo che la contessa se n'era andata a ritrovare Ali, Pipino, Floc, Giulia e tutti i cuccioli della sua vita, pensavamo si sarebbe lasciato morire. Invece, niente. D'altra parte era un canettaccio.
Ormai però era impossibile lasciarlo lì a Orvieto. Trovammo una signora di Milano affezionata ai cani complicati e così ci demmo appuntamento a Levanto, dove questa donna aveva una casa.
Io la sera prima ero stato a Torino per Genoa-Pizzighettone, sapevo che avrei dovuto fare servizio di scorta in questo congedo, il secondo in nemmeno due mesi, dal giornale mi avevano chiesto il pezzo di colore sui tifosi, che il giorno del 112° compleanno del loro Genoa esordivano in C1 dopo il trauma della condanna, già il Delle Alpi mette tristezza e questa gente che non per colpa loro si trovava in C1 dopo aver toccato la A anche, il pezzo così lo scrissi come se fosse una lettera aperta al mio tifoso genoano più amato, mio nonno. Cominciava così: "Caro mio Ture, vecchio genoano che avresti avuto cent’anni tra un mese, questa come te la racconto? Da dove tu la vedi, ti sembra meno assurda?". Ai genoani sarebbe piaciuto molto, mi dissero che sembrava scritto da uno di loro, succede quasi sempre quando scrivo di Genoa, e dire che sono sampdoriano. Forse mi venne bene, il pezzo, perché quella sera ero triste perché il giorno dopo dovevamo andare a Levanto a portare Lepe a quella signora di Milano.
Ero tornato tardissimo da Torino, perché dopo la partita ci eravamo fermati a mangiare una pizza in un "cinese" nei pressi dello stadio, così mi svegliai tardi e andai direttamente alla stazione. Salii sul primo treno e dopo un'ora e mezza arrivai alla Spezia, dove 62 anni prima quel giorno mio padre aveva visto partire il "Roma"; e anche questa è una storia che bisogna che racconti. Nel tardo pomeriggio arrivò il treno dove c'erano lei e Lepe. Il cane fu sorpreso di vedere me e io di vedere lui, stava accovacciato su un asciugamano sul sedile del passeggero. Arrivammo a Levanto, la stazione è a monte rispetto al borgo, incontrammo la donna, lei le consegnò l'habeas corpus di Lepe, fu tutto rapido, anzi rapidissimo, sul piazzale il cane e la donna si allontanarono verso il centro, nessuno dei due si voltò, nemmeno il cane. Tornammo in stazione e lei si mise a piangere a dirotto, si riebbe e poi ricominciò a piangere, ci guardavano tutti, anzi guardavano me e non lei, con occhiate di sdegno che tradivano l'interrogativo "chissà che cosa le avrà fatto, povera donna". Era una pena nella pena. Ogni tanto lei mi dice "ho nostalgia di cagnolino", da allora non lo chiama più per nome ma lo chiama "cagnolino".

La casa di Orvieto è sempre la stessa ma non è più la stessa. Quando arriviamo, Lepe non ci viene più incontro, né a cena mendica qualcosa salendo sulle ginocchia, di notte non viene ai piedi del letto e alla mattina a leccare la faccia.
Il solco ocra non c'è più, sul camminamento che Lepe aveva scavato coi suoi unghioni l'erba è ricresciuta uniforme, sempre più alta. E quando la guardo ce l'ho anch'io, nostalgia di cagnolino.




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21 agosto 2006

Cioè ieri, cioè mai

Chissà quando e se tornerò mai a Benevento. Me lo chiedevo stamattina, cioè ieri, a ogni buongiorno-arrivederci scambiato coi baristi, nel corso dell’ovvia copiosa somministrazione di caffè dovuta allo scarso sonno consumato. Chissà se e quando così rivedrò quella strana donna che oggi pomeriggio, cioè ieri, trafficava col suo computer sullo scomodissimo scrittoio scaleno del punto Telecom del salone partenze nazionali di Fiumicino.
Alta, florida e ostentatamente fasciata in un tailleur nero di china fin troppo serioso che contrastava con la festosità fisica, un eccesso di fondotinta e la matita a sottolineare gli occhi scuri scuri come i capelli raccolti in uno chignon, aveva molto di indefinibile, quasi tutto. Intanto l’età, che passati i trenta e fino ai cinquanta e a volte oltre è variabile delle giornate: chi se la spassa ringiovanisce. E questa sembrava giovane. Però aveva l’aria di una persona sola, perché altrimenti con cinque scrittoi disponibili non si sarebbe piazzata a quello più vicino al mio. Alle dita e al collo monilini di poco conto, un cellulare rossastro, un’agenda consunta, un pacchetto di gomme, tutto sciorinato sul tavolino, quest’ultimo incompatibile con una posizione corretta di chi scriva, costretto infatti a mettersi di traverso.
Io avevo appena destinato al cestino una pomposetta omelia, stile “brevi cenni sul pacifismo di maniera oggi scomparso”, mi va sempre di meno di parlare di politica e quindi è così anche sul diario in rete, per grattugiare i minuti e le ore verso il secondo e ultimo imbarco di questa trasferta sannita avevo così ripiegato sull’almanacco degli stadi. E davanti avevo questa donna, l’aria curiosa e infelice anche se serena, ci può essere infatti una serenità infelice, oppure un’infelicità serena, ne so qualcosa per esempio.
Negli aeroporti le distanze si vedono, parlano, ti toccano. Due persone ora si salutano, tra pochi minuti partiranno in direzioni opposte alla velocità di più di quattordici chilometri al minuto, oppure duecento metri al secondo, e magari non si vedranno più.
Negli aeroporti la domenica sera è tempo di rientri e quindi di congedi: gente che torna dalle ferie, coppie separate dal lavoro o da altri imbarazzi che chiudono una parentesi alla loro lontananza strutturale, circostanza a volte nefasta a volte salvifica. Chissà se quella donna arrivava o partiva, chissà quale sabato sera aveva trascorso, certo non come me allo stadio di Benevento, con quattro pezzi aperti contemporaneamente sul computer e l’impossibilità di sbagliare, visto che non c’erano riprese tv in diretta e quindi nemmeno la facoltà di controllare se quello che è successo corrisponda a quello che hai visto e soprattutto a quello che hai scritto.
Quello che vedevo era una donna non troppo bella ma nemmeno poco, afflitta da una solitudine dilagante. Ecco che si scioglie i capelli, chissà che cosa significa questo gesto, gli etologi lo sanno ma io non sono uno di loro, o meglio mi diletto della materia come per esempio in questo caso.
Io, sono tempi che certo non bramo di ampliare le conoscenze, semmai avrei il problema opposto di disboscarne l’inconferente brulicame. Però avevo sete, volevo andare a comprare una bottiglietta d’acqua ma al tempo stesso non mi andava di riporre tutto l’armamentario informatico per portarmelo dietro. Così, senza alcun retropensiero, mi sono alzato e le ho chiesto se potesse tenermi d’occhio il computer. Mi è parsa spaventata e anzi atterrita, come se avesse desiderato disperatamente da molto tempo che qualcuno le rivolgesse la parola, come se non avesse parlato con nessuno per giorni e giorni, e adesso che finalmente poteva riutilizzare la propria voce – una voce angolosa e perfino rude, del tutto in contrasto con la dolcezza dei tratti - tradiva un atteggiamento ibrido tra diffidenza, richiesta d’aiuto, curiosità, insoddisfazione. Era contenta di essere stata scossa dal suo solipsismo, ma ora non sapeva che farsene di se stessa. Ha risposto con un timido ma sbrigativo cenno del capo, in senso negativo, alla mia richiesta se le servisse qualcosa al bar, già che ci andavo io.
Quando sono tornato al mio posto con la bottiglietta, l’ho ringraziata ma aveva cambiato espressione. Adesso leggeva con acribia una schermata probabilmente epistolare, forse controllava la posta e aveva ricevuto una lettera che si attendeva, o meglio che non si attendeva ed è per questo che sorrideva guardando il video. L’ho ringraziata dell’attenzione e poi ho ripreso a fare quel che so fare meglio di ogni altra cosa, la mia specialità assoluta: perdere tempo. Ogni tanto alzavo gli occhi per scrutare la transumanza dei viaggiatori, inciampando più volte nel suo sguardo interrogativo e venato di una certa apprensione.
Ho provato a inventarle una vita, ma non me ne veniva in mente nessuna che poi le stesse veramente bene. Un’amantessa della domenica lieta del suo ruolo, una vedova già ripartita, una senza tetto né legge, nessun ruolo era il suo. Quindi poteva benissimo essere una collega, ripensandoci l’equipaggiamento computer più piccola borsa da viaggio non poteva che essere quello di una giornalista, chi va da un fidanzato o da un drudo con il computer? E se si muoveva nel fine settimana poteva essere pure una sportiva, magari avevano mandato anche lei a seguire una di queste strampalate partite di Coppa Italia, a Sansovino oppure a Cava dei Tirreni, a Giugliano, Cuneo, Melfi, San Giovanni Valdarno, chissà.
E come rideva, adesso, leggendo qualcosa sul suo schermo di cui vedevo soltanto il retro di alluminio lucidato. Era contenta di quello che aveva davanti agli occhi, o forse soltanto perché di lì a poco avrebbe preso un aereo verso qualcosa di bello.
Il mio telefono ha cominciato a suonare “Mi ritorni in mente”, trillo che ho adottato da qualche giorno dopo che la contitolare della mia esistenza mi ha diffidato dal continuare a usare lo stornello cantato dal posteggiatore a Banfi-Auricchio in “Fracchia la belva umana”. Era il collega del Secolo XIX che, perso l’aereo sul quale aveva creduto di poter salire, era a mangiare qualcosa al bar Frescobaldi a metà della galleria. Gli ho detto che l’avrei raggiunto nel tempo di cinque minuti, ovvero di chiudere e collocare nel diario quella farneticazioncella sugli stadi della mia vita.
Pochi attimi dopo, la donna che ormai a forza di ridere era diventata una ragazza, e davvero bella, mi ha guardato con un’aria sgomenta. Mi scusi, mi ha detto, che ora è? Io ho pensato: ha l’orologio, al polso e sul video, che bisogno ha di chiedermelo? Ma ho risposto egualmente, sono le sette e un quarto. E allora lei: oddio, ho perso l’aereo, ma non hanno chiamato l’imbarco. Ma al punto Telecom non chiamano alcun imbarco, i diffusori trasmettono soltanto canzoni su canzoni. Sono rimasto attonito, sorpreso, soprattutto amareggiato, nel vederla riporre in fretta e furia nella custodia rinforzata la spina, il trasformatore, lo stick per la trasmissione, quindi il computer, alzandosi e dicendomi “buonasera, arrivederci”, mentre io le rivolgevo un flebile “vedrà che l’aereo ha ritardo”, che lei non avrebbe sicuramente udito, presa com’era a trascinar via le due borse e il carrello verso chissà quale porta di imbarco.
Io stasera, cioè ieri sera, sono rimasto a Fiumicino ancora un paio d’ore, prima di salire sul mio aereo, l’ultimo per Genova. Raggiunto il mio collega, poi partito sul volo precedente, ho mangiato un panino con lui, ci siamo salutati e poi ho percorso un paio di volte avanti e indietro la galleria delle partenze, ma quella donna non c’era più, evidentemente era riuscita a prendere l’aereo. Meglio per lei, forse riuscirò a sapere che cosa l’avesse divertita così tanto, e se fosse una collega, la prossima volta che andrò a Benevento. Cioè ieri, cioè mai.




