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Cinema


17 novembre 2006

C'eravamo tanto amati e altro

E' colpa dei pensieri associativi se non riesco a stare adesso qui. Oggi pomeriggio tornavo da Bogliasco al giornale e sfrucugliavo l'autoradio alla ricerca di qualche canzone meritevole di attenzione. Ed ecco che da una stazione secondaria spunta Tanto pe' canta', ma più che la canzone era Nino Manfredi. Ormai è da un po' che se ne è andato anche lui e così non è rimasto più nessuno dei protagonisti del mio film preferito, "C'eravamo tanto amati". Certo sono ancora tra noi la Ralli e la Sandrelli, ovvero due delle meglio femmine viste in celluloide, ma si sa che le donne hanno la pelle più dura. Lo conosco a memoria quel film, l'ho visto e rivisto chissà quante volte, ho rubacchiato le battute per un mucchio di pezzi. Ascoltavo Manfredi che canterellava "Basta la salute e un paro de scarpe nove" e lo rivedevo in piazza del Popolo, con Gassman che si finge parcheggiatore abusivo e invece è l'unico che ce l'ha fatta, alla fine Nino-Antonio se ne va sulla sua utilitaria e Vittorio-Gianni gli dice tra sé e sé "Ci rivedremo tra vent'anni, cioé mai più". So che questo film ha provato a rifarlo Muccino ma poi ha capito che non era il caso. Stavo guidando nel traffico manicomiale di un venerdì pomeriggio aggravato dallo sciopero dei bus e ho pensato: ok, "C'eravamo tanto amati" è il primo, ma se facessi la lista dei miei dieci film, gli altri quali sono?
Non so perché, mi è venuto in mente "Stalag 17", forse perché l'astuzia con cui si cerca di sopravvivere alle avversità, tema biblico ma non solo, è un qualcosa che sento in maniera particolare e poi mi piace il personaggio di Sefton. Poi, sempre per l'inafferrabilità dei pensieri associativi, "Schindler's List", penso a quanto coraggio ci sia voluto per la scena finale e per tutto il film. E poi naturalmente "Il pianista", basta aprire il mio diario in rete. E ancora "Train de vie", con quella chagalliana allegria di naufragi e un epilogo come un pugno. Ancora "La grande guerra", di nuovo Gassman cioé e Sordi e Lulli e Valli e la Mangano e una sceneggiatura perfetta, forse il miglior film sulla guerra, perché per esempio "Apocalypse Now" è un film sul suicidio della modernità, comunque ci sta anche lui. Riecco Sordi nei "Vitelloni", che fortuna e che sfortuna averlo visto quando ormai non ero più il Moraldo che non era partito. E poi "Shining", quanto orrore senza un gesto esplicito di violenza, tutto stilizzato, tutto alluso. E dall'Overlook Hotel mi trovo nel "Posto delle fragole", col vecchio Viktor Sjostrom che mi ricorda "Umberto D." e la sua straziata visita al canile. Ecco ancora la fioraia non più cieca che sulle prime non riconosce Chaplin, ogni volta che vedo "Luci della città" mi sento orgoglioso di appartenere alla razza umana, la stessa di chi ha pensato e creato quel film. Ci vuole una ventina di minuti da Bogliasco alla redazione, venticinque passando lungo il mare, ecco Danny Rose che apre la porta a Tina il giorno del ringraziamento, è un film minore ma "Broadway Danny Rose" è l'Allen che più mi piace, ancor più di "Manhattan", "Io e Annie" e "Pallottole su Broadway". Estenuò chi stava con me al cinema, ma "Arca russa" è la più bella elegia su una certa idea di Russia. Così come nessun film musicale potrà superare "The Blues Brothers". Musica, America: ecco Pippo Botticella-Mastroianni sul pullman davanti alla vecchia che sente le voci dei morti nel rumore bianco della radio, lo avevano preso per un film contro Berlusconi e invece "Ginger e Fred" certo che è anche quello, ma soprattutto un film sull'amore che arriva troppo tardi. Di film sul mio mestiere ne hanno fatti tanti, il più bello è "Prima pagina", c'è il marchio di Wilder. Ed ecco Marvin Gaye che canta, comincia "Il grande freddo", tutti lo abbiamo vissuto. Ancora "I soliti ignoti", un gioiello dove se togli una parola o una virgola casca tutto, lo sai a memoria e ridi sempre. Mi piacciono poi gli sgangherati perdenti del primo Salvatores: "Turné" e "Marrakech Express", ma anche "Kamikazen". Tutti parlano della Sandrelli della "Chiave", ha scioccato in effetti più di una generazione, ma anche quella di "Io la conoscevo bene" non era da meno. E a proposito di simboli, la Belli si vede poco ma "è" "Profumo di donna", la Antonelli "è" "L'innocente", la Buccella "è" "Basta guardarla", uno dei tre capisaldi della mia vena iperbuzzurra (gli altri due: "Il ritorno di Cagliostro" e "Febbre da cavallo"). Non escludibile, poi, "A qualcuno piace caldo", una cosa così perfetta che alla fine non noteresti perfino la Monroe, sarebbe intercambiabile pure lei. Marisa Berenson vestita dalla Milena Canonero invece non è "Barry Lyndon", così come la Kidman non è "Eyes wide shut": lì è puro genio, come "Orizzonti di gloria".
Amo i perdenti, Billy Bob Thornton di "L'uomo che non c'era" e lo squallido William Macy di "Fargo", tanto per devozione verso i Coen. Costner che si vede decimare gli amici ne "Gli intoccabili". Giovanni dalle Bande Nere che fa impiccare i soldati che spezzano i bracci di una croce per scaldarsi ne "Il mestiere delle armi". Le "Galline in fuga", poverette, come somigliano a tutti noi. Titta che vede il pavone sotto la neve in "Amarcord". De Niro nel "Cacciatore". Selma-Bjork nel più strano film di questo museo mobile, pensato in auto e scritto a giornata di lavoro finita. E ancora De Niro in "C'era una volta in America", quando vede un camion della rumenta che si porta via la sua vita.

Vedo, a conti fatti, in questa conclusione provvisoria che dimostra quanto sia impossibile ogni bilancio, che c'è molto Wilder. Mi manca, in effetti, il suo sogno inesaudito: essere lui e non Spielberg a girare "Schindler's list". E poi, prima di fare sul serio, a Vienna, era stato giornalista sportivo.




permalink | inviato da il 17/11/2006 alle 21:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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