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Persone


21 febbraio 2007

Sei stato felice, Francesco

Hanno trovato Flachi positivo all'antidoping per cocaina. Ho dovuto lavorarci, su questa notizia, ed è stato un dispiacere.
Francesco è un ragazzo come tanti della sua età, cresciuto in quel bosco sporco che è la vita, più forte in alcune cose e più fragile in altre.
Avendo anch'io fatto molti errori e violato consapevolmente svariati Comandamenti, non mi permetto di giudicarlo.
Da semplice spettatore e da osservatore professionista, devo dire che Flachi mi ha fatto vedere cose bellissime. Nel privato è inciampato in un paio di contrattempi, ma basta pensare a Maradona e il discorso è chiuso, se passassimo all'antidoping la storia dell'arte e non solo quella contemporanea dovremmo lasciar fuori non poche cose.
Resta che mi spiace per un amico nei guai, non importa se sia innocente o se i guai se li sia procurati da sé o meno. Un amico che con me è sempre stato corretto, non mi ha mai dato problemi sul lavoro, ho solo avuto il piacere di scriverne bene perché è un ottimo calciatore, tra i migliori che abbia visto nel Doria. Spero che se ne tiri fuori e che sia tutto un errore; come sbagliano a trapiantare gli organi possono anche sbagliarsi con le boccette dell'antidoping. Mai preteso che i grandi calciatori fossero anche grandi uomini, sarebbe troppo. Certo, se lo sono è meglio. Ma con tutte le mie imperfezioni non posso certo accampare pretese. Comunque: coraggio Francesco, spero che tu vinca anche questa volta.




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6 febbraio 2007

Il custode

Quel giorno era andato tutto bene, risultato a parte. Certo, quei due tizi con la pistola alla cintura, seduti dietro la mia fila su un balaustrino a fare il tifo, non avevano proprio l'aria dei poliziotti, ma d'altra parte aver l'aria da poliziotto in certi frangenti non aiuta a fare bene il poliziotto.
Un paio d'anni prima, in quello stadio, mi era invece andata di lusso. Allora la sala stampa era in un fabbricato a ridosso della curva nord, come non mi capita spesso ero a seguire il Genoa che aveva vinto 3-1, mentre raggiungevo il posto delle interviste mi cadde davanti ai piedi una bottiglia di plastica piena, in testa non sarebbe stata una carezza.
Comunque stavo finendo di scrivere l'ultimo pezzo, col computer che non voleva saperne di indocilirsi. Dei tre inviati che eravamo, gli altri due si erano lanciati verso la folle avventura di un aereo della sera per Linate. Sulla strada per l'aeroporto avrebbero trovato l'ingorgo, dovendosi così fare un chilometro di corsa sotto il temporale, del tutto inutile perché il volo - prima cancellato, poi ripristinato su un altro aereo - sarebbe partito solo alle due del mattino.
Di fuori pioveva in maniera impressionante, per arrivare all'albergo sarebbe stata una doccia. Il custode venne a controllare se avessi finito. Ma senza iattanza, civilmente mi parve. Succede spesso di discutere con i custodi degli stadi, loro vogliono chiudere e noi dobbiamo scrivere. Riposi il computer nella valigetta e col mio piccolo ombrello tascabile mi disposi ad avventurarmi sotto l'acquazzone. Salutai quell'uomo, gli strinsi la mano, ci augurammo buon Natale, visto che ormai mancavano meno di trenta ore, e alla prossima. Una faccia di quelle che si dimenticano e infatti la dimenticai. Rivederla sull'Ansa così non mi dice nulla. Leggo che aveva un piccolo arsenale, che ha aizzato i cani contro i carabinieri venuti a perquisirgli la casa e costretti così ad arrestare lui, moglie e figlia.
Mica potevo immaginare tutto questo, sotto una pioggia che l'ombrello non riusciva a combattere, mentre la sera dell'antivigilia di Natale mi lasciavo alle spalle il Cibali di Catania.




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28 gennaio 2007

Luzzati, il mago della matita

Venerdì sera ero davvero stanco, avevo il coequipier in corta e quindi avevo gestito in solitario due pagine di Sampdoria. Stavo per spegnere il computer, sgombrare la scrivania e andare a casa quando dallo stanzone della cronaca è arrivato un collega a darci la notizia che avrebbe obbligato la capa degli spettacoli a precipitarsi al giornale. A Genova più che nel resto del mondo, Lele Luzzati è un motivo di orgoglio. Abitava cento metri più in su di casa mia, era rimasto un bambino nell'animo e questa era la sua forza di artista, il suo tratto grafico è inconfondibile, lo paragonavano a Chagall per le origini askenazite ma lui si schermiva. I suoi disegni mettono un'istintiva allegria anche quando raffigurano dybbuk e diavoli, il suo rigoroso ebraismo non gli impediva di costruire presepi incantevoli. Ci siamo guardati negli occhi, io ho detto al caporedattore che ero disponibile a dare una mano alle ragazze degli spettacoli, già ai minimi termini. In un primo momento sembrava dovessi fare il solito giro di telefonate (sindaco, assessori alla cultura, intellettuali ecc.), poi nel giro di un paio di minuti è cambiato il film e colàdovesipuote mi hanno assegnato 80 righe di ritratto di Luzzati ed era imbarazzante: fare a parole il ritratto di un artista dei maggiori che abbiamo avuto a Genova nel Novecento, mentre cominciava a tarlarmi il rimpianto di non averlo mai conosciuto, era una persona di cui dicevano tutti bene ed alcuni faceva anche il disegnino, quanto mi sarebbe piaciuto avere un ritrattino di me alla scrivania a cricetare, firmato da Luzzati. Poi ero in imbarazzo perché le ragazze degli spettacoli sono bravissime, il pezzo portante della pagina emergenziale avrebbe potuto benissimo scriverlo una di loro e probabilmente meglio di me, ma è così, nei giornali ci sono periodi che ti portano in palmo di mano; altri che ti viene appiccicata la targa di bighellone che sfarfalla su internet, flaneur, perditempo, cane da salotto e via dicendo. Il giorno prima forse erano piaciuti i servizi da Portofino e così mi è toccato, involontariamente, un sorpasso a destra. Spero almeno ne sia valsa la pena per il lettore.



Camminano insieme verso la luce, la Regina della Notte e Teofilatto, Pulcinella e il Prete Gianni, Alì Babà e i violinisti sul tetto, Pinocchio e David e infine anche il dybbuk che ha spezzato la matita di Lele Luzzati, l’evocatore di spiriti che ha passato la vita a disegnare sogni con l’umiltà del genio incapace di prendersi sul serio, perché sa o immagina dove tutti si corra fin dall’inizio, nonostante l’affannarsi. Che se ne sia andato proprio alla vigilia del giorno in cui Genova sarebbe stata un grande inchino al suo sorriso, è stato soltanto l’ultimo guizzo ultraironico di un artista d’ineguale levità.
Apparteneva a una comunità che ha il filo dell’orizzonte scritto nello sguardo; andarsene è stato per il popolo ebraico il solo domicilio possibile, spesso l’ultimo conosciuto.
Toccò anche al giovane Emanuele lasciare la sua città, all’incombere della grande bufera e nell’orrore delle leggi razziali, per fare della Svizzera il primo foglio bianco del magnifico album d’incantesimi di una carriera - ancora - erratica. Il diploma alla Scuola di Belle Arti della Losanna neutrale fu il punto di partenza di tutte le sue strade di pittore, illustratore, scenografo, ceramista, cartoonista, teatrante, scrittore, decoratore e uomo innamorato dei colori e delle note e delle parole.
Tornato a Genova, cominciò a ridisegnare tutti i mondi che non sono il nostro eppure da esso in qualche modo nascono: donne, cavalieri, arme e amori. Negli anni Sessanta la sua cifra diletta fu quella del cinema d’animazione, fino a ottenere la designazione all’Oscar per “Pulcinella" e "La gazza ladra", piccoli impareggiabili musical di carta e colori.
Di ogni cosa, il genio riesce a fare sempre qualcos’altro. Con questo spirito Luzzati si avviò sulla strada di scenografo, per i più prestigiosi politeama d’Italia e del mondo, con uno stile che si era fatto inconfondibile: producendo un’opera in frammenti, quasi disinteressandosene al destino, come se seminasse le mollicole di Pollicino perché tutti gli altri ritrovassero la strada che lui aveva finto o creduto di perdere. Centinaia di scenografie per prosa, lirica e balletto; migliaia di illustrazioni editoriali, preferibilmente per quei bambini forse perché continuava a sentirsi uno di loro e guai non lo fosse stato nel mettersi all’arte. Poco più di una trentina d’anni fa, accanto agli amici di una vita Aldo Trionfo e Tonino Conte, salpò per la grande avventura del Teatro della Tosse, impensabile senza il suo estro di folletto di tutte le notti di mezza estate inscenate da quel gruppo di formidabili comedians.
Avrebbe potuto prendersi il mondo, volle invece restare fino alla fine nella sua Genova. Era contento quando lavorava, senza le altezzosità dei poeti laureati, ponendo così le premesse di una problematica catalogazione dell’opera, dispersa tra i mille rivoli della sua creatività, che hanno reso poco più che velleitaria l’idea giusta di degnarlo di un museo. Tanto più che Luzzati era più stupito che contento di tanto onore, lui era uno che disegnava soltanto. Eppure la sua innamorevole cifra dilagò mozartiana per ogni dove, negli ultimi anni i suoi pagliacci felici comparivano perfino sui cartoni del latte. Come il factotum della città, si sentiva forse in debito verso una vita che gli aveva permesso di far coincidere l’ora del desiderio con quella della realizzazione.
Sarebbe stato un formidabile caricaturista, il tratto e il disincanto e l’ironia non gli mancavano: coltivava però due gioviali allergie, all’attualità e magari alla banale realtà tout court. Preferì magheggiare sulle fantasie, restando sul piano di una metafisica creativa dove tempo e spazio non esistono, oppure stanno alle regole del gioco fissate dall’artefice.
Non si risparmiava, arrivò perfino a realizzare pannelli, arredi e arazzi per i transatlantici italiani. Le grandi navi bianche sussistono ormai come reperto, testimonianza, nostalgia; chissà dove sono finiti gli arlecchini e i papageni che Luzzati aveva dipinto per i saloni della Michelangelo, venduta allo Scià appena avanti la rivoluzione e lasciata quindi prima agonizzare a Bandar Abbas e poi smantellare in Pakistan. Il destino di quei disegni perduti è l’emblema del nulla che dovrebbe restare di ognuno, anche dei più grandi. E invece qualcosa rimane.
Prima di aprire l’ultima porta, l’altro ieri sera, ha fatto in tempo ad andare ancora una volta a teatro, lo spazio dove apparenza e sostanza si scambiano le parti. Era talmente timido e modesto che forse, infine, si è riservato l’unico modo possibile, con humour nero tutto ebraico, per sottrarsi al destino di diventare un monumento in vita. Se ne va così un uomo che aveva fatto della sua fuga un train de vie, convinto che la vita è bella. Luzzati sarebbe contento che a ricordarlo fosse Isaac Singer: "Cielo e terra congiurano affinché tutto ciò che è stato venga sradicato e ridotto in polvere; ma soltanto i sognatori che sognano a occhi aperti evocano le ombre del passato e con fili mai dipanati intrecciano nuovi sogni".
STEFANO RISSETTO