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16 agosto 2006

In fondo a Ferragosto c'è Natale

La donna scese alla stazione, con la sua piccola valigia di un giorno. In quella città aveva creduto di capire che cosa fosse la felicità, ormai troppo tempo fa. Non sapeva che cosa di lì a un anno sarebbe stato di lei, non le erano piaciuti i sorrisi del cardiologo, troppo vistosi. Così questo Natale voleva festeggiarlo con l’unica persona che ormai meritasse la pena ricordare, diradata ormai la polvere delle rovine di tutto il resto. Davanti a sé aveva una caligine indistinta, da cui affioravano sagome amiche: vieni, vieni. Ma non era ancora il tempo. Doveva rivedere almeno una volta almeno una persona.
Gli aveva proposto un appuntamento allo stesso ristorante di una volta e l’idea era sicuramente piaciuta. Certo non sarebbe stato più come allora, ma nulla era più così. Pure la contemporaneità va dilatandosi, una canzone di trent’anni fa non sembra risentire del tempo, quando trent’anni fa “Le donne non ci vogliono più bene” sarebbe parsa così datata. Chissà perché le tornava in mente quell’inno di voluttuosa sconfitta, di compiacimento nella disperazione. Di fronte a una camicia nera appena dismessa non si era tirata indietro, quel ragazzo era un fuggiasco, aveva appena scoperto di non avere che la propria vita e non sapeva che cosa avrebbe fatto se gli avessero tolto anche quella. Aveva bussato al portone più vicino, aveva detto, lo stavano inseguendo, era appena riuscito a sottrarsi a un arresto. La guardò con occhi che lei non aveva mai visto e che parlavano una lingua meravigliosa, questo le bastò, non era giusto ma decise che lo sarebbe stato.
Pure lo cercavano, ma lei non gli avrebbe mai chiesto che cosa avesse fatto, si sentì di nasconderlo e basta. In casa sua non avrebbero mai guardato, e al padre lei si era ben guardata dal rivelare chi fosse quel giovane nascosto in cantina, disse solo che lo cercavano per una vendetta tra vincenti e che se fosse uscito prima gli avrebbero fatto la festa per finta e poi per davvero. Fuori tutto cambiava, le lepri imbracciavano il fucile, lei credeva che quando tutto sarebbe finito lei avrebbe riportato fuori quel ragazzo con occhi mai visti. Ci avrebbe percorso un tratto di strada insieme, o forse tutta la vita, di sicuro le piaceva.
Quando passò la bufera, quel ragazzo volle congedarsi lasciando soltanto un recapito straniero. Qui non ho futuro, le disse, per quelli come me i decenni saranno secoli, vado da parenti, con un oceano di mezzo forse si dimenticheranno di me, ti prego di non cercarmi, sarebbe peggio anche per te, se sapessi chi sono non mi avresti tenuto nascosto tutto questo tempo, saresti stata la prima a consegnarmi. Quindi si allontanò, verso chi sa dove, non prima di averle stretto la mano.

La contemporaneità è stranamente viscosa, “Là ci darem la mano” sembra scritta ieri, eppure sono decorsi i secoli. Così il tempo le scivolò addosso, o meglio quel che del tempo non contava; il resto era rimasto impigliato a quegli occhi mai visti, compresa l’idea di lasciare un segno nel mondo.
Era già lontana da tutto, anche da quel padre che non aveva mai capito come fosse arrivato e perché quel giovane fosse rimasto tanto tempo nella loro cantina, quando le arrivò una lettera con un francobollo mai visto. Il ragazzo non era più un ragazzo e presto non avrebbe avuto più neanche quello sguardo che a lei aveva cambiato la vita. Ora poteva rivederla e anche confessarle una cosa che allora, sia prima di entrare in cantina che uscendone, non aveva potuto e voluto dirle. Ma avrebbero dovuto vedersi in un confortante altrove, per esempio la città dal cui porto lui era partito credendo di mai più tornare; ora invece era deciso a farlo, anche perché ormai anche quella sarebbe stata una fuga.
Si videro, in un ristorante sul mare, dovettero affidarsi a segnacoli tessili perché altrimenti non si sarebbero riconosciuti. Lui aveva uno sguardo imprigionato dietro lenti spesse, sabbioso, vinto, spento. Lei credette di aver di fronte un’altra persona, lui la convinse di non essere un impostore soltanto quando cominciò a rievocare particolari della cantina e della casa.
Avrebbe ormai potuto dirle la verità, cioé che quando era fuggito non era andato da parenti, ma da una giovane donna che lo aveva preceduto nella fuga e, dopo averlo riaccolto dall’altra parte del mare, era invecchiata con lui, precedendolo adesso nel posto dov’è silenzio e ombra. Avrebbe ormai potuto dirle anche il suo vero nome. Avrebbe potuto provare a dare un senso all’attesa inconscia e logorante in cui quella donna era invecchiata. Le disse invece: ho da sistemare ancora alcune cose, rivediamoci qui la vigilia di Natale.

La contemporaneità non esiste, “ma io già lo sapevo che comunque non potevi essere tu” è un verso nato nell’oggi, eppure è un valzer che avrebbe potuto benissimo essere scritto fra le due guerre. Così eccola entrare in quel ristorante, non importa che lui non abbia risposto alla sua lettera, lei è sicura che sia arrivata, tra poco entrerà con lo sguardo di quand’era ragazzo, e finalmente le donerà un significato per tutto quel che non è stato.


(Ho provato a inventare questa storia stasera, dopo una giornata di terapia solitudinaria nel silenzio di un’Assunta nella città vuota, per incollarla al ricordo della donnina che ho visto la mattina dell’ultimo Natale, al bar ristorante Garden di Corso Italia. Io ero lì per un caffé, non so quale. Saranno state le undici, lei era tutta in ghingheri, benché di un’eleganza ampiamente fuori epoca, truccata come se aspettasse qualcuno, si rivolse al direttore di sala chiedendo: posso prenotare un tavolo qui, oggi? c’è posto? sa, sono da sola, ho preso alloggio all’albergo qui davanti. Già l’idea di un pranzo di Natale da soli mi rattristava, interpretato poi da quella donnina desolata. Il giorno dopo, quando arrivai in redazione, passai subito nello stanzone della nera per chiedere che cosa fosse successo e mi stupii che al mattinale mancasse quel che mi aspettavo. Il prossimo Natale, a Dio piacendo, ripasserò al Garden).




