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10 novembre 2006

Sei stato felice, Giovanni

Ieri sono andato nel mio solito remainder di via Cairoli, mi piace frequentare i remainder, perché sono affezionato ai libri orfani, incompresi o abbandonati, spesso dai remainder si trovano diamanti nel carbone. Le bancarelle no, quelle mi ribrezzano un poco: i libri che vi si trovano, infatti, sono stati rivenduti dai compratori e già questo non mi piace. Quindi sono passati in qualche mano e questo mi piace ancor meno.
Invede dai remainder ci sono solo vecchi libri nuovi.
In un colpo solo, con una decina di euro ho portato a casa tre cose che non avevo letto o avevo letto troppo tempo fa. Tutte di Giovanni Arpino: "La suora giovane", "Un delitto d'onore" e "L'ombra delle colline". Non vedo l'ora di (ri)gustarmeli, da qui a Natale se Dio vuole avrò da passare ore e ore negli aeroporti, e si sa come sono gli aeroporti e si sa quel che scrisse Tommaso da Kempis nell'"Imitazione di Cristo": "In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro".
Fin da piccolo sono sempre stato affezionato a Giovanni Arpino, senza sapere - o forse presagendo - che un giorno avrei fatto il suo stesso mestiere. Quello di giornalista sportivo, intendo, lo scrittore è un altro film che mai mi apparterrà, ci vuol ben altro talento e anche infelicità più profonde di quelle che coltivo.
Inciampai nei suoi scritti per via del rango di caposcuola dell'antibrerismo, guadagnato come inviato ai Mondiali di Argentina e Spagna. Mi piaceva il suo stile giornalistico e così m'impratichii anche dei suoi romanzi, per vedere se ci fossero o non ci fossero iati o nessi. Il primo che lessi, forse inutile precisarlo, fu "Azzurro tenebra" e devo a quella lettura la convinzione, tuttora radicata anche se sempre più flebile per inadeguatezza soggettiva, che si possa scrivere di sport in maniera decorosa e non stereotipata; e che quindi ci si debba provare, almeno. Sono andato a rileggermelo non prima del Mondiale tedesco di quest'anno, sarebbe stato banale; ma quando se n'è andato Facchetti, che di quel libro era stato il protagonista.
Aveva la capacità innata, più che di raccontare storie, di costruire personaggi straordinari, infondendo in ognuno di essi tutte le sue paure, tutti i suoi coraggi, tutti i suoi dolori. Era talmente bravo che vien da chiedersi come facesse a lavorare in un giornale, in una di queste ruote da criceto dove ogni giorno la pagina bianca ti aggredisce, va riempita, non importa con che cosa, tu vorresti svicolare o dedicarti a qualcosa di bello e invece ruit hora, tempus fugit, everybody row.
Non ho mai voluto leggere "Il buio e il miele" per paura di trovarlo inadeguato al film, che vidi già adulto. La parte iniziale è girata quasi tutta vicino a dove abito adesso, in una scena si vede un vecchio che legge il giornale per cui lavoro. E poi Agostina Belli giovane somigliava in maniera spaventevole alla ragazza e poi giovane donna e poi donna che mi ha requisito un mucchio di anni, in maniera vicendevole s'intende, quando rivedo quel film rivedo lei cioé la sua avatar che giusto ventitré anni fa incontrai su un treno e come nella canzone di Dalla "e quel giorno successe qualcosa e la loro vita cambiò", strano che in più di cinquanta canzoni nel triplo cofanetto non ci fosse posto per "Viaggi organizzati". Quanti cofanetti escono di questi tempi, sembra che la musica si sia stancata di girare intorno e faccia l'inventario di fine stagione. Come mi cambiò la vita, su quel treno, tutti e due avevamo ventitré anni in meno, come in fondo a un buco che dà nel tempo. Per fortuna Vecchioni non ha ancora fatto cofanetti, resisti professore. Glielo dissi anche, a lei, che era come Agostina Belli nel film di Risi, anzi più bella ancora. Servì a poco, anzi a molto. Agostina Belli è tornata, in qualche film non molti anni or sono, non è stata una grande idea. Lei, chissà.
Ma tornerei ad Arpino. Qualche tempo fa ho scoperto che era stato lui a conoscere Soriano in Argentina e a importarlo in Italia, esiste un loro deferente carteggio dove si danno del lei. Tutti hanno scoperto Soriano, che se lo merita per carità, e allora ci vorrebbe un poco di rispetto pure per Arpino.
Ha scritto una poesia stupenda per il Grande Torino, è morto a soli sessant'anni, l'anno prossimo sarà il ventennale. Non resta che leggerlo e rileggerlo, per fare il verso alla nostalgia.




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3 novembre 2006

Ho stretto la mano a Carlo Fruttero

Ho stretto la mano a Carlo Fruttero, l'ho visto e ascoltato, gli ho fatto un paio di domande per dissimulare il misantropo che sono.
Mai avrei pensato di incontrarlo, dopo aver letto negli anni i suoi libri e i suoi scritti dispersi, non fosse stato per una sua frase di un paio di settimane fa, che aveva indotto una persona a chiedere un appuntamento; e un'altra, io, a farle da scorta.
Quando si legge o si ascolta o si vede qualcosa di bello, capita che ti venga voglia di incontrarne l'autore. Se accade, scopri di non avere nulla da dirgli perché avresti troppo da dirgli, oppure avresti qualcosa di inadeguato, oppure ancora sei tu a essere inadeguato. Così me ne sono stato ai margini del quadro, anzi fuori quadro, eseguito il minimo sindacale della compresenza.
A Fruttero avrei voluto dire che quando lessi quel suo indefinibile commiato da Lucentini, che ho persino riprodotto qui in questo diario in rete per quanto mi era rimasto nel cuore e nell'intelletto e nell'anima (ed è difficile che qualcosa si stanzi in tutt'e tre), stavo quasi per uscire da una disavventura che riguardava proprio Bouvard e Pécuchet, i personaggi di Flaubert in cui lui e l'amico si erano non irragionevolmente identificati.
Mi ero trovato da un giorno all'altro a cimentarmi, a sei mani, con un'impresa apparentemente impossibile fin dalle premesse: scrivere una sceneggiatura senza mai aver saputo nulla di come si scriva una sceneggiatura. La prova era ancor più ardua perché si trattava di scrivere una sceneggiatura da un romanzo senza finale, ovvero B&P. Infatti il regista (titolare di due delle sei mani) ci si era lungamente scornato negli anni, coinvolgendo perfino i due più autorevoli sceneggiatori professionisti italiani, con risultati nulli. Forse per disperazione (veniva da un film andato male), forse per intuito (preferisco la seconda ipotesi, mi si conceda un poco di autostima) decise di affidarsi a due cosceneggiatori in apparenza male assortiti (come B&P, appunto) quali una scrittrice, di cui aveva stima tanto da aver lavorato alla riduzione cinematografica del suo primo romanzo, e a un redattore politico di un piccolo quotidiano di provincia capitato per caso prima nella vita della scrittrice e poi in questa faccenda del film.
Be', ci abbiamo lavorato mesi e mesi. Studiando soluzioni, varianti, episodi, scene, battute. Io mi prendevo le ferie dal giornale per fare le sedute di lavoro, acquartierati in una casa del regista. Ci siamo anche divertiti a scriverlo, quel film. Anche perché il regista è bravo, molto bravo, e capisce il cinema e sa insegnarlo, così alla fine della fiera mi è rimasta la consolazione di aver fatto un corso di sceneggiatura gratis. Oddio proprio gratis no, se ci metto le ferie e gli avanti e indietro dalla mia città a quella dove lavoravamo. Nel frattempo avevamo firmato un contratto con un grosso produttore. Era venuto bene, ci piaceva e ci faceva ridere, avevamo già pensato a Bentivoglio e Albanese, no anzi Tony Sperandeo e Aldo del trio, ci eravamo perfino ritagliati una particina nel finale. Al momento di consegnare la sceneggiatura, il produttore fallisce e quindi avrete capito ben chi sia. Il regista si fa assalire dai dubbi, comincia a vedere difetti dappertutto, forse anche per aver commesso l'errore capitale di sottoporre il fascicolo ad amici che sì sono amici, ma sono anche persone che hanno nel cassetto progetti concorrenti con quello che sono stati chiamati a valutare. Così i nostri Bouvard e Pécuchet, che si chiamavano Quattrino e Conticelli, stanno tuttora a languire nell'inaccaduto.
Ci sarebbero voluti F&L per raccontare la storia di questo film scritto ma non girato, un film che quattro delle sei mani e forse anche le altre due sono ancora convinte sarebbe stato una bella cosa e invece non è niente e le colpe sono di tutti quelli che ci hanno messo mano, oppure di nessuno perché doveva andare così.
Questo avrei raccontato a Fruttero, l'altro ieri a Castiglion della Pescaia, e invece non gli ho detto quasi nulla, spero di non avergli lasciato alcuna impressione, perché se se n'è fatta una - come accade a tutti la prima volta che hanno a che fare con me, e a volte anche la seconda e la terza e oltre - certo non è positiva. Lui, di sicuro, questa storia la scriverebbe meglio e magari ne ha vissute di simili. So che è stato un onore incontrarlo e spero di riuscire a trovare il modo di dirglielo. Ma lui ha l'aria, l'aveva fin da giovane figuriamoci ora che è un vecchio ragazzo, di chi la pensi come un suo conterraneo: la gloria letteraria è qualcosa che finisce rigattata in un corridoio basso, tre ceste, un canterano dell'Impero, la brutta effigie incorniciata in nero e sotto il nome. Le altre glorie, poi.




