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Diario


30 settembre 2006

Ottobre

Sta arrivando ottobre, dietro di lui c’è novembre, presto quindi saranno passati vent’anni da un giorno e da un fatto che mi hanno obbligato a catalogarmi secondo un “prima” e un “dopo”.
Ne avevo parlato, appena costruita l’occasione, a uno scrittore che aveva avuto parte, inconsapevole quanto importante, in quella vicenda, per via di un libro avuto in prestito e mai più restituito, anzi mai più potuto restituire. E letto, se devo proprio dirla tutta, soltanto dopo esser certo che non avrei mai più potuto restituirlo. Quindi tardi.
Quel suo libro era “il segno smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia” dal protagonista di quel giorno e di quel fatto. Il pomeriggio del penultimo dell’anno del ‘91, rimasto in redazione per smaltire qualche lavoro arretrato, cercai sull’elenco il numero dello scrittore. Chiamai. Rispose. Riagganciai, intimidito, non avrei saputo che cosa dirgli. O meglio da che cosa cominciare.
Così gli scrissi.
Telefonò lui, a casa mia, quando non c’ero. A sera mia madre mi disse: ha chiamato un certo ***, indicando un cognome diverso in una lettera da quello corretto. Ma io capii lo stesso.
Lo incontrai mesi dopo, quando uscì un suo libro. Gli portai quello che non avevo potuto restituire e gli chiesi di dedicarlo al proprietario. Quel libro è a casa mia, ormai usucapita, come tutti gli altri di quello scrittore. Tra poco, visto che arriva ottobre, verrà reso noto anche il vincitore del Nobel, ogni anno faccio il tifo per lui.
Volevo arrivare allo scadere dei vent’anni con qualcosa di concreto. Ci ho provato, almeno. Non è servito a nulla perché la cifra di questa vicenda era l’incompiutezza. Ma la bottiglia si è perduta nel mare ed è ancora da qualche parte, che naviga, senza trovare approdo. Così non potrò che scrivere una lettera a nessuno. Rendere una visita. Sentirmi ancora più solo. Nel tempo che passa.




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28 settembre 2006

Antonia (Grazie ad Antonio Zambrini e a Stefano Bollani)

Non leggo gli spartiti, non so suonare nulla. Amo però la musica e rimpiango che da piccolo non mi abbiano mandato a lezioni di pianoforte. Ogni volta che vedo un pianista provo un’infinita nostalgia, cerco di fare qualcosa di simile su un’altra tastiera ma non è la stessa cosa. Sono un appassionato ma mi muovo a tentoni, con l’entusiasmo di un neofita permanente, ogni tanto scopro una volta di più quante siano le mie lacune.

Quando ho saputo che Stefano Bollani aveva pubblicato un cd di piano solo per la ECM, sono andato subito alla Fnac per comprarlo sulla fiducia. Lui, l’ho ascoltato più di una volta qui a Genova al teatro Modena; non mi piace il suo istrionismo, che poco si confà all’idea che ho di pianista, ma suona benissimo, ha talento cuore e genio, i soldi nei suoi dischi sono sempre ben spesi. Idem per tutto quello che pubblica la ECM, che io chiamo l’Adelphi della discografia. Manfred Eicher mi ha fatto conoscere musicisti straordinari, che “sono” lo stile della sua etichetta: Anouar Brahem, Tomasz Stanko, Susanne Abbuehl, Keith Jarrett naturalmente, e poi il Responsorium Officium Tenebrae di Carlo Gesualdo eseguito dallo Hilliard Ensemble. Per questo, quando un italiano incide per ECM, vuol dire che ce l’ha fatta.
Che io sappia, ultimamente ce l’hanno fatta Rava (vive qui a Genova, alla Foce, ma vuole andarsene, dice che la vita culturale è quella che è), il duo Gianni Coscia-Gianluigi Trovesi (ho conosciuto Coscia alla presentazione di un film, è un mite avvocato alessandrino compagno di scuola di Eco, suona la fisarmonica e con il clarinettista Trovesi sembrano davvero gatto e volpe), il pianista Stefano Battaglia che però conosco poco e appunto Bollani. Ce n’è un altro di pianista che conosco poco, o meglio nulla, o meglio quasi nulla, e ne dirò.
Per prima cosa, del cd di Bollani, ho studiato la lista dei brani. Uno entra alla ECM, è come un esame di laurea, il primo brano del primo cd dev’essere una presentazione che valga una carriera. Ecco, in cima alla lista c’era scritto “Antonia”.
Apro il libretto della custodia e scopro che il brano non è di Bollani, che pure lavora volentieri su composizioni proprie. E’ un certo Antonio Zambrini. Mai sentito, come ho detto sono un superficiale. Viene in mente Valdambrini, quello che suonava con Basso. Vado su Internet, scopro che è un contemporaneissimo, è del ‘63, milanese, “Antonia e altre canzoni” è stato il suo primo disco e piacque molto. Sentiamola, ‘sta “Antonia” suonata da Bollani.
Be’, un’impressione così me l’avevano fatta - nel ramo jazz - soltanto “Estate” di Bruno Martino suonata da Chet Baker nel disco “Live at Capolinea” e “Caravan” di Duke Ellington nel disco per piano solo di Michel Petrucciani registrato in Germania, a Dortmund mi pare. Questa “Antonia” è un capolavoro, è uno di quei brani che potresti aver scritto solo quello e già basterebbe; e molti non ci arriveranno mai. Parte con un tema di sei note, triste e melanconico, poi si avvia lungo un cammino che sembra portare a un riff idoneo a compensare la cupezza dell’incipit; invece torna quel tema, per risparire e lasciare speranza, poi rieccolo, rieccolo ancora, quelle sei note che diventano tutto il brano, non c’è speranza che la storia di e con o forse contro questa Antonia possa diventare qualcosa di vero o di non doloroso, tu ascolti e pensi a chi sia o sia stata Antonia, forse una proiezione dell’autore, di certo il suo rimpianto massimo, quello che poteva essere e non è stato.
A quante cose ho pensato, oggi, mentre riascoltavo “Antonia” per chissà ormai quale volta, sempre alla ricerca del segreto di questo brano. Mi sono fermato perfino alla Fnac, a riascoltarlo leggendo da pagina 91 a pagina 115 del volume che la contitolare della mia ditta ha appena mandato nelle librerie, credo che quel passo sia la cosa migliore che lei abbia mai scritto, ma io, quando lo trascrivevo sotto dettatura al computer dai suoi fogli scritti a mano, mica me ne rendevo conto. Rileggendolo con questa “Antonia” nelle orecchie mi sono quasi commosso, anzi senza il quasi. Questa persona è piena di difetti, gli stessi miei il che ci rende la vita a volte letteralmente impossibile, quante liti e quante amarezze, più di certo delle gioie, però siamo qui dopo ormai non pochi anni, pazienza, e lei è una grande artista davvero, non un pestatasti a cottimo come me. E ora basta pubblicità subliminale.