(Corriere Mercantile, 27 gennaio 2007)




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23 gennaio 2007

Quel numero in memoria

In ricordo di A.L.
(1963-2006)

Oggi pomeriggio, mentre tornavo da Bogliasco, frugavo nell'autoradio e a un certo punto sono inciampato in una stazione che trasmetteva "Azzurro" nella versione di Celentano, però nuda, ovvero solo la base musicale. So che esistono queste versioni per il karaoke, ma non le avevo mai ascoltate alla radio. Senza pensarci troppo mi sono accodato all'unz-unz di quell'arrangiamento da festa campestre, che falsifica ancor più di allegrezze il registro di una canzone che trasuda malinconia da ogni verso. Ero sul lungomare nei pressi di Vernazzola e ho cominciato a cantare, come facevo sui pullman negli anni in cui le partite le andavo a vedere per sentimento e non per lavoro.
E allora mi sono venuti in mente i pullman e i treni e gli aerei e gli stadi, e alla fine di tutto c'era il pensiero che mi ticchetta nel cuore da qualche giorno, cioé che tra poco è il 25 gennaio, ovvero è già passato un anno da quando te ne sei andato. Te n'eri andato in un certo senso molto prima, per via di quella strana e feroce malattia che ti aveva aggredito, lasciandoti un mozzicone di vita che ti era servita per venire qualche volta allo stadio perfino, illuderti e illuderci in definitiva.
Mi sembra che tu sia stato uno degli amici più importanti della mia vita e siccome è vero poi finisco per sorprendermi, visto che in pratica ci siamo frequentati assiduamente soltanto dal 3 settembre 1988 (mi ricordo la data, perché era quella del mio primo volo in aereo, Genova-Norrkoeping sul charter ufficiale del Doria, e anche del tuo) per i tre anni successivi, perché poi avremmo finito di scherzare simultaneamente: tu saresti entrato alla Sampdoria come funzionario e quindi non ti saresti più potuto permettere di andare allo stadio con la maglia di una squadra inglese, io avevo firmato il mio primo contratto da giornalista e anche se non facevo più lo sport dovetti pastorizzare le mie bizze. Ci eravamo trovati, sia per un certo comune disincanto bianciardiano, sia perché era impossibile non volerti bene per come eri intelligente e simpatico e sarcastico quando serviva. Restavano i ricordi di quegli anni insieme, da un capo all'altro dell'Italia e dell'Europa, come quella volta che dirottammo un pullman in piena Germania Est, a poco più di un anno dall'abbattimento del Muro, perché avevamo capito che il programma della guida tedesca era sbagliato e seguendolo non saremmo mai arrivati in tempo a Jena per la partita, così al Tg Liguria dissero di un pullman disperso dopo la frontiera, ed eravamo noi, che arrivammo in tempo alla partita. Oppure il Mondiale 90 visto da antitaliani per via dell'emarginazione dei nostri, nel seminterrato di via Casaregis. Tutte cose che ci hanno legato per sempre, infatti adesso che è quasi un anno io ripenso a un anno fa.
Il giorno che venimmo a salutarti, poi presi un treno per Milano. Il Norditalia, compresa Genova, era sommerso di neve, quella sera c'era un turno infrasettimanale col Milan e di andare su in auto non se ne parlava proprio. Presi una stanza al Brun che è vicino allo stadio di San Siro, quando entrò la squadra col lutto al braccio mi si fermò tutto dentro, il Doria andò sotto e poi pareggiò con un gol impossibile, ma era tutto impossibile, quella notte nella mia stanza al Brun sentii che la Sampdoria non sarebbe stata più la Sampdoria, ogni volta sarebbe stato un "chissà cosa direbbe Armando di Gheddafi", oppure della parata di Delvecchio a Reggio Calabria, oppure di tutto quello che continua ad accadere mentre lui è già sceso.

Quando seppi, tornando da Udine un anno fa, arrivai al giornale e scrissi questo. Non avrei voluto scriverlo mai.

"Sei caduto dal filo, non ce l’hai fatta ad arrivare in fondo, che rabbia e che pena per noi, che siamo stati in tutto questo tempo quaggiù in fondo, a guardarti camminare, un passo dopo l’altro, a pregare che non si alzasse nemmeno una carezza di vento, che il filo non si spezzasse. Eri anche tornato allo stadio: a Marassi, perfino a Bologna. Invece niente. Ma poi chi ti ci aveva mandato, a camminare sul filo, come ci eri finito, perché, perché proprio tu. Sembra ieri che... sembrano ieri tante cose; e tanta gente, troppa, da ieri mattina anche tu. Attraversando il formicare della neve, il piccolo Dornier sul quale ero partito da Trieste si era appena posato sulla pista di Sestri, quando dall’oblò sul mare ho visto uno strano brillìo, un lampo forse. Invece era il destino in forma di pavone, che stende la sua ruota dai mille e mille occhi neri quando succede qualcosa di brutto. Infatti il telefono, appena riacceso, ha scandito il messaggio, era Umberto che mi diceva una cosa che avevo temuto talmente tante di quelle volte, che ormai pensavo il peggio fosse passato. E invece eri caduto, avevano già tolto il filo; non c’era più niente da vedere, niente da capire. Proprio lì, all’aeroporto di Genova, ci si era conosciuti, settembre ‘88, era il primo volo per tutti e due, verso Norrköping. Da allora avremmo cominciato a collezionare momenti, da etichettare con il solito Quella volta che...: trasferte, autogrill, gol, tutta roba che pensavamo di gustarci molti anni dopo, magari da vecchi. Poi eri stato assunto alla Sampdoria; ma per gli amici eri sempre il nostro agente all’Avana, un infiltrato nell’ufficialità che sotto la divisa conservava la t-shirt dei Tesi Samp. Avevi inventato Vil Coyote come simbolo del gruppo; ce ne vorrebbero di pagine per dire del tuo talento dialettico fatto di intelligenza e cuore, del tuo modo combattivo e antagonista di essere doriano, del ragazzo buono e leale e generoso che sei stato, ma queste sono cose che sanno tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerti e di percorrere insieme con te un tratto di questa strana navigazione. Tutti al remo!, lungo il fiume della miseria del mondo, tutti al remo!, dice un lugubre capitano; passa il tempo e di questa vita ci si capisce sempre meno. A cosa ti è servito per due anni fare a pugni, e quanti ne hai presi!, con una malattia che ancor oggi non ho capito cosa fosse veramente, cinque o sei casi nella storia della medicina; se poi doveva finire lo stesso così. Che ingiustizia, e che senso di colpa immenso che mi prende, per ogni volta che non ti ho dedicato un attimo di più. Fino all’ultimo telefonavi - dal filo sul quale camminavi a passi piccoli piccoli, vedendo la salvezza ora vicinissima, poi più lontana, quindi di nuovo vicina - per sapere del Doria; era il tuo modo di esserci, ed era una gioia sentire la tua voce, poi però c’era il pezzo da mandare, il giocatore che arrivava in sala stampa, e allora toccava salutarci. Ora, dopo le partite, non chiamerai più; e questo pensiero strazia chi ha fatto il tifo per te come tu lo facevi per il Doria. Consola l’idea che tu ritroverai lo Chef e il Cavaliere. Immaginarlo, Rebuffa, che ti guarda sorpreso e dice: checc.. ci fai già qui?. Quanto sarebbe stato bello rivederti allo stadio, senza più la mascherina. Invece no, il capitano chiama, Everybody row!, tutti al remo!, sul fiume della miseria del mondo. Addio Armando, riposa nella pace del Signore".
(Corriere Mercantile, 27 gennaio 2006)

Sul mio telefonino, alla voce Registro Chiamate - Chiamate Ricevute, c'è ancora la telefonata dal 339/647**** delle 15.16 del 31/12/2005. La tua voce veniva da lontano, da lontanissimo, fioca fioca. Parlammo per quasi mezz'ora dell'infortunio al ginocchio di Bonazzoli e di altre cose che non ricordo, volevo stare al telefono il più a lungo possibile perché avevo la netta impressione che era come se tu stessi cadendo e io ti stessi reggendo per la mano, però appunto facevo fatica, non ce la facevo più, l'unica cosa era farti stare di nuovo bene e in quello certo non potevo riuscirci io, alla fine la mia contitolare mi guardò e capì con chi avevo parlato e come e perché.
Il tuo numero è ancora in memoria e tutto il resto anche.