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28 ottobre 2006

Una scrittrice contro la prosa omeopatica di CARLO FRUTTERO

Non so più quale compositore francese, forse Ravel, parlava sarcasticamente della "musique de robinet", quel tipo di musica che potrebbe andare avanti all’infinito, senza un arco strutturale, senza sorprese, senza "effetti", tediosamente prevedibile nel suo monotono fluire. Lo stesso vale per la prosa di certi (molti) romanzi (e lasciamo perdere la saggistica), che scorre uguale a se stessa dalla prima pagina annacquando fino alla completa insipidezza personaggi e avventure, colpi di scena, trovate, agnizioni, i più morbosi tormenti dell’anima, i più roventi gorghi del cuore. Tutto suona allo stesso modo, tutto si equivale, alla fine. È prosa omeopatica, appena leggermente gassata, e poiché la maggioranza dei lettori sembra essere salutista, va benissimo così, tutti contenti.
Rosa Matteucci fa esattamente il contrario, cioè scrive davvero. Cosa vuol dire? Be’, intanto che non si può leggerla distrattamente, come si seguono le chiacchiere di una soap. Non è questione di parole difficili o ricercate o sbalorditive come in D’Annunzio o Gadda; il lessico è quello normale, con qualche linea di febbre qua e là. Ma si sente subito che tutto conta, che l’autrice ha in mente un disegno preciso, che se le andrai dietro qualcosa ne ricaverai. Piccoli spostamenti di avverbi, aggettivi divelti dal loro consueto sostantivo, similitudini non bislacche e tuttavia impensate, oggetti quotidiani, "bassi", infilati tra nobili o tragici eventi. Non c’è alcun virtuosismo, nessuna bravura esibita. Non si ammira nessuna "bella pagina", ma le tante piccole rugosità, i minuscoli spigoli e sobbalzi, ti tengono sveglio, vuoi sapere dove ti sta portando questa singolare manovratrice.
Io non la conosco, non so niente di lei, ignoro chi siano i suoi "referenti" letterari. Così a fiuto mi vengono in mente tre nomi, Céline, Beckett e Thomas Bernhard, inclini a una visione della vita così disperata da sconfinare nella più grandiosa comicità. Le tre eroine dei tre libri di Rosa Matteucci hanno un occhio implacabile. Già prima di salire sul treno di pellegrini dirette a Lourdes, la stazione è irta di spiacevolezze d’ogni genere. Il lungo viaggio è una specie di incubo, l’arrivo in un sordido albergaccio annichilisce, i compagni sono orribili, i dettagli più deprimenti e rivoltanti si accumulano, dalla moquette logora e lercia al croissant rancido. E l’ultima corsa in massa verso la grotta è una specie di Calvario. Ma nonostante... Ecco la chiave. Rosa Matteucci è l’impietosa, feroce, atroce cantatrice del "nonostante". Tutti lo sappiamo, tutti ci viviamo dentro fino al collo cercando di non vedere: bassezza, abiezione, vergogna, schifo fanno attorno a noi una palude ammorbante. Ma nonostante tutto la testa a un certo punto si rialza, gli occhi guardano in alto, il coraggio ritorna, la battaglia non è proprio perduta.
Così poi sarà nell’Eritrea nostra ex colonia, percorsa dai soldati dell’Onu, una terra di polvere, fame, degradazioni, lacerazioni, dove certi dolcetti fabbricati da un pasticcere italiano toccano il vertice dell’intollerabilità. Il titolo Libera la Karenina che è in te non sembra felicissimo, ma il libro è di una potenza passionale niente affatto indegna dell’eroina russa. E Cuore di mamma, appena uscito, investe come un Tir impazzito lo strazio della vecchiaia estrema, una figlia decisa a imporre a sua madre una badante ucraina, la vecchia che si ribella spasmodicamente mentre è in corso un cenone per anziani in una scuola scrostata. Ma anche qui, nonostante tutto, un barlume di salvezza comparirà alla fine, una pagnotta appena sfornata (da un fornaio odioso) insieme concretissima e mistica, provvederà a permetterci di tirare avanti ancora per un po’.
Manzoni? Certo. Flannery O’ Connor? Sicuramente. La Grazia non può mancare nemmeno per il più infimo di noi poveri vermi. Sono cose che uno accetta molto volentieri di sentirsi dire anche quando, come me, non è credente. A condizione beninteso che sia Rosa Matteucci a dirtele.
CARLO FRUTTERO

(La Stampa, 24 ottobre 2006)





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28 ottobre 2006

Una "giocattolara" a Genova

CHI È QUELLA CHE FRUTTERO HA DEFINITO LA PIÙ BRAVA AUTRICE ITALIANA? RITRATTO DI ROSA MATTEUCCI, CHE ANNUNCIA UN ROMANZO AUTOBIOGRAFICO

