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un modo di guardare


Cinema


5 gennaio 2007

Apocalypto now

Non andrò a vedere “Apocalypto”, così come ero riuscito a vedere “The Passion” soltanto alla tv e con un frequente uso del telecomando. Insomma, i film violenti o addirittura horror non sono il mio massimo. Ogni volta che la tv dà “Scarface”, mi arrendo quando entra in scena la sega elettrica. Eppure è un gran film, dicono. Sono riuscito soltanto, spinto dalla devozione per Kubrick, ad autoinfliggermi senza iati sia “Shining” che “Full metal jacket”. Poi ci metto anche “Il cacciatore” e la mia carriera di spettatore di film poco digeribili finisce qui. Non ci posso fare niente, è più forte di me, quand’ero piccolo altri impazzivano per andare a vedere di frodo i film di Dario Argento, io non lo avrei fatto nemmeno se mi avessero pagato. Da allora non mi sono mai contraddetto né ho mai provato la curiosità di vederlo, un film forte.

Questo per dire che forse sono la persona meno titolata a discutere del tema della censura all’ultimo film di Gibson. Però non mi convince egualmente questa ossessiva campagna censoria, condotta dalle stesse parti politiche e in qualche caso dagli stessi soggetti che fino a qualche tempo fa erano prodighi di anatemi contro le forbici dei censori e di slogan come “Vietato vietare”.

Ieri, per farmi un’idea, ho letto attentamente tutte le recensioni dei quotidiani nazionali. E ho notato qualcosa di vischioso e urticante. Mi è parso che nei confronti di Gibson si sia consolidato un feroce pregiudizio aprioristico, per via del suo fondamentalismo religioso che lo avrebbe privato, per lo meno nel cerchio di gesso della nostra intelligencija, del diritto di cittadinanza nella comunità artistica di rito antico e accettato.
E’ un fenomeno antico ormai, che risale ai primordi della Repubblica, quando Togliatti mise genialmente in pratica i precetti gramsciani sull’egemonia culturale marxista. Paciosamente i democristiani si “accontentavano” di occupare ministeri, banche, enti assortiti; la sinistra storica avviava invece un processo a lento innesco, puntando ai pescherecci più che ai pesci appena tirati a riva. Cinema, letteratura, arti figurative e naturalmente università: il tutto secondo un duplice canone. Da un lato, promuovere e sostenere gli intellettuali già ortodossi. Dall’altro, costringere gli eterodossi a convertirsi; o comunque a formulare una pubblica dichiarazione d’appartenenza, avente titolo di passaporto professionale.
A gioco lungo, i risultati si sono visti. Ma a gioco ancor più lungo, emergono le contraddizioni di un metodo imperfetto, perché basato sulla negazione strumentale del reale valore estetico e artistico di un’opera, ridefinita secondo inessenziali e meccaniche logiche di appartenenza.
Tutta questa voglia di censura, infatti, stupisce assai. In primo luogo, perché proviene da ambienti tradizionalmente forieri di un libertarismo presso che assoluto in maniera artistica, tanto da aver fatto scaturire in più di un caso – proprio per il cinema – l’abolizione del concetto stesso di censura. In secondo luogo, perché riguarda un presunto eccesso di immagini orribili e violente: ambito sul quale in passato quasi mai si erano registrate sollecitazioni censorie.
La storia della censura italiana, per non riandare fino alle spalle della donna redarguita da Scalfaro al ristorante, riguarda infatti piuttosto il versante sessuofobo: tipico di quello stesso versante che, per un paradosso della storia, si sarebbe trovato a difendere Gibson ai tempi del film cristologico. Gli scandali si erano dati per la sodomia Brando-Schneider in “Ultimo tango”, la fellatio e il cunnilingus Sandrelli-Branciaroli ne “La Chiave”, Moana nuda nello studio de “L’Araba Fenice”, un’altra fellatio della Detmers in Bellocchio e via dicendo; sempre roba di biancheria mancante insomma, mai di utensili da ferramenta applicati a tessuti umani anziché a materiali inerti.

Ora, invece, ci si solleva indignati per gli scuoiamenti, i tapiri squartati, qualche sacrificio umano.
Eppure fino a ieri mi sembrava di aver vissuto in un Paese dove erano stati esaltati – per esempio - i film di Tarantino e la saga di Hannibal Lecter, magari da alcuni degli stessi esegeti che avrebbero invece impiombato il Gibson precolombiano. L’anno scorso imperversava un film, lanciato come “presentato e prodotto da Tarantino”, che aveva nel manifesto gigante un tizio a bocca spalancata con dentro mezzo trapano fino al mandrino. Trapano da carpentiere, non da dentista. I giornali scrissero che alla biglietteria, se volevi, ti davano anche il sacchetto tipo quello degli aerei. Era una storia di due sfigati che vanno a Praga per rimorchiare e si trovano macellati. Incassò, pare, bene. Nelle sale di prima visione. E adesso certe vergini violate si svegliano solo per Gibson? O non è piuttosto che a Gibson ormai, girasse anche capolavori, non si perdonerebbe nulla?