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20 gennaio 2007

La giostra inceppata

E allora fino a poco fa eravamo qui, come tutti i giorni, a guadare uno dei soliti pomeriggi del sabato, a riempire le pagine che da rosse si fanno verdi, sulla schermata del Macintosh, io mi ero messo le cuffiette per ascoltare un po' di musica mentre passavo la pagina della serie B dopo aver finito tutta la manovalanza di presentazione della partita di domani, il grosso del giornale era la nera con l'accoltellamento di via Tortosa e poi Rutelli e Berlusconi ad avviare la campagna elettorale per le comunali, noi dello sport oggi siamo indietro come l'apparato riproduttivo del bassotto, e allora a un certo punto mi sono perfino andato a prendere un caffé nella nuova macchinetta automatica arrivata all'inizio dell'anno, il chiacchiericcio cameratesco era il solito, potevo assentarmi, ero perfino molto contento perché ho saputo che la mia contitolare, col suo librino che cammina piccolo piccolo sulle stente zampine, è andata in finale al Grinzane Cavour, se la vedrà con Clerici e Fois nella sezione italiana, sembrava insomma un pomeriggio divertente dei soliti.
Ormai da parecchio tempo qui dentro mandiamo avanti una compagnia di giro stabile, dove attori e spettatori coincidono, un modo come un altro per passare il tempo e speziare gli iati più rutinari del lavoro. C'è tutto un repertorio di battute e controbattute automatiche, che al mondo esterno nulla significano, ma tra noi concretano un codice umoristico di comune consapevolezza, un giorno magari lo spiegherò ma adesso non ne ho proprio voglia.
Uno dei più vivaci nel condurre il gioco - a forza di imitazioni dei colleghi, invenzione di tormentoni, fino alla sintesi hegeliana dell'invenzione di tormentoni a carico dei colleghi debitamente imitati - è giustappunto il più giovane, l'ultimo di noi assunto come praticante, sta agli spettacoli ma quando il gioco si fa duro viene a mezzadria da noi allo sport, che poi dagli spettacoli è separato soltanto da una paratia alta un metro e mezzo. Il mio amico praticante ha meno di trent'anni, scrive bene, ha intelligenza e soprattutto quel senso dell'umorismo genovese insuscettibile di traduzione che lo rende irresistibile nei siparietti estemporanei, per questo ci divertiamo molto tra noi perché è come un tennis intellettuale, trovare la battuta giusta, la cavatina nel doppiosenso o nella sfumatura, io sono un musone e un introverso ma con i suoi assist riesco a tirar fuori il mio lato comico, che è molto codificato ma c'è. Sempre più dissimulato, ma c'è.
Ecco, adesso qui tra noi è come calato il silenzio perché mezz'ora fa lui ha ricevuto una telefonata, si è alzato di scatto, dicendo che l'avevano chiamato dalla questura per via di suo padre ed è fuggito giù per le scale senza che nessuno di noi potesse nemmeno chiedergli che cosa fosse successo. Siamo tutti ancora scossi perché quando lavori in un giornale ti ci vuole poco per verificare cose come questa, è bastata una telefonata e subito il mio caposervizio e il direttore e il caporedattore e il responsabile della nera si sono aggregati a capannello, noialtri soldati semplici siamo rimasti seduti alle scrivanie ma avevamo già capito tutto, poi il mio caposervizio è rientrato nello stanzone e ci ha detto quello che avevamo già capito, un malore al supermercato e stop, tutto finito, circolare per favore circolare, non c'è niente da vedere e niente da capire, come nella canzone di Jannacci.
Ecco qua, ora è da mezz'ora che siamo zitti, la televisione con l'anticipo di Ascoli gira per conto suo, nessuno lo segue, anzi è appena finito, anche lui finito, e ora bisogna anche redistribuirci tra noi il lavoro del praticante, pensando anche a quanto sia sgualdrina e innamorevole questa cosa che si chiama vita, ora sgualdrina e ora innamorevole, qualche volta tutte e due le cose insieme, anzi sempre. Mentalmente si dice una preghiera, non a voce nemmeno bassa perché è così. La giostra del battutario zingarevole s'è inceppata, bisognerà pur rimetterla in moto, non domani e nemmeno dopodomani, ma bisognerà farlo, per dare un senso a quel che non ha senso, perlomeno in se stesso.




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2 gennaio 2007

La finestra di fronte

Nella finestra di fronte, al piano di sotto, il pianista vede da anni una ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri, sarà sui trentacinque ma ormai la ragazzitudine si estende ben oltre i confini di una volta, non si capisce che lavoro faccia, ha sempre il tavolo ingombro di fogli A4 e blocchi e libri e un computer. Forse una professoressa, magari universitaria, forse una scrittrice fantasma di qualche politico oppure una scrittrice e basta. Ogni tanto la ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri posa sulla parte interna del davanzale il guscio di un cd che spesso ha anche il pianista: “Rose and Charcoal” di Marisa Monte, “Salle des pas perdus” di Coralie Clement, “Oggi ti amo di più” di Mina gli ultimi coincidenti con la collezione del pianista.
Il pianista è curioso di suo, ma quando si vive in palazzi ravvicinati anche affacciarsi a stendere il bucato obbliga meccanicamente a chinarsi sulle vite altrui, anche se non si vorrebbe, anche se non si dovrebbe. Qualche volta il pianista vede o sente anche cose che non si dovrebbero vedere o sentire. Ma non lo fa apposta, uno si affaccia per vedere che tempo fa proprio quando altre persone girano semisvestite in casa loro, magari con sfacciate mutandine da sfavillio amorotico poco congrue alle pulizie del pavimento ma tant’è. Sono tante le finestre di fronte. Al primo piano del palazzo d’angolo c’è uno che passa le ore al computer, in quello di fronte una famiglia di fricchettoni che tiene sempre grosse scatole di cornflakes sul tavolo e ha due grossi cani da caccia. Al quinto piano, un’accolita di chiassosi reggaettari che espone alternativamente la bandiera di Cuba e quella del Doria, data l’angolatura il pianista li sente soltanto, sparano a palla Marley e gli Specials, i Bad Manners e Tosh, mai li ha visti in faccia, solo ombre quella notte che gli urlò di tenere basso il volume, si beccò degli urlacci grevi e allora, non la mattina dopo perché sarebbe stato conigliesco ma quella seguente ancora, mise fuori una bandiera sintonica anche lui e ne sortì una provvidenziale tregua.
Ma la ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri è quella più strana, indecifrabile. Si sono parlati due volte sole in tanti anni, sempre per questioni di stillicidio e dintorni. Una volta al pianista è caduta una federa proprio sul davanzale della ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri, che gliel’ha restituita giù in strada. Un’altra volta la ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri ha pregato il pianista di non stendere al mattino le lenzuola dalla finestra di destra, perché le azzoppa il sole. Fine, tutto lì, poi se si vedono per strada nemmeno si salutano, anche se sanno benissimo chi sono. Nelle città è così, se si è misantropi poi.
In casa della ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri, il pianista vedeva un ragazzo di quelli che stanno con le ragazze carine false magre coi riccioli rossastri. Bello, forte, solido, saldo. Sembravano proprio innamorati e ben abbinati, romantici perfino, a volte urlavano ma poi finiva tutto, a volte si facevano sentire per altri motivi perché nei centri storici i palazzi sono talmente vicini che si sente tutto.
Ora è qualche tempo che la ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri sembra sempre sola in casa, mai più visto il ragazzo. Quanti mesi saranno? E chi ci pensava a tenere il conto. Ma non è poco tempo. Forse è andato via, magari all’estero, per ragioni di lavoro e tornerà, tutto sommato aveva tutto del militare scelto e quindi sarà in missione di pace nel cuore di tenebra del mondo, o forse è successo qualcosa d’altro, chissà che cosa, forse si sono lasciati ma questo sarebbe strano, perché nel caso, in tutti questi mesi, una come la ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri avrebbe subito trovato un altro modo di non credersi sola. La ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri adesso gira in casa con vestiti larghi, guarda sempre la tv, ha sempre meno libri sul tavolo.
Il pianista l’ha vista negli ultimi tempi per strada o al supermercato oppure in libreria, la ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri gira con abiti larghi per un motivo preciso, l’altro giorno aveva un poncho che non dissimulava fino in fondo la pancia, chissà di quanti mesi, chissà se degli stessi mesi. La ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri però non è melanconica o preoccupata, ha invece tanto sole negli occhi, il sole di chi aspetta al tempo stesso un arrivo e un ritorno. Così il pianista non sa ancora quale finale abbia la storia, una storia di cui non sa nulla, se non che riguarda una ragazza carina falsa magra coi riccioli rossastri, che vive nella finestra di fronte.