Sono andato a cercare il cd di Zambrini, sarebbe un modo di ringraziarlo. E anche di capire come fosse la versione originale, per realizzare quanto di Bollani ci sia nella versione di Bollani. Ce n’erano altri due, sullo scaffale, non “Antonia e altre canzoni”. Per ora mi resta il dubbio, ma se per caso Zambrini passasse da queste parti, sappia che ce n’è un altro - anche se non legge la musica né la suona ma la ascolta con la stessa devozione delle vecchiette che non conoscevano il latino ma si sono sentite orfane della Messa in latino - che si è visto fare un regalo imprevisto e immeritato, con un brano non dimenticabile, era da tempo che non ascoltavo nulla di così profondo e perfetto, come una ferita che non guarisce.




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26 settembre 2006

Gennaro Delvecchio, l'interprete di un film

Facile capire perché i tifosi blucerchiati idolatrassero Vialli; meno intuitivo spiegarsi l’entusiasmo altrettanto genuino - e meritato - per Gennaro Delvecchio. Chiedi alla polvere, allora. Il centrocampista di Barletta, giunto in A più vicino ai trenta che ai venti, dopo non essersi risparmiato proprio nulla di un feroce apprendistato (Melfi, Castrovillari e Giulianova, per non parlare di due fallimenti societari), da un mese è azzurro d’Italia. Non lo dice, ma è il ricongiungersi con una smarrita esistenza da predestinato; se è vero che era il leader degli Allievi nella squadra della sua città, che aveva vinto lo scudetto di categoria, prima di implodere per debiti. Preferisce raccontare di una vita passata a inseguir se stesso, sui campi dove quello che batte i corner viene preso a ombrellate, di punta s’intende; e di regola è meglio perdere, perché se vinci devi uscire infrattato nel furgoncino delle maglie sporche per la lavanderia. Ne avrebbe da raccontare, di storie senza fondo, questo ragazzone "lungo come una giornata senza pane", beccatissimo al Del Duca perché gli ascolani ancora si ricordano di lui nella Sambenedettese, ai tempi dei derby del Tronto in terza serie. Gennaro ha ascoltato e poi si è vendicato a modo suo, con un gol di fame e istinto, di squalesco tempismo, nero come l’amore. Non racconta il tempo andato, forse perché ancora non riesce a rassegnarsi all’idea di avercela fatta. Teme nel cuore che qualcuno o qualcosa lo svegli, attinge all’aspra emotività della sua terra, terra di dove finisce la terra, ammette che tutto quel che porta con sé è un bagaglio leggero avuto in dono, da usare al meglio per giustificarsene nel giorno perfetto. "Tutte le mattine - ammette - penso alla fatica che ho fatto per arrivare in A e alla fortuna che ho avuto. Qualcuno mi ha voluto bene ed è per questo che ogni cosa che faccio di buono è dedicata a Dio, è un modo di restituire quello che ho avuto". Sette paia di scarpe ha consumato Gennaro, quando due anni fa gli avevano detto che il Perugia non c’era più e doveva trovarsi una squadra. Sette boschi di querce ha attraversato, arrivando alla Sampdoria per ripartirsene subito verso Lecce. Difficile pensare che abbia versato sette fiasche di lacrime, visto l’incredibile cuore e motore di assaltatore che ha conquistato la Sud. Ma adesso è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore. "Non mi voglio illudere - ammette - è stata una grande fortuna restare alla Sampdoria, quando sembrava dovessi nuovamente partire. E’ successo tutto così rapidamente". Era il 23 luglio, giorno della prima amichevole di Moena contro i Monti Pallidi: quel giorno sia i tifosi della tribunetta che il trio di inviati cartacei, che già avevano intuito qualcosa negli allenamenti, capirono che la Sampdoria difficilmente avrebbe potuto fare a meno di quel lungagnone che sembrava invece dovesse andarsene a Bergamo o Napoli. Nacque anche una copertissima quanto alacre loggetta massonica di delvecchisti. Piace ai tifosi doriani, Gennaro, perché ricorda loro gli anni in cui la Sampdoria era come lui: uno sguardo di quelli buoni per le foto b/n e le maglie coi laccetti, carattere e agonismo buoni per ogni difficoltà. Era un Doria senza la faccia da campione, ma con un cuore grande come l’Izoard. Ora molti segnali sembrano preannunciare il ritorno del Doria ai tempi in cui scudetto e salvezza si davano la mano e parlavano insieme, dell’ultima festa e del vestito nuovo fatto apposta; così, uno come Delvecchio potrebbe perfino diventare un lusso. Finora, almeno, è stato una bella sorpresa. Per tutti, ma non per lui. E nemmeno per quelli della loggia fassana. Forte come l’interprete di un film di Mogol-Battisti, oppure come il marine consapevole che oltre l’infinito soltanto dirà, ricordando i tempi di Castrovillari e Melfi: Signore, abbi clemenza di questo peccatore, la mia dannazione l’ho già avuta a Guadalcanal.




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26 settembre 2006

Bettini: campione a Salisburgo, un po' meno a Montecarlo. Prodi che gli dirà?

Premessa uno: il mio sport è il ciclismo. L'ho praticato, perfino con buoni risultati, fino a quando non ho dovuto scegliere tra i libri e la bicicletta. E ho molti rimpianti.
Premessa due: tutti gli anni, il giorno del Mondiale di ciclismo cerco di non prendere impegni. Purtroppo gli impegni, per un redattore sportivo, ci sono eccome. Così domenica pomeriggio ero allo stadio di Ascoli.
Premessa tre: non posso dirmi un tifoso acceso di Paolo Bettini, da quando si è ritirato Bugno speravo in Cunego ma mi sa che non se ne fa niente e quindi adesso mi sento come "orfano" di un campione in cui identificarmi.
Premessa quattro: comunque ho sempre ammirato Bettini per le doti agonistiche, il talento, tutto quello che insomma l'ha portato dove è arrivato. E poi, il giorno del Mondiale, a me basta che vinca un italiano. Fui contento anche per Moser a San Cristobal, lo sarei stato per Chiappucci ad Agrigento, e sto parlando dei due corridori che per motivi svariati più detestavo.
Premessa cinque: domenica pomeriggio, nella tribuna stampa di Ascoli, ho fatto la figura del cretino, perché quando ho sentito alla radio che aveva vinto Bettini, mi è scappato un urlo che si sono girati tutti, ero infatti nell'ultima fila col portatile sulle ginocchia, e oltretutto proprio in quel momento, a 5' dalla fine, Boudianski sfiorava il 2-1, il suo tiro da lontano era proprio nel sette, Castellazzi ci arrivava con le unghie, e io a gridare "Bettini!" al collega di Tuttosport.