Forse a Gibson non si perdonerà più nulla, ad altri si continuerà invece a perdonare tutto. Qualche anno fa un regista di quelli cui si perdona tutto ebbe un’idea geniale: girare un film su un ragazzo che muore e lascia nel dramma i suoi genitori. Davvero un’idea inedita, non ci aveva pensato mai nessuno. Infatti negli anni Cinquanta ne era nata una saga di successo col duo Nazzari-Sanson, e negli anni Settanta il piccolo Renato Cestié (chissà dov’è finito) con titoli come “L’ultima neve di primavera” e “Il venditore di palloncini” era diventato un divo. Però basta un po’ dello zucchero a velo della psicoanalisi, messa lì a casaccio ma tanto i maestri possono tutto, una marcia di bonzi nel centro di Ancona che non si capisce cosa c’entrasse ma tanto i maestri possono tutto. Quel film, che altro non era se non Raffaello Matarazzo risciacquato nel Danubio, vinse la Palma d’Oro. Un regista discepolo del maestro mi disse un solo aggettivo: “film ricattatorio”. Aveva ragione.

Non è che ce l’abbia con quel regista, anzi lo trovo meno peggio di molti altri. Se ne parlo è perché ieri, fra tutte, mi ha colpito la recensione gibsoniana di una giornalista che, sul film del figlio morto, aveva usato ben altri toni - anch’essi grotteschi per l’acritico apriorismo - di assoluto entusiasmo, dicendo che era talmente bello che si piangeva dall’inizio alla fine. Cosa implausibile, ma tant’è, succede quando l’amore ottunde tutti i sensi.

Be’, questa giornalista – indiscussa papessa del settore, fa e disfa e gode di auctoritas assoluta – scrivendo di Gibson ha rivendicato con iattanza di essersene andata per motivi suoi a una quarantina di minuti dalla fine; quindi considerato che il film dura 138’, perdendosene quasi un terzo.
Io, se me ne andassi dalla tribuna stampa al 15’ del secondo tempo perché la partita mi fa schifo (e ormai mi succede quasi ogni volta), il direttore mi licenzierebbe a calci nel culo e farebbe soltanto bene.
La papessa, invece, non paga di aver dato una prova di disprezzo sovrano, sia per la professione che pure ritiene di esercitare a livelli superini (per parlare delle cose bisognerebbe vederle, non dico capirle ma vederle; figuriamoci per condannarle, e con quei toni poi), sia per chi come me aveva comprato il suo giornale sperando che chi avesse recensito quel film l’avesse almeno visto, oggi insiste. Ma alla fine si smaschera, rivelando il perché di tanto astio, di tanto livore: se Gibson ha a cuore la sua fede – scrive costei - e gli piacciono tanto le torture, faccia pure un bel film sull’Inquisizione. A parte lo spessore ginnasiale della battuta che si vorrebbe da imperatrice, lo saprà questa donna che nel 900 il Cattolicesimo ha avuto più martiri che nei precedenti 18 secoli? No che non lo saprà, perché quando si sottomette ogni considerazione critica al pregiudizio della militanza e soprattutto della contromilitanza, si perdono di vista tante cose. Tra cui l’estetica. E anche la realtà.