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18 dicembre 2006

Perché Delvecchio

L’estate scorsa, a Moena, io e gli altri due inviati eravamo depressi assai, aggregati al ritiro di una squadra di antieroi. Decidemmo così di eleggere a nostro divo il più improbabile dei candidati: Gennaro Delvecchio, ventottenne barlettano che nella prima gioventù non si era fatto mancare nulla (CND, C2 e C1, i derby del Tronto fra Sambenedettese e Ascoli) e che anche una volta arrivato nel calcio vero si era attenuto al registro della dannazione: era nel Catania quando i rossazzurri retrocessero in C1 salvo ottenere il famoso ripescaggio, l’anno dopo nel Perugia (era un poulain di Gaucci, come d’altronde Grosso e Materazzi ovvero i due eroi di Berlino, a riprova del fatto che la specchiatezza a volte è un di più e spesso un orpello) conquistò la promozione in A, salvo scoprire che la società era fallita e quindi lui era svincolato d’ufficio.
Costando zero il suo cartellino, fu a quel punto che se ne interessò la Sampdoria: tesserandolo non appena decretato lo scioglimento del Perugia. Delvecchio arrivò in ritiro a Chiasso, appena oltre confine, insieme con un altro mediano del Perugia, Gionata Mingozzi. Restò al Doria il tempo di una perniciosa amichevole postferragostana a Pavia. Lo stadio Fortunati sta a ridosso di un canale d’acqua morta, le zanzare sono milioni di milioni, quella sera in tribuna eravamo disperati, io avevo una sahariana e una sciarpa di lino, ma le zanzare entrarono lo stesso dappertutto, la mattina dopo ero a pois tranne che nella zona di pertinenza delle mutande, certi ponfi sulla schiena e sulle gambe e sul torace, come diamine avevano fatto quelle bestie a infilarsi fin lì. Mentre si compiva lo scempio, Delvecchio era in campo con la maglia nerocerchiata a menar tenebrosi fendenti con le sue lunghe daghe. Mi sembrava un attaccabrighe di talento, l’avrei tenuto. Invece dopo quell’amichevole lo mandarono in prestito al Lecce, dove naturalmente sarebbe retrocesso. Prima, però, all’ultima di campionato, sarebbe venuto a Genova a segnare e a vincere.
Alla ripresa della stagione, cioè dopo il Mondiale, lo tennero in rosa. Ma solo perché non erano ancora riusciti a definire con il Napoli o con l’Atalanta un prezzo congruo alle ambizioni realizzative di Garrone. Quando ci chiamarono all’Hotel Astor di Nervi, per intervistare i nuovi, lui venne escluso: noi ascoltavamo i Pieri e i Bonanni, mentre Delvecchio stava seduto su uno scalino a telefonare, ignorato da tutti, parlando probabilmente col suo procuratore che parlando con tutti i giornali sportivi lo dava già al Napoli.
Io, Vanni e Mauro eravamo in val di Fassa al seguito del Doria. Seconda metà di luglio, io col compleanno 42 che incombeva, appena arrivammo a Moena esplose il caso Vieri, che non era salito con gli altri in ritiro. Ed esplose quando già eravamo seduti a tavola, nell’unico ristorante della zona che valesse il viaggio, un antico molino di Cavalese dove lo chef è un allievo di Ferran Adrià. Niente, scappa dal ristorante e corri a Moena a rifare le pagine perché Vieri lascia la Sampdoria, anzi il calcio.
E poi le giornate tutte uguali, in quella Moena che dopo due giorni ti sembra piccola come un ascensore. Serviva un diversivo. Una sera andammo a cena al Tirol, attratti più dalla cameriera romena che dal pur esaltante tagliere di formaggi misti. Narcotizzando il tedio col Teroldego, decidemmo di puntare tutte le nostre poche fiches su Delvecchio, a parte che era già un successo aver stabilito – per interpretazione autentica – che quel cognome andava scritto tutto attaccato, non come quello del re degli occhiali o dell’attaccante oggi all’Ascoli, mancato eroe di Rotterdam 2002 per colpa di Wiltord e Trézeguet.
Venne il giorno della prima amichevole con la US Monti Pallidi, una squadra amatoriale dove il terzino sinistro era il cameriere delle colazioni del mio albergo. Quel pomeriggio accaddero due fatti dettati dall’angelo degli inviati: una tripletta di Delvecchio, ormai per noi Gennaro e basta, e un’entrataccia del mio cameriere delle colazioni su Volpi, che venne portato all’ospedale di Cavalese per tornarne in stampelle. Il capitano ne avrebbe avuto per un mese, la cessione di Delvecchio al Napoli tornò in forse. Pare che lo avessero immatricolato con un 40 distratto, un numero “ormai” che non sarebbe servito, né in omaggio all’ex velina Cristina, chissà. Erano convinti che non sarebbe servito.
Rimase invece in un Doria dove presto ci si sarebbe resi conto che c’era bisogno di tutti, anzi. A metà agosto, Donadoni lo chiamò in Nazionale, per ricordarsene ai tempi del doppio impegno con Croazia e Lituania.
Io, Vanni e Mauro eravamo sempre più esaltati. Già puntavamo di rado sui cavalli, ma addirittura su quello giusto ci sembrava troppo.
Ad Ascoli, alla seconda trasferta, il 24 settembre - vigilia di uno dei più importanti anniversari della mia vita, nonché giorno della più pesante sbornia di uno di noi, insospettabile invero, l’aveste visto barcollare in Piazza Capitani del Popolo appena usciti dal Tornasacco, non l’avreste riconosciuto – Delvecchio arrivò da ex sambenedettese e quindi fischiatissimo; però segnò il gol del pari quando il Doria era in dieci contro undici. E in sala stampa venne a dirci che dedicava a Dio tutto quel che faceva. Rovinandosi un po’, certo, il personaggio da Steve Buscemi o da Tim Blake Nelson che andavamo cucendogli addosso; o forse perfezionandolo con eccesso di manierismo.
Da allora Gennaro ha fatto gol, buone partite e partite meno buone. Ai primi del mese, a Messina, era contento per la vittoria, dopo undici mesi era l’ra. La domenica dopo, alla fine della gara col Siena, lo vedo negli spogliatoi e lui mi guarda subito la sciarpa, mi rimprovera dicendo che non è quella che avevo a Messina, io con questa storia delle sciarpe scaramantiche ci vado avanti da quando sono passato allo sport, ho sostituito le cravatte con le sciarpe. Ma Gennaro è scaramantico, la mattina della vigilia, al velodromo dello Zen di Palermo, doveva venire a farsi intervistare e invece arriva a dirci: “Ragazzi, quando parlo prima della partita, io vengo espulso e la squadra perde. Perciò lasciamo perdere, ci sentiamo domani”.
Stamattina, quando è suonata la sveglia alle quattro e mezza e dopo una mezz’ora di bradipismo, doccia e barba, mi sono vestito per partire, ho cercato una sciarpa simile a quella che avevo a Messina, più pesante però perché mi avevano detto che era freddo.
Be’, oggi non solo ho visto Delvecchio fare cose incredibili. Ho visto una delle vittorie esterne più folli e belle cui mi sia capitato di assistere di persona, e bazzico gli stadi – per passione e per lavoro – ormai da 37 anni. Ho visto Delvecchio scrivere un pezzo di storia del Doria. E scriverlo con la sua felice incoscienza.
Per tutta la settimana non si era capito se potesse giocare o no. Venerdì e sabato non si era allenato. Oggi, nel prepartita, si è riscaldato anche Bonanni, il suo probabile sostituto. Poi è partito titolare lui.
Questo era già qualcosa. Ma il bello doveva venire.
La partita va come va, contrariamente alle previsioni il Doria regge. Poi, a venti minuti dalla fine, Quagliarella s’inventa un gol pazzesco in rovesciata e va a festeggiare sotto il pezzettino di curva occupato da cento doriani venuti fin qui in treno, balla come se cantasse Agua de Março: tramontana dai monti domenica sera, è il contro è il pro è voglia di primavera, è la pioggia che scende è vigilia di fiera. L’ho scritti anche in uno dei pezzi per il giornale questi versi. E’ il fondo del pozzo, è il pullman che parte, è un viso col broncio perché stava in disparte. In quel momento, Delvecchio faceva il primo capolavoro della sua giornata. Ma nessuno di noi, in tribuna, se n’era accorto.
Passano i minuti e arriva il finale di gara, col cuore a spaccacostole. C’è questo 1-0 da tenere che ci permetterebbe di scrivere romanze su romanze, ma la Reggina ormai non fa che buttare palloni in area, ogni lancio è una mischia, ogni mischia è un rischio. Il clima, a bordo campo e in tribuna, è sempre più pesante. Al terzo minuto di recupero si scontrano l’attaccante della Reggina Bianchi e il portiere doriano Berti, che cade a terra e si contorce. Tutto lo stadio pensa che sia una simulazione, Berti è già ammonito. Arriva il furgoncino-barella, il portiere resta a terra, poi lascia il campo imbestialito a passi lenti lenti. Tutti in tribuna pensiamo che sia stato espulso per la seconda ammonizione per perdita di tempo, ma non c’è tempo di telefonare al giornale per chiedere conferme, la Reggina preme per riprendere il gioco, espulso o infortunato che sia Berti, la Sampdoria ha già fatto tutti e tre i cambi. Ecco Delvecchio che si toglie la maglia numero 40, resta in maglia della salute nera, andrà lui in porta perché è il più alto. Si allaccia i guanti con le guide di velcro, io e Mauro e Vanni ci guardiamo in faccia, sta per succedere qualcosa di impossibile, ci sono ancora un paio di minuti da giocare e il Doria ha il possesso palla, non deve succedere più nulla, la Reggina non deve più tirare in porta.
Invece il Doria perde palla, Maggio fa fallo su Leon, ecco che c’è una punizione al vertice destro dell’area. Sarà l’ultima azione, ma con un mediano in porta potrebbe bastare. Delvecchio dispone la barriera o meglio non la dispone. In tribuna è il caos. Leon sembra tentare la battuta di prima, poi tocca di lato per Mesto che sta arrivano a passi lunghi, uno due tre quattro, il tiro in porta.
Delvecchio ci mette i pugni, respinge, il pallone si impenna, riprova Amoruso in scivolata, pallone sul fondo. E’ finita, Rosetti fischia la fine.
Pazzesco. In campo succede di tutto. Bazzani si accascia, h preso una monetina in testa. Alcuni ragazzi scavalcano la griglia dalla gradinata e cercano di andare a picchiare i giocatori del Doria. Altri tifosi scrollano la recinzione di cristallo alle spalle delle panchine. Focolai di rissa dappertutto, decidiamo di lasciare la tribuna, trasmetteremo i pezzi dopo. Delvecchio ha fatto qualcosa di storico, ma non sappiamo ancora tutto.
Scendo, trasmetto tabellino e commento, poi esco nell’antistadio dove c’è il pullman del Doria. Ostendo il tesserino e il muro di agenti e militari in tenuta antisommossa si apre a feritoia, eccomi tra un caseggiato e il pullman, i giocatori arrivano a uno a uno mentre i tifosi reggini gridano insulti irriferibili. A Novellino un tifoso riesce a dare un euro guarnendo la donazione di laidezze, il tecnico ribatte “Lo terrò, porta fortuna”. Poi arrivano insieme Bazzani con la borsa del ghiaccio sulla testa, per via dell’altra moneta, e Gennaro. Mi guarda la sciarpa, non è quella di Messina ma lo è, perlomeno è la sua versione iperinvernale, anche se stavolta a Reggio sarebbe bastata quella originale. Non si rende ancora conto di quel che ha fatto, mi dice le due cose che servono per la terza apertura del giornale, dico due battute anche con Flachi e ci siamo.
Torno a scrivere, finisco alle sette e mezza, con tre pagine io e Matteo abbiamo fatto un buon lavoro, pur battendoci coi soliti difetti di trasmissione del computer.
Andiamo a cena, non al circolo velico chiuso per lavori ma quasi fuori Reggio. Primo briefing telefonico con l’addetto stampa, appena sceso dal charter a Genova: Berti polso rotto, Delvecchio ammonito salterà il Livorno mercoledì. Come ammonito? Pare che a fine gara abbia fatto il gesto dell’ombrello al pubblico. Il che implementerebbe la nostra idolatria. Chiama il giornale, fa’ aggiungere il dettaglio. Secondo briefing: si precisa il dettaglio, sempre di ombrello trattavasi, niuna volgarità però. L’ammonizione risale al gol di Quagliarella: nell’occasione Gennaro corre verso il settore dei tifosi doriani, strappa l’ombrello a un fotografo e accenna un balletto. Altro che Jobim, qui siamo in pieno Gene Kelly. Farsi ammonire di felicità per un gol altrui, prima di chiudere in porta e con una parata decisiva al settimo minuto di recuper una partita cominciata da mediano, quando un infortunio nemmeno avrebbe permesso di giocare: questo è Gennaro Delvecchio. Un tempo avevo Vierchowod, Pagliuca, Gullit e Platt come eroi, ora ho Delvecchio. Mica detto che fossi più felice dai vent’anni ai trenta che oggi, visto che qui dentro ho scritto di un certo anniversario che si duplica e moltiplica e rifrange potrei dire il contrario. Belli i Vialli, ma con i Delvecchio c’è più gusto.