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28 luglio 2006

Alviero e Fabrizio, i duellanti

Quando è venuto a saperlo - laggiù nel paese dei tropici, dove in qualche modo cerca di sopravviversi, quindi di dimenticarsi - Alviero ha brindato al rivale caduto, alzando un bicchiere vuoto verso il vuoto del mare, allo scoccare del disteso mezzogiorno: l’ora in cui gli uomini per pochi istanti perdono l’ombra, che subito con silenziosa pazienza tornerà implacabile a inseguirli.
Negli anni in cui l’ala doriana credeva che il mondo intero sarebbe diventato un grande stadio tutto in piedi per lui, Fabrizio era stato la sua mordace ombra, cinica e diligente. Classica nello schema fu la loro rivalità, motivo dominante dei derby tra i Settanta e gli Ottanta, poveri ma belli come mai più sarebbero stati. Alato ma cagionevole clavicembalista era il doriano, apparentemente votato a una carriera impareggiabile e invece avrebbe fatto come Rimbaud, a diciannove anni aveva già dato tutto; e il resto, tra Aden e Gibuti, meglio non parlarne. Il genoano, un tersin che faceva il tersin più che nel rurale positivismo di Zaso Bagnoli, era come quel personaggio di Quentin Tarantino che arrivava e si presentava: «Il mio nome è Fabrizio, risolvo problemi». Eccolo Harvey Keitel, o meglio Rutger Hauer, con la maglia rossoblù numero due: usciva dal bocchettone, si guardava attorno alla ricerca del numero undici del Doria, sbatteva per terra la cassetta degli attrezzi, ed è lì che cominciava il divertimento: per i tifosi genoani, s’intende, che godevano nel vedere il loro difensore cingolato togliergli lentamente l’aria, a quella specie di ballerina in tutù con la maglia a strisce orizzontali: fino a polverizzarla via dal campo, senza dirgli nemmeno quel che meritava. E cioé che tornasse nel salotto di Nonna Speranza, tra calici di rosolio bambole di tulle e pianole meccaniche; imparasse una buona volta che il calcio non era mica gli esercizi di Czerny e la quarta declinazione latina, quella piena di “u”.
Anno dopo anno, scancellando il rivale dal campo, Fabrizio si era guadagnato la fama di quello che «con me Alviero il pallone non lo vede». E i tifosi arrivarono a smisuratamente amarlo, perché infondeva loro la convinzione che i segnali di riscossa della “squadra di Sampierdarena”, incarnati da quel ragazzo romano di cui si dicevano sogni, fossero soltanto falsi allarmi. Non c’era proprio nulla da temere, se il futuro gioiello dei “ciclisti” ogni volta sbatteva il delicato nasino contro quello sbrigativo difensore con la faccia e i modi da tedesco dell’Est. Fabrizio era un idolo, per certi versi più di quanto non lo fossero stati Pruzzo e Damiani. Quei due, il Doria, in B ce lo avevano spedito, e pure allegramente. Ma il difensore faceva qualcosa di più: teneva sistematicamente la testa sott’acqua all’unica speranza di riscatto che allora aveva la Sud. La Nord lo capiva e lo aveva incoronato; «Picchia Fabrizio», se lo avessero inciso su un disco, avrebbe grattugiato più cuori di «Sabato Pomeriggio» e «Gloria».
Figurarsi quel che accadde il 16 marzo di ventisei anni fa. Ancora una volta i due si trovavano di fronte, come sempre se l’erano promessa: «Stavolta segno» assicurò il doriano, «Scòrdatelo» gli mandò a dire il genoano. Fu un attimo, poco dopo l’inizio: tiro di Odorizzi, respinta di Garella, sulla palla prima di tutti arrivò proprio Fabrizio, e nemmeno lui avrebbe mai saputo dire perché si trovasse nell’area avversaria; comunque con la chiave inglese andò in gol e la Nord tracimò. Erano gli anni di Bjorn Borg, cinque volte di fila in ginocchio sull’erba spelacchiata del Central Court di Wimbledon; e il numero due rossoblù, incredulo e forse commosso, lo imitò vinto da tanta grazia, davanti alla gradinata che da quel momento lo avrebbe non più amato, ma promosso a perenne mantra dei momenti cupi.
Alviero da tempo si è perso e non sa tornare; al polso Fabrizio ha un orologio senza più lancette, nuota perplesso in un fiume senza sponde, esce dalla scaletta e nello stadio non c’è nessuno. Anzi lo hanno buttato giù quasi vent'anni fa, con dentro anche il suo gol; ma lui solo adesso se ne accorge e torna negli spogliatoi, vuoti anche quelli.
Se ne va, anzi resta, con la patente di quello che non ha mai fatto segnare Alviero e una volta gli fece pure gol, per i genoani onore ineguagliato. Così Fabrizio prende e saluta con una delle sue smorfie, come il sanguinante Romeo di Blue Valentines: se ne va senza un gemito, il sogno di ogni eroe: un angelo con la pallottola, e Cagney sullo schermo.




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27 luglio 2006

E quindi anche l'amore

MOENA, STAZIONE ATESINA 8.50
Manuel sale sul pullman per Trento. Ha un’età nascosta dentro quella vera, la testa rasata e reclinata a destra, una cicatrice sulla fronte. Indossa una tuta da lavoro con una macchia di minio sulla schiena, porta uno zaino gonfio e leggero. Non sta mai fermo, cambia spesso posto, chiede ai passeggeri se abbiano l’influenza perché teme il contagio, porta la mano aperta all’orecchio sinistro parlando in un telefono immaginario. E’ vero, chiede, che non ho più bisogno di un ricovero? Scenderà a Castello di Fiemme, col suo zaino gonfio e leggero. L’autista del pullman lo accompagna con lo sguardo, verso un sentiero in salita.

TRENTO, 10.55
La donna sui trenta che potrebbero essere quaranta ha una gonna che non è una gonna e una maglietta che potrebbe essere una gonna, aperta sull’ormai deperibile panorama. Ha neri i capelli, corti, e nero tutto il resto, dall’abbronzatura eccessiva agli abiti. Se anche non fosse straniera, di sicuro si comporta come tale. E comunque la cittadinanza l’ha presa, come lasciamo perdere ma l’ha presa. Sembra una persona che ci abbia pure provato, a prendere sul serio le cose della vita e quindi anche l’amore, ma non ce l’ha fatta, è sempre stato più forte di lei. Porta tacchi troppo alti per una mezza mattinata e sorride guardando l’orologio. Il Monaco-Verona è in orario. Si è messa d’accordo, l’uomo che la aspetta avrà una polo gialla. Ma lei dovrà far finta di niente, perché lui potrebbe anche non essere solo, allora aspetterà che lui si liberi.

VERONA PORTA NUOVA, 12.23
Avrebbe potuto andarci benissimo da sola in stazione, ma lui l’ha voluta accompagnare. Lei, sui trenta giocati come se fossero venti, ha jeans faticosamente sottotaglia e una canotta corta rosa con un porcellino stilizzato alla Haring sulla schiena, capelli lunghi e mossi al perossido, occhiali avvolgenti di Gucci, un telefono avorio che tormenta nella destra. Porta una piccola borsa bianca. Lui ha qualche anno in più, i capelli avviati al grigio e sul volto e l’apprensione di ogni partenza. Quando l’altoparlante annuncia il treno da Venezia, si abbracciano come se non si dovessero vedere mai più. Eppure lei tornerà da Milano già in serata, il tempo di un colloquio di lavoro. Sale e quando parte i finestrini sigillati la aiutano a non voltarsi troppo nella cerimonia, l’uomo alle sue spalle sarà ormai una lontana macchiolina, in quella stupida polo gialla che gli sta tanto nale. Dalla borsa estrae la trousse dei trucchi e da questa un telefono che non è quello di prima, lo accende, parlotta piano. Scende a Peschiera.

CASTELLO DI FIEMME, 19.50
A quest’ora, la donna scura sui trenta, che potrebbero essere quaranta, con la noia di sempre e un’assoluta indifferenza a tutto è ripartita per Trento da Verona, dove tra poco tornerà la donna che gioca a fare la ventenne, con quel solito senso di colpa che è lo stesso dell’uomo con la polo gialla, ma ognuno dei due pensa di essere migliore dell’altro, cioé peggiore. Manuel è lì, alla stessa fermata dove era sceso stamattina, come se non si fosse mai mosso da lì, lo zaino floscio e triste. L’autista gli apre la porta e Manuel comincia a chiedere del ricovero imminente a un interlocutore immaginario per mezzo di un telefono immaginario, mentre cambia continuamente sedile perché non lo convincono le rassicurazioni dei vicini di posto, che gli giurano di non avere l’influenza.

E pensare, rimugina l’autista, che anni fa non era così. Poi ha perso la testa, pare per una ragazza, ora sarà una donna anche lei, si vedeva che a quella interessava solo farsi sposare per fare i documenti, magari adesso è tornata al suo paese. Tutti a dirgli che non faceva per lui, quella straniera, troppo strana, sempre vestita di nero, l’aria di una che finge anche quando dice il vero. Chissà che fine ha fatto. Meglio pagare che innamorarsi, si dice l’autista, e quindi anche l’amore sempre pagare è.




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16 luglio 2006

Flavio e Lilina (così almeno diceva)

Flavio era scampato al naufragio dell'Andrea Doria, così almeno diceva. Marittimo in pensione, robusto e un'ombra di baffi, i capelli sempre troppo marroni e uno sguardo alla Modugno velato da occhiali affumicati dalla montatura assai anziana, una volta a terra aveva visto allungarsi le ore e i giorni come le ombre, e svuotarsi di colore e significato. In mezzo agli oceani non si mettono radici, al massimo si galleggia come le alghe, venendo sballottati dalle onde nei posti più impensati. Quando si ritrovò a casa, anzi quando si scelse una casa diversa da quelle che aveva avuto sulle navi, si sentì più solo di quanto era sempre stato. Ma lontano dalla terraferma te ne accorgi di meno.

La vita gli stava larga. Come quando prendi il mare, ti lasci alle spalle una città e le sue luci, e nel giro di meno di un'ora non hai che acqua dappertutto, ovunque tu ti volga, sempre più scura, nelle notti illuni confusa col cielo, ti pare di galleggiare nel nulla. La città in salita era quella dove era nato, sempre un folle andirivieni di persone, spopolata però di affetti per il vecchio marinaio.
Passava le giornate al bar sotto casa. Non conosceva più nessuno. Né aveva da raccontare altro che il naufragio. La padrona del bar era una donna più sola di lui, malgrado avesse marito e figli e cane. Ma non voleva specchiarsi nella desolazione di Flavio. Lo lasciava parlare con Birillo, chissà di che cosa parlavano. Birillo stava a sentire, di quando aveva corteggiato la contessa, di quando aveva giocato alla roulette, di quando aveva visto l'acqua entrare in cabina, così almeno diceva.
Un giorno arrivò al bar con un fagottino, per la prima volta la barista lo vide sorridere, sembrava felice. Nel fagottino c'era una cagnolina piccola piccola, una meticcia giallastra, tra il volpino e il chihuahua, se la portò in casa e al bar non si vide mai più.

Ricomparve qualche mese più tardi in piazza Colombo, uno slargo quadrangolare pedonalizzato nel cuore della città. Parcheggiò una vecchia vespa bianca con un grosso cesto nel portapacchi e una scodellina sul pianale. Era vestito da pagliaccio, con un vecchio costume da carnevale giallo e rosso e un berretto a sonagli. Dal cesto estrasse una serie di attrezzi colorati: ferri ricurvi, tubi, panchette, cerchi festonati. Li dispose a terra, costruendo il suo piccolo circo. Quindi batté forte le mani, una volta sola, e dalla scodella saltò fuori Lilina, con un papavero finto e un campanellino al collare. Attorno a quella scena si era creato un crocchio di curiosi. Ecco Lilina, disse con voce stentorea, il cane intelligente che fa le operazioni! Lilina, tre per due? E la cagnolina saltò per sei volte tra gli ostacoli disposti in fila. Adesso fammi, proseguì, il traforo dei Giovi. Lilina sgattaiolò in un cilindro di latta per olio minerale, abbellito ai lati da strisce di carta metallizzata. E così via. Alla fine Flavio passò col suo cappello di pezza rovesciato in mezzo alla gente, poi ripartì sulla vespa con Lilina nella scodella.

