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28 ottobre 2006

Una scrittrice contro la prosa omeopatica di CARLO FRUTTERO

Non so più quale compositore francese, forse Ravel, parlava sarcasticamente della "musique de robinet", quel tipo di musica che potrebbe andare avanti all’infinito, senza un arco strutturale, senza sorprese, senza "effetti", tediosamente prevedibile nel suo monotono fluire. Lo stesso vale per la prosa di certi (molti) romanzi (e lasciamo perdere la saggistica), che scorre uguale a se stessa dalla prima pagina annacquando fino alla completa insipidezza personaggi e avventure, colpi di scena, trovate, agnizioni, i più morbosi tormenti dell’anima, i più roventi gorghi del cuore. Tutto suona allo stesso modo, tutto si equivale, alla fine. È prosa omeopatica, appena leggermente gassata, e poiché la maggioranza dei lettori sembra essere salutista, va benissimo così, tutti contenti.
Rosa Matteucci fa esattamente il contrario, cioè scrive davvero. Cosa vuol dire? Be’, intanto che non si può leggerla distrattamente, come si seguono le chiacchiere di una soap. Non è questione di parole difficili o ricercate o sbalorditive come in D’Annunzio o Gadda; il lessico è quello normale, con qualche linea di febbre qua e là. Ma si sente subito che tutto conta, che l’autrice ha in mente un disegno preciso, che se le andrai dietro qualcosa ne ricaverai. Piccoli spostamenti di avverbi, aggettivi divelti dal loro consueto sostantivo, similitudini non bislacche e tuttavia impensate, oggetti quotidiani, "bassi", infilati tra nobili o tragici eventi. Non c’è alcun virtuosismo, nessuna bravura esibita. Non si ammira nessuna "bella pagina", ma le tante piccole rugosità, i minuscoli spigoli e sobbalzi, ti tengono sveglio, vuoi sapere dove ti sta portando questa singolare manovratrice.
Io non la conosco, non so niente di lei, ignoro chi siano i suoi "referenti" letterari. Così a fiuto mi vengono in mente tre nomi, Céline, Beckett e Thomas Bernhard, inclini a una visione della vita così disperata da sconfinare nella più grandiosa comicità. Le tre eroine dei tre libri di Rosa Matteucci hanno un occhio implacabile. Già prima di salire sul treno di pellegrini dirette a Lourdes, la stazione è irta di spiacevolezze d’ogni genere. Il lungo viaggio è una specie di incubo, l’arrivo in un sordido albergaccio annichilisce, i compagni sono orribili, i dettagli più deprimenti e rivoltanti si accumulano, dalla moquette logora e lercia al croissant rancido. E l’ultima corsa in massa verso la grotta è una specie di Calvario. Ma nonostante... Ecco la chiave. Rosa Matteucci è l’impietosa, feroce, atroce cantatrice del "nonostante". Tutti lo sappiamo, tutti ci viviamo dentro fino al collo cercando di non vedere: bassezza, abiezione, vergogna, schifo fanno attorno a noi una palude ammorbante. Ma nonostante tutto la testa a un certo punto si rialza, gli occhi guardano in alto, il coraggio ritorna, la battaglia non è proprio perduta.
Così poi sarà nell’Eritrea nostra ex colonia, percorsa dai soldati dell’Onu, una terra di polvere, fame, degradazioni, lacerazioni, dove certi dolcetti fabbricati da un pasticcere italiano toccano il vertice dell’intollerabilità. Il titolo Libera la Karenina che è in te non sembra felicissimo, ma il libro è di una potenza passionale niente affatto indegna dell’eroina russa. E Cuore di mamma, appena uscito, investe come un Tir impazzito lo strazio della vecchiaia estrema, una figlia decisa a imporre a sua madre una badante ucraina, la vecchia che si ribella spasmodicamente mentre è in corso un cenone per anziani in una scuola scrostata. Ma anche qui, nonostante tutto, un barlume di salvezza comparirà alla fine, una pagnotta appena sfornata (da un fornaio odioso) insieme concretissima e mistica, provvederà a permetterci di tirare avanti ancora per un po’.
Manzoni? Certo. Flannery O’ Connor? Sicuramente. La Grazia non può mancare nemmeno per il più infimo di noi poveri vermi. Sono cose che uno accetta molto volentieri di sentirsi dire anche quando, come me, non è credente. A condizione beninteso che sia Rosa Matteucci a dirtele.
CARLO FRUTTERO