Le premesse, mi rendo conto, sono numerose e noiose. Ma mi servivano per meglio calibrare quanto devo dire adesso. Dico "devo" perché non posso fare a meno di sfogarmi, è più forte di me.

Con la vittoria di Bettini, ovviamente sono piovuti i lanci di agenzia, molti a sfondo biografico. E ho scoperto una cosa che non sapevo: il nuovo campione del mondo, pur vivendo sempre dalle sue parti, alla California di Bibbona in Maremma, ha la residenza fiscale a Montecarlo. Questo - ovviamente - per non pagare le tasse, o pagarne di meno.

Com'è giusto, il presidente del Consiglio ha fatto subito sapere di voler ricevere con tutti gli onori Bettini a Palazzo Chigi. Si sa, tutto fa brodo; e se il post-Berlino era stato veramente penoso, tanto che - è stato scritto su un giornale non sospettabile di antipatie politiche specifiche - un marziano atterrato su Roma il 10 luglio avrebbe potuto benissimo credere che a vincere il Mondiale di calcio erano stati Prodi e la Melandri e insomma l'Unione, non Grosso e Cannavaro e Materazzi, adesso in teoria la cosa avrebbe più senso. Questo perché Prodi è un cicloamatore e quindi ha più titolo per occuparsi di Bettini; e pazienza se i doviziosi resoconti delle sue performance atletiche, fitti specialmente nella scorsa campagna elettorale, tradivano sospetti di scarsa genuinità (una maratona in meno di 4 ore, 10 km di corsa in tre quarti d'ora, roba da mietitura a torso nudo, cose insomma che avevamo già visto).

Però c'è un però. Questo benemerito e onestissimo governo di ottimati, il governo dei migliori e buoni e giusti, da quando - forte dei suoi 24mila voti di vantaggio e del manipolo di senatori a vita e di un italoargentino che aveva detto "vado con chi vince" - è tornato al potere, da una parte ha piazzato segnaposti dappertutto, dall'altra si è messo a parlare di una cosa sola: tasse, tasse, tasse, far pagare gli evasori, far pagare gli evasori, far pagare gli evasori.
A me non frega nulla, io non ho nulla da nascondere, i soldi me li trattengono in busta paga e non ho né bot né case né nulla; il giorno che le tasse venissero veramente fatte pagare a tutti avrei solo da guadagnare.

Però a questo punto voglio vedere come si comporta il signor presidente del Consiglio, dopo mesi che lui e i suoi giannizzeri e specialmente il professor Visco non parlano che di giustizia fiscale come presupposto della giustizia sociale, davanti a un uomo che per tutti i tifosi di ciclismo come me (Prodi compreso, certo) è senz'altro un campione del mondo, ma che da un punto di vista differente - che dovrebbe essere prioritario per un capo di governo - è soprattutto un elusore fiscale. Uno dei tanti italiani che hanno la possibilità di utilizzare il successo professionale per pagare meno tasse, o non pagarle del tutto, e la sfruttano. Come la mettiamo? Che cosa gli dirà Prodi? Gli farà solo i complimenti per Salisburgo, o gli raccomanderà di riportare la residenza fiscale nella sua Toscana, per dimostrarsi esemplare anche come cittadino?




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25 settembre 2006

La guerra di Garrone ovvero dell'aver ragione da soli e della sua pericolosità

"Mi sento sempre più solo". Ma va avanti. Fin troppo facile definirlo Riccardo cuor di leone. In pochi attimi, prima di entrare a Tursi per il San Giorgio Blucerchiato, l’unico che il patron del Doria non si è inimicato è l’omonimo dell’attore che fa San Pietro negli spot del caffé, cioé Riccardo Garrone. Va condivisa in ogni sillaba la sua lucente invettiva contro un calcio che non vuol guarire. Purtroppo per lui, e di riflesso per il Doria, è meglio aver torto in compagnia che ragione da solo. Era infatti nel giusto anche il suo predecessore, quando otto anni fa aveva fatto mettere alla porta del consiglio di Lega uno che non poteva starci: Luciano Moggi. Finì come finì. Con umiltà il presidente della Sampdoria dice di non conoscere bene la storia del calcio; gli vada narrata pertanto, e alla svelta, la verità vera su una vicenda che rischia di ripetersi. Finora i suoi servi sciocchi - i primi, come già accaduto ad altri, che lo tradirebbero - gli avevano raccontato che Mantovani jr. era un cretinetti, che a forza di idiozie aveva cumulato il ben noto passivo. Era invece ed è un uomo onesto e intelligente, che al pari del successore denunciò i traffici in corso; e che perciò venne sbattuto in B e non lasciato tornare in A, fino all’asfissia. L’altra sera, dalla Sud, si è levato un coro contro Trentalange. C’è chi dice: meglio tardi che mai. Invece è meglio mai che tardi.
Garrone è sempre più a disagio in questo calcio. E’ uno scettico e finora quel che prevedeva si è verificato. Scontato attingere al rimario del professor Vecchioni: fu re Riccardo il primo che salutò la compagnia, si tolse l’elmo e disse tie’, ma con cortesia. E’ in effetti una guerra un po’ del cavolo, questa del calcio. La sola cosa certa è che Garrone ha deciso di combatterla da solo. A volte la fedeltà ai principi impone di prepararsi al peggio ma - vivaddio - meglio, molto meglio un Garrone che non ha paura di restar solo a Salò, rispetto a tutti i rivoltanti antifascisti delle ore 00.01 del 26/4/45, non un minuto prima perché non si sa mai.
Garrone - persona di rara moralità, diciamo pure sprecato per la sentina del calcio - fiuta l’aria che tira. E pensa di non metterci più la sua faccia rispettabile, per coprire il contrordine collettivo. "Matarrese sta ritardando in modo inaccettabile - dice - la riforma".
Fin qui Garrone. Dategli torto. A media luz, arriva la replica di Matarrese, troppo cerimoniosa per non doversene preoccupare. Sarà. Di sicuro nel calcio le guerre peggiori sono quelle non dichiarate. E certi piedi è più redditizio baciarli che pestarli. Un film già visto dai doriani non troppo tempo fa; eppure alcuni continuano a straparlare di Platt. La squadra di oggi è diversa da quella di allora, chissà se in meglio; che sia differente anche il finale.