Dalla piscina di Lourdes
escono bestseller
di Mario Baudino

GENOVA - E’ diventata scrittrice, e che scrittrice, andando a Lourdes. Ragion per cui è perfettamente inutile gridare al miracolo, anche se una punta di soprannaturale, chissà, potrebbe anche starci. Al Caffè degli specchi, nel centro di Genova, Rosa Matteucci è felicissima per le lodi di Carlo Fruttero e si chiede se per caso non ci sia lo zampino della mamma, scomparsa un anno fa, donna bellissima, coltissima, un po’ originale. “Magari è andata a parlare con Franco Lucentini, lei spiritello fosforescente con tutti i suoi cani. Magari gli ha chiesto se si poteva dare una mano a questa figlia”. Decidere se stia parlando ironicamente o sul serio non è facile: o meglio, il problema sono le proporzioni tra le due tonalità. Forse bisogna rivolgersi a una terza categoria, quella del grottesco, in cui è maestra, anche se naturalmente non basta a contenerla.
È stata una rivelazione col suo primo romanzo, Lourdes per l’appunto, nel ‘99, arrivando da Adelphi nel modo più semplice e banale, quello generalmente sconsigliato ai più: aveva mandato il dattiloscritto. Non una stampata di computer, “una vera copia scritta a macchina e piena di correzioni - precisa -. All’Adelphi e basta. Forse non avevo neppure il denaro per fare le fotocopie e spedirle ad altri”. Era un periodo difficile: aveva perso un ottimo lavoro al Quirinale (finito il settennato di Cossiga, si era deciso di tagliare e lei era stata sacrificata), si arrabattava come guida turistica abusiva in Umbria, ma non a Orvieto che è la sua città natale, perché lì tutti la conoscevano e sarebbe stata immediatamente denunciata. Accompagnava orde di giapponesi a Terni, perché si immortalassero in teatrini devoti davanti alla mummia di San Valentino. Ed era appena andata a Lourdes per fare i conti col Padreterno, visto che gli era morto il padre e lei si sentiva come la protagonista di Cuore di mamma: strangolata da un dolore cui non riusciva ad attribuire senso. Ma queste sono cose note, che ha raccontato altre volte: a Lourdes trovò “Dio nella piscina”, curando le piaghe, affrontando i corpi nel loro disfacimento, nella loro carnalità più avvilita; e alla fine ne scrisse. “L’ho fatto per mio padre”. Aveva preso una nuova strada, forse definitiva, e ancora non lo sapeva. “Non capisco perché la gente spasimi di scrivere libri. Io mi ci sono trovata - spiega - e in fondo era una situazione cui non ambivo per niente. La scrittura è stata l’unica possibilità di esistere. Credo che se non mi avessero cacciata dal Quirinale non sarebbe successo nulla. Pensavo di essere una brava dirigente”. Ora c’è una dirigente in meno e una brava scrittrice in più, anzi secondo Fruttero - lo ha detto, un po’ a sorpresa, a Vanity Fair - la più brava di tutti. Meno male.
“Meno male? Ma via. Io scrivo perché ho avuto una vita dickensiana” In che senso? “Come Davide Copperfield”. E giù a raccontare: una madre appunto bellissima, colta, affascinante, erede di antico casato orvietano, quindi ricchissima. Un’infanzia dorata. “Ero una bambina cui si dava del lei”. Poi la rovina economica: il nonno perde tutto, il palazzo va all’asta, il padre ha il vizio del gioco e la famiglia si trasferisce a Venezia, in un pied-à-terre che originariamente serviva come base per il Casinò. Miseria, sconcerto. “Sono stata dislessica, ho imparato a leggere e scrivere in terza elementare. Ancora adesso tronco le parole in modo dialettale”. La cultura, infine, come forma di resistenza: tornati a Orvieto, nel “cachot” dove ora vivevano (“Un cachot come quello di Bernardette”), sua madre per invogliarla le traduceva gli articoli di Terzani dallo Spiegel, e in terza media la metteva su Musil e Joyce, in lingua originale.
Matteucci racconta inarrestabile, con un linguaggio simile alla ricca, densa prosa dei suoi libri. Elenca gli amici strani che giravano in casa del nonno, maghi spiritisti e avventurieri, o i grandi personaggi come Guido Carli con la moglie pittrice, i cui quadri giudicati orrendi venivano nascosti, per essere esibiti solo in occasione delle visite. Torna sullo choc di cambiare vita, e cambiarla ancora, e ancora. Ora vive tra Genova, dove si è stabilita per amore (galeotta fu un’intervista, racconta), e dove fa, provvisoriamente, la “giocattolara”, e Orvieto, dove ogni tanto vede Susanna Tamaro, la cui fattoria è lì vicino. È un assedio di memorie, un romanzo, il prossimo. “Per forza, sarà la mia autobiografia. ‘Sta famiglia non mi molla”. C’è da giurare che al centro ci sarà la mamma, non la vecchia, terribile, grottesca, comica icona del dolore che campeggia nel suo ultimo libro, ma qualcosa di più simile a quella vera: quella che ha detto una parolina a Lucentini, tra paradiso e girone dei suicidi, evidentemente collegati. “Se no, ‘sta cosa non si spiega”.

(La Stampa, 24 ottobre 2006)




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14 ottobre 2006

Orhan Pamuk e Peppino di Capri, nel nome di Roberta

Non di rado i lettori mi rimproverano di eccedere nella mescidazione concettuale, tra l'ortodossia dello sport e altri interessi che privatamente coltivo. Ignorano o consapevolmente si nascondono che a volte, o meglio quasi sempre, il calcio è talmente sciapo da necessitare spezie le più eccentriche. Comunque vada, io non mi pento di attingere al fumetto, alla narrativa, al cinema, alla musica e a tutto quanto mi venga in mente per insaporire un piatto spesso immangiabile. Nelle cucine povere è il condimento che salva la sostanza, così in quasi tutto quel che scrivo per onorare l'azienda che mi passa lo stipendio. Ci provi qualcun altro, ad attenersi a una rappresentazione robbegrillettiana del calcio e segnatamente della Sampdoria, i ferri chirurgici del realismo e della Neue Sachlichkeit stanno stretti a chi debba portare per mano il lettore fino in fondo al pezzo, dove c'è la firma.
Per fortuna che ogni tanto la mia studiata dabbenaggine trova riscatto, sempre s'intende in modi stravaganti. L'altro ieri mi sono vergognato molto quando ho sentito che l'Accademia aveva assegnato il Nobel a Pamuk. Questo perché da quasi sei anni ho in casa un suo libro, che mi era stato spedito dall'ufficio stampa Einaudi ai tempi in cui lavoravo ancora alla redazione cultura. Ero convinto fosse "Neve" perché mi ricordavo bene la copertina, una specie di nevicata, invece era "La nuova vita" e l'ho scoperto soltanto ieri sera, quando in base alla vaga memoria di dove avessi inumato il libro l'ho cercato e trovato, su uno scaffale remoto della mia biblioteca, parcheggiato in terza fila posteriore. Questa la considerazione che avevo di Pamuk, io che me la tiro da intenditore, mi ero ripromesso di leggerlo perché l'incipit non era male ("Da quando lessi quel libro, la mia vita è cambiata per sempre") ma la ruota del criceto gira e altre urgenze si sono affastellate e Pamuk è finito in terza fila, ma ora che gli hanno dato il Nobel bisogna pure che lo legga.
Tanto più che è uno dei nostri.Non solo ha fatto il tirocinio da fallito ("Lavoravo dieci ore al giorno per scrivere romanzi che gli editori puntualmente mi respingevano"), ma ha pure un diploma da giornalista. E poi nelle interviste di ieri, di cui la più bella era con l'amico sampdoriano Marco Ansaldo di Repubblica, mi ha fatto un assist clamoroso, come nemmeno il Mancini dei tempi belli. Così bisognerà pure che legga "Neve", perché non solo dicono che sia il suo libro più bello, ma pare che in quel libro impazzi una canzone. E una canzone italiana. Una canzone di Peppino di Capri, pensa un po'. Una canzone di cui ho sentito parlare, "Roberta", magari se la sento me la ricordo, anche se per forza di cose mi fa venire in mente una carissima persona che ho lasciato da qualche parte di Milano e naturalmente i manifesti pubblicitari che tutti sanno, ma l'idea che nel libro più bello di un Nobel un'architrave narrativa sia una canzone di Peppino di Capri, non di uno dei compagni cantautori eletta schiera, mi fa ridere, mi intenerisce, mi fa ricordare Proust: "non disprezzate la musica popolare, perché ha un posto piccolo nella storia della cultura, ma un posto immenso nelle storie di ognuno di noi". Con Pamuk, la musica popolare arriva addirittura al Nobel.
E nessuno ha pensato di intervistare Peppino di Capri.