(La Stampa, 24 ottobre 2006)





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28 ottobre 2006

Una "giocattolara" a Genova

CHI È QUELLA CHE FRUTTERO HA DEFINITO LA PIÙ BRAVA AUTRICE ITALIANA? RITRATTO DI ROSA MATTEUCCI, CHE ANNUNCIA UN ROMANZO AUTOBIOGRAFICO

Dalla piscina di Lourdes
escono bestseller
di Mario Baudino

GENOVA - E’ diventata scrittrice, e che scrittrice, andando a Lourdes. Ragion per cui è perfettamente inutile gridare al miracolo, anche se una punta di soprannaturale, chissà, potrebbe anche starci. Al Caffè degli specchi, nel centro di Genova, Rosa Matteucci è felicissima per le lodi di Carlo Fruttero e si chiede se per caso non ci sia lo zampino della mamma, scomparsa un anno fa, donna bellissima, coltissima, un po’ originale. “Magari è andata a parlare con Franco Lucentini, lei spiritello fosforescente con tutti i suoi cani. Magari gli ha chiesto se si poteva dare una mano a questa figlia”. Decidere se stia parlando ironicamente o sul serio non è facile: o meglio, il problema sono le proporzioni tra le due tonalità. Forse bisogna rivolgersi a una terza categoria, quella del grottesco, in cui è maestra, anche se naturalmente non basta a contenerla.
È stata una rivelazione col suo primo romanzo, Lourdes per l’appunto, nel ‘99, arrivando da Adelphi nel modo più semplice e banale, quello generalmente sconsigliato ai più: aveva mandato il dattiloscritto. Non una stampata di computer, “una vera copia scritta a macchina e piena di correzioni - precisa -. All’Adelphi e basta. Forse non avevo neppure il denaro per fare le fotocopie e spedirle ad altri”. Era un periodo difficile: aveva perso un ottimo lavoro al Quirinale (finito il settennato di Cossiga, si era deciso di tagliare e lei era stata sacrificata), si arrabattava come guida turistica abusiva in Umbria, ma non a Orvieto che è la sua città natale, perché lì tutti la conoscevano e sarebbe stata immediatamente denunciata. Accompagnava orde di giapponesi a Terni, perché si immortalassero in teatrini devoti davanti alla mummia di San Valentino. Ed era appena andata a Lourdes per fare i conti col Padreterno, visto che gli era morto il padre e lei si sentiva come la protagonista di Cuore di mamma: strangolata da un dolore cui non riusciva ad attribuire senso. Ma queste sono cose note, che ha raccontato altre volte: a Lourdes trovò “Dio nella piscina”, curando le piaghe, affrontando i corpi nel loro disfacimento, nella loro carnalità più avvilita; e alla fine ne scrisse. “L’ho fatto per mio padre”. Aveva preso una nuova strada, forse definitiva, e ancora non lo sapeva. “Non capisco perché la gente spasimi di scrivere libri. Io mi ci sono trovata - spiega - e in fondo era una situazione cui non ambivo per niente. La scrittura è stata l’unica possibilità di esistere. Credo che se non mi avessero cacciata dal Quirinale non sarebbe successo nulla. Pensavo di essere una brava dirigente”. Ora c’è una dirigente in meno e una brava scrittrice in più, anzi secondo Fruttero - lo ha detto, un po’ a sorpresa, a Vanity Fair - la più brava di tutti. Meno male.
“Meno male? Ma via. Io scrivo perché ho avuto una vita dickensiana” In che senso? “Come Davide Copperfield”. E giù a raccontare: una madre appunto bellissima, colta, affascinante, erede di antico casato orvietano, quindi ricchissima. Un’infanzia dorata. “Ero una bambina cui si dava del lei”. Poi la rovina economica: il nonno perde tutto, il palazzo va all’asta, il padre ha il vizio del gioco e la famiglia si trasferisce a Venezia, in un pied-à-terre che originariamente serviva come base per il Casinò. Miseria, sconcerto. “Sono stata dislessica, ho imparato a leggere e scrivere in terza elementare. Ancora adesso tronco le parole in modo dialettale”. La cultura, infine, come forma di resistenza: tornati a Orvieto, nel “cachot” dove ora vivevano (“Un cachot come quello di Bernardette”), sua madre per invogliarla le traduceva gli articoli di Terzani dallo Spiegel, e in terza media la metteva su Musil e Joyce, in lingua originale.
Matteucci racconta inarrestabile, con un linguaggio simile alla ricca, densa prosa dei suoi libri. Elenca gli amici strani che giravano in casa del nonno, maghi spiritisti e avventurieri, o i grandi personaggi come Guido Carli con la moglie pittrice, i cui quadri giudicati orrendi venivano nascosti, per essere esibiti solo in occasione delle visite. Torna sullo choc di cambiare vita, e cambiarla ancora, e ancora. Ora vive tra Genova, dove si è stabilita per amore (galeotta fu un’intervista, racconta), e dove fa, provvisoriamente, la “giocattolara”, e Orvieto, dove ogni tanto vede Susanna Tamaro, la cui fattoria è lì vicino. È un assedio di memorie, un romanzo, il prossimo. “Per forza, sarà la mia autobiografia. ‘Sta famiglia non mi molla”. C’è da giurare che al centro ci sarà la mamma, non la vecchia, terribile, grottesca, comica icona del dolore che campeggia nel suo ultimo libro, ma qualcosa di più simile a quella vera: quella che ha detto una parolina a Lucentini, tra paradiso e girone dei suicidi, evidentemente collegati. “Se no, ‘sta cosa non si spiega”.