***

"Non mi diverto. Faccio fatica a capire". Nel discorso di accettazione del San Giorgio Blucerchiato, Riccardo Garrone ha ribadito il forte disincanto per la situazione attuale del calcio, illustrando gli aspetti negativi della restaurazione in corso, con molti presidenti entusiasti per l’addio di Guido Rossi al grido di "Il calcio a chi se ne intende". "Questa - sostiene Garrone - è la più grande follia e sciocchezza che si possa dire. In Lega e in Federazione serve una persona di grande livello, spessore, esperienza, al di sopra delle parti".
L’idea di calcio che ha Garrone somiglia molto agli avventurosi piani dei protagonisti di due bei libri pubblicati da Adelphi, La follia di Banvard di Paul Collins e Momenti fatali di Stefan Zweig, tutti personaggi condannati dall’intempestività delle loro intuizioni: troppo in anticipo, oppure incommerciabili. "Nel tempo Uefa o Fifa - sostiene - dovranno istituire un tetto al trattamento economico dei giocatori. Io la Sampdoria non l’ho cercata, non l’ho presa per libera scelta e dal giorno in cui mi sono trovato in questo mondo mi colpisce l’immoralità delle dimensioni dei costi delle squadre".
Quindi, un paragone illuminante: "Accanto alla mia attività di imprenditore, con il progetto MusE aiuto i bimbi delle classi elementari multietniche, a rischio integrazione. E’ un progetto che riguarda 10mila bambini, dalla Sicilia al Veneto. Bene: con il 10 per cento di quello che ho investito nella Sampdoria, comprese le perdite della precedente gestione, potrei portare da 10mila a 40mila i bambini beneficiari".
"Bisogna quindi fare - conclude - un passo indietro, ridimensionando i costi, altrimenti si arriverà presto a un’altra calciopoli".
Garrone quindi vede nel tetto salariale la possibile salvezza del calcio. Il patron ama le utopie, ma illudersi che il calcio di oggi riesca ad autodisciplinarsi nei costi sembra veramente illusorio. Anche dando per scontato il “tetto”, difficile credere che nessun presidente, ma proprio nessuno, ricorrerebbe al nero estero su estero. E saremmo daccapo. Questo perché anche nel calcio vige la regola di mercato della domanda e dell’offerta. Non solo per i neofiti è difficile introiettare l'idea che i calciatori - come attori e cantanti - vogliano essere pagati, e molto, in proporzione alla bravura, vendendo il talento al miglior offerente. Ma se il dirigismo collettivista avesse avuto la meglio ai tempi della rivoluzione industriale e dintorni, sterilizzando il commercio, agli imprenditori (petrolieri non esclusi) sarebbe stato limitato se non precluso l’arricchirsi. Del mercato c’è il bello e c’è il brutto; difficile, soprattutto, estirparne gli eccessi, figuriamoci dal calcio.
Se, vinta la condivisibile nausea per le manovre in corso, Garrone resterà nel calcio, potrà più utilmente puntare sull’inasprimento dei controlli sugli adempimenti tributari e previdenziali, per non dire sulla regolarità retributiva: strada che vedrebbe come modello virtuoso proprio la sua Sampdoria.




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25 settembre 2006

Ogni notte ritornar, per cercarla in qualche bar: Ascoli-Sampdoria 1-1

Stasera mi sono sentito come Rubini nella scena madre de “Il grande Blek”, primo film suo (e di una sedicenne Francesca Neri) e di Giuseppe Piccioni come regista. Il tema era "Acqua azzurra acqua chiara". Nel senso che stavo con gli altri tre inviati rimasti a dormire ad Ascoli Piceno, perché dopo una partita a contenuto erotico da fossa delle Marianne non ce la siamo sentita di risciropparci cinque/sei ore di autostrada verso Genova. Così siamo andati a cena al ristorante Tornasacco, in piazza del Popolo, una delle piazze più belle d’Italia e soprattutto di notte: il confronto lo reggono soltanto San Marco, il Campo a Siena, Anfiteatro a Lucca e Duomo a Lecce. Da vitelloni quarantenni quali siamo, pur se tra noi c’è un infratrentenne, ci siamo scaldati con un aperitivo a un bar giovanilistico, tanto per vedere che aria tirasse. Poi siamo saliti al Tornasacco, che sta a un primo piano con le finestre che affacciano sul caffè Meletti. Qui ad Ascoli non hanno girato soltanto Blek, ma anche quell’episodio di “E adesso sesso” con Francesca Nunzi che fa la moglie del vigile che per arrotondare gira filmetti artigianali. Il dialetto ascolano è assolutamente geniale, per espressività comica, io è dall’anno scorso – la prima volta che pranzai al Tornasacco – che volevo rimettere piede lì, per sentire il cameriere che parla come Manfredi in “Straziami ma di baci saziami”. Ce ne ho messo a convincere i miei colleghi che volevano cambiare ristorante, visto che lo scorso anno il Doria aveva perso; il mio compagno di testata aveva addirittura consultato un ex giocatore dell’Ascoli per una dritta, ma poi il locale da lui consigliato aveva chiuso da tempo. Anziché l’Adriatica battuta dai colleghi dell’altra macchina di inviati, noi avevamo scelto la strada di Firenze, Perugia, Foligno, Norcia e Forca Canapine, 60 km di strada di montagna ma alla fine più breve. E al termine di questa tortuosità, ero riuscito a convincere i miei compagni di viaggio a rassegnarsi al Tornasacco.
Il cameriere era lo stesso. Idem l’accento, così come il ritratto di Costantino Rozzi appeso sulla porta dei servizi. Ma a mezzogiorno abbiamo fatto una cosa alla svelta, per le due dovevamo essere allo stadio e quindi non abbiamo avuto tempo neanche per ambientarci a tavola. Tutto in pochi attimi, poi subito di corsa alle Zeppelle, al Cino e Lillo Del Duca, oltre il ponte sul Tronto, per seguire un’altra puntata di questo lento, avvilente declinare di una disamorevole Sampdoria, decostruita senza passione nel nome del denaro da rastremare. Dall’altra parte c’era Pagliuca, ultimo testimone in campo di quella che fu la squadra dello scudetto, a dicembre compirà quarant’anni, quando ancora non sapevo se fare il giornalista o il notaio lui cominciava a giocare, il tempo è passato per tutti e due, ormai abbiamo i capelli bianchi che lottano con quelli colorati. La partita era brutta e si era anche messa male, poi si è messa meglio ma poco cambiava, io scrivevo il mio pezzo e intanto guardavo sul sito della Gazzetta gli aggiornamenti sul Mondiale di ciclismo, l’unica cosa che mi interessasse, avrei voluto essere a Salisburgo. Invece ero ad Ascoli Piceno, così ho chiesto al vice capo cronista, uno che mi capisce, di chiamarmi se avesse vinto un italiano, ma un collega di Ascoli ha gridato nello stesso momento in cui Castellazzi toglieva dal sette destro un gran tiro di Boudianski, sarebbe stato il definitivo 2-1, così quando mi è arrivato il sms con “Bettini” sapevo già tutto e mancava niente alla fine della partita, però intanto mi ero perso un’altra volta la diretta del Mondiale, come Bugno a Benidorm e Cipollini a Zolder. Quindi adesso la litania andava aggiornata: Binda Guerra Binda Binda Coppi Baldini Adorni Basso Gimondi Moser Saronni Argentin Fondriest Bugno Bugno Cipollini Bettini, diamine ormai sono più i Mondiali che ho seguito di quelli che ho letto, si invecchia anche per questo.
Mentre Bettini vinceva il Mondiale, ho scritto queste cose a bassissima pressione:

