.
Annunci online

stefanorissetto
un modo di guardare


Musica


19 novembre 2006

Michel, piccolo grande pianista

Dove fosse Morrison, era fin troppo facile capirlo. Grappelli, poveretto, confinato in un brutto scatolario modernoide.
Poi sono arrivato dove volevo. E ho ripensato a quella volta a Lucca, quando finalmente riuscii ad andare a sentirlo, suonava insieme con Miroslav Vitous. Che poi sentirlo era comunque vederlo, anche vederlo, soprattutto vederlo.
Un uomo così non avrebbe mai potuto misurarsi con l'immensità della tastiera di un pianoforte, una vasta distesa artica fuori dalla portata delle sue minime e fragilissime mani, misera estensione di un corpo minimo che aveva ricevuto l'incarico di prendere in ostaggio un'anima terribile, gioiosa, esultante. Ma era riuscito ad arrampicarsi sul suo destino e a sconfiggerlo, a guardarlo in faccia, a dimostrargli che era stato più bravo lui, nel nome della musica e di Dio che ce l'ha voluta far intuire per farci capire qualcosa di Se stesso.
Il Papa slavo non era facile a commuoversi, ne aveva viste tante e sofferte ancor di più. Pare che una delle poche volte sia stata quando lo vide, trascinarsi fino al pianoforte per poi evocare lo spirito del Grande Maestro Cantore, disegnando nell'aria il primo preludio del primo libro del Clavicembalo Ben Temperato. Se n'è andato prima di dedicarsi sistematicamente a Bach, al Quinto Evangelista, aveva capito che era quella la sfida. Ma non ha potuto giocarla, come Wilder non ha girato il film che gli sarebbe stato più caro.
Penso che per spiegarlo anche ai dilettanti come me basterebbe una sua versione di Caravan, quella incisa in un disco solista registrato in un concerto a Francoforte sul Meno. Ne ha lasciata più d'una versione, ce n'è una molto bella anche nel doppio del concerto ai Campi Elisi, ma quella regalata agli spettatori tedeschi è davvero il massimo. In comune con Duke Ellington aveva la curiosità per la pulsazione profonda del mondo, le ragioni e le origini del nostro pellegrinaggio su questa palla apparentemente perduta nello spazio. Quel brano racconta il vagabondare senza dirlo, allude a distanze e solitudini e miraggi e declina una insanabile sete d'assoluto.
Nelle sue piccole mani, nelle sue dita di cristallo, Caravan diventa un viaggio a velocità folle, sempre più accelerata, in un deserto non deserto ma ricco di voci, di urla, di cattedrali e torri e città e masse in migrazione, atroce ed esemplare raffigurazione di un'umanità oppressa dalle domande, costretta a incalzarsi e ad ammazzare il tempo per non ammazzarsi. E poi gli elefanti e i leoni, i cavalli di fiume e i cani sacri, i fiumi e gli alberi e le nevi e le rocce, e tutto questo deve avere un'origine e una fine e un fine. E tutto nei dieci minuti trascorsi da un piccolo uomo, prigioniero di una bizzarra dannazione, davanti ai 52 tasti bianchi e 36 tasti neri dell'invenzione di Bartolomeo Cristofori, liutaio e cembalaro mediceo.
Sono andato anche da Morrison, certo. Ma non avevo più l'età per dare veramente un significato a quella visita, che avrei dovuto compiere molto prima. Ma non è colpa mia se non avevo mai avuto modo di andare a Parigi prima del marzo 2002. Sono andato anche da Morrison, ma è solo davanti a quel piccolo rettangolino di sassolini, orlato da listelli di marmo, con una rosa del deserto e la lastruccia col nome, che mi sono commosso.
Al Pére Lachaise, Michel Petrucciani sta accanto a Fryderyk Chopin ed è anche per questo che mi sono commosso e anche divertito. Chissà che cosa si diranno, magari compongono e suonano, che bella compagnia per affrontare il lungo viaggio al termine della notte.




permalink | inviato da il 19/11/2006 alle 15:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 novembre 2006

Tango è sentire che qualcosa manca - Per Ryuichi Sakamoto

Ci sono dischi che mi braccano, ogni volta mi guardano dallo scaffale e mi chiedono di essere comprati. Hai voglia a spiegar loro che tempo ne hai poco, che a casa ne hai già parecchi in lista d'attesa per il primo ascolto approfondito (New Moon Daughter di Cassandra Wilson, Other Directions di Nicola Conte e Half the Perfect World di Madeleine Peyroux), che tutto si accatasta perché quando arrivi dal giornale se sei solo devi fare il casalingo e quindi le priorità sono alimentari, se non sei solo il volume va tenuto basso se non nullo, perché gli artisti hanno un regolamento condominiale particolare, tutto loro, mica come noi giornalisti, cani da catena o da canile o da canerina, buoni a tutto o a quasi tutto, gli avanzi sono leccornie.
Però oggi non ho resistito, sarà che si avvicina il 13 novembre che per me evoca due anniversari, nel 1984 un giorno tra i più belli (non oso dire il più bello) e nel 1986 un altro tra i più brutti (non oso dire il più brutto) della mia vita. Così avevo proprio bisogno di qualcosa come A Day In New York, il secondo capitolo del progetto Casa di Ryuichi Sakamoto, Jaques e Paula Morelenbaum: c'è la versione portoghese di Tango, un brano che ho molto amato nella versione italiana di Ornella Vanoni e che è tra i più belli scritti da Sakamoto, un compositore barocco del Settecento tedesco nato per caso in una via Gluck del Giappone. Oggi il lavoro era praticamente tutto compilativo e titolativo, astrarsi dal chiacchiericcio della redazione era salutare e così ho messo il cd nel lettore dell'iMac, con gli auricolari naturalmente perché l'ascolto a volume naturale è roba soltanto da turni o precoci o notturni.
Dicono che la musica brasiliana metta allegria, può darsi. Solo chi conosce l'allegria sa però quanta melanconia essa nasconda, prezzo della fragile fugacità di ogni illusione di gioia. Alla fine dell'ascolto, ho ripensato a quei due 13 novembre, che non se ne vanno e ogni anno tornano, irrisolti, a ripropormi la carne la morte e il diavolo, una storia che non sa né può né vuole finire e un'altra che è finita troppo presto. Prima, Sakamoto accenna al piano, nel prologo dell'ultimo brano, il tema introduttivo di Forbidden Colors. E mi si ripresenta un volto, solo nella memoria che si sfolla. Poi un altro, illusionismo incantevole di una vita agra, scandita da un orologio prima troppo avanti e ora troppo indietro. Una foto di classe con diciannove studenti e quasi nessuno che sorrida; un'altra foto con una ragazza al bordo di una piscina, lei invece sorride, ma chissà a chi. Intanto Paula Morelenbaum canta, suo marito suona il violoncello e Sakamoto dissemina il pavimento di acuminatissimi cristalli. Fra poco smonto dalla guardia, mi porto a casa i giornali e il disco, con tanta voglia di ascoltare il silenzio che sottendono le pause tra le note e le pagine. E' un esercizio Zen anche posare un disco sul tavolo, osservarlo, aprirne la custodia, osservarne lo scintillio metallico, scrutarne i solchi. La musica dorme lì dentro, ma sa parlarti anche nel sonno. E' un Tango, quello di Sakamoto, immobile e austero, elegia per un amore che sì ma forse no, per un'esistenza che avrebbe dovuto essere un'altra, per tutto e il suo contrario. Tango è sentire che qualcosa manca, che la vita non basta, che il qui e l'altrove vanno cercandosi da sempre; e ogni tanto lasciano indizi. Anche in una canzone.




permalink | inviato da il 11/11/2006 alle 21:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia     ottobre        marzo
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Calcio
Politica
Musica
Storie
Cinema
Letti
Persone

VAI A VEDERE


CERCA