Andò avanti così per mesi, anni. Il clown e la cagnolina si esibivano nelle piazze, sul lungomare, alle sagre e perfino alle feste di partito. I bambini giocavano volentieri con Lilina, che faceva le moltiplicazioni e le divisioni agli ordini del suo addestratore. Si facevano fotografare con la piccola circense in braccio e alle spalle il pagliaccio finalmente felice, che non avrebbe più raccontato a nessuno del naufragio dell'Andrea Doria. Lo invitavano nelle televisioni locali, gli dedicavano articoli sui giornali, fogliettoncini al massimo, però quel che contava è che non raccontava più del mare e del naufragio, parlava soltanto di come aveva trovato Lilina vicino a un cassonetto, l'aveva salvata, e poi a casa si era accorto che lei lo stava a sentire, anzi lo capiva, e così aveva pensato di farne la sua allieva.

Quella notorietà non dispiaceva al vecchio marinaio. Un giorno incollò sui muri del centro un centinaio di manifestini fotocopiati, in cui annunciava di andare in tournée in Russia, invitato dal Circo di Mosca. Sparì per qualche tempo, poi sugli stessi muri comparvero altri manifestini, con una cartolina dell'Ermitage e il ritaglio di un articolo in cirillico, con la foto del clown e della cagnolina. Flavio era tornato dopo un grande successo a San Pietroburgo, così almeno diceva. Ma un collega figlio di un giornalista dell'Unità, che da piccolo aveva studiato il russo, letto il manifestino notò che quell'articolo parlava di tutt'altro. Qualche tempo dopo trovarono Flavio in lacrime, in mezzo a piazza Colombo, con i suoi attrezzi sparsi disordinatamente per terra: disse che due giovani vagabondi gli avevano rapito Lilina. Il ratto della cagnolina artista di circo guadagnò così colonne e servizi nei tg locali, meno propensi a concedere spazio nel momento della miracolosa ricomparsa della bestiola, che qualche giorno dopo si era ripresentata a casa di Flavio, così almeno diceva.

I cani campano meno degli uomini, ogni loro anno ne vale sette dei nostri, perciò attorno ai dieci è il caso di cominciare a preoccuparsi. Lilina invecchiava, faceva sempre più fatica a compiere gli esercizi, così Flavio si era inventato numeri alternativi per far riposare la cagnolina senza perdere pubblico. Sotto Natale presentava un piccolo presepio illuminato da una batteria di automobile e una batteria di campanacci allineata su una trave di legno, che forse in gioventù era stata uno stipite. Per qualche tempo presentò accanto alla cagnolina un improbabile incrocio tra un pappagallo e un colombo, così almeno diceva, in realtà un piccione malamente sbaffato di quelle stesse vernici gialle, verdi e rosse che Flavio usava per dipingere i suoi attrezzi circensi. Lo presentava come Pipetto, debitamente integrato il costume di scena con uno straccio di daino da parabrezza, spacciato per una guarnizione di falconeria. Qualcuno non gradì la tintura inflitta al povero piccione e segnalò la faccenda ai vigili, Pippetto sparì ed Flavio continuò a esibirsi con la cagnolina sempre più vecchia, sempre più stanca.

La gente, in realtà, da tempo si era disaffezionata al lato strettamente spettacolare dei numeri del pagliaccio e del cagnolino. Quando gettava gli spiccioli nel cappello rovesciato posato a terra, pensava di fare un'elemosina. Soprattutto credeva di sostentare un uomo che avrebbe potuto avere alle spalle qualsiasi vita, non credeva più né all'Andrea Doria né a tutto il resto. Si chiedeva soltanto come avrebbe fatto Flavio, quando la cagnolina non ci sarebbe stata più. Quei due erano come Zampanò e Gelsomina, non avrebbero mai potuto fare a meno l'uno dell'altra, probabilmente sarebbe andata a finire come in molte storie di uomini e cani, nell'esaudirsi della preghiera di Juan Rodolfo Wilcock per l'anima destinataria del suo Italienisches Liederbuch: «Possano le nostre morti essere simultanee, perché dev'essere intollerabile sentir cessare la felicità».

Quella mattina era davvero grigia, nell'inverno dell'inverno. Era grigia ormai anche la cagnolina, adagiata su una di quei poggiapiedi di legno su cui per anni aveva saltellato. Flavio stava in piedi, accanto al piccolo infantile feretro, raccogliendo in lacrime le condoglianze dei passanti. A terra c'era un cartello: «Lilina ringrazia tutti quelli che le hanno voluto bene». Mi si strinse il cuore, vedendo quella scena. E adesso, che cosa sarebbe stato di Flavio? Quelle lacrime erano il distillato di una disperazione autentica, per il nuovo oceano di solitudine, piatto e senza vento ormai, che si spalancava davanti al vecchio marinaio. Senza Lilina non farò più nulla, ormai era una figlia, una sorella, era me, così andava lamentandosi. Al pomeriggio la piccola camera ardente a cielo aperto, sotto i fregi massonici di Ponte Monumentale, era stata smobilitata.

Per giorni Flavio scomparve. Lo immaginavo nella sua casa, a consumarsi come un mozzicone di candela. Al bar, a raccontare storie alla padrona di Birillo, ammesso ci fossero ancora la donna e il cane. Oppure altrove da ogni possibile altrove, anche dalle bugie che aveva finito per raccontare anche a se stesso. Chissà dove l'aveva sepolta.

E' ricomparso, nemmeno dopo un mese, con un altro cane, stavolta maschio, giallastro come Lilina, assolutamente indocile all'eventualità di ogni numero. Al massimo stava lì, a vedere l'uomo vestito da clown che suonava le campanelle. Più in là si inventò un altro rapimento, ormai ignorato con sufficienza e fastidio nelle redazioni; poi scambiò quel cane con un altro, anche quest'ultimo incapace di fare le moltiplicazioni e le divisioni, di imboccare il traforo dei Giovi. Quasi ogni giorno li vedo, Flavio e un botolotto insignificante, in piazza Colombo, a dare il loro inane e immobile spettacolo.

Questo finale - che poi è la realtà perché questa è una vicenda dove nulla è inventato, così almeno vi dico - mi sembra più triste di quello che avevo temuto. Qualcuno potrà obiettare che Flavio non si è ricongiunto, secondo vedovile costumanza indiana, alla sua metà canina, godendo quindi di un supplemento di esistenza, difficile o scontata da chiamare vita. Ma forse ogni volta che vedo Flavio, impegnato a fare il campanaro oppure a sollecitare inutilmente al suo ennesimo cane gli esercizi insegnati a Lilina, mi rattristo perché rivedo nella sua storia il sospetto di colui che scrisse, mi pare Céline o così almeno credo, che in ogni dolore la vera pena è di accorgersi che neanche il dolore dura, e che quindi neanche il dolore, nessun dolore abbia senso.




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13 luglio 2006

Are you lonesome tonight (cronaca di un amore mai nato)