(Reggio Calabria, Hotel Lungomare, 17-18 dicembre 2006)




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10 dicembre 2006

Bentornato

Oggi ho ritrovato allo stadio un amico e collega dei più cari, una di quelle persone che è una fortuna incontrare nella vita ed è raro farlo nel nostro mondo di raccattacicche dell'accadere, oltretutto nello sport.
Aveva avuto un banale ma brutto contrattempo, è stato a casa qualche settimana e per la nostra "squadra" è stata un'assenza importante, spesso ci siamo trovati a girare a vuoto in quella fase determinante del lavoro che sono le varie ed eventuali, prima e dopo le partite e le interviste.
Ora è rientrato in organico e infatti mi ha dato subito un ottimo consiglio nel ramo letture, segnalandomi "Treno di notte per Lisbona" di Pascal Mercier; io gli ho invece detto che mi era molto piaciuto il discorso di accettazione del Nobel di Pamuk che soltanto "Repubblica" ha avuto la sensibilità di pubblicare ieri mattina, una cosa inaspettata perché quasi tenera e privata, tutta dedicata al padre come un risarcimento, un messaggio inutile e quindi giusto e doveroso. Gli era sfuggito, provvederà.
Già, anche in una tribuna stampa, prima di una partita desolante come Sampdoria-Siena, prima dell'arrivo nel settore ospiti di Saadi al Gheddafi in cappotto dolcegabbanesco con collo di pelliccia stile Jonathan del Grande Fratello, prima di un'ora e mezza di nulla che avrebbe permesso perfino a me di giocare nella porta della Sampdoria al posto di Berti, ci si può dilettare in qualcosa di diverso dal disporsi allo scrivere di Portanova, Franceschini, Accardi e Konko.
Ammiro e rispetto molto questo amico e collega anche per il suo modo sobrio ed essenziale di interpretare il mestiere. Io ho una vertiginosa autostima (sono Leone ascendente Leone, quindi è solo in parte colpa mia) ma credo di dovermi rassegnare all'idea di essere un giornalista scaleno, tendo sempre a esorbitare da quello che dovrei fare, a metterci del mio anche laddove non servirebbe. Kraus ha spillonato in un terribile aforisma il mio vizio, paragonando quelli come me ai garzoni di barberia: “Il parrucchiere racconta le novità, mentre dovrebbe solo pettinare. Il giornalista è pieno di spirito, mentre dovrebbe solo raccontare le novità. Sono due tipi che mirano in alto". Quante volte mi ci ritrovo, in questa soave scomunica.
Ecco, il mio amico e collega è tutt'altra cosa. Scrive molto bene, ma non va mai fuori dal seminato. Non gli scappa nulla, ha sempre la situazione sotto controllo, si fa leggere ma non ti dà mai l'impressione di non saper cosa scrivere e quindi di girare in tondo, è insomma un ottimo giornalista sul serio. Che poi sia anche una persona degna, è un di più che non guasta. Anzi.
A volte questo lavoro è quasi intollerabile, lo salvano le compagnie. Certe compagnie.
So che vieni qui a leggere, ne avrai di tempo da buttare via, e allora questo era un "bentornato": un po' elaborato e intorcolato alla Borromini come faccio io, ma ognuno è prigioniero di quel se stesso che si fabbrica.




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24 novembre 2006

Luciano Spalletti, il ricordo comincia con la cicatrice

il personaggio
di STEFANO RISSETTO
Passi la vita accanto a persone di cui non ti resta niente, scivolano via come gocce sul vetro. Ad altre, invece, basta un giorno per raggiungere quota sempre: lontano dalle invidie della gente, a tutti i suoi retaggi indifferente. In pochi mesi Luciano Spalletti è diventato doriano per rimanerlo. Anche se la sua stagione a Genova fu la più amara. Aveva quarant’anni, l’entusiasmo giusto, lo stesso talento di oggi, un presidente più giovane di lui e innamorato della Sampdoria, una squadra che stava mettendo radici e presto sarebbe fiorita. Tutto spazzato via, come un roseto bombardato dalla grandine. "Il tifoso doriano ama e basta, aiuta la squadra. E forse sa ricordare. Anch’io sono rimasto affezionato a quella gente. Quando arrivai, sapevo che avrei dovuto provare a gestire un ridimensionamento consistente e i relativi malumori dell’ambiente. Tuttavia - ha sempre detto - non riesco a non pensare che mi sarebbe bastato Montella per qualche partita in più". Adesso Montella gioca di nuovo per lui, ma non è la stessa cosa. Come Alvaro de Campos, si affaccia alla stessa finestra di tanti anni prima: ma è cambiato lui, è cambiata Lisbona, scorre inesorabile l’acqua del Tago a diventare oceano, sempre la stessa e già diversa, e io non voglio più essere io.
A ritrovare Sensini, Spalletti ci aveva messo molto meno. Già, estate 1998. Mantovani e Arnuzzo avevano pensato all’argentino, come punto di equilibrio di una squadra che poteva contare sul già citato Aeroplanino e poi Laigle, il numero 10 della Nazionale argentina, Balleri, Lassissi, Doriva, Pecchia, Franceschetti, Castellini e Vergassola. Non era certo una banda crepacuore, così invece dipinta a posteriori dalla canaglia di servili riscrittori del passato. Era una squadra più forte del Doria di oggi. Andò in B ma il come e il perché si erano visti sul momento, a occhio nudo. E invece qualcuno continua a dire, e sempre dirà, che Gesù Cristo è morto di freddo, e che sono stati i grattacieli di Manhattan a scagliarsi contro gli aeroplani; su ordine, s’intende, del Mossad.
Sensini non volle lasciare Parma. Quella sì che era una società solida. "Il primo giorno a Udine - è il ricordo di Spalletti - lo guardai in faccia, Nestor. Gli dissi soltanto: con me tu devi dare il doppio del doppio, perché sei stato l’inizio dei miei guai. Scherzavo, ma tutto sommato non scherzavo".
Quanto dolore. "Con Trentalange - è il ricordo - da allora ci siamo rivisti, abbiamo parlato, stabilito un buon rapporto. Però quell’errore produsse conseguenze gravi e irreversibili".
Oggi Spalletti è il decimo re di Roma, dopo Falçao e Totti oltre a quelli canonici. Vola troppo alto, in tutti i sensi, per una Sampdoria spartachista e spartana. Eppure, all’idea di emulare Bersellini, retrocesso nel ‘77 e vincitore del primo trofeo nell’85, Luciano non trattiene un "Come no".
Quasi un anno fa, tornò a Marassi. Mancava una settimana a Natale, tre sere prima il Doria era uscito dall’Europa. A fine gara, in sala stampa, aveva la faccia di uno che si sente a casa. Charles Foster Kane che ritrova lo slittino perduto dell’infanzia, Ulisse coperto di sale che viene riconosciuto dal suo cane cieco, David Noodles Aaronson davanti alla ruspa che scempia il lapidario della memoria di Brooklyn e quindi la sua memoria. "Ho visto Lens alla televisione - disse - che sofferenza, non meritavamo di perdere". Meritavamo. Dietro quella prima persona plurale c’è tutta la storia tra Luciano e il suo Doria. Come le poesie avanguardiste, non finisce col punto ma con un punto e virgola, o i due punti. O meglio: è di quelle storie che non finiscono. Eterna attesa, corda tesa da spezzare; e tanta voglia, tanta voglia di tornare.