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2 ottobre 2006

Giampaolo Pansa e "La grande bugia"

il caso
di STEFANO RISSETTO
Zone d’ombra, eccessi e aberrazioni. Queste le parole usate nell’aula di Montecitorio da Giorgio Napolitano, appena eletto capo dello Stato, a proposito degli aspetti della guerra civile italiana cui Giampaolo Pansa si dedica da anni, controvento come ama fare. Il suo Sangue dei vinti aveva venduto mezzo milione di copie, raccogliendo però critiche assortite di faciloneria nell’ecdotica e dilettantismo, fino all’accusa somma di "revisionismo". Replica e puntualizzazioni sono adesso il cuore de La grande bugia (Sperling & Kupfer), nuova provocazione di un giornalista di sinistra mai indulgente con la sua stessa parte. Le cose che scrive sembrano perfino ovvie, per chi ne abbia fatto amara esperienza. Tanto che a destra il suo atto di accusa ha sì suscitato sollievo ("Finalmente viene fuori la verità su quegli anni"), ma anche stizza ("La verità la puoi dire solo se sei di sinistra"). L’autore è laconico: "Per molti anni a destra si è preferita una strada, quella dell’agiografia e della celebrazione dell’onore dei combattenti, speculare e altrettanto sterile di quella della glorificazione dell’eroismo immacolato dei partigiani. Sbagliavano gli uni e gli altri".
DILETTANTE "Sono uno storico dilettante" dice Pansa di se stesso; ma da grande giornalista cita sempre le fonti con la dovuta acribia. Arriva così a poter sostenere che il movimento partigiano, esiguo nella reale consistenza numerica e marginale sul piano militare rispetto alle armate angloamericane, fu monopolizzato dal Pci, a sua volta eterodiretto da Mosca, nella prospettiva non già del ritorno alla democrazia, ma dell’instaurazione di un regime per nulla diverso da quelli eurorientali, tirannidi satelliti di quella moscovita. Corollario cruentissimo di tale configurazione, la vera e propria pulizia etnica ai danni di chi non avesse abiurato il fascismo, o non avesse avuto modo di riverniciarsi in tempo. "Una ricostruzione opposta - sottolinea Pansa - a quella che si fonda sulla storia scritta dai vincitori, la cosiddetta vulgata resistenziale". Ovvero: il fascismo calò su Roma da un’astronave marziana, opprimendo per vent’anni l’Italia, che unanime lo disdegnava e che, altrettanto unanime, si sarebbe sollevata in armi contro l’invasor. Poi: anche chi era fascista in realtà non lo era, specialmente quelli che svelarono di non esserlo mai stati dalle 00.01 del 9 settembre ‘43, non un minuto prima perché non si sa mai. Massimamente, poi, non lo erano quelli che da antifascisti sarebbero stati altrettanto zelanti, e comandoni, e intolleranti verso ogni dissenso, quanto erano stati da fascisti. "Se non ci fosse stato il Pci - dice Pansa - non ci sarebbe stata nessuna guerra partigiana. La resistenza ha avuto come perno cruciale e insostituibile il Pci del tempo, nelle sue intenzioni cripticamente golpiste, esplicate nella brutalità della resa dei conti, con Togliatti che rendeva sistematicamente conto di ogni minima mossa al vero padrone del partito, che stava a Mosca e si chiamava Stalin".
SPAVENTO Nasceva così, per consolidarsi nel tempo, quella che l’autore chiama Grande Bugia. "La verità - dice Pansa - è che quasi tutti stavano alla finestra, spaventati, per vedere come sarebbe andata a finire. E’ davvero assurdo parlare di insurrezioni nelle grandi città del Nord, che furono invece neutro teatro della ritirata tedesca, condita di truci rappresaglie, a fronte dell’avanzata alleata".
Nel libro, l’autore affronta le contestazioni dei più accesi detrattori delle sue opere revisioniste - compreso il giovane e acuto storico genovese Sergio Luzzatto, ribattezzato Signor Ghigliottina; ma ce n’è, e tanto, anche per Giorgio Bocca - e rende onore a testimoni apparentemente eccentrici come Darwin Pastorin, giornalista sportivo di fede marxista ma di famiglia fascista. "Non mi premeva però tanto regolare i conti con i critici - puntualizza - quanto fare un po’ di pulizia lessicale. Per me “revisionista” non è un insulto, è un titolo di merito".
"Il revisionismo - insiste - non è una patologia, ma un dovere. Chi cerca la verità, sia uno storico in cattedra o un semplice giornalista come me, non può mai sentirsi appagato, soprattutto davanti ai “perché? perché sì!” della vulgata resistenziale".
MANICHEISMO Pansa ha in uggia quel che chiama "memoria asimmetrica", metodologia pseudostorica alla base del consolidamento di una ricostruzione della guerra civile italiana afflitta da un favolistico - e quindi irreale - manicheismo di fondo. "Chi cerca di controllare il passato, come ha fatto il Pci con la guerra civile e con il terrorismo, applica sempre alla perfezione - argomenta - l’arma della memoria asimmetrica, secondo due canoni. Primo: io ho vinto e parlo, tu hai perso e taci, come accade nelle terre di mafia. Secondo: la ragion di partito prevale su tutto, perciò sulla Resistenza devono tacere non solo i fascisti ma anche gli antifascisti non comunisti".
Pansa sostiene di aver fatto ormai il suo dovere, sul fronte della riscrittura della storia del punto critico del Novecento italiano: "Questo libro può innescare una discussione vera, in giro vedo un’opinione pubblica che forse ha preso coraggio, chissà se c’entrano anche i miei libri. Vero è che ho notato un punto di svolta fondamentale".
QUIRINALE Chiaro il riferimento al primo discorso di Napolitano dopo l’elezione al Quirinale: "Credo che quel riferimento a “Zone d’ombra, eccessi e aberrazioni” siano le parole più coraggiose in assoluto pronunciate da un capo dello Stato e mi auguro che Napolitano vada avanti sulla strada dell’affermazione della verità. In visita a Budapest, ha saputo anche dire che nel 1956 non solo aveva sbagliato, ma avevano ragione i democristiani di allora, al governo c’era Segni".
COMPLESSO "Continui a dare scandalo. Se queste parole - conclude - le avesse dette un capo dello Stato non proveniente dalla famiglia comunista e non eletto dalla sinistra sarebbe successo il finimondo, si sarebbe chiesta la messa in stato d’accusa. Sempre per il vecchio, inossidabile complesso di superiorità della sinistra, messo a nudo tempo fa da Luca Ricolfi, anch’egli di sinistra; per cui non contano le cose, ma chi le fa". A dispetto di un incallito revisionista, ormai scomunicato a sinistra e mai pienamente accettato altrove, per via della diffidenza verso l’altro degli autocompiaciuti cultori della “voce della fogna”. Lui, Pansa, si consola a colpi di centinaia di migliaia di copie. E pensa che anche Newton era revisionista. Non lo era il Pajetta del "Tra la verità e la rivoluzione, scelgo la rivoluzione". Nel frattempo il Sole continuava a girare attorno alla Terra. Risplendendo sulle sciagure umane.