Stavo per intervenire, peccato non l'abbia fatto, porterò in me sempre il rimorso di un inaccaduto. Quando li ho visti allontanarsi, ho sperato che prendessero la stessa strada. Si sono avviati in direzioni opposte. Si direbbe per sempre. Come nel clip di "Breaking us in two" di Joe Jackson, come nella scena iniziale di “Stardust Memories", con Sharon Stone ventenne. Non si vedranno mai più; o quando capiterà sarà tardi. Lavorano, certo, nella stessa città. Ma da domani magari lui va in ferie, oppure lei. L'incanto era in quell'attimo che invano è trascorso. Davanti a me, che non ho saputo salvarli.
Lui penserà a lei, alle parole che non le ha detto. Lei si chiederà perché. Poi dimenticheranno, certo, si dimenticano perfino gli amori profondi anni e sofferenze, figuriamoci quelli che nemmeno hanno avuto il modo di capire che cosa sarebbero stati.
Benvenuti alla clinica degli amori non nati, dal lunedì al venerdì la terra di nessuno tra mattina e pomeriggio, quando nel centro sciamano le persone dagli uffici e dagli studi, invadendo i grandi magazzini. Fingono di cercare qualcosa sugli scaffali, sperano di incrociare uno sguardo in sintonia.
Stavo per intervenire e non l'ho fatto, è colpa mia, ma loro due non lo sapranno mai. L'uomo - sui quaranta, faccia da scolaretto, ciuffo biondastro striato del primo grigio, vestito avvocatizio contraddetto da una cravatta alla Mondrian - frugava tra Ruggeri e Vecchioni; la donna, leggermente più giovane, in tenuta autopunitiva - una specie di grembiule autocriticamente scollato, leggero leggero, in tutte le variazioni del blu, scarpe non all'altezza ma col tacco alto, capelli lunghi stirati e quanto sarebbero stati bene ricci, occhiali neri di Chanel e lo sguardo doveva essere bello - era incerta tra i cd di Dalla e quelli di Fossati. Era la sezione italiana del magazzino di musica ed elettronica, nel piano interrato, senza una finestra, li ho visti brancolare alla ricerca di se stessi resi ancora più pallidi dai neon. Avevano le mani nude. Separati, divorziati, chissà, una donna senza nemmeno un anello è rara da vedere.
Dal palese disinteresse con cui manipolavano i quadrangoli di plastica, producendo uno stanco e sinistro rumore ritmico, era ovvio che avessero cominciato a cercarsi. Io provavo a trovare un Battiato più che minore, ma non potevo non notare quel vicendevole protendersi da un abisso.
Come ci si conosce? Di solito ci si vede e subito dopo ci si guarda. Minimo è l'attimo in cui l'ignoto umano diventa qualcuno ai tuoi occhi. Prima non c'era e ora è lì, spesso rientra nel nulla. Se lo vuoi fermare, devi fare qualcosa. Che cosa? Quello che non hanno fatto né lui né lei. Hanno continuato a frugare negli scaffali, come se non importasse nulla dell'essere che avevano vicino. Eppure basterebbe una scusa, avvicinarsi ai dischi dello stesso musicista, fingere di aspettare che l'altro smetta di fingere di fare una cosa che serve solo a provare a farne un'altra. Ecco, lui si avvicina a lei, che traffica con Dalla, allunga una mano verso la fila dei cd, la ritrae in segno di gentilezza, lei gli sorride, è fatta. No, adesso lui scorre De Gregori e non la guarda, vorrebbero dirselo che si stanno puntando da qualche minuto, poi magari come tanti scopriranno che era da sempre, in fin dei conti molte delle persone che stanno insieme si sono conosciute come potrebbero adesso conoscersi loro. Niente, lui se ne va, troppo forte la paura di aver frainteso la gentilezza di un sorriso soltanto accennato in una supplica. Lei si toglie gli occhiali, lo sguardo è come pensavo, li rimette, lui prende qualcosa in zona Vanoni-Zero, si avvia alla scala che porta alle casse. Qualche secondo e anche lei afferra il primo cd che le capiti, probabilmente non lo ascolterà mai, oppure lo ascolterà ogni volta che avrà qualcosa di cui pentirsi. Sono rimasto solo, in mezzo alla musica italiana, buffo vedere una storia di silenzi nata e forse finita tra ore e ore di canzoni, vorrei vedere come va a finire, devo seguirli, forse uno dei due troverà il coraggio di dire una parola e poi un'altra e un'altra ancora. Prendo un cd anch'io, quel che serve per mettermi alla cassa.
Sono fortunati, c'è una cassiera sola, d'altra parte a quest'ora succede spesso.
Quando arrivo, la donna è alle spalle dell'uomo. Lui è voltato verso di lei, che ha alzato gli occhiali a mo' di fermacapelli. Io li studio due o tre posti più indietro. Parlano, finalmente. Dell'unica cassa aperta. Di quella laterale che però fa solo da biglietteria per i concerti e quindi è inutile. Del tempo perso, eppure si dovrebbe rientrare al lavoro. Parlano, ora si diranno i nomi. No, hanno entrambi il telefono in mano, lei digita qualcosa, un messaggio forse, lui se lo porta all'orecchio. Dice «Sono Federico, mi passi Giulio?». Poi chiude la comunicazione, forse ha soltanto finto di telefonare, però intanto lei adesso sa come lui si chiami. Ma un nome non serve a nulla, in una città. Ora parlano della fila che si sdoppierà sicuramente quando arriveranno al loro turno, del cliente che farà inceppare la macchina delle carte di credito. Subito un cliente estrae la carta di credito. Passa alla prima. La fila si sdoppia. Lui le dice: «Passi pure». Lei: «Tanto, ormai». Ecco: tanto, ormai.
L'uomo paga, sta per uscire. Si volta e le dice: «Ciao, buona giornata». E' passato al tu, ma esce mentre lei gli dice «Arrivederci». Ecco, lei prende le distanze, l'uomo aveva fatto bene a non osare. Ma a volte si fa l'opposto di quello che si vorrebbe fare veramente, per non tradirsi, e poi l'opposto dell'opposto, e così come in un gioco di specchi contrapposti il reale si dissolve, la vita se ne va.
Se ne va anche lui. Lei lo segue con lo sguardo. Quando esce, va dalla parte opposta. Domani ne ritroverò uno di loro, alla stessa ora, tra gli scaffali di musica italiana. Oppure nessuno dei due.
E' finita così, senza un vero perché. E non è questo il cd che ho comprato io.




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9 luglio 2006

MONDIALI (Un giorno di sole a novembre)

I

Sorridete, tanto è l’ultima volta, disse il fratellino del Teo, scattando con mani bambine: ecco perchè la foto che vedi è mossa. Averlo saputo prima, questo e altri particolari. Intanto, a finire dietro e non davanti alla macchina fotografica, sarebbe stato qualcun altro; per esempio la ragazza accanto a me. Eh sì, allora non portavo gli occhiali. Lei, mai vista prima. Veniva da Modena con i genitori, dovevano imbarcarsi per la Sardegna e sulla strada si erano fermati per la partita a un bar. Qualsiasi. Il nostro. Al momento della foto, quella ragazza volle farsi ritrarre con noi a tutti i costi, e per lo scatto si offrì il fratellino del Teo. Che poi non era il solo a pensare che fosse l’ultima volta: al Brasile bastava il pareggio. Così, dopo aver visto le altre partite ciascuno a casa propria, ci eravamo dati appuntamento al solito posto vicino alla scuola. Un’ora e mezza di studio in meno non avrebbe trasformato un "sessanta" in "cinquantotto", o un "trentasei" in qualcosa di peggio. Io avevo invitato Laura. Faceva ancora il ginnasio e quindi come quella di Modena non era del gruppo, ma speravo lo diventasse, anche se il calcio le interessava meno della letteratura contemporanea. Amava Properzio, per il compleanno le avevo regalato il Rilke di Pintor. Senza risultati, di alcun genere. E’ questa bruna, portava un paio di Lozza assurdi per una ragazza, ma quando passò alle lenti a contatto m’ingelosii, perchè così era troppo facile capire che era bellissima. Venne senza farsi pregare troppo. Il Teo invece aveva faticato ad aver con sé la Cri. Non ci aveva in simpatia, perchè qualcuno le aveva detto che le sparlavamo alle spalle. Ma lei doveva capirci: quando da figlia di ingegnere si è anatroccolo, e poi cigno da figlia di senatore, è il minimo. Se non se la prendeva lui, poi. Lei invece sì; ed è per questo che nella foto guarda in basso, accanto a lui, che è quello col foulard al collo e il volto teatralmente nascosto nel fumo della sua sigaretta. E pensare che il deputato non voleva. Noi, comunque, di deputato ne avevamo già uno: Luca, questo con la camicia bianca. Una come le sette che noialtri sudavamo studiando, per arrivare in piedi dove lui era già comodo, grazie alla sua diciamo diplomazia. In più sembrava sapere sempre tutto lui, e in anticipo. Quel giorno appena entrato disse: vinciamo e segna Antognoni. E si piazzò accanto a Laura. Questo pallido è invece Sandro, lo prendevamo in giro dicendogli che per lui avrebbero dovuto istituire il "sessantuno". Allo stadio andavamo insieme da anni, lui seguiva il gioco, qualsiasi cosa succedesse, come se stesse leggendo, o meglio traducendo. Mi parve davvero felice solo il giorno in cui la nostra squadra ritornò dopo cinque anni in A, quando a fine partita tutta la gradinata aveva scavalcato la griglia. Si era appeso alla traversa, rideva come se piangesse gridando: c’è chi sta in campo, chi in tribuna e chi in nessun posto, e a volte s’incontrano. Riccardo, questo con la barba, era l’unico che a calcio giocava davvero e bene. Non era in classe con noi, ma era amico di Marco, questo con la polo rossa e gli occhialini da intellettuale. Non si sarebbe neppure diplomato, Riccardo, però sentiva l’odore delle cose che stanno per accadere: perchè quando Cerezo allargò troppo il retropassaggio di testa per Valdir Peres, provocando il calcio d’angolo, disse: ecco. Anch’io sentivo l’odore delle cose che stanno per accadere, almeno di alcune. Così al gol io abbracciai il primo che avevo trovato accanto a me, cioè quella di Modena, dicendo subito: calma, manca ancora un quarto d’ora. Laura abbracciò invece Riccardo. Per un attimo, ma un attimo solo, sperai che il Brasile pareggiasse. Anche Simona, questa con i riccioli e la camicia indiana, stava provando quello che provavo io e non lo sapevo. Quando segnò Antognoni, la ragazza di Modena mi saltò al collo, ma io avrei voluto fosse Laura, e infatti non mi stupii che quel gol fosse stato annullato. Semmai ancor oggi non riesco a capire come abbia fatto Zoff, quarantun anni, a parare sulla linea quel colpo di testa di Paulo Isidoro a tempo scaduto. Forse perchè non doveva essere l’ultima volta. Ci rivediamo per i prossimi mondiali, dissi così alla ragazza di Modena. Quattro anni: potevano significare presto, tardi, mai. O forse. In piazza, in pieno corteo, Luca mi spiegò piccato che Antognoni lo aveva esaudito comunque. Riccardo e Laura stavano più indietro e ridevano, Simona era buia. Sandro arrivato sotto casa salutò e salì, in birreria Marco disse che su una serata come questa c’era da scrivere un racconto; io pensavo che prima bisognava vederla da abbastanza lontano. Il Teo accompagnò il fratellino a casa. La Cri se n’era andata alla fine del primo tempo e lui non se ne era accorto. Nemmeno noi.

II

Sorridete, forse non è l’ultima volta, disse Roberta. Insistere su qualcosa che già aveva funzionato, fu la colpa mia, sua e anche di Bearzot. Per fortuna lei nella foto stavolta non compare; e neanche Vialli nella formazione iniziale, entrò solo dopo il raddoppio di Stopyra, a giochi fatti. Anche questa è una foto a giochi fatti, guarda come tubano Laura e Riccardo, neppure si direbbe che prima della fine dell’estate lei lo lascerà, perchè finalmente il padre riuscirà a convincerla che una normalista non può stare con un senzarte né parte. Ignorava, il generale, che Riccardo, quando ti chiedevi che cosa volesse fare, lui l’aveva già fatto: come Platini in quel mezzogiorno messicano. Al gol commentò: e dire che lo conoscevamo, ma è proprio da chi conosci che arrivano le delusioni. Pure tra il Teo e la Cri, ormai, si era ai titoli di coda, e così in questa foto lui è già ubriaco e solo, meno di prima comunque, accarezzando il vuoto al posto dove doveva essere lei. Anche Simona doveva essersi impasticcata per bene prima della partita, le sembrava da sciacalli gettarsi sul Teo fresco di frontale con il destino. Con Luca, come sempre, litigammo: lui pensava che Bearzot avesse fatto bene a ripresentare tutti gli spagnoli possibili, io ero prevenuto per la mancata convocazione di Bordon. Sandro se ne andò, era venuto soltanto per la fotografia, ma all’indomani aveva un esame e non poteva assolutamente deconcentrarsi. E poi anche lui era convinto che non ci sarebbe stata partita. Marco collaborava a un settimanale, avrebbe dovuto scrivere di Francia-Italia come se si fosse trattato di un film. Uscendo gli dissi: qui è buio e in Messico è l’ora della siesta, quindi anche la nostra è una serata in effetto notte, tutta falsa, dentro e fuori.