(Corriere Mercantile, 24 novembre 2006)




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21 novembre 2006

Flachi, is there a time for Christmas trees

Avrà negli occhi la stessa luccicanza di Steve Mc Queen, quando lascia l’Isola del Diavolo galleggiando su una specie di grosso turacciolo. Oggi scade la squalifica e domenica Francesco Flachi potrà tornare in campo: ieri si è allenato da solo al Mugnaini, nel piovoso deserto di un lunedì di poca festa. Come si faccia a ripartire daccapo, il numero 10 doriano sa bene: tutta la sua carriera si declina nei daccapo. C’è una canzone degli U2 che parla del primo concorso di bellezza, tenutosi tra le macerie della Bosnia alla fine della guerra; una sera d’estate di un anno fa a San Siro, Bono Vox l’ha cantata, o meglio sussurrata, su un palco montato proprio sul dischetto servito a Flachi a settembre per segnare a Julio Cesar: un’emozione da poco, ma per ora l’unica di quest’arida stagione bianca. Dal giorno in cui Valcareggi jr. chiamò Arnuzzo, per dirgli che la Fiorentina non avrebbe rinnovato il contratto di Flachi, sono passati otto anni. I più difficili della storia doriana, ma anche i più belli: perché hanno segnato per sempre il confine tra l’effimero e il vero, tra la moda e l’amore, tra gli yè-yè e chi come un principe pensava e pensa che "Una guerra si può perdere, ma con dignità e onore, la resa e il tradimento hanno invece incidenze morali immani". Erano anni di fuggi fuggi, di ragazzi sbranati dalla primavera, il mare di Bogliasco non era più mare, la Sud non era più la Sud, lo strombazzato stile-Sampdoria tramontava tra schizzi e sinistri barbagli ustori. Nel pieno di questa danza macabra, Flachi che aveva firmato per la A si trovò in B; mai però pensò di tradir meglio, scordar meglio, parlar d’altro. Si prese in spalla il Doria, al lume abbacinante del suo genio fragile, vincendo ostinazioni e ostilità assortite, fino a firmare con una doppietta, nella notte fin qui più bella di quest’epoca, il ritorno in A: senza sapere che di lì a qualche settimana, per premio, gli avrebbero messo davanti perfino un giapponese. Neppure allora si arrese, figuriamoci stavolta.
In questi due mesi, senza di lui, la Sampdoria è diventata triste come il vino bevuto e pagato da soli alla propria festa. Talvolta ha vinto, ma quasi senza allegria, per inerzia. Mancava l’uomo delle stelle. Francesco andava allo stadio come un tifoso, non ha ceduto alla tentazione populista della presenza in gradinata: al suo posto di tribuna si agitava, quanto avrebbe voluto saltar giù. Ora il momento, vivadDio, è arrivato.
"E’ dura stare fuori - ammetteva - ma i miei compagni sanno benissimo farsi onore anche senza di me". Intanto, però, contava i giorni e anche i minuti. "Non vedo l’ora di rientrare in campo anche se non sono indispensabile" ripeteva a se stesso e a chi poteva ascoltarne la scansione della rincorsa a se stesso. Voltagabbana e banderuole, pecore pasciute di vento redigano pure i loro lunari senza lune, dove agli anni del Doria ne manca sempre qualcuno, sempre gli stessi; anche il nuovo rinascimento, locuzione guardacaso verdiglionesca, parla nel fiorentino di Campi: il gol del 2-0 al Messina il 5 maggio 2002, l’urlo nella telecamera, le rovesciate di Santa Lucia a Perugia, l’acrobazia rasoterra di Udine, fino alle vane prodezze di Setubal e Lens, emblema di quel Se fosse stato per lui che è la sua cifra di talento inappagato. Flachi vuole riprendersi i due mesi che gli hanno tolto e non sarà un problema, per uno che era andato a Reykjavik per niente. Si era già tolto la tuta, era a bordo campo in piedi accanto al quarto uomo, aspettava soltanto che il pallone finisse fuori. Invece si fa male Zambrotta, deve uscire. Lippi guarda Flachi e nei loro occhi c’è la stessa nostalgia di quel che non accadrà più; poi fa entrare Favalli. Negli ultimi anni, più che in quelli vialliani, il treno che va dalla Sampdoria alla Nazionale non fa più fermate neanche per pisciare, si va dritti a casa: ci hanno giocato Bazzani, Volpi, Bettarini, Zenoni, Falcone, Bonazzoli, Diana, Palombo, Delvecchio e Terlizzi. Francesco no; ed è quello che lo avrebbe meritato più di tutti. Cosa vuoi che siano, allora, due mesi: c’è un tempo per i fiocchi e un tempo per gli alberi di Natale e c’è un tempo per apparecchiare le tavole, quando la notte è candita dal gelo.

(Corriere Mercantile, 21 novembre 2006)