(La Stampa, 24 ottobre 2006)




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14 ottobre 2006

Orhan Pamuk e Peppino di Capri, nel nome di Roberta

Non di rado i lettori mi rimproverano di eccedere nella mescidazione concettuale, tra l'ortodossia dello sport e altri interessi che privatamente coltivo. Ignorano o consapevolmente si nascondono che a volte, o meglio quasi sempre, il calcio è talmente sciapo da necessitare spezie le più eccentriche. Comunque vada, io non mi pento di attingere al fumetto, alla narrativa, al cinema, alla musica e a tutto quanto mi venga in mente per insaporire un piatto spesso immangiabile. Nelle cucine povere è il condimento che salva la sostanza, così in quasi tutto quel che scrivo per onorare l'azienda che mi passa lo stipendio. Ci provi qualcun altro, ad attenersi a una rappresentazione robbegrillettiana del calcio e segnatamente della Sampdoria, i ferri chirurgici del realismo e della Neue Sachlichkeit stanno stretti a chi debba portare per mano il lettore fino in fondo al pezzo, dove c'è la firma.
Per fortuna che ogni tanto la mia studiata dabbenaggine trova riscatto, sempre s'intende in modi stravaganti. L'altro ieri mi sono vergognato molto quando ho sentito che l'Accademia aveva assegnato il Nobel a Pamuk. Questo perché da quasi sei anni ho in casa un suo libro, che mi era stato spedito dall'ufficio stampa Einaudi ai tempi in cui lavoravo ancora alla redazione cultura. Ero convinto fosse "Neve" perché mi ricordavo bene la copertina, una specie di nevicata, invece era "La nuova vita" e l'ho scoperto soltanto ieri sera, quando in base alla vaga memoria di dove avessi inumato il libro l'ho cercato e trovato, su uno scaffale remoto della mia biblioteca, parcheggiato in terza fila posteriore. Questa la considerazione che avevo di Pamuk, io che me la tiro da intenditore, mi ero ripromesso di leggerlo perché l'incipit non era male ("Da quando lessi quel libro, la mia vita è cambiata per sempre") ma la ruota del criceto gira e altre urgenze si sono affastellate e Pamuk è finito in terza fila, ma ora che gli hanno dato il Nobel bisogna pure che lo legga.
Tanto più che è uno dei nostri.Non solo ha fatto il tirocinio da fallito ("Lavoravo dieci ore al giorno per scrivere romanzi che gli editori puntualmente mi respingevano"), ma ha pure un diploma da giornalista. E poi nelle interviste di ieri, di cui la più bella era con l'amico sampdoriano Marco Ansaldo di Repubblica, mi ha fatto un assist clamoroso, come nemmeno il Mancini dei tempi belli. Così bisognerà pure che legga "Neve", perché non solo dicono che sia il suo libro più bello, ma pare che in quel libro impazzi una canzone. E una canzone italiana. Una canzone di Peppino di Capri, pensa un po'. Una canzone di cui ho sentito parlare, "Roberta", magari se la sento me la ricordo, anche se per forza di cose mi fa venire in mente una carissima persona che ho lasciato da qualche parte di Milano e naturalmente i manifesti pubblicitari che tutti sanno, ma l'idea che nel libro più bello di un Nobel un'architrave narrativa sia una canzone di Peppino di Capri, non di uno dei compagni cantautori eletta schiera, mi fa ridere, mi intenerisce, mi fa ricordare Proust: "non disprezzate la musica popolare, perché ha un posto piccolo nella storia della cultura, ma un posto immenso nelle storie di ognuno di noi". Con Pamuk, la musica popolare arriva addirittura al Nobel.
E nessuno ha pensato di intervistare Peppino di Capri.




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2 ottobre 2006

Giampaolo Pansa e "La grande bugia"