III

Sorridete, c’è sempre un’ultima volta disse Simona scattando, come cercando il Teo con l’obiettivo, e in quel momento preciso capii che la foto non sarebbe venuta. Comunque per la prima volta non era un’ultima volta, in ogni caso ci saremmo rivisti al bar per una delle due finali. Come non vedi, ma te lo racconto, Roberta non c’è, doveva essere a Modena o in Sardegna, ad armistizio compiuto avevo conservato una sua foto nel portafoglio, dentro il guscio del tesserino da pubblicista. Mi divertivo a scrivere delle partite, ma avrei fatto il notaio. O almeno così pensavo, anche se il concorso lo passavano solo quelli tipo Sandro, che si era laureato meglio e prima di me, e che già mandava avanti lo studio di uno zio prossimo alla pensione. Aveva passato lo scritto, in autunno avrebbe dato l’orale e naturalmente venne solo per salutare. Nemmeno Luca c’era, lo avremmo visto in tv nell’intervallo tra i supplementari e i calci di rigore, o meglio lo avrei notato solo io, indicandolo all’indomani agli altri col fermo immagine, nella tribuna autorità poche file sotto a Spadolini e a Agnelli, avrebbe detto che si era procurato i biglietti di numerata e sicuramente l’avrà saputa raccontare anche alle maschere dello stadio. Riccardo era accanto a me, eravamo rimasti amici, come solo possono esserlo quelli che sono stati uniti da una donna che li aveva divisi. Marco era arrivato dagli esami, bazzicava un italianista in predicato di mollare la cattedra. Voleva tenere un seminario sul calcio, però bisognava che l’Italia vincesse questi mondiali, per vendere l’idea al direttore del suo istituto. Quando Serrizuela, il primo argentino, andò sul dischetto, il Teo mi guardò e disse: non c’è più niente da fare. E io: ma come, ci sono ancora quattro rigori. I nostri, commentò il replay in controcampo dell’inutile tuffo di Zenga, hanno la sconfitta negli occhi. Avrei voluto chiedergli di Cri, ma tacqui. Dopo, non l’avrei vista molte volte, potrei elencarle: a una consegna dei diplomi di laurea, sul lungomare col passeggino un giorno di sole a novembre, per non parlare naturalmente di quando arrivò davanti alla cappella mentre tutti gli altri ormai ce ne stavamo andando, da sola perchè forse qualcosa avevano da dirsi loro due e basta. E ogni volta, naturalmente, non le ho chiesto che cosa davvero fosse successo. Lui, prima di fare quello che ha fatto, mi aveva detto: almeno vorrei sapere se era un bimbo o una bimba, ed è stata una delle ultime cose che mi ha detto, ma come credergli visto che aveva sempre detto di non voler figli? Pochi istanti dopo che Serena aveva stracciato il suo rigore, il barista mi chiamò per dirmi che c’era una telefonata per me. Era di una persona che diceva di essersi sentita tanto triste quella sera, e ora un po’ meno. Io le chiesi quanti mondiali ancora avremmo dovuto aspettare per capire una buona volta il da farsi. Intanto ci vediamo per la finalina, mi fu risposto.

IV

Mi presi una settimana di ferie per avere quella domenica libera. Mi avevano detto che era cambiata la proprietà e anche il nome dell’albergo ristorante, però nel salone del bar curiosamente il televisore era lo stesso Nordmende di dodici anni prima. Chiesi se potessi vedere la partita, il gestore mi disse che la sala era riservata agli ospiti e allora presi una camera per la notte, giurandomi che avrei fatto in modo, un giorno, di far sapere in giro della sua scortesia. Anche stavolta un Italia-Brasile, mi disse Roberta. Sì ma c’è troppa gente, risposi io, e troppa gente in meno. La foto la scattò un ragazzo di un altro tavolo, gliela feci chiedere da Laura. Era il prezzo che doveva pagare per essere venuta lì senza avvertire, e starsene in silenzio tutta la partita, facendo finta di seguire il gioco, lei che aveva vinto sì il dottorato, ma di calcio non aveva e non avrebbe capito mai nulla. Quel ragazzo figurarsi, disse sì senza fiatare. Averlo detto che a ventott’anni Laura sarebbe stata più bella di quando era a scuola, averlo detto che perdendosi nei libri sarebbe rimasta sola, averlo detto sarei riuscito a convincermi che ormai di lei non me ne importava nulla. Sandro mi sarebbe piaciuto fosse lì, ma non lo facevano uscire. Poi potrebbe buscarsi una ricaduta, mi spiegarono i suoi. Chissà che cosa gli prese, tutti dicevano che fu quando aveva sorpreso quel concorrente a farsi passare il tema di volontaria giurisdizione dal commissario, ci fossi stato io gli avrei spiegato che se era così meglio lasciar perdere, ma lui aveva la fissazione delle regole, così invece di prepararsi per l’orale si premurò di far cacciare commissario e concorrente, ed è chiaro che chi tocca i fili muore. La volta seguente, però, meritava davvero di non passarlo, e la depressione ha tempi più rapidi di quelli ministeriali. Pensai a lui quando Pagliuca baciò il palo, basta davvero un niente a cambiare una vita, e anche due o più; forse era stata un po’ colpa sua se avevo rinunciato a fare il notaio, anche se ormai non avevo molte altre strade. Quando Massaro andò solo verso Taffarel, la Cri la vidi passare, in strada oltre il vetro, come guardando verso il posto dove stava il Teo quando Klein aveva annullato il gol di Antognoni. Per un attimo pensai di alzarmi e invitarla a vedere la partita, ma non c’era più un posto libero e poi dal mio tavolo non potevo muovermi, insomma avevo scuse a sufficienza. Poi inquadrarono Fini e la Pivetti, scrutai ma nei dintorni Luca non c’era, eppure ero sicuro ci fosse. Anche Marco arrivò, come sempre per ultimo, più o meno quando appeso al parapetto della curva sud dello stadio di Pasadena vidi finalmente un lenzuolo con scritto "Rick 3.16". Era il segnale convenuto, poi però la telecamera non passò più di lì. Basta vedere le cose, voglio farle: così mi aveva detto, e Dio sa se Riccardo forse non avrebbe potuto essere al posto di Mussi o Benarrivo, cambiando qualche dettaglio alla storia. Dicevo di Marco, lui già così magro, che si sarebbe consumato come una candela, man mano che la partita scivolava prima verso i supplementari e poi ai rigori. Era riuscito a piazzare come coautore in tv un programma sui Mondiali visti dagli scrittori, lo aveva intitolato Una scacchiera lunga undici metri, doveva andare in onda alla fine della partita, ma se si fosse andati oltre i novanta minuti ci sarebbe stato il rinvio, e addio ascolti. E allora lo vidi pregare: perdete magari purchè finisca. Quand’è così è tutto inutile, tra tutti gli déi quello che abbiamo davvero creato a nostra immagine e somiglianza è quello del calcio. Simona arrivò dopo la mezzanotte, e tutto sommato era la sua ora, guardò noi e al cameriere disse: i signori sono miei ospiti.

V

Ci siamo visti ieri sera in una brasserie all’ombra della cattedrale. Siamo venuti quasi tutti. Anche Laura. Non mi sarei mai aspettato di vederla qui, né che arrivasse insieme con Sandro. Lui le aveva scritto per un Natale, ora si è ripreso e fa l’antiquario. Nella città dove insegna lei. Chi lo avrebbe detto. Ma chi lo avrebbe detto, soprattutto, di vedere quel giocatore laggiù, che terminati gli inni nazionali guarda verso la tribuna stampa, e tra le mani adulte ha quella macchinetta usa e getta che gli ho dato in ritiro. Perchè stavolta la foto tocca di nuovo a lui farla. So già a chi dedicherebbe la vittoria, e io scriverei che era con me, appena uscito dalle elementari, a vedere in un bar Italia-Brasile del Sarrià, stadio che hanno buttato giù senza che a Paolo Rossi la cosa facesse un gran che. Invece, quando i suoceri di Simona, con lei penso ben lieta, hanno fatto dei nostri ricordi un discount e svariati miniappartamenti, io ho pensato che demolivano un po’ anche me. Comunque quel bambino era con noi, ma lo piazzammo dietro la macchina fotografica a scattar la foto, perchè pensavamo che lui non c’entrava, ed era vero. E ora, Roberta, è inutile che mi chiami, riconosco il tuo numero sul display e lascerò scattare la segreteria, e poi la partita sta per cominciare. Penso alla Cri, che ora sarà ferma davanti alla saracinesca, a guardare lo scaffale di surgelati dove stava lei al momento del gol di Socrates. Accendo il computer, mentre da laggiù il fratellino del Teo si avvicina a bordo campo, guai se il massaggiatore si dimenticasse di consegnarmi la macchinetta, nel frastuono assordante mi dice qualcosa, impossibile ascoltarlo ma lo sento: sorridi, è la volta buona. E io comincio a scrivere: PARIGI - C’è chi sta in campo, chi in tribuna e chi in nessun posto, e a volte s’incontrano.
(Genova, 18 maggio 1998)




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6 luglio 2006

Finale

...e il canto passa ed oltre noi dilegua.

...e tanta strada per vedere un sole disperato...