Decidono i due Delvecchio, per un pari che è troppo poco e al tempo stesso troppo; mai come stavolta, però, occorre farsi bastare il punto, visto ch’è arrivato col Doria sotto di un gol e dieci contro undici. Sono ormai 17 i turni senza vittoria; e qui ad Ascoli era davvero difficile non imporsi, al cospetto di una squadra modestissima, che ha semplicemente sfruttato – col necessario mestiere dei poveri – il rimbalzo dalle corde, cui l’aveva costretta l’affannoso sfarfallare dei blucerchiati. Ai marchigiani è però bastato un solo guizzo per impensierire il Doria. Ma la botte, purtroppo, dà il nettare che ha. E Novellino certo non può ripetere quanto avvenuto, troppo tempo fa, soltanto alle nozze di Cana.
ASSETTO La Sampdoria si piega a giunco finché la piena passi: in avanti il solo Bonazzoli - l’anno scorso qui in gol, ma in precarie condizioni fisiche - protetto e sostenuto da una mediana a cinque, con Olivera e Bonanni sulle ali e in mezzo Palombo, Volpi e Delvecchio; dietro, il risanato Falcone accanto a Sala, con Zenoni ancora a sinistra per far posto sulla destra a Maggio. Nell’Ascoli, in porta, c’è l’ultimo reduce dello scudetto 1991, tutore di una squadra giovane e aggressiva, che ha nel Delvecchio mancato eurocampione, accanto allo slavo Bjelanovic, il caposaldo offensivo. In apertura è il Doria a rendersi pericoloso, prima con Olivera e poi – sul corner seguente – con Sala, ma l’equilibrio regge. All’8’ è il Delvecchio doriano (beccatissimo dal pubblico, per i trascorsi nella Sambenedettese), ispirato dall’esterno uruguagio, a servire al centro un pallone per nessuno, pericoloso quindi quanto inoffensivo.
CHOC Poco più tardi Pecorari frena Bonazzoli sulla linea dell’area, ci sarebbero i presupposti per rigore ed espulsione, ma come e più di Tagliavento a San Siro Mazzoleni opta per l’indulto, retrocedendo il fallo al limite; Pagliuca sulla punizione di Volpi d’istinto salva in corner. Si protrae l’impressione di un Doria dietro la lavagna, castigato però oltre i suoi demeriti quando, esauritosi il can can doriano, è l’Ascoli a passare: su calcio d’angolo è il Delvecchio ascolano in area piccola a colpire a rete di testa, prevenendo Castellazzi e Falcone. E’ uno choc, per la terza volta si va sotto al primo affondo altrui.
ASSENZA I bianconeri, sempre con Delvecchio che impietra Falcone e serve Bjelanovic, prima della mezz’ora sfiorano il raddoppio. Il Doria segna, ma Quagliarella è in palese fuorigioco. Poco si salva di una squadra scollegata fra i reparti e quasi sfiduciata, che soffre l’assenza dell’imprevedibilità di Flachi ma che pure d’inerzia al 32’ si vede negare il gol da Pagliuca, tempestivo sulla molle girata di Bonazzoli. Il bomber ceffa con malagrazia da pittore della domenica, pochi attimi dopo, un pari a questo punto non blasfemo. Novellino alterna di fascia gli esterni mediani, ma l’inefficacia della manovra resta tale e si va al riposo senza il conforto del gol.
REAZIONE La ripresa si apre con un coro dello stadio in onore di Novellino, che saluta la Sud ascolana; tarda però un’apprezzabile reazione doriana, anche perché il malconcio Bonazzoli difetta della brillantezza necessaria per forzare la ferrea custodia a suo carico, fino ad arrendersi. Al suo posto Bonanni, ma prima di rimodularsi il Doria resta in dieci, espulso Falcone per fallo da ultimo uomo su Bjelanovic. L’Ascoli cerca così di sclerotizzare il gioco. E’ poco, ma sembra bastevole.
FORCING A mezz’ora dalla fine entra Franceschini per Olivera, col Doria ridisegnato a 4-4-1, col solo Quagliarella davanti. Il pari arriva inaspettato quanto equo premio alla rinuncia ad arrendersi: è finalmente Delvecchio, su cross di Zenoni ricalibrato da Quagliarella, a battere in rete sottoporta. Il quadro emotivo si ribalta, ma i blucerchiati non hanno forze né risorse per osare oltre. L’Ascoli invece si risolve a sfruttare l’uomo in più, cozzando però contro i propri limiti. A 5’ dalla fine si riscatta Castellazzi segnando l’equivalente di un gol, togliendo dal sette destro un gran tiro di Boudianski. Subito dopo Quagliarella prova il colpaccio in girata: sarebbe troppo e infatti non è. Finisce così e la sensazione è di scampato pericolo. Anche se l’allegria è un’altra cosa.