il caso
di STEFANO RISSETTO
Zone d’ombra, eccessi e aberrazioni. Queste le parole usate nell’aula di Montecitorio da Giorgio Napolitano, appena eletto capo dello Stato, a proposito degli aspetti della guerra civile italiana cui Giampaolo Pansa si dedica da anni, controvento come ama fare. Il suo Sangue dei vinti aveva venduto mezzo milione di copie, raccogliendo però critiche assortite di faciloneria nell’ecdotica e dilettantismo, fino all’accusa somma di "revisionismo". Replica e puntualizzazioni sono adesso il cuore de La grande bugia (Sperling & Kupfer), nuova provocazione di un giornalista di sinistra mai indulgente con la sua stessa parte. Le cose che scrive sembrano perfino ovvie, per chi ne abbia fatto amara esperienza. Tanto che a destra il suo atto di accusa ha sì suscitato sollievo ("Finalmente viene fuori la verità su quegli anni"), ma anche stizza ("La verità la puoi dire solo se sei di sinistra"). L’autore è laconico: "Per molti anni a destra si è preferita una strada, quella dell’agiografia e della celebrazione dell’onore dei combattenti, speculare e altrettanto sterile di quella della glorificazione dell’eroismo immacolato dei partigiani. Sbagliavano gli uni e gli altri".
DILETTANTE "Sono uno storico dilettante" dice Pansa di se stesso; ma da grande giornalista cita sempre le fonti con la dovuta acribia. Arriva così a poter sostenere che il movimento partigiano, esiguo nella reale consistenza numerica e marginale sul piano militare rispetto alle armate angloamericane, fu monopolizzato dal Pci, a sua volta eterodiretto da Mosca, nella prospettiva non già del ritorno alla democrazia, ma dell’instaurazione di un regime per nulla diverso da quelli eurorientali, tirannidi satelliti di quella moscovita. Corollario cruentissimo di tale configurazione, la vera e propria pulizia etnica ai danni di chi non avesse abiurato il fascismo, o non avesse avuto modo di riverniciarsi in tempo. "Una ricostruzione opposta - sottolinea Pansa - a quella che si fonda sulla storia scritta dai vincitori, la cosiddetta vulgata resistenziale". Ovvero: il fascismo calò su Roma da un’astronave marziana, opprimendo per vent’anni l’Italia, che unanime lo disdegnava e che, altrettanto unanime, si sarebbe sollevata in armi contro l’invasor. Poi: anche chi era fascista in realtà non lo era, specialmente quelli che svelarono di non esserlo mai stati dalle 00.01 del 9 settembre ‘43, non un minuto prima perché non si sa mai. Massimamente, poi, non lo erano quelli che da antifascisti sarebbero stati altrettanto zelanti, e comandoni, e intolleranti verso ogni dissenso, quanto erano stati da fascisti. "Se non ci fosse stato il Pci - dice Pansa - non ci sarebbe stata nessuna guerra partigiana. La resistenza ha avuto come perno cruciale e insostituibile il Pci del tempo, nelle sue intenzioni cripticamente golpiste, esplicate nella brutalità della resa dei conti, con Togliatti che rendeva sistematicamente conto di ogni minima mossa al vero padrone del partito, che stava a Mosca e si chiamava Stalin".
SPAVENTO Nasceva così, per consolidarsi nel tempo, quella che l’autore chiama Grande Bugia. "La verità - dice Pansa - è che quasi tutti stavano alla finestra, spaventati, per vedere come sarebbe andata a finire. E’ davvero assurdo parlare di insurrezioni nelle grandi città del Nord, che furono invece neutro teatro della ritirata tedesca, condita di truci rappresaglie, a fronte dell’avanzata alleata".