Poco prima di raggiungere la panchina, mentre le squadre erano schierate a centrocampo per il saluto, Sergio si è trovato fra i piedi un pallone, se l’è aggiustato con apparente noncuranza; e col medesimo fare trasandato lo ha incastonato nel sette sinistro, da quaranta metri circa. I tifosi venuti dall’Italia hanno applaudito quel che sembrava un auspicio favorevole. Era invece, pensai, un’allusione privata: a una vicenda ormai prossima a una decrittazione qualsiasi, comunque tardiva. Oppure il riuscito equivalente calcistico di un abracadabra, per ruotare la manopola di una trentina d’anni indietro: fino a quella partitella del giovedì, tra titolari e riserve. Sergio era il capitano della Berretti, fu proprio al termine di quell’allenamento che il mister disse ai cronisti: domenica il ragazzo lo porto in panchina.
Poi, nel frastuono monocolore dello Stadio Imperiale, la partita è cominciata. La Coppa Intercontinentale brillava a bordo campo, con una tetra solennità infusa dal sole meridiano di Tokyo. Il suo riflesso mi ha abbacinato; e riaprendo gli occhi ho visto comparire sul mio monitor la stradina in salita, che dal mare portava al campo di allenamento incassato nella valle. Io ci andavo in Vespa, e già che c’ero portavo con me Alma. Quanti esami avevo preparato insieme con suo fratello soltanto per saperla nella stanza accanto, e alle quattro del giovedì poterle dire: ora devo andare al campo per le interviste, vuoi venire con me? Non mi ero mai concesso speranze: fin dalla prima volta che l’avevo vista, mi era parsa evidentemente incamminata verso un destino displanare dal mio. Anche come tifoso non coltivavo illusioni: al proprio ruolo ci si può sottrarre finché non lo si conosce, e la parte che sembrava toccata alla nostra squadra credevamo ormai tutti di averla intesa, anche se non sapevamo spiegarcene le ragioni.; ma il calcio è un caso particolare della generale incomprensibilità della vita.
In quegli inverni, il rapido imbrunire della domenica ci avvolgeva spesso delusi, di ritorno dallo stadio; e l’amarezza per le sconfitte produceva reazioni diverse in ciascuno di noi. Io, per esempio, temevo che prima o poi Alma si sarebbe disamorata di una squadra dal destino tutt’altro che vincente, e aspettavo con ansia sempre maggiore le quattro del giovedì successivo, quando lei si sarebbe stretta a me sulla Vespa, lungo i tornanti della salita che portava al campo. Oggi ritengo che forse sarebbe stato più onesto, non dico utile, confessarle il bene che le volevo: ma tacere era uno stratagemma per differire il momento dell’inevitabile disillusione.
Quanti gol mi ero perso trovandomi accanto a lei in gradinata, coi suoi occhi color silenzio a distrarmi dalla partita. E di quelle reti la più importante fu senz’altro quella che Sergio poco fa mi ha riproposto. Sa certamente, Alma gliel’avrà pur detto, che poco prima che lui tirasse quel calcio di punizione io stavo dicendo a lei, o meglio al suo sguardo in ascolto: verrà bene un giorno che vinceremo lo scudetto, poi la Coppa dei Campioni, infine l’Intercontinentale, per sederci a piangere davanti al mare. Sergio calciò, il portiere titolare non vide che il fruscìo della rete, subito coperto dallo sgocciolìo d’applausi della dozzina di pensionati dietro la griglia. Anche il mister sorrise. Al termine della partitella, decisi di intervistare Sergio. Lo fermai al baretto nel capannone di lamiera ondulata accanto agli spogliatoi. Parlammo il tempo di un’aranciata, davanti ad Alma.
Bisognerebbe riconoscerli sul fatto i momenti in cui i giochi si decidono per sempre, non fosse che per viverli con maggiore cura. Il titolista, poi, avrebbe banalizzato: È’ nato un campione. Avrebbe invece dovuto precisare, almeno: E anche un amore. Ma questa era una notizia che interessava tre sole persone, o meglio quattro come in seguito si sarebbe saputo, e poi era incompleta. In definitiva, era importante soltanto per me: titolare di quel confuso sentimento che finalmente raggiungeva l’impossibilità a lungo perseguita.
Fu quando, al termine dell’intervista, Alma porse a Sergio il diario scolastico aperto su due pagine bianche. Lui le sorrise: è il primo autografo che firmo nella mia vita. E lei: è il primo che chiedo, e sono quindici anni che vado allo stadio, anche se ne ho appena compiuti diciannove. Mi sembrò tutto così naturale che non ritenni giusto rammaricarmi, l’arco voltaico tra i loro sguardi lo avevo notato subito.
Dopo qualche settimana riuscii a farmi assumere al giornale. Continuavo ad andare al campo di allenamento, naturalmente senza più Alma sul sellino. Speravo almeno che avesse taciuto a Sergio quello che d’altronde a lei non avevo mai confessato. Non che sperassi ancora, se mai avevo sperato. Ma dovevo tener conto dell’atteggiamento sinceramente amichevole che Sergio aveva preso a tenere verso di me dopo la pubblicazione dell’intervista, che aveva considerato un portafortuna.
Iniziai a occuparmi anche della rivista ufficiale della società. Conobbi così Andrea, l’addetto stampa. Eravamo coetanei, lo avevo incrociato spesso all’università, ma non eravamo andati mai oltre il semplice saluto. Figlio di un grande armatore, saliva al campo con una MG bianca. Sembrava sempre altrove, non legava con nessuno. I primi tempi ci davamo del lei, fino al giorno in cui mi ricevette nel suo ufficio in sede, per un’intervista. Tutt’a un tratto, senza iati nel tono, né connessione con quanto andavamo dicendo, buttò lì: sono contento che il tuo rapporto con il nostro ambiente non sia cambiato, al tuo posto non so come mi sarei comportato. Vince chi lo merita, fu la prima scempiaggine che mi venne di dire, e infatti il mio pensiero era: vince chi càpita, e i suoi meriti non sono che la consolazione degli sconfitti. Avrei dovuto arrivare qui a Tokyo, oggi, per cambiare ancora opinione: per cullare il sospetto che nessuno, mai, vinca.
Sergio divenne presto uno dei giovani più in vista del campionato. Verso la fine della stagione, tra i pensionati che seguivano ai bordi del campo l’allenamento, spuntò un signore mai visto prima. Seguiva le sedute e le partitelle, ogni tanto scriveva qualcosa su un’agenda. Un pomeriggio Alma mi telefonò al giornale; era la prima volta, da quell’intervista nel baretto. Stanno cedendo Sergio, vai dal presidente, tu che lavori per la rivista dei tifosi, convincilo a resistere. l’appuntamento è per stasera in sede, coi due presidenti, il precontratto è già pronto, lui non vorrebbe ma l’offerta è alta e la società insiste. Non deve andar via, non c’entra il fatto che sia il mio ragazzo, non che non sia importante ma non è questo il punto. Io ti sto parlando da tifosa: se per una volta che uno così nasce da noi ce lo facciamo subito portar via, quando mai potremo sederci davanti al mare?
Corsi in sede, chiesi del presidente, la segretaria non potè impedirmi di entrare, c’erano davvero tutti. C’era, e me ne sorpresi, anche Andrea: ed era proprio lui a svolgere con decisione pari alla freddezza, il compito che Alma aveva assegnato a me. Più parlava e più mi rendevo conto che non avrei potuto aggiungere nulla ai suoi argomenti. Il presidente, il nostro, lo ascoltava con attenzione. Io stavo lì in piedi, sempre più estraneo. Sergio era seduto in silenzio davanti a un foglio. Quando Andrea terminò di parlare, il presidente con fare professorale estrasse un registro dal cassetto della scrivania, si alzò venendo verso di me e con tono sofferente mi disse: qui ci sono i nostri bilanci, li legga prima di scrivere i prossimi articoli. Sul giornale non so, replicai pensando a cosa dire ad Alma, per quanto riguarda la rivista il prossimo numero è ormai chiuso, ci sarebbe solo la pagina del fondino ma vorrei usarla per congedarmi dai lettori. Mi avvicinai a Sergio e gli strinsi la mano senza guardarlo negli occhi.
Io e Andrea uscimmo in silenzio dallo studio del presidente. Il giorno dopo, sulle prime pagine dei quotidiani sportivi, c’era Sergio con una maglia senza colori. Fin qui, tutto normale. Non erano invece normali gli occhi di Alma, quel giorno che prevedibilmente venne a cercarmi in redazione: più belli del solito, di quella bellezza che hanno gli occhi di una ragazza che abbia appena pianto. Alma aprì il giornale alla pagina di attualità, in cui il servizio sulla premiazione a Milano dei migliori calciatori del girone d’andata era corredato da una foto di Sergio, accanto a una famosa attrice intervenuta alla cerimonia. Mi disse: perchè mi infliggi questo? Io avrei potuto facilmente dimostrarle la mia estraneità a quella pagina; e invece tacqui, sulla spinta di uno spurio orgoglio, che mi incitava ad agevolare il funzionamento di una specie di cieco meccanismo di redistribuzione ciclica del soffrire. Che stava funzionando a meraviglia.
Le poche volte che in quella stagione andai al campo non vi incontrai né Alma né Andrea. Quest’ultimo era comunque stato cooptato nel consiglio di amministrazione, evidentemente la sua risolutezza aveva fatto colpo sul vecchio presidente. Io, invece, dopo aver lasciato la rivista avevo faticato anche a salvare il posto al giornale; mica l’avevo perdonata al presidente, e così lui a me. Per fortuna si liberò un posto all’economico-marittimo; sarei dovuto venire fin qui a Tokyo per tornare a scrivere di sport, o meglio per fingere di farlo. Mi confortava qualche lettera solidale dei tifosi: tra cui uno strano biglietto celeste, con una citazione letteraria, trascritta nella grafia incerta di chi cambia mano per nascondersi, e al tempo stesso rinuncia ai comodi travestimenti offerti dalla dattilografia; perchè, tutto sommato, nascondersi non gli interessa più di tanto.