Poi abbiamo espletato il rito delle interviste, salutato i nostri eroi e riguadagnato prima Palazzo Guiderocchi, l’albergo scelto dalla segreteria di redazione (io, ovviamente, nella dependance nei pressi di piazza del Popolo, chissà perché), quindi di nuovo il Tornasacco, per una cena all’ascolana, fra portate e telefonate ai colleghi in viaggio qua e là per l’Italia. C’è una persona che non sento da più di un mese, per pesantezza reciproca, so che mi vuole bene anche se io sono uno scapestrato, la rassicuro: mangio regolarmente, vivo come posso, mi conservo per quanto mi consente tutto quel che mi assedia. Per esempio stasera mi sono concesso un paio di capriccetti, un primo e un secondo assai calorici, ma c’era da dimenticare la partita. Poi un giro per Ascoli che andava spopolandosi, l’anisetta da Meletti, le luci che si spengono proprio come in Piccioni, quindi rieccomi qui, in camera, alle spalle della piazza. L’ultima telefonata per una persona cara, che sa vivere e sorridere e anche mangiare e bere per quanto magra come me, ancora in un posticipo lontano dal mio girovagare per l’Italia al seguito del Doria. Mi manca, ci manchiamo, è bello sentirsi alla fine del lavoro, parlare di tutto e di niente, ricordarsi che esistiamo e ci vogliamo bene anche se passiamo le giornate e in fondo la vita appresso a un pallone che rotola.

Stasera avevo finito di scrivere prima degli altri. Sono uscito dalla sala stampa, fino a raggiungere il campo da gioco, la porta dove avevano segnato i due Delvecchio. Poi il campo, a passi tardi e lenti. Mi sarebbe piaciuto giocare, chissà se mi sarebbe piaciuto.




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22 settembre 2006

Quel malcontento asimmetrico attorno al Doria (Nessuno tocchi Novellino)

l'analisi
di STEFANO RISSETTO
C'era una volta uno striscione. Recitava "Eriksson facci godere: vattene". Novellino finora non ha avuto tale onore; ma ormai passatempo diffuso è considerarlo l’unico fattore dell’arretramento della Sampdoria verso posizioni di retroguardia. Purtroppo non è che il mister sia cambiato in peggio, così come Garrone e Marotta; più semplicemente, il metodo che aveva fatto la fortuna di questo Doria mostra la corda. Nell’anno della quasi-Champions, perfino il Sole 24 Ore aveva elogiato l’altissimo rapporto punti/investimento. Ma insistere all’estremo sull’austerità conduce, prima o poi, agli stessi risultati di quando il rigore non era scelta ma obbligo.
Puntare di regola - per non aggravare, con acquisti sul mercato, gl’ingenti oneri strutturali di sussistenza della società - su giocatori low cost, perché deprezzati da un’annata infelice oppure presi in prestito, significa che molto se non tutto si regge sulle spalle del tecnico.
Per anni il gioco ha funzionato, tra calciatori ormai bollati come promesse mancate, onesti mestieranti per cui parlavano i modesti statini di servizio, naufraghi di società decotte. Nelle mani di Novellino, finiva sempre come nel Libro: "la pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo". Ma non sempre - per dire - Iuliano, anche se è costato meno, rende più di Stovini.
Può darsi che tutte le colpe siano di Novellino. Ma bisognerà pur ricordare che questa Sampdoria è il risultato di tre consecutivi mercati più che spartani: due a costo zero (prestiti o svincolati) e il terzo, l’ultimo, addirittura in attivo. Mercati delineati con orgoglio dalla società - che aveva addirittura preannunciato come "frizzante" l'ultima modestissima campagna estiva - e condivisi dall’allenatore, certo; così come approvati dalla tifoseria, mai così compatta a sostegno della società.
Perciò è curioso questo malcontento asimmetrico, focalizzato sul tecnico. L’anno scorso l’ometto nero era toccato ad alcuni giocatori, in particolare Diana, accusato di tirare indietro la gamba; infatti la tirava indietro talmente bene che ci ha rimesso il Mondiale. Viene il dubbio che questo malcontento asimmetrico sia frutto di quello spavento che molti tifosi si erano presi tempo fa quando, a forza di contestare - per losco calcolo o insipienza - un presidente che faceva del suo meglio, pur con i suoi errori, avevano concorso allo spalancarsi dell’inferno.
Visto com’è andata, sbagliò Mantovani I, a cedere alla passione e quindi a far vivere per anni il Doria al di sopra delle proprie possibilità. Sbagliò due volte Mantovani II, a non portare le chiavi della sede in Comune nell’ottobre ‘93, dicendo "Signori, se sapeste quanto ci ha rimesso la mia famiglia, per noi basta così, se qualcuno vuole si faccia avanti". Sbaglia infine oggi Garrone a non dire la verità fino in fondo, o meglio a non ripeterla con dovuta frequenza, visto che l’aveva spiegato subito che mai avrebbe comprato la Samp se non fosse stato truffato e, infine, che una volta trovatocisi dentro, avrebbe avuto il solo fine (sacrosanto) di rimetterci il meno possibile in denaro e in reputazione.
Garrone è uno dei migliori presidenti della storia doriana, il suo impegno è ingente, ogni mese ci lascia quasi tre miliardi perché la società non chiuda; e questo basterebbe a fargli un monumento. Avrebbe, certo, i mezzi per fare il Mantovani (Paolo), ma anche Mantovani diceva "Nessuno ha il diritto di divertirsi coi miei soldi". Perciò i doriani lo ringrazino; ma al tempo stesso non s’illudano - com’è accaduto e accade - che austerità e successi siano sempre compagni di strada. Lo stesso presidente, a sua volta, non s'illuda - come a volte lascia a intendere - che per ridurre gli oneri del calcio basti volerlo o pretenderlo dai colleghi. Fare il presidente di calcio, sia che lo si faccia per passione, sia - come nel suo caso - per caso fortuito, costa. E può costare molto, soprattutto se si voglia tenere in A una società come la Sampdoria, che ha poco pubblico, pochissima influenza nella politica e nei media e un appeal nazionale e internazionale ormai svanito, visto che l'ultimo trofeo è vecchio di dodici anni.
L'unico rimedio per sottrarsi ai costi del calcio, purtroppo per Garrone e soprattutto per la Sampdoria, è uscirne. Non è infatti realistico sperare che si riesca ad arrivare all'obiettivo, spesso delineato dallo stesso patron doriano, di un tetto salariale per i calciatori. Appena venisse fissato, ci sarebbe subito un presidente pronto a violarlo, sia pur col vecchio metodo del "nero". Sarà brutto, sarà ingiusto; ma succede, in una cosa che si chiama "mercato". Quello stesso mercato che, nell'ambito dell'energia, ha permesso a Garrone di diventare uno degli uomini più ricchi d'Europa. Il presidente della Sampdoria non riesce a rassegnarsi all'idea che i calciatori - al pari degli attori e dei cantanti, trattandosi sempre di spettacolo - vogliano essere pagati, e molto, in rapporto alla propria bravura, vendendo il proprio talento al miglior offerente; ma nemmeno apprezzerebbe la nascita di un eventuale sindacato planetario degli automobilisti, risoluto a imporre un "tetto salariale" ai petrolieri, costringendoli a far pagare la benzina a prezzo di costo. Chi sfrutti le regole del mercato, nella parte in cui la legge della domanda e dell'offerta consente l'arricchimento personale di chi vende a spese di chi compra, ha poco titolo per invocare la “sterilizzazione" della medesima regola quando si trova, anziché nel rango di venditore, in quello di compratore. Al capitalismo italiano sono state attribuite due anomalie sostanziali, rispetto al panorama mondiale: innanzitutto la caratteristica di essere, per lo più, un capitalismo senza capitali; e la tendenza a privatizzare gli utili e a socializzare le perdite. Così, è troppo facile. Sperare che il calcio professionistico venga dirigisticamente ridotto a una dimensione dopolavoristica è pura utopia, o meglio l'incubo di chi reputi sprecato ogni centesimo speso nel calcio. Opinione rispettabile, perfino condivisibile; ma insuscettibile di essere imposta a forza a chiunque invece - e sono la maggioranza dei presidenti, quasi tutti gli altri - veda il calcio non come una disgrazia capitata per volontà di un destino malvagio, ma come un'occasione di mecenatismo (c'è chi fonda i musei Guggenheim e chi, come Paolo Mantovani, fa grande la Sampdoria); uno sfizio da togliersi (gli Agnelli, i Moratti); l'equivalente della vecchia immunità parlamentare (qui l'elenco sarebbe lungo), oppure infine un'industria come un'altra, dove il "core business" è scovare uno sconosciuto, pagarlo dieci e rivenderlo a cento uno o due anni dopo. Ma se repelle perfino anche l'idea minimalista di andare a caccia di sconosciuti, perché non va di pagare "al buio" - o meglio investire - nemmeno quel dieci, c'è poco fuoco anche per accendere una sigaretta.
Come si è detto, però, a Garrone - date le sue intenzioni mai mascherate, e per rispetto dello spirito di "civil servant" con cui fa sopravvivere il Doria - non si può chiedere più nulla di quello che già fa. Purché ci si renda conto - tutti - che la sua impostazione di gestione societaria calcistica, incentrata sull'attenzione prioritaria e assoluta all'abbattimento degli oneri, difficilmente conduce a risultati tecnici in crescita. Se capita, come nei primi due tornei di A di questo ciclo, è l’eccezione che conferma la regola. Altrimenti, si può tornare agli anni ‘70, quando la Samp ogni tanto arrivava ottava (1972), ma l’anno dopo si salvava a 3’ dalla fine del torneo. Male non sarebbe per certi buongustai, che un tempo disdegnavano Eriksson e oggi Novellino.
C’era una volta non solo uno striscione, ma anche un contadino che aveva un asino. Gli dava un chilo di biada al giorno. Pensò di ridurre la razione. Mezzo chilo, tre etti, un etto. Qualche tempo dopo, si presentò alla bettola e disse all’oste: pensa te che sfortuna, avevo quasi insegnato all’asino a non mangiare, mi è crepato proprio quando aveva imparato a non mangiare più.