Nel libro, l’autore affronta le contestazioni dei più accesi detrattori delle sue opere revisioniste - compreso il giovane e acuto storico genovese Sergio Luzzatto, ribattezzato Signor Ghigliottina; ma ce n’è, e tanto, anche per Giorgio Bocca - e rende onore a testimoni apparentemente eccentrici come Darwin Pastorin, giornalista sportivo di fede marxista ma di famiglia fascista. "Non mi premeva però tanto regolare i conti con i critici - puntualizza - quanto fare un po’ di pulizia lessicale. Per me “revisionista” non è un insulto, è un titolo di merito".
"Il revisionismo - insiste - non è una patologia, ma un dovere. Chi cerca la verità, sia uno storico in cattedra o un semplice giornalista come me, non può mai sentirsi appagato, soprattutto davanti ai “perché? perché sì!” della vulgata resistenziale".
MANICHEISMO Pansa ha in uggia quel che chiama "memoria asimmetrica", metodologia pseudostorica alla base del consolidamento di una ricostruzione della guerra civile italiana afflitta da un favolistico - e quindi irreale - manicheismo di fondo. "Chi cerca di controllare il passato, come ha fatto il Pci con la guerra civile e con il terrorismo, applica sempre alla perfezione - argomenta - l’arma della memoria asimmetrica, secondo due canoni. Primo: io ho vinto e parlo, tu hai perso e taci, come accade nelle terre di mafia. Secondo: la ragion di partito prevale su tutto, perciò sulla Resistenza devono tacere non solo i fascisti ma anche gli antifascisti non comunisti".
Pansa sostiene di aver fatto ormai il suo dovere, sul fronte della riscrittura della storia del punto critico del Novecento italiano: "Questo libro può innescare una discussione vera, in giro vedo un’opinione pubblica che forse ha preso coraggio, chissà se c’entrano anche i miei libri. Vero è che ho notato un punto di svolta fondamentale".
QUIRINALE Chiaro il riferimento al primo discorso di Napolitano dopo l’elezione al Quirinale: "Credo che quel riferimento a “Zone d’ombra, eccessi e aberrazioni” siano le parole più coraggiose in assoluto pronunciate da un capo dello Stato e mi auguro che Napolitano vada avanti sulla strada dell’affermazione della verità. In visita a Budapest, ha saputo anche dire che nel 1956 non solo aveva sbagliato, ma avevano ragione i democristiani di allora, al governo c’era Segni".
COMPLESSO "Continui a dare scandalo. Se queste parole - conclude - le avesse dette un capo dello Stato non proveniente dalla famiglia comunista e non eletto dalla sinistra sarebbe successo il finimondo, si sarebbe chiesta la messa in stato d’accusa. Sempre per il vecchio, inossidabile complesso di superiorità della sinistra, messo a nudo tempo fa da Luca Ricolfi, anch’egli di sinistra; per cui non contano le cose, ma chi le fa". A dispetto di un incallito revisionista, ormai scomunicato a sinistra e mai pienamente accettato altrove, per via della diffidenza verso l’altro degli autocompiaciuti cultori della “voce della fogna”. Lui, Pansa, si consola a colpi di centinaia di migliaia di copie. E pensa che anche Newton era revisionista. Non lo era il Pajetta del "Tra la verità e la rivoluzione, scelgo la rivoluzione". Nel frattempo il Sole continuava a girare attorno alla Terra. Risplendendo sulle sciagure umane.