Il primo tempo è passato come su un biliardo senza buche con uno specchio al posto del panno, non c’è stata mossa che non fosse la mera neutralizzazione di un’altra, tiri in porta zero. Sergio è rimasto immobile per alcuni istanti sulla panchina, poi è rientrato per ultimo nel bocchettone, pensieroso e con il ciuffo sugli occhi. E con una smorfia simile a quella che gli avevo visto quella sera, alla televisione. Fin da Tutto il calcio minuto per minuto si era capito che l’infortunio era serio; appena saputo dal corrispondente come stavano le cose, chiesi al caporedattore di poter partire io. Seguii il telegiornale cenando, lungo la strada. Il conduttore parlava di carriera probabilmente finita, io pensavo che se il presidente non l’avesse ceduto, Sergio quel giorno sarebbe stato da un’altra parte, e non a Bologna, a farsi rovinare il ginocchio da un portiere uscito male.
Quando mi lasciarono andare a parlargli, speravo che non mi facesse quella domanda. Inutilmente. E così io: veramente è da un po’ di tempo che non so nulla di Alma. E invece ne sapevo fin troppo, ma non era il momento. Qualcuno glielo avrebbe detto, prima o poi, che adesso Alma arrivava al campo in MG.
Tra me e Andrea, ovvio, si era tornati al lei. Quasi tutte le sere li incontravo, seduti a un tavolo della gelateria sul mare, lui ad ascoltare e lei a parlare, forse di Sergio. Certamente di Sergio, anzi. Il gioco, era evidente, riguardava solo lui e Alma, gli altri come Andrea e me potevano aspirare al solo ruolo di armi improprie. Eppure a volte pensavo che tutto si sarebbe concluso con una corsa in Vespa fino al mare, io e Alma o l’idea di Alma; archi a pioggia, dissolvenza finale e titoli di coda, si trattava solo di aspettare. Ancora non avevo sperimentato che la vita si diverte a soffiare sulle carte che incastelliamo, più alto è il castello e più fiato lei ci mette. E sembrano sfuggirle, come soldatini abili solo a gettarsi a terra, certi desideri dalla genealogia mutila e dubbia; e tutto quel che si fa tanto per farlo, senza crederci troppo, per esempio l’amore, anche quello sovente metaforico per una squadra di calcio. Che ti porta a dire a un amico col ginocchio in pezzi: fa’ presto, c’è uno scudetto da vincere, con la maglia giusta però. E lui, scardinandosi in un triste sorriso: e poi la Coppa dei Campioni, e l’Intercontinentale.
Alla fine dell’estate seguente divenni inviato. Lessi di Sergio in prestito a Ferrara, in serie B. In precampionato si sarebbe rotto di nuovo, con maggiore gravità ma con clamore stavolta quasi nullo. Il lavoro mi portava dappertutto, avrei quindi potuto illudermi agevolmente che il distacco dagli stadi non fosse che una necessità meccanica. La verità era invece che non credevo più in un calcio che si prestava a fare da scenario a storie come quella di Sergio, agevolandone magari il compiersi. E di lì a non credere più nella vita in generale il passo era breve.
Ho spiato l’espressione di Andrea, immobile in tribuna. Ne ho tratto un’idea di stanchezza più che di apprensione, come di improvviso pentimento per gli anni spesi a tenere ghiacciata la superficie del lago. Ha sempre nascosto le emozioni, al punto di farmi dubitare che ne fosse capace: quando saliva al campo in MG da solo, quando prese ad arrivarci con Alma, quando uscì di chiesa con lei al fianco, perfino quando dovetti vederlo appena accaduta quella cosa. Io non ho colpe, almeno su quello, gliel’avevo detto ad Alma. Quando mi aveva chiesto per telefono per prima cosa di non riagganciare subito, e quindi se fossi disposto a farle da testimone, per risponderle le avevo dato appuntamento alla gelateria sul mare. E una volta lì, prendendole le mani, le avevo detto, scandendo ogni parola: sposalo se credi, ma niente figli ti prego, perchè questa storia ha già troppe vittime, tu Andrea Sergio e se permetti anche io, direi che basta così. Siamo stati l’uno vittima degli altri, ma qualcuno anche di se stesso: fu tutto quello che mi disse alzandosi e andandosene. Restai solo, a guardare il suo gelato sciogliersi lentamente.
La notte che quella cosa accadde, io ero al giornale. Il capocronista era un brav’uomo, ma era nuovo, non sapeva; e pretendeva il parere di un grande clinico sull’improbabilità statistica di casi come quelli. Ma i clinici, quelli grandi, hanno orari diversi da quelli dei giornalisti. E poi il lavoro sarà lavoro, ma Alma era stata Alma. Per arrivare alla fine della notte, mi servii delle bisunte Masenghini del centralinista, costruendo il più strampalato dei castelli per poi distruggerlo. Ma non con una manata, troppo facile, preferii togliere carta dopo carta, seguendo metodicamente l’ordine inverso a quello dell’edificazione, alla ricerca della possibilità di una tecnica della ricostruzione del vuoto. Più tardi ci saremmo ritrovati io Andrea e Sergio, sotto un cielo che ricordava rumori e immagini da fine di superotto, fruscii metallici e nere grinfie di pterodattilo. Era la prima volta, da quel remoto pomeriggio nello studio del presidente, e aveva tutta l’aria di essere l’ultima. Io sarei presto andato alla redazione romana. Sergio aveva smesso di giocare da tempo, mi disse che se un certo derby, di lì a un mese, fosse andato in un certo modo, si sarebbe liberata una panchina in serie C, girone centromeridionale della C. Andrea stava per trasferirsi all’estero, un po’ per lavoro e un po’ per fuggire; ma voleva conservare, almeno formalmente, la carica di consigliere. Io gli avrei voluto chiedere quale nome avrebbe dato alla bambina, ma lasciai perdere. Ero già in macchina, quando sentii bussare al finestrino, era lui: io vorrei chiamarla Alma, disse, per Sergio è giusto così, tu che cosa ne pensi?
Il tempo regolamentare è scaduto. Sergio ha cominciato ad aggirarsi tra i giocatori sdraiati, ordinando una sostituzione che i miei colleghi giudicavano avventata. Vedendolo inquadrato nel monitor, ho pensato: se vinciamo, ti chiederanno a chi vadano i meriti del successo, oppure una dedica da titolo. E tu sii onesto, non dire la verità: perchè la disordinata proliferazione dei fatti, nel loro riverberarsi di esistenza in esistenza, sfugge a chi ne ignori il punto di avvio. Per la mia testa si è aggirato il rumore distorto di una molla che si rompe a pelo d’acqua: come si è spezzato l’orologio, come tutto ha preso a correre, da quella notte a Monte Mario. Sergio era a Roma in ritiro, la sera prima di quello spareggio per la A. Io andai a trovarlo, passeggiammo tutta la notte nel parco dell’albergo, finchè all’alba riuscii finalmente a dirgli: se la nostra storia si fosse verificata lontano dal calcio, io credo che sarebbe finita meglio per tutti. Lui si sedette sull’erba, guardò verso il cielo che cominciava a schiarirsi e disse: l’anno prossimo Andrea torna in Italia, vuole diventare presidente. Mi ha chiesto se fossi disponibile a tornare come allenatore e mi ha dato un foglio bianco, invitandomi a scriverci sopra undici nomi. Era seduto sull’erba, curvo con le braccia incrociate sulle ginocchia; lì eppure lontanissimo come poco fa, quando sono incominciati i tempi supplementari.
Centoventi minuti di gioco sono trascorsi invano. Erano ormai le due e mezza, quindi l’alba in Italia. Le due squadre si sono raggrumate nel cerchio di centrocampo, Sergio ha detto qualcosa ai suoi ed è finalmente cominciata la serie dei rigori. Al quarto tiro, un giocatore paraguaiano ha spiazzato, come gli altri tre, il nostro portiere, ma ha colpito il palo sinistro. Negli attimi successivi, persino le trombette perenni dei giapponesi hanno ceduto al silenzio conveniente alla scena. Dalla metà campo, si è mosso verso l’area di rigore proprio il giovane attaccante entrato all’inizio dei supplementari, il meno noto tra gli undici nomi che Sergio aveva scritto sul foglio bianco di Andrea: se l’era portato dietro dalla provincia della sua prima panchina. Il ragazzo si è avviato al dischetto, con la stessa andatura indolente che aveva Sergio nella partitelle sul campo vicino al mare.
Poco prima che prendesse la rincorsa, io ho deciso di non seguire quell’esecuzione. Ho quindi deviato lo sguardo verso la tribuna d’onore. C’era Alma in piedi, col giubbotto degli ultras. Era proprio lei. Nuotando nell’urlo chiaro che divampava, ho provato desiderio di scendere da Alma, per ricordarle di quando andavamo in Vespa al campo di allenamento, e soprattutto di quella volta che le avevo detto: vorrei vincessimo lo scudetto, eccetera. Ma sarebbe stato imbarazzante e inutile, perchè Alma non era Alma. O meglio era lei, ma troppo fedelmente, in una maniera per me intraducibile. L’ho guardata, e avrei voluto convincermi che lei fosse riuscita a passare indenne attraverso il buio, come rifugiata in quelle nicchie d’aria che si formano negli edifici rovinati. Ho però sospettato che il prezzo dei suoi anni intatti fosse stato addebitato senza sconti a me Sergio e Andrea; e mi è apparsa in tutta chiarezza l’impossibilità di remissione per i vincoli che avevamo variamente contratto con lei. L’aria attorno a me si è fatta viscosa e soffocante, come se un improvviso acquazzone di vernice vetrificante avesse sferzato lo stadio, fissando per sempre ognuno di noi al ruolo e alle responsabilità meritati, senza la possibilità di esoneri o deroghe.
Mi sono seduto. Avrei voluto aprire il pezzo così: E il canto passa ed oltre noi dilegua, come scritto su quel biglietto celeste sepolto da anni nel portafoglio, nel posto che dovrebbe essere della foto più cara. Al momento di scrivere, però, ho preferito una formula apparentemente meno privata. Chi doveva capire, poi, avrebbe capito. Scrissi così: È nato un campione: così, ventotto anni fa, il vostro cronista, su queste stesse colonne...
Il monitor ha inquadrato i giocatori che compivano il giro d’onore, poi una panoramica dello stadio, infine l’inquadratura si è alzata verso il cielo di Tokyo. Mi sono accanito sui tasti del contrasto e della luminosità, per assimilare plausibilmente l’immagine all’idea di un mare deserto di bottiglie vuote, senza navi né messaggi.




permalink | inviato da il 6/7/2006 alle 22:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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