(Corriere Mercantile, 2 ottobre 2006)




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1 ottobre 2006

"Cuore di mamma" di Rosa Matteucci (Adelphi): un libro che merita, davvero

Un musicista americano si disse attratto dall’idea di incidere un disco suonato soltanto con oggetti trovati per strada: ruote di bicicletta, assi da stiro, barattoli vuoti e rottami qualsiasi; sosteneva che la potenza dell’armonia e del contrappunto potesse trascendere la povertà dell’orchestrazione e l’approssimazione degli arrangiamenti. Anche Rosa Matteucci predilige raccontare storie raccattate da terra, tanto comuni da parere prive di specifico narrativo e di potere d’attrazione; ci penserà lei a sublimarne la sostanza, nell’arcana officina del suo stile non confondibile. Dopo aver narrato in “Lourdes” e “Libera la Karenina che è in te” due ribellioni di donna al cospetto di altrettante varianti dell’Incomprensibile e quindi Inaccettabile, come una vita gettata via per troppa fretta e un amore soffocato nel non sapersi dire, l’ideale trilogia della sofferenza si completa in un duello a mani nude con una morte che nasce giorno dopo giorno, voluta e vagheggiata da una madre mai stata veramente madre, determinata a esserlo soltanto nell’atto di associare alla propria, ormai in corso, la morte di una figlia disvoluta e sopportata a distanza.
Fruga nell’immondizia, la Matteucci, per repertarne lo squallido panopticon con il quale cattura l’attenzione del lettore, per mezzo di una prosa in ammirevole equilibrio oscillatorio tra le sottigliezze di un italiano inaccessibile e rarefatto, irto di vocaboli fossili, e le disperate scurrilità di un comico aristofanesco declinate nei modi e toni della civiltà rurale centritalica, strappando risate che virano a rimorso per lo sgomento di prendersi gioco dell’inumano. Presto così si focalizza il conflitto definitivo tra le due donne, un’anziana sarta disancorata dal mondo e intignata in una ferrigna misantropia, e la figlia che s’illude di compiere la propria salvazione dalle secche di un matrimonio incarnito e da molteplici altre irresolutezze attraverso quella della madre, senza intuire di lavorare a un drammatico sacrificio congiunto. Nel silenzio di una casa perduta nella desolazione della campagna, al culminare della brutta stagione, si consuma a gesti stilizzati la cruentissima partita a scacchi tra Luce che vorrebbe aiutare Ada e quest’ultima, riluttante a tutto ormai.
Di pagina in pagina, col fruscio del ruotino di un criceto - emblema dell’inutile affannarsi di ogni vivente - unico rumore di fondo alla tenzone, nel disfarsi degli elementi tecnici e meccanici inutilmente deputati a modernizzare uno schema archetipico, il racconto si dipana nel contrapporsi degli sconforti complementari di due donne rassegnate alla ricerca di una soluzione che non c’è, che non potrebbe esserci. Così la cifra della narrazione è l’aridità, l’assenza, la creazione di un vuoto dove si agitano lemuri, figurette minime, segnacoli di quel grottesco che l’autrice egregiamente padroneggia. Lentamente gli eventi declinano verso un cenacolo natalizio, ideale cornice a contrasto per una scena madre che quindi non sorprenderebbe nello svolgersi.
Ma è proprio a questo punto che il racconto prende il volo, secondo una rotta che forse eccede le stesse intenzioni della mano che scrive, felicemente fuorviata dalla rarefazione della materia narrativa. Già sente Orlando che la vista ha perduto, recita la Chanson: così Ada scopre improvvisamente di avviarsi lungo un percorso fantastico, sta morendo ma non lo sa e davanti agli occhi le scorrono spezzoni di cinegiornale con le Piccole Italiane inquadrate nel saggio ginnico, ritratti sorridenti di una beltà elusiva del tempo dalla vetrina di Luxardo, la grossa scrofa alata che vola nel pannello centrale delle Tentazioni di Sant’Antonio di Bosch, il coro dei morti di Federico Ruysch che guarda interrogativo la platea dei viventi, dei quasi loro. Sono pagine di infinita pietà, nell’immedesimazione con una coscienza che svanisce e si appella a simboli di santità ed eternità, rimodulati secondo quello stile profetico e visionario che fu di Jacopone e Teresa di Lisieux e che rappresenta la cifra inconfondibile dell’autrice, capace di rendere un’autentica tensione metafisica nei toni del burlesco e della clownerie. Ecco così santi e reliquie, preferibilmente eccentrici nella frequentazione devozionale e perfino nell’onomastica, entrano ed escono dalla pagina come le statuine di un carillon che suona il Dies Irae, fino all’arrivo degli angeli che - come in Olivier Messiaen, anch’egli capace di scrivere con mezzi di fortuna, nella baracca di un lager, il suo quartetto della fine - annunciano la fine del tempo, con “lo schiocco del legno e il lamento delle corde spezzate che annunciavano l’ora che nella vita di Ada segnava la fine del mondo”. Questo passaggio memorabile, di eccezionale intensità mistica e letteraria, scaturito da un talento narrativo e da una sensibilità capace di superarsi oltre la soglia del dicibile e del ragionevole, necessario culmina in un finale preceduto da un primo rendiconto, sotto le luci livide di un pronto soccorso, che vede il male punito nella persona di due spogliatrici di pensionate che avevano grassato anche Ada. Ma il male retribuito col male non restituisce egualmente senso all’umano consumarsi, persistendo l’irriducibilità semantica del dolore. Ed è soltanto attraverso una trasfigurazione fintamente laica del rito dell’eucaristia, ovvero il passaggio tangibile dalla dimensione divina a quella umana verso la sintesi, che il viaggio di Luce al termine della notte può trovare conclusione. Per una speranza di pace con se stessa e con l’ombra ormai inerte della madre, nel riconciliarsi universale dei destini.

ROSA MATTEUCCI, "Cuore di mamma", Adelphi, p. 136, € 9


Mi si perdoni l'interesse privato, ma non è tale. E' un libro eccezionale, davvero. Direi "soddisfatti o rimborsati", non fosse uno slogan da mercato rionale. Credetemi.