(Corriere Mercantile, 2 ottobre 2006)




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1 ottobre 2006

"Cuore di mamma" di Rosa Matteucci (Adelphi): un libro che merita, davvero

Un musicista americano si disse attratto dall’idea di incidere un disco suonato soltanto con oggetti trovati per strada: ruote di bicicletta, assi da stiro, barattoli vuoti e rottami qualsiasi; sosteneva che la potenza dell’armonia e del contrappunto potesse trascendere la povertà dell’orchestrazione e l’approssimazione degli arrangiamenti. Anche Rosa Matteucci predilige raccontare storie raccattate da terra, tanto comuni da parere prive di specifico narrativo e di potere d’attrazione; ci penserà lei a sublimarne la sostanza, nell’arcana officina del suo stile non confondibile. Dopo aver narrato in “Lourdes” e “Libera la Karenina che è in te” due ribellioni di donna al cospetto di altrettante varianti dell’Incomprensibile e quindi Inaccettabile, come una vita gettata via per troppa fretta e un amore soffocato nel non sapersi dire, l’ideale trilogia della sofferenza si completa in un duello a mani nude con una morte che nasce giorno dopo giorno, voluta e vagheggiata da una madre mai stata veramente madre, determinata a esserlo soltanto nell’atto di associare alla propria, ormai in corso, la morte di una figlia disvoluta e sopportata a distanza.
Fruga nell’immondizia, la Matteucci, per repertarne lo squallido panopticon con il quale cattura l’attenzione del lettore, per mezzo di una prosa in ammirevole equilibrio oscillatorio tra le sottigliezze di un italiano inaccessibile e rarefatto, irto di vocaboli fossili, e le disperate scurrilità di un comico aristofanesco declinate nei modi e toni della civiltà rurale centritalica, strappando risate che virano a rimorso per lo sgomento di prendersi gioco dell’inumano. Presto così si focalizza il conflitto definitivo tra le due donne, un’anziana sarta disancorata dal mondo e intignata in una ferrigna misantropia, e la figlia che s’illude di compiere la propria salvazione dalle secche di un matrimonio incarnito e da molteplici altre irresolutezze attraverso quella della madre, senza intuire di lavorare a un drammatico sacrificio congiunto. Nel silenzio di una casa perduta nella desolazione della campagna, al culminare della brutta stagione, si consuma a gesti stilizzati la cruentissima partita a scacchi tra Luce che vorrebbe aiutare Ada e quest’ultima, riluttante a tutto ormai.
Di pagina in pagina, col fruscio del ruotino di un criceto - emblema dell’inutile affannarsi di ogni vivente - unico rumore di fondo alla tenzone, nel disfarsi degli elementi tecnici e meccanici inutilmente deputati a modernizzare uno schema archetipico, il racconto si dipana nel contrapporsi degli sconforti complementari di due donne rassegnate alla ricerca di una soluzione che non c’è, che non potrebbe esserci. Così la cifra della narrazione è l’aridità, l’assenza, la creazione di un vuoto dove si agitano lemuri, figurette minime, segnacoli di quel grottesco che l’autrice egregiamente padroneggia. Lentamente gli eventi declinano verso un cenacolo natalizio, ideale cornice a contrasto per una scena madre che quindi non sorprenderebbe nello svolgersi.
Ma è proprio a questo punto che il racconto prende il volo, secondo una rotta che forse eccede le stesse intenzioni della mano che scrive, felicemente fuorviata dalla rarefazione della materia narrativa. Già sente Orlando che la vista ha perduto, recita la Chanson: così Ada scopre improvvisamente di avviarsi lungo un percorso fantastico, sta morendo ma non lo sa e davanti agli occhi le scorrono spezzoni di cinegiornale con le Piccole Italiane inquadrate nel saggio ginnico, ritratti sorridenti di una beltà elusiva del tempo dalla vetrina di Luxardo, la grossa scrofa alata che vola nel pannello centrale delle Tentazioni di Sant’Antonio di Bosch, il coro dei morti di Federico Ruysch che guarda interrogativo la platea dei viventi, dei quasi loro. Sono pagine di infinita pietà, nell’immedesimazione con una coscienza che svanisce e si appella a simboli di santità ed eternità, rimodulati secondo quello stile profetico e visionario che fu di Jacopone e Teresa di Lisieux e che rappresenta la cifra inconfondibile dell’autrice, capace di rendere un’autentica tensione metafisica nei toni del burlesco e della clownerie. Ecco così santi e reliquie, preferibilmente eccentrici nella frequentazione devozionale e perfino nell’onomastica, entrano ed escono dalla pagina come le statuine di un carillon che suona il Dies Irae, fino all’arrivo degli angeli che - come in Olivier Messiaen, anch’egli capace di scrivere con mezzi di fortuna, nella baracca di un lager, il suo quartetto della fine - annunciano la fine del tempo, con “lo schiocco del legno e il lamento delle corde spezzate che annunciavano l’ora che nella vita di Ada segnava la fine del mondo”. Questo passaggio memorabile, di eccezionale intensità mistica e letteraria, scaturito da un talento narrativo e da una sensibilità capace di superarsi oltre la soglia del dicibile e del ragionevole, necessario culmina in un finale preceduto da un primo rendiconto, sotto le luci livide di un pronto soccorso, che vede il male punito nella persona di due spogliatrici di pensionate che avevano grassato anche Ada. Ma il male retribuito col male non restituisce egualmente senso all’umano consumarsi, persistendo l’irriducibilità semantica del dolore. Ed è soltanto attraverso una trasfigurazione fintamente laica del rito dell’eucaristia, ovvero il passaggio tangibile dalla dimensione divina a quella umana verso la sintesi, che il viaggio di Luce al termine della notte può trovare conclusione. Per una speranza di pace con se stessa e con l’ombra ormai inerte della madre, nel riconciliarsi universale dei destini.

ROSA MATTEUCCI, "Cuore di mamma", Adelphi, p. 136, € 9


Mi si perdoni l'interesse privato, ma non è tale. E' un libro eccezionale, davvero. Direi "soddisfatti o rimborsati", non fosse uno slogan da mercato rionale. Credetemi.




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