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20 novembre 2006

La brigata dispersa si raccoglie

E' da pochi anni che faccio l'inviato allo sport, ma già mi sento come in quella canzone di De Gregori. Gli inviati veri transumano a schema libero, senza limiti e confini. Noi no, legati a una squadra da seguire: è tutta un'apparenza, una danza immobile. Si entra in un circuito che prevede sempre gli stessi stadi, sempre gli stessi autogrill, sempre gli stessi aeroporti, sempre gli stessi alberghi "che il nostro nome ce l'hanno già e non ci chiedono più il documento di identità".
E' una vita che mi piace e mi sgomenta. Dopo un po' ci si conosce tutti. Ma ci si ritrova appunto in una luccicante stia, fatta di tribune stampa e sale d'attesa e "zone miste" (chiamano così il corridoio transennato nel quale da una parte sfilano i giocatori e dall'altra ci sono i giornalisti che ne raccolgono i memorabilia), ristoranti che tengono aperto fino a tardi dopo le notturne, autostrade deserte ai confini del mare. E si cominciano a collezionare ricordi, amicizie, rimpianti, detti e non detti. Ci si vede solo in queste occasioni, a distanza magari di settimane o mesi, ma ogni volta è come se fosse stato il giorno prima. Ci si stima e ci si vuole bene come compagni di scuola, in un certo senso lo si è. Pietre che rotolano e quindi non mettono muschio.
Ieri sera a Torino era per molti di noi il primo ritorno al Comunale, che si fa fatica a chiamare Olimpico per lo stesso motivo che mi impedisce di chiamare Cat Stevens col nome di convertito, o Prince con l'acronimo Tafkap e perfino Ratzinger come Benedetto XVI. Molti tra cui io ci eravamo stati da tifosi, l'avevano chiuso nel 1989 e quindi chi oggi ha passato i quaranta era alla metà dei venti, l'abbiamo ritrovato un po' lo stesso e un po' cambiato. Certo: la sovrabbondanza di posti vip ha prodotto un curioso decentramento dei posti stampa, all'altezza della bandierina del corner. In più i banchetti sono minimi e doppi, scrivere è un esercizio di acrobazia ancor più difficile del solito. Per fortuna l'angolo visuale rispetto al coperchio-schermo del computer non è penalizzante come in quasi tutti gli stadi e specialmente a San Siro, il peggiore di tutti. Infine il settore è contiguo a quello dei tifosi.
Appena sono entrato, ho visto alcuni colleghi e colleghe giapponesi, che stavano qui a Genova tre anni fa per seguire Yanagisawa e adesso sono a Torino per Oguro. Non li ho mai capiti fino in fondo, hanno una sensibilità dissonante, un'attenzione accentuata per alcune cose temperata dall'indifferenza per altre. Io che poi male mi rapporto con gli altri, quale che ne sia l'origine, non faccio testo. Sono arrivati col fazzoletto sulla bocca ma avevano ragione, fuori c'era stato un mezzo scontro fra ultrà e gli agenti avevano sparato i lacrimogeni, il vento non sa leggere e così il gas era entrato nello stadio, spinto dal vento verso il nostro settore. Diamine se i lacrimogeni fanno male, è dai tempi del G8 che si dice ne circolino di particolarmente nocivi, cinque minuti e tutti avevamo gli occhi a palla e le narici roventi.
Poi ho visto uno di questi amici di ventura, l'ultima volta era stato a Udine a gennaio per la Coppa, oppure ad Ascoli a settembre non ricordo, è simpatico e mi divertono le sue scivolate nel dolcissimo dialetto delle sue parti, scrive tra l'altro molto bene e per un grande giornale, ma tra di noi non c'è gerarchia né si parla di lavoro in senso stretto, anzi si allenta la tensione altreggiando. D'altra parte ormai le notturne sono tante e le notturne sono grattuge per i nervi. Dal giornale vogliono al fischio finale il commento il tabellino e la cronaca, a volte - come ieri sera - il sistema di trasmissione dei pezzi non funziona o non funziona alla prima, chiami e ti dicono di spegnere e riavviare, il tempo intanto fa il suo mestiere di passare, c'è da scendere a fare le interviste, non ci sono scrivanie e per scrivere si deve tornare al posto all'aperto e intanto si è fatto veramente freddo. Finisci di scrivere a mezzanotte e un quarto, trasmetti trasferendo su un dischetto i tuoi pezzi perché il computer dell'altro inviato funziona, stavolta a lui è andata meglio che a me, di solito è il contrario. Esci e l'ultima macchina nel parcheggio è la tua, arriverai a Genova molto dopo le due.
Tra la partita e la partenza, in mezzo a questo finisterre, ho rivisto anche una di queste persone che girano l'Italia come me e che col tempo mi è diventata cara anche se ci si vede quasi mai, mi ha detto come se niente fosse di un intervento non ordinario appena affrontato, lì per lì le ho fatto cuore e detto le cose che si dicono in casi come questi, ci siamo salutati ma mi è rimasta dentro una tristezza grande, perché comunque queste cose vadano è sempre brutto che capitino. Marionette mosse da un puparo che ci vuol bene, certo; ma ogni tanto gli trema o gli manca la mano, ecco quel che siamo, nulla di più. Marionette che girano, quasi sempre a vuoto. Scompagnate e ansiose, buone a ritagliarsi i soli attimi di quiete quando i giornali sono chiusi, le trasmissioni finite e già si pensa alla prossima volta. Nemmeno il tempo di vedersi e parlarsi e ognuno è solo con se stesso e quindi ancora più solo. Peccato si debba ripartire subito dopo la gara, quanto ci siamo divertiti quella volta, un saluto, alla prossima.
Ho mandato un sms che erano già le due passate. Avrei voluto scrivere: Aggiungo olio alla lucerna, tengo desta la stanza in cui mi trovo all'oscuro di te e dei tuoi cari. La brigata dispersa si raccoglie, si conta dopo queste mareggiate. Tu dove sei? ti spero in qualche porto.
Ho scritto tutt'altro, ma il concetto era quello.




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12 novembre 2006

Orfeo, non ho tempo di scriverti. Ma d'altra parte non ti ho scritto mai

In memoriam E.G.
(1964-1986)

Amico mio di vino, di canzoni e grandi alibi, anche stavolta non ho tempo di scriverti, ma d'altra parte non ti ho scritto mai.
Ecco che arriva il 13 novembre, un'altra volta ancora, sono già passati vent'anni e nemmeno stavolta ti verrò a trovare, d'altra parte avremmo veramente poco da dirci. O troppo. Niente, tutto sommato.
Qualcosa da chiederti ce l'avrei, un po' di perché e qualche informazione, ma tanto non mi risponderesti, hai sempre fatto come hai voluto tu.
Io per rispondermi ho provato a fare una cosa che non avevo mai fatto, ma a dire il vero l'ho fatta soltanto perché mi ci aveva costretto una persona, che è venuta nella mia vita a fare quello e basta, anzi non ci è venuta nemmeno perché è sempre rimasta un'astrazione perfetta, in questo mondo dove ormai quasi tutto è astratto. Spero che se la passi bene, che abbia costruito la sua casa in un qualche deserto; ma ormai è una nostalgia dell'inaccaduto, così come anche tu sei una nostalgia, differente certo.
Al lume spento della tua pazzia, te ne sei andato via. Ora faccio sul serio lo stesso lavoro che giocavo a fare allora, tu direi che mi manchi ma mi mancavi di più quando c'eri, perché avrei voluto fossi un po' più indulgente con te stesso, meno radicale.
Non ti avevamo capito, nemmeno io perché nessuno di noi ci aveva provato davvero, negli anni mi si è consolidato il terribile sospetto che ci fossimo tutti affezionati al tuo personaggio e avessimo così lasciato al suo destino la persona che lo interpretava, a volte con compiacimento altre con visibile malavoglia.
Non ho mai più visto i tuoi. Incontrano ogni tanto mio fratello e gli dicono che vorrebbero vedermi. Ma cosa gli direi, poi. Tanto lo sanno che ti volevo e ti voglio bene, siamo stati tutti bravi chi più chi meno a farci del male e tu più bravo di tutti. Siamo un passaggio di allodole, con un colpo andiamo giù. E gli anni indietro, e gli anni di quando c'eri tu.
Fra poco esce un nuovo disco di Waits, mi era venuto un colpo a casa tua quando avevo visto che per impratichirtene avevi cominciato proprio da Swordfishtrombones. Quanto gli piacerebbe, una storia come la tua. Ne farebbe un dolente valzerino, come solo lui sa. Sei passato sull'acqua leggero, ci hai lasciato una costellazione di diana rosse semispente e sessantasei vuoti, e adesso amico mio tu sei soltanto vento. E la risposta dov'è? Sarà la stessa per ognuno di noi?
Nemmeno stavolta ho tempo di scriverti, questa non è una lettera. Per salutarti ancora una volta le parole più adatte sarebbero di Cohen; anche se è una storia del tutto diversa, non credo che tu possa avermi mai fregato una ragazza, la ginnasiale mi piaceva ma non avevo avuto il tempo di innamorarmene, perché ero finito a pensare ad altro prima che di lei ti accorgessi tu, e anche lei poi è finita come è finita.
Spero che vi siate ritrovati, almeno voi, perché una delle poche cose che ho saputo veramente di te è che le volevi veramente molto, molto bene e qualcosa mi dice che in tutta la tua follia ci fosse del metodo, e quella belinata, e grossa belinata di vent'anni fa, era solo per andartela a riprendere, come un Orfeo che va, vede il posto e non gli sembra così male, così si ferma con la sua Euridice.
L'ultima volta che ti ho visto sembravi così vecchio, l'impermeabile strappato sulla spalla, sei andato alla stazione per prendere qualsiasi treno, e sei tornato indietro senza Lili Marlene. Ora che dirti, mio fratello e assassino? Non so se mi manchi e nemmeno se ti perdono.

PS la mia copia di "Frau Teleprocu" è sempre con me.




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8 novembre 2006

Gaudì, il teologo dell'architettura

Oggi ho scoperto che in questi giorni la Taschen vende i suoi libri con un robusto sconto. Così nel mio solito giro alla Fnac mi sono subito imbertato, per buon peso insieme con un cd dal vivo di Bobby Mc Ferrin (abbisogno in dosi equine, oltre che di cebion e aspirina e oscillococcinum, di don't worry be happy), un magnifico volume fotografico su una delle persone che più mi consolano (con Mozart, Tolstoij e pochi altri) di appartenere alla razza umana perché essa ha prodotto sì robaccia come i più, ma anche Antoni Gaudì.
Non ero mai stato a Barcellona fino a sei anni fa. Per capitarci, scelsi l'occasione peggiore: il centenario della squadra di calcio, dappertutto c'erano vessilli blaugrana, mi feci coraggio ed entrai anche nel grande magazzino ufficiale. Ma non avevo scelta: dovevo accompagnare la contitolare della ditta, in occasione di una sua traduzione castigliana. All'andata pretesi di collaudare (pagava l'editore) una suite del Pau Casals, il lussuosissimo treno notturno che faceva (forse c'è ancora) Milano-Barcellona passando per Torino e il Frejus. Non chiusi occhio ma valse la pena per due motivi: primo, l'emozione quando alla mattina nel vagone colazioni vedemmo la Vanguardia con una foto enorme di lei nella pagina cultura. Secondo: chissà quando mi ricapiterà di fare una doccia in treno.
La stazione di Barcellona è peggio di quella attuale di Sanremo, tutta sottoterra, quando esci un piazzale anonimissimo. Arrivammo che pioveva. Eravamo senza ombrello. L'albergo era entusiasmante, il Condes de Barcelona sul Paseo de Gracia. L'editore aveva fatto le cose in grande. Esauriti gli impegni istituzionali, ci dedicammo a Gaudì. Tanto, la Casa Pedrera era davanti al nostro albergo.
Difficile spiegare quest'uomo e che cosa abbia fatto all'arte e, per certi versi, anche al senso religioso. Suoi segnacoli sono sparsi per tutta la città: facciate di case, i serpenti e le gallerie del Parc Guell sul Montjuich dove Gimondi si mise alle spalle l'ombra di Merckx.
E poi finalmente andammo alla Sagrada Familia. Prendemmo una lunga strada che passava dall'arena delle tauromachie, ci arrivammo sotto con la fortuna di non averne visto nulla prima.
Così l'abbaglio fu violentissimo. Credo di non aver mai provato un'emozione così grande di fronte a un'opera di architettura, forse i due ponti di Lisbona ma lì era la città. Restammo tutti e due senza parole, davanti a quell'opera che non ha nulla di umano, sembra un promemoria lasciato da qualcuno che è molto diverso da noi, invece è disseminato di tracce di una cattolicità mariana che però è anche lei qualcosa di diverso da quel che intendiamo. Quel monumento, anzi Templi Expiatori, è altro da se stesso.
Rividi un monumento di candele lasciate sgocciolare e poi candite nella cera multicolore, uguale a quello che stava nella vetrina del pub di Soho dove ero andato ad ammazzare l'attesa, io e Volpe e Noce e gli altri della Riviera Blucerchiata 1988, la notte fra il 19 e il 20 maggio 1992.
Entrammo nella Sagrada, pagando il biglietto che sarebbe servito a finanziarne l'ultimazione. Ci penso e non so da dove cominciare a scriverne, l'emozione di allora torna uguale a se stessa e irrefrenabile, una musica dove il riff intuibile era l'orgoglio di appartenere alla razza umana un cui esemplare era stato capace di tanto. Ecco, non c'è nulla di razionale nel credere in Dio, è la cosa più irrazionale che ci sia, perché il principio di causalità che serve per sconfessare gli atei poi torna a danno di chi ha appena segnato il gol del vantaggio. L'unico motivo sensato, o meno insensato, è che gli uomini che pensano cose come la Sagrada devono per forza essere mossi da uno spirito disumano, inumano, che li trascenda fino alla sublimazione.
Salimmo anche alle guglie, passando quel ponticello vertiginoso. Pensai all'uomo che aveva cercato quella creatura di pietra che non sembra pietra, la forza di Gaudì è proprio quella di aver trasformato i materiali, elaborato una teologia dell'architettura e anzi dell'edilizia, pensai e penso con rimpianto al significato immediato di quel Templi Expiatori, madre padre e bambino, io che non ho figli.