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25 agosto 2006

Vecchio Achille, in anticipo sul tuo tempo e anche - mi sa - su quelli dopo

Fatti coraggio, vecchio Achille. E’ quello che ho pensato ieri pomeriggio, quando ho sfruttato un pomeriggio di semilibertà in vagabondaggi senza costrutto, tra cui uno nel remainder di fiducia, in via Cairoli. E anche lì ti ho trovato, nello scaffalone dei libri senza speranza, quello con il cartello giallo enorme “Volumi iperscontati”. Che poi “iper” è tutto da vedere, siamo a Genova e quindi il tuo romanzo anche lì lo vendevano a 4 euro, nemmeno si fossero messi d’accordo col pachistano del tendone di corso Italia. Anche lì, ce n’erano quattro copie. Vorrei scrivere alla Baldini e Castoldi per dir loro di tener duro, non sono loro che hanno sbagliato: il tuo libro è un gioiello, anche stanotte mi sono portato avanti di una trentina di pagine ed è esilarante anche il capitolo della conferenza archeogeologica del professore, che si presenta come uomo mite e compassionevole salvo disvelare un implacabile fanatismo col passare delle ore e delle bottiglie sul tavolo.
Se penso alle quintalate di gesso e sabbia che ci hanno fatto studiare a scuola, seppellendo talenti come il tuo; e credo che pure all’università - anche se io a lettere, la vera laurea che avrei voluto prendere ma si sa prima il dovere e poi il piacere e il dovere ( almeno credevo) era legge, mi sono fermato a quota esami quattro – non ti calcolino troppo, può darsi che qualche pagina di tesi specialistiche sperimentali di cattedre minori di università minori te l’abbiano pure dedicata.
Niente, non c’è niente da fare. La Baldini ci ha pure provato: tutto inutile. Certo, la copertina non è un gran che, con quella specie di brigante Musolino assiso stracco (ecco, se permetti, l’unica cosa che finora mi sento di rimproverarti è la ricorrenza eccessiva dell’aggettivo “stracco”, lo si trova perfino nella stessa pagina a distanza di una decina di righe tra la prima e la seconda menzione, ma alla metà dell’ottocento non si parlava di editing e tutto sommato chi ha detto che fosse un male?) su un masso alla metà di una scarpinata che forse era simile a quella, esaltante, compiuta al Sacro Monte dai tuoi Gaudenzio e Martina. Anche il titolo, tutto sommato, può attrarre uno come me, ma io sono vocativamente minoritario e quindi non faccio testo. Tutto sommato, che il tuo libro mi piaccia così tanto spiega il perché del rigetto che suscita nel mercato.
Però anche questo non è vero, alcune volte nella vita mi è capitato di precedere il gregge nelle scelte estetiche. Poche, ma significative. Pagando l’intuizione, certo, col fastidio che provo quando le moltitudini si entusiasmano unanimi per certi scrittori o musicisti, sui quali io ero stato – senza merito, per carità, per caso piuttosto – tra i primi a inciamparci e a entusiasmarmene. Chissà quindi che non abbia visto giusto anche con te, vecchio Achille.
Siamo sempre lì, però. Basterebbe che, invece di un redattore ordinario allo sport nel quotidiano di un paesone di provincia, di quel paesone di provincia che è Genova che si crede città e invece è solo provincia, di te parlasse uno di quei tre-quattro oracoli che qualsiasi cosa dicono diventa oro colato. Faccio un esempio: tutti dicono (sbagliando) che erano pallosi i Promessi Sposi, ma vogliamo parlare della Commedia? Chi di noi, a scuola, ha amato davvero quel poema di una sconvolgente complessità filosofica e teologica, davvero una selva oscura dove giustamente il commentario a pie’ di pagina aveva una proporzione di cento righe a terzina, c’era da spaccarsi la testa a districarsi tra quello che l’autore ci aveva davvero voluto mettere dentro e quello che i critici nei secoli avrebbero pensato di vederci. Capitasse mai di incontrarlo, gli direi: “Senti, saprai benissimo che sul tuo Papè Satan, Papè Satan Aleppe hanno scritto migliaia di congetture, ecco, dammi una gioia, dimmi che era la prima cosa che ti era venuta in mente, tipo un trallallà messo lì per capriccio”. Questo per dire che la Commedia a me piaceva e piace, perché era ed è una sfida intellettuale persa in partenza; ma quando ho visto che milioni di persone si sono entusiasmate per le terzine concettualmente più complicate di tutto il poema, ovvero l’invocazione alla Vergine di Bernardo di Chiaravalle, perché recitate sul palco di Sanremo da Benigni che è una carissima persona, un attore enorme, ma insomma, avendo avuto la fortuna di ascoltare il canto di Ulisse e quello di Paolo e Francesca da Gassman so di che cosa parlo, ecco che mi sono arreso: le regole di tutto sono altre da quelle che vorrei. Ecco perché la gente paga per andare ad ascoltare quella Commedia che a scuola aveva odiato, ecco perché i tuoi libri, vecchio Achille, tentano timidamente di riproporsi ai lettori, persi magari tre metri sopra un codice o un calice dove niente è vero tranne gli occhi, senza riuscirci.

Dicono che fossi in anticipo sul tuo tempo, caro vecchio Achille, come capita a molti geni che troppo tardi si vedranno riconoscere il talento. Mi sa però che eri in anticipo anche sul mio, di tempo, e su tutti quelli che verranno. A meno che sottrarsi al tempo non sia il modo più intelligente di eluderne gli effetti.




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23 agosto 2006

Un libro (felicemente) riscoperto: "Alpinisti ciabattoni" di Achille Giovanni Cagna

Lettore che non hai di meglio da fare, visto che sei cascato qui sul mio diario in rete, accetta il consiglio.
Devi leggere assolutamente un libro che ho trovato stamattina in corso Italia, entrando per caso in una di quelle librerie estive fatte a tendone, che smerciano qualche titolo corrente ma soprattutto copie alla deriva, reiette dai già sparuti compratori di libri di questo paese devastato dal dolore, che legge sempre meno e quel meno il più delle volte è ciarpame per sciampiste insufflato dall'oracolo del "7".
In questa libreria si trovava quello che c'è in tutti i remainders: accanto a qualche uscita attuale a prezzo pieno, una massa enorme di libri variamente scontati come dizionari, guide turistiche, manuali di cucina o di ikebana, libri d'arte cartonati, volumi sparsi di collane smembrate, tascabili obsoleti, più naturalmente le mastodontiche rese delle case editrici locali per autori APS (a proprie spese, cfr. le pagine più divertenti mai scritte Eco, ovvero quelle de "Il pendolo di Foucault" sull'attività della Manuzio).
La copertina arancione, il titolo inconfondibile: era un libro di cui avevo sentito parlare la prima volta ai tempi del liceo, quando studiando Gadda ne vedevo identificavare l'autore come un credibile precursore nello stile ("Faldella, per esempio, avrà toccato Gadda - scrive Contini nella fenomenale introduzione a "La cognizione del dolore" - solo attraverso gli Alpinisti ciabattoni del suo bravo discepolo Cagna), e poco prima di incontrare una persona cara, che al romanzo d'esordio vidi paragonare a Faldella, Gadda e appunto a questo Achille Giovanni Cagna, autore del romanzo "Alpinisti ciabattoni" che la Baldini e Castoldi, quando non c'era ancora Dalai nella ragione sociale, aveva ripubblicato nel 2000 senza che me n'accorgessi, preso com'ero evidentemente da altre cose. Ma era passato inosservato, eccolo lì che languiva ai piedi di una montagna di libri APS anch'essi arancioni, quattro copie rimaste di cui la prima già sgualcita perché sfogliata, ma lasciata lì anche lei. Prezzo di copertina 5 euro e 16 centesimi, lo vendevano a 4 euro tondi, era anche un affare. Non ho resistito, ho cominciato a leggerlo camminando, tanto a quell'ora (era l'una passata) in corso Italia non c'è nessuno. Incredibile, mi veniva da ridere leggendo le disavventure di questa attempata coppia di droghieri "sfiaccolati" (già la scoperta dell'aggettivo valeva la spesa) che parte in treno per le vacanze sul lago d'Orta e prima s'infratta nelle fauci di un albergo modesto e rapinoso, che a cena infligge loro un ossobuco immangiabile mentre irrompe al loro fianco un petulante commensale infelice e avvinazzato, e il giorno dopo si avventurano al Sacro Monte dove un rapinoso previtocciolo estorce loro una lira per una cupa spiega delle edicole votive... sembra certe pagine di Fantozzi, oppure Sordi in vacanza con la moglie grassa, il tutto in una lingua ricchissima per estensione e colta nella profondità, con guizzi geniali e un uso accortissimo di vocaboli obsoleti.
Prima di entrare al giornale ne ho letto una trentina di pagine, non vedo l'ora di tornare a casa per rituffarmici, e quando ciò accade vuol dire che il libro vale, l'ultima volta che mi era accaduto era stato per Barney Panofsky, strano che l'Adelphi si sia fatta scappare uno come questo Cagna, nel suo catalogo ci stava benissimo. Comunque sono censite altre sue opere e i titoli già promettono: "Provinciali", "La rivincita dell'amore", "Contrada dei gatti". Editore che non hai di meglio da fare, pensaci.




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23 agosto 2006

F&L come Bouvard e Pécuchet: omaggio a uno scrittore duale

(Ho saputo che a settembre Carlo Fruttero pubblicherà il suo primo romanzo “senza” Franco Lucentini. S’intitolerà “Donne informate sui fatti”, lo leggerò volentieri come volentieri lessi molte delle opere del duo. Cedo quindi volentieri la parola allo stesso Fruttero, perché quattro anni fa in memoria dell’amico scrisse per il supplemento letterario del sabato de “La Stampa” questo pezzo, tra i più belli che io abbia letto negli ultimi anni).


E' stato un tempo, una quarantina di anni fa, in cui qualche amico di passaggio ci paragonava scherzosamente a Bouvard e Pécuchet. Ci vedeva lì fermi col mento in mano davanti alla macchina da scrivere; oppure quando camminavamo in silenzio e molto lentamente lungo il canale del Loing; o ancora impegnati a falciare a torso nudo il prato davanti alla casa di Lucentini, o a piantare grossi chiodi in una scaletta di legno pericolante. E gli facevamo venire in mente quella coppia di sempre indaffarati bonshommes in cui Flaubert concentrò tutto il suo sarcasmo (ma anche non poca indulgenza, non poca tenerezza umana) nei confronti del “sapere moderno” del tempo.

Noi lasciavamo dire, ben vedendo la inidoneità di un simile paragone. Come si sa, o non si sa, Bouvard e Pécuchet fanno amicizia su una panchina di Parigi, uno di loro entra inaspettatamente in possesso di una grossa eredità, insieme lasciano il loro misero lavoro di copisti, si ritirano in campagna e cominciano una serie infinita di sperimentazioni in tutti i campi possibili, agricoltura e paleontologia, chimica e religione, anatomia e astronomia, dietetica e giardinaggio, consultando e annotando migliaia di testi fondamentali (per documentarsi Flaubert se ne procurò oltre 1500), e tentando di mettere in pratica i precetti dei grandi esperti. Che tutti si contraddicono e portano ovviamente al disastro. E' una sorta di farsesco, irresistibile balletto enciclopedico i cui movimenti sono: curiosità, entusiasmo, foga applicativa, ansiosa attesa, gran pasticcio finale e fallimento, da cui però i due ripartono per una nuova impresa con inesausta fede nel progresso.
Lucentini e io di fede nel progresso ne avevamo davvero poca, guardavamo con sospetto anche alle minime invenzioni tecnologiche, una nuova lametta da barba, un cavatappi di audace concezione; e d'altra parte le nostre “sperimentazioni” letterarie di rado si rivelavano fallimentari. Ne provammo di tutte, è vero. Una tragedia elisabettiana intitolata “La battaglia di Vercelli”, di cui forse si conserva in qualche cassetto un atto e mezzo. Poi ci venne l'idea di leggere tutta l'Encyclopédie per ricavarne un volumetto di “voci” bizzarre, marmellate su ricetta di Diderot, impiastri miracolosi suggeriti da D'Alembert; e scrivemmo, ma su commissione, radiodrammi e adattamenti televisivi, della Pietra di luna di Collins, di celebri processi e casi criminali; curavamo una rivista di fantascienza, traducevamo fumetti, mettevamo insieme grosse antologie di racconti, non dicevamo di no a (quasi) niente, calcolando al meglio il rapporto costi-benefici di qualsiasi proposta ci venisse fatta. Due cottimisti, ben lontani dal farneticante e gratuito operare di B.& P.

Ma i soggiorni di due o tre settimane nel villaggio di Lucentini tra Fontainebleau e Nemours erano riservati ai romanzi che andavamo scrivendo per così dire di sbieco, con spirito interstiziale e senza farlo sapere a Flaubert. Ansioso cronico e perciò bisognoso di pianificazioni assolute, Lucentini pretendeva di "metter giù" un pre-romanzo pre-definitivo in una rapida ma efficace pre-scrittura. Io gli rispondevo con la frase napoleonica: “On s'engage et puis on voit”. L'idea di seguire e anzi tracopiare una traccia dettagliatissima mi annoiava, volevo lungo la strada un minimo di sorprese. Lucentini, acceso amante dell'arte, ribatteva che tutti i grandi e meno grandi maestri avevano lavorato su disegni preparatori, esistevano intere collezioni di studi su una mano, un ginocchio di cavallo, un ricciolo. Io dicevo: “E poi come passiamo alla vera pittura, alla vera Cappella Sistina?”. Lui abbassava gli occhi mentre io lo accusavo di nutrire sotto sotto la peccaminosa speranza che quella chimerica pre-scrittura si rivelasse alla fine così buona da non richiedere altri passaggi. “Sei schizofrenico”, dicevo, “vuoi scrivere sul serio fingendo di scrivere per prova”. “Schizofrenico sarai tu, che vuoi scrivere fingendo di non sapere dove stai andando”. “Ma se no, io non mi diverto e il lettore se ne accorgerebbe subito”. “Il divertimento” sentenziava lui, duro,”è escluso comunque”.
Ma non era vero. Una mezza pagina venuta bene dopo averne appallottolate con rabbia undici diverse versioni e dopo che io beninteso l'avessi approvata, gli allargava smisuratamente il sorriso. “Bravo! Quel taschino di quella camicetta è proprio riuscito”, mi rallegravo. E aggiungevo incautamente: “E per di più, senza niente dentro è praticamente invisibile”. Lui si rannuvolava. “Già, ma allora perché nominarlo, descriverlo? A cosa serve nell'economia del personaggio e di tutto il romanzo?”. Cominciavamo mollemente e poi via via più accanitamente a discutere: le donne non mettono mai niente nei taschini delle loro camicette, è un fatto universalmente noto. Ma potrebbero: per distrazione, per fretta, per comodità momentanea, infilarci accendino, rossetto, biro, biglietto del tram, billet doux, anello, pettine, limetta per le unghie e così di seguito in una serie infinita di possibilità lungo il canale del Loing.
Questo canale bellissimo, dipinto più volte da Sisley, ci era con le sue acque ferme tranquillizzante compagno. Dalla antica casupola in pietra di Lucentini (detta cabane da quelle parti) che vi si affacciava, potevamo prendere a destra o a sinistra camminando sull'alzaia riservata un tempo ai cavalli che tiravano le chiatte. Ormai tutte le péniches erano a motore ma l'alzaia veniva tenuta in perfetto stato dall'amministrazione competente e aveva un fondo grigio scuro, come di carbone macinato, che impediva il formarsi del fango e scricchiolava sotto i piedi. A destra, dopo un paio di chilometri c'era la chiusa col suo sorvegliante che faceva salire e scendere il livello del canale al passaggio dei naviganti. A sinistra, altri due chilometri e c'era il castello, un piccolo e amabile château in stile Enrico IV. Sulla riva opposta una fitta parete di bosco e sottobosco, le ultime propaggini della foresta di Fontainebleau. Le chiatte passavano e ripassavano nei due sensi e noi sempre a parlare della camicetta: che poteva essere di lino, di seta, di cotonaccio, di jeans (di juta?), nonché aderente, o cascante o di giusta misura, e aveva per forza rapporti col reggiseno sottostante, che a sua volta poteva essere leggero, trasparente, corazzato, inesistente. E se mettessimo due taschini? O nessuno?
Guardavamo pensosi le péniches, cariche, lente, nere, basse sul pelo dell'acqua, che avevano sempre una corda tirata dalla prua alla cabina di pilotaggio, con il bucato steso ad asciugare. Grossi reggiseni per le grosse mogli del Nord, fiamminghe, olandesi, renane.
Dopo cena, messa in riga sul ciglio della strada la poubelle che la nettezza urbana avrebbe all'alba svuotato, facevamo ancora due passi per il paese spento e deserto, doppia fila di case, casette, villini che si allungava parallela al canale. “Nous marchions, fumeurs obscurs...”. Lucentini aveva pescato la citazione (era un drago con le citazioni) in uno scritto di Paul Valéry che rievocava le sue passeggiate notturne in compagnia di Mallarmé lungo la Senna, a pochi chilometri da dove passeggiavamo noi. Da quella coppia eccelsa di poeti ci sentivamo ancora più distanti che da Bouvard e Pécuchet, e tuttavia “fumeurs obscurs” ci incantava, ci accarezzava misteriosamente, come se dietro i due puntini di brace delle nostre sigarette ci fossimo per un momento intrufolati anche noi in Arcadia. Nella notte, leggendo fin oltre le 2, fumando un'altra mezza dozzina di sigarette, bevendo un bottiglione di Coca-Cola, Lucentini si persuadeva infine che quella camicetta andava benissimo così.
Ma io frattanto m'ero persuaso del contrario e verso mezzogiorno la discussione ripartiva da posizioni opposte. Così magari per giorni. Simone (femminile di Simon e da pronunziarsi Simonnne, facendo intuire la vocale finale) s'informava con un suo sorrisetto: “Alors, ça avance?”, e senza aspettare la cupa risposta saliva sulla Deux Chevaux e andava a Nemours a fare la spesa. Traduceva in francese tutta una serie di libri sulla pittura italiana e quando intravedeva uno spiraglio nei nostri arrovellamenti, ci chiedeva qualche delucidazione sulla prosa impossibile dei critici d'arte svolazzanti intorno al Guercino, a Cima da Conegliano. Ottima cuoca, del tipo che sembra far tutto senza pensarci, doveva però trovare un compromesso tra i miei gusti di italiano medio e le esigenze di Lucentini, che inveiva come Savonarola contro il concetto di “al dente” e voleva pasta e riso ridotti a una montagnetta papposa indegna di una mensa per alluvionati. Capitava, alla fine di una giornata particolarmente nera o particolarmente rosea, che andassimo nei ristoranti dei dintorni, Nemours, Barbizon, Moret, Ferrières, dove spesso nascevano difficoltà con camerieri e maîtres. Dei tre menus in offerta noi sceglievamo quasi sempre il più modesto, non per economia ma perché il menu gastronomique era del tutto al di sopra delle nostre capacità digestive.

Lucentini vedeva però il carciofo vinaigrette nella lista più sontuosa e chiedeva che venisse trasferito nel menu minore, rinunciando da parte sua al pâté de campagne. Un simile scambio era di solito respinto con degli accigliati “désolé monsieur”. Lui digrignava i denti, Simone e io cercavamo di calmarlo con argomenti elevati: “Per loro è un sacrilegio, è come chiedere alla Comédie di trasferire qualche verso di Racine in una tragedia di Corneille. E' un fatto culturale”. “C'est bien ça!” trionfava Lutero, “c'est exactement ça!”. E si scagliava contro la reggia di Versailles, madre di queste assurde rigidità, e per buona misura demoliva anche il castello di Fontainebleau, nonché, in base alle fotografie, la remota Pietroburgo, togliendo a Simone ogni speranza di visitare un giorno il museo dell'Ermitage.
Nei musei formavamo una coppia di puri spiriti, mossi da un sovrumano propellente. Dopo un'ora io ero già stremato, cercavo quelle panchette piazzate il più delle volte davanti a un Rubens di 20 metri quadri. Loro due trascorrevano di sala in sala senza sentire stanchezza, fame, sete, artrosi, smania di fumare. Tutto era contemplazione, dittatura della retina. Ma quegli occhi così avidi non riposavano nemmeno durante le promenades che ogni tanto facevamo nei boschi. Le ondulazioni di quella regione formano orizzonti di una dolcezza pigra e struggente, una calante distesa di stoppie, un risalente campo di barbabietole, un campanile lontanissimo, un incavo intensamente verde, e laggiù la striscia scura della grande foresta. Seguivamo il sentiero dentro un macchione lungo una cresta e se c'erano funghi gli occhiuti passeggiatori li vedevano senza nemmeno cercarli. Vedevano anche gli oggetti più disparati, scatole di plastica rotte, un portaombrelli arrugginito, pezzi di tubo bucherellato, un cappello di paglia sfondato e Lucentini raccattava non di rado tali meraviglie ammucchiandole poi nel suo strabordante atelier. Non si sapeva mai, potevano sempre venir buone per qualche lavoretto.
“Il fait ce qu'il veut de ses mains!” diceva madame Richard, ammiratrice della manualità di monsieur Lusantinì, un vero uomo, capace di riparare uno scaldabagno, una grondaia. Era l'autrice di un'altra frase che ci deliziava. Al cancello del piccolo cimitero, ricevendo le condoglianze per la morte del marito, aveva esclamato, sinistramente gongolante: “Nous y passerons tous!”. Ma due anni fa monsieur Lusantinì aveva dimenticato. Tra l'uno e l'altro dei nostri ricorrenti soggiorni in ospedale ci incontravamo qualche volta fuori, in un caffè o su una panchina di piazza Maria Teresa. “E' che non ci sto più con la testa” mi confidava lui, crollando la medesima; ma era un lamento che gli sentivo ripetere da sempre. Per tenere più o meno la mente in esercizio mi spiegò che rileggeva i Promessi sposi nella versione tedesca di Lernet-Holenia. Quando gli parlai di madame Richard sorrise appena, non se la ricordava. Ma tirò fuori dalla memoria svanita un'altra appropriata citazione, il grido di Baudelaire: “O Mort, vieux capitaine, il est temps! levont l'ancre!”.
Ce ne stavamo lì arrotolando le nostre vietate sigarette, tra lunghe pause inattive. Dalla frenetica coppia di Flaubert eravamo scivolati anno dopo anno nella coppia statica di Beckett, Wladimir e Estragon congelati nell'attesa di Godot. A Beckett Lucentini era arrivato tardi, sospettoso com'era di qualsiasi cosa esaltata esageratamente, gonfiata a luogo comune. Ma poi s'era azzardato a "tirarlo su" dalle erbacce del sentiero, tanto per dargli un'occhiata, e ora lo considerava uno dei massimi autori del ventesimo secolo, il più grande cantore del declino, della disperata vecchiaia, del silenzio. Non sapevamo più bene cosa dirci, su quella panchina. La nostra amicizia era sempre stata per così dire progettuale, le nostre non erano mai conversazioni ma piani di battaglia, sfide ai piedi di impervie camicette, di irraggiungibili taschini. Guardavamo la statua del generale Guglielmo Pepe e non ci veniva in mente niente.
Il vecchio capitano non è arrivato, monsieur Lusantinì ha dovuto crudelmente levare l'ancora da sé, con le sue famose mani. Che il mare arcano della traversata gli sia soave, povero Franco.
CARLO FRUTTERO





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