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17 novembre 2006

C'eravamo tanto amati e altro

E' colpa dei pensieri associativi se non riesco a stare adesso qui. Oggi pomeriggio tornavo da Bogliasco al giornale e sfrucugliavo l'autoradio alla ricerca di qualche canzone meritevole di attenzione. Ed ecco che da una stazione secondaria spunta Tanto pe' canta', ma più che la canzone era Nino Manfredi. Ormai è da un po' che se ne è andato anche lui e così non è rimasto più nessuno dei protagonisti del mio film preferito, "C'eravamo tanto amati". Certo sono ancora tra noi la Ralli e la Sandrelli, ovvero due delle meglio femmine viste in celluloide, ma si sa che le donne hanno la pelle più dura. Lo conosco a memoria quel film, l'ho visto e rivisto chissà quante volte, ho rubacchiato le battute per un mucchio di pezzi. Ascoltavo Manfredi che canterellava "Basta la salute e un paro de scarpe nove" e lo rivedevo in piazza del Popolo, con Gassman che si finge parcheggiatore abusivo e invece è l'unico che ce l'ha fatta, alla fine Nino-Antonio se ne va sulla sua utilitaria e Vittorio-Gianni gli dice tra sé e sé "Ci rivedremo tra vent'anni, cioé mai più". So che questo film ha provato a rifarlo Muccino ma poi ha capito che non era il caso. Stavo guidando nel traffico manicomiale di un venerdì pomeriggio aggravato dallo sciopero dei bus e ho pensato: ok, "C'eravamo tanto amati" è il primo, ma se facessi la lista dei miei dieci film, gli altri quali sono?
Non so perché, mi è venuto in mente "Stalag 17", forse perché l'astuzia con cui si cerca di sopravvivere alle avversità, tema biblico ma non solo, è un qualcosa che sento in maniera particolare e poi mi piace il personaggio di Sefton. Poi, sempre per l'inafferrabilità dei pensieri associativi, "Schindler's List", penso a quanto coraggio ci sia voluto per la scena finale e per tutto il film. E poi naturalmente "Il pianista", basta aprire il mio diario in rete. E ancora "Train de vie", con quella chagalliana allegria di naufragi e un epilogo come un pugno. Ancora "La grande guerra", di nuovo Gassman cioé e Sordi e Lulli e Valli e la Mangano e una sceneggiatura perfetta, forse il miglior film sulla guerra, perché per esempio "Apocalypse Now" è un film sul suicidio della modernità, comunque ci sta anche lui. Riecco Sordi nei "Vitelloni", che fortuna e che sfortuna averlo visto quando ormai non ero più il Moraldo che non era partito. E poi "Shining", quanto orrore senza un gesto esplicito di violenza, tutto stilizzato, tutto alluso. E dall'Overlook Hotel mi trovo nel "Posto delle fragole", col vecchio Viktor Sjostrom che mi ricorda "Umberto D." e la sua straziata visita al canile. Ecco ancora la fioraia non più cieca che sulle prime non riconosce Chaplin, ogni volta che vedo "Luci della città" mi sento orgoglioso di appartenere alla razza umana, la stessa di chi ha pensato e creato quel film. Ci vuole una ventina di minuti da Bogliasco alla redazione, venticinque passando lungo il mare, ecco Danny Rose che apre la porta a Tina il giorno del ringraziamento, è un film minore ma "Broadway Danny Rose" è l'Allen che più mi piace, ancor più di "Manhattan", "Io e Annie" e "Pallottole su Broadway". Estenuò chi stava con me al cinema, ma "Arca russa" è la più bella elegia su una certa idea di Russia. Così come nessun film musicale potrà superare "The Blues Brothers". Musica, America: ecco Pippo Botticella-Mastroianni sul pullman davanti alla vecchia che sente le voci dei morti nel rumore bianco della radio, lo avevano preso per un film contro Berlusconi e invece "Ginger e Fred" certo che è anche quello, ma soprattutto un film sull'amore che arriva troppo tardi. Di film sul mio mestiere ne hanno fatti tanti, il più bello è "Prima pagina", c'è il marchio di Wilder. Ed ecco Marvin Gaye che canta, comincia "Il grande freddo", tutti lo abbiamo vissuto. Ancora "I soliti ignoti", un gioiello dove se togli una parola o una virgola casca tutto, lo sai a memoria e ridi sempre. Mi piacciono poi gli sgangherati perdenti del primo Salvatores: "Turné" e "Marrakech Express", ma anche "Kamikazen". Tutti parlano della Sandrelli della "Chiave", ha scioccato in effetti più di una generazione, ma anche quella di "Io la conoscevo bene" non era da meno. E a proposito di simboli, la Belli si vede poco ma "è" "Profumo di donna", la Antonelli "è" "L'innocente", la Buccella "è" "Basta guardarla", uno dei tre capisaldi della mia vena iperbuzzurra (gli altri due: "Il ritorno di Cagliostro" e "Febbre da cavallo"). Non escludibile, poi, "A qualcuno piace caldo", una cosa così perfetta che alla fine non noteresti perfino la Monroe, sarebbe intercambiabile pure lei. Marisa Berenson vestita dalla Milena Canonero invece non è "Barry Lyndon", così come la Kidman non è "Eyes wide shut": lì è puro genio, come "Orizzonti di gloria".
Amo i perdenti, Billy Bob Thornton di "L'uomo che non c'era" e lo squallido William Macy di "Fargo", tanto per devozione verso i Coen. Costner che si vede decimare gli amici ne "Gli intoccabili". Giovanni dalle Bande Nere che fa impiccare i soldati che spezzano i bracci di una croce per scaldarsi ne "Il mestiere delle armi". Le "Galline in fuga", poverette, come somigliano a tutti noi. Titta che vede il pavone sotto la neve in "Amarcord". De Niro nel "Cacciatore". Selma-Bjork nel più strano film di questo museo mobile, pensato in auto e scritto a giornata di lavoro finita. E ancora De Niro in "C'era una volta in America", quando vede un camion della rumenta che si porta via la sua vita.

Vedo, a conti fatti, in questa conclusione provvisoria che dimostra quanto sia impossibile ogni bilancio, che c'è molto Wilder. Mi manca, in effetti, il suo sogno inesaudito: essere lui e non Spielberg a girare "Schindler's list". E poi, prima di fare sul serio, a Vienna, era stato giornalista sportivo.




permalink | inviato da il 17/11/2006 alle 21:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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