Spaziai infine con lo sguardo sulla città che stava ai miei piedi. Cercai l'area dove una volta sorgeva l'Estadio Sarrià. 5 luglio 1982, Italia-Brasile 3-2, la partita più bella ed emozionante della mia vita, so che Davide Enia ci ha scritto un'opera teatrale che mi hanno detto essere bellissima. Anch'io dovrei scriverci qualcosa, o meglio quell'Italia-Brasile vista al Bar Pippo con i miei sei amici del liceo dovrebbe essere - per dirla con Brodskij - una "parte del discorso". E già, tra pochi giorni è il 13 novembre, stavolta saranno vent'anni da quell'altro 13 novembre, e quel giorno che eravamo tutti e sei a Barcellona, davanti alla tv ma mai come quel giorno era come essere là, mi rimane dentro come una scheggia di gioia purissima e indecidua.
L'Espanyol aveva debiti e vendette il terreno, tanto poteva andare a giocare allo stadio costruito per le Olimpiadi. Così buttarono giù il Sarrià e ci costruirono un supermercato. Il 21 giugno 1997 l'ultima partita, Espanyol-Valencia 3-2.

Gaudì non ha mai progettato stadi di calcio.




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25 ottobre 2006

Almeno tu nell'universo

Già sarà triste, domenica, tornare a Cagliari per la prima volta da quando se n'è andato Andrea Parodi. La sera dopo la sua ultima, ho tirato fuori dallo scaffale il suo disco inciso due anni fa con Al Di Meola e ho riascoltato "No potho reposare". Si m'esseret possibile d'anghelu / d'ispiritu invisibile piccabo / sas formas; che furabo dae chelu / su sole e sos isteddos e formabo / unu mundu bellissimu pro tene / pro poder dispensare cada bene. Ho pensato che Parodi - mai conosciuto, mai sentito un suo concerto, mi piacevano la sua voce e i suoi dischi, poi un sardo con quel cognome da genovese mi piaceva l'idea, così come sono dispiaciuto di non essere ebreo così mi sarebbe piaciuto essere sardo - ora fosse davvero dentro quella canzone.
Oggi se n'è andato anche Brunetto. Aveva una casa a Sestri e l'ho visto per molti anni ma non ho mai avuto il coraggio di parlargli, poi tre anni fa ci siamo trovati allo stesso tavolo a un matrimonio e lui ha rotto il ghiaccio con la contitolare della mia ditta, per via del comune mestiere di scrivere. Era un uomo amareggiato perché il suo talento non era stato giustamente riconosciuto e aveva ragione. Infatti tutti parlano degli altri ma i più grandi di questa scuola genovese che poi non c'è mai stata, era solo l'aggregazione casuale di alcuni talenti cresciuti nella stessa epoca e nella stessa città, sono stati Bindi e lui. Il primo era un compositore straordinario, con una formazione classica e un gusto per la melodia ineguagliato nella musica popolare: nessuno oggi saprebbe scrivere "Il nostro concerto" e "Arrivederci". Il secondo ha scritto le parole di "Almeno tu nell'universo" e questo basterebbe per chiudere il discorso. E poi era un grande doriano.




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10 ottobre 2006

L'angelo di Frank Capra nel cielo sopra Berlino: il Lippi ritrovato

Da quando il rango di campione del mondo accompagna Marcello Lippi, il capitano della Sampdoria anni Settanta vede trasformarsi in partita di lanciarossa anche una visita privata al Nautico, nella sua Genova sempre nuova, vita che si ritrova; nella sua Genova tradita, rimorso di tutta la vita. Da calciatore ha vestito una sola maglia, quella blucerchiata; e forse a tratti ripensa che avrebbe potuto provare anche da soldato qualcuna delle gioie vissute da generale; se avesse lasciato la sua Genova bianca e a vela, speranza tenda e tela. Ma la vita ha deciso altrimenti e ripensandoci nemmeno potendo Marcello la cambierebbe.
Ieri è tornato alla Foce, a tre mesi esatti dalla discesa dell’angelo della storia dal cielo sopra Berlino. Grosso aveva appena tirato il rigore, lui da buon doriano - allievo di Colantuoni e Rebuffa - per prima cosa si era voltato per cercare la giacca della tuta sul sedile, poi avevano cominciato a saltargli addosso un po’ tutti. Così ha faticato anche il suo angelo, a farsi largo, come il Clarence di Frank Capra, a dirgli: eccoti qua, Marcello, ti seguo da quando eri bambino e giocavi nella Stella Rossa di Viareggio, tra le pieghe della vita quanto dura una partita, che lunga storia arrivare fin qui, la mia missione è finita, ma non te l’aspettavi nemmeno dove avrei dovuto portarti, passando dalla Sampdoria sembrava difficile e invece guarda un po’. Tre mesi dopo, difficile non riportargli il pensiero di mezza Genova categoria “anta”: "Grazie perché quella notte a Berlino hai portato con te in cima al mondo un pezzo della Sampdoria più bella di sempre, quella che non vinceva mai e neppure sperava di riuscirci un giorno. Ma era la tua e quella di molti". Ormai Lippi però è come Benigni quando gira - o cerca di farlo - per Roma sulla sua Polo blu, la gente ai semafori scende dall’auto e gli si avventa al finestrino fermando un traffico già fermo, uno che era stato fatto cascare dal motorino lo aveva pure ringraziato di averlo investito. Smaltita la ressa non senza qualche scintilla di toscanità dialettica, Lippi chiude gli occhi dietro gli occhiali vintage con la bandiera tricolore sulle stanghette e torna il ragazzo biondo col numero 6 sulla schiena, leader di una squadra che proprio non sapeva salvarsi prima dell’ultima giornata, infatti ci sarebbe riuscita una sola volta: "Da qualche tempo - ammette - preferisco non parlare di Sampdoria, proprio perché le voglio bene, perché di una parte fondamentale della mia vita devo avere rispetto".
"Era bastato che un paio di partite andassero male - prosegue - e subito il mio nome era stato accostato a quello della mia squadra del cuore. E questo non era giusto per un collega come Novellino, che ritengo tra i migliori in circolazione, e per un dirigente come Garrone che è persona troppo intelligente per prestarsi a certi giochi".
Adesso il Clarence di Lippi si gode la pensione e lo stesso ex ct finge di volersene stare ancora ai margini: "Per qualche mese guarderò quello che fanno gli altri, poi tornerò perché il calcio è la mia vita e credo di aver ancora qualcosa da fare. Seguo quel che accade, è mio dovere tenermi aggiornato". Ma su un eventuale ritorno alla Sampdoria, il mister preferisce glissare. Meglio parlare di mare: "Un pescatore vero non torna a casa fino a che non ha pescato quel che voleva". Nella rete di Lippi ormai c’è tanto, perfino una Coppa del Mondo. Eppure manca qualcosa, forse quello che il Clarence dei doriani aveva portato in anni successivi ai suoi. "Lo spettacolo vero - ammette - qui è cominciato proprio un minuto dopo che me n’ero ormai andato". Non ne vuole parlare, della sua Genova di tutta la vita, sua litania infinita. Vicino a sé però ha Arnuzzo: come in quegli anni di salvezze al terzultimo dei 2700 minuti del campionato, come il 9 luglio scorso all’Olympiastadion, brezza e luce in salita. Chissà che cosa si sono detti, quando sono rimasti da soli, con la Coppa del Mondo a illuminarli. E’ un loro segreto, non lo sveleranno mai.

(Corriere Mercantile, 10 ottobre 2006)




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