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21 settembre 2006

DORIA-UDINESE, COME NEL 1989

Anche diciassette anni e tre giorni fa, allo stadio Friuli però e non a Marassi, il Doria aveva rimontato tre gol all’Udinese. Dei ventiquattro in campo quel 17 settembre ‘89, uno solo gioca ancora: il portiere di quell’Ascoli che fra tre giorni aspetta il Doria al Del Duca. Nel primo tempo Pagliuca, allora ventiduenne, raccolse dalla rete i palloni di Sensini, Gallego e Balbo: era la prima volta che nel campionato italiano andavano a segno nella stessa partita tutti gli stranieri tesserabili da una squadra, tre dall'avvio di quel torneo. Nel secondo tempo arrivarono invece, sempre nella porta a ridosso dei trasfertisti doriani tra cui anche chi scrive, la famigerata autorete dell’ex blucerchiato Antonio Paganin, che Mancini sempre quanto inutilmente avrebbe rivendicato come gol proprio; quindi i sigilli di Vialli e Katanec. Al lungagnone sloveno, uno dei tanti ex doriani che oggi fanno l'allenatore, molto assomiglia tecnicamente Gennaro Delvecchio, che quel giorno era undicenne e che ieri sera ha permesso al Doria di non andare al riposo, come accaduto allora, sullo 0-3. "Credo che il mio gol - premette - ci abbia tenuto in vita, perché se il primo tempo si fosse chiuso con il triplice passivo, forse data l’aria che tirava sarebbe stato veramente difficile rimontare. Si sa come vanno le cose, eravamo in casa, i fischi, il malumore che comincia a prenderti. Invece in quel momento abbiamo capito che avremmo potuto farcela".
Delvecchio ha pagato la gioia della rete con un cartellino giallo, ottenuto per la foga nel riprendere il pallone dal fondo della porta. Ma sono quei cartellini che si perdonano, perché scintille di voglia.
Fin dai primi giorni del ritiro moenese, Delvecchio - che pure aveva avuto per qualche tempo idealmente la valigia pronta, per Bergamo o Napoli - era stato eletto dai tifosi (e anche da più di un inviato, nel corso di una memorabile sessione notturna in una birreria sul Lungoavisio) l’uomo simbolo di un Doria in tuta blu, determinata a ottimizzare con grinta e spirito di sacrificio lo scenario derivante da un mercato chiuso in attivo dopo due precedenti campagne a costo zero: percorso strategico legittimo, anzi l’unico possibile per una società virtuosa come la Sampdoria, ma che difficilmente può tradursi in un rafforzamento. Il pari di San Siro e la disfatta voltasi quasi al trionfo di ieri sera dimostrano che, almeno sotto il profilo del carattere, la Sampdoria sporca di grasso e con la chiave inglese in tasca vale quella dei profumi & balocchi di diciassette anni fa. Quella, incipriata di campioni, era andata sotto di tre gol dopo essersi distratta contemplandosi allo specchio. Questa, purtroppo, si è trovata a inseguire per altri motivi, non tutti di radice fatalistica. Delvecchio nel frattempo è arrivato in Nazionale e la piccola loggia “coperta” dei massoni gennaristi si culla il successo in una delle poche battaglie giornalistiche vinte davvero.
Senza quel gol, ieri sera sarebbe finita come il sabato di Pasqua con il Parma: giocatori assediati al cancello degli spogliatoi, tifosi magmatici quanto a corto di tenerezza, civiltà sepolta. Invece Delvecchio è saltato più alto di Natali e la riemersione dalla fossa delle Marianne è cominciata. “Abbiamo tanto coraggio e tanta grinta - osserva il centrocampista - e quindi la nostra reazione va giudicata esemplare. Negli spogliatoi, nell’intervallo, ci siamo guardati in faccia. Il mister ci ha raccomandato di seguire i suoi consigli, se avessimo fatto quello che ci diceva nulla era perduto. E infatti non lo era”.
“Adesso - prosegue - siamo tutti contenti. Ma non sempre si pareggia, a volte i recuperi si fermano al primo passo. Invece siamo stati bravi a crederci, a insistere. E questo punto che ne vale più di tre, così come il mio gol, voglio dedicarlo alla nostra tifoseria: la Sud e tutto lo stadio sono stati splendidi, non hanno mai smesso di incitarci nemmeno nel momento peggiore. Non ci siamo sentiti soli nemmeno per un attimo e penso che questo risultato la nostra gente se lo ricorderà a lungo, perché è anche un po’ suo”.
Il mediano conclude con un pensiero per la prossima gara, ormai all’orizzonte: «Adesso dobbiamo fare una grande partita ad Ascoli, perché la vera Samp si vedrà dopo quella vittoria che tutti aspettiamo, anche se non dovremmo pensare ai numeri dello scorso anno». Con la grinta di ieri sera, però, quei numeri finiranno presto in archivio. Tra le pagine scure, certo, non tra quelle chiare. Ma ci finiranno.

GEMELLI DIVERSI
LA PARTITA DI CRISTIAN E DAMIANO ZENONI
Per regolamento, i gemelli diversi si sono dati una stretta di mano, ovviamente fraterna, prima della gara. Era da tempo che Cristian e Damiano Zenoni non si incrociavano su un campo di calcio: forse con identico umore, certo con la divisa di un altro colore. Avrebbero dovuto ritrovarsi al Doria lo scorso anno; ma all’Udinese è bastato un rilancio sul mercato invernale, per sottrarre ai blucerchiati quel che sarebbe stato l’ennesimo previdente acquisto a costo zero. Ma il gioco non sempre riesce. Insieme gli Zenoni avevano diviso, anni fa, la gioia della prima convocazione in azzurro, all’Olimpico per una Italia-Argentina celebrativa. Forse un giorno rivestiranno la maglia dell’Atalanta, quella dell’inizio di un’avventura vissuta sempre di corsa, con poche parole e molti fatti. Ieri sera, per via del dirottamento tattico dello Zenoni doriano sulla fascia mancina, per la prima volta in carriera i due ventinovenni di Trescore Balneario - nati insieme il 23 aprile del ’77, identici anche nel ruolo calcistico e separati solo da… Marotta che, agli albori del Terzo Millennio, da dg atalantino aveva venduto Cristian alla Juventus, per poi riprenderselo al Doria, debitamente deprezzato sul piano finanziario, due stagioni dopo; a Novellino il compito, riuscito, di rivalutarlo - sono stati avversari quasi diretti: li dividevano soltanto l’irrefrenabile Asamoah e l’ologramma di Olivera. Ma a lungo la partita non ha riguardato il confronto familiare degli Zenoni. Il bianconero ha messo parola nell’azione del vantaggio, sollevando la nuvola di polvere da cui è spuntato Di Natale; il doriano si è vanamente proposto in avanti, alla ricerca di aria da respirare, mentre alle sue spalle era allegria di naufragi. Il primo contatto alla mezz’ora esatta, poco prima: Damiano ha sorvegliato fino all’uscita sul fondo di un pallone morente, mentre Cristian senza fortuna lo incalzava, leggendo il proprio cognome su quella brutta maglia bianca e nera. Quindi la gara è proseguita fino in fondo, su binari prevalentemente eccentrici da quelli percorsi dai gemelli diversi. La strada che sale e quella che scende, si legge in un frammento presocratico, sono la medesima strada. Ieri sera la prima sembrava di Cristian, la seconda di Damiano. Infine si sono ricongiunte.
(Corriere Mercantile, 21 settembre 2006)




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20 settembre 2006

Quel gol di Robbie Keane

Il primo impatto fu pessimo. Già mi mancava Papi, il levriero afghano che un fidanzato aveva donato alla mia vicina, avviando il solito meccanismo che porta le persone a cambiare casa per via del cane. Le due ragazze che avevano comprato l'appartamento sottostante il mio erano due gaeliche. Lì per lì, siccome erano arrivate l'autunno precedente il G8 e casa mia stava e sta in uno dei punti dolenti della futura zona rossa, avevo perfino pensato che fossero agenti di qualche servizio. Carine tutte e due, simpatiche e cortesi sulle scale, la cosa buffa è che si chiamavano T. e F., proprio come uno s'immagina si chiamino due gaeliche, ed è per questo che mi era venuto il sospetto che fossero nomi finti e quindi avevo lambiccato la storia delle spie. Macché, erano due ragazze normali che facevano un Erasmus a Genova. Tutto sommato non ci siamo frequentati molto in questi anni. Nei palazzi di città funziona così: buongiorno, buonasera. Sul mio pianerottolo ci sono tre appartamenti, due complanari e il mio praticamente un soppalco, esattamente sopra quello che era passato di mano. Con le due straniere, alla fin fine, non abbiamo mai nemmeno preso un caffé e nemmeno con l'altra vicina e il figlio, di un'intelligenza potenzialmente spaventosa, le relazioni umane sono andate oltre la scala. Colpa mia e del mio carattere, forse non si dovrebbe ma sono fatto così.
Il primo impatto fu pessimo, perché T. e F. a avevano lo stereo nella stanza prossima a quella dove è ancorato il mio letto; e a volte lo tenevano acceso fino a tarda notte. Io avrei anche tollerato, perché nella mia asocialità c'è inscritta anche la sopportazione dei soprusi condominiali. Quando però si ha, come contitolare della ditta, un'anima altrimenti geniale e adamantina, ma sofferentissima dei rumori notturni, occorre revisionarsi. Una notte, due, tre. Poi passino fiati e archi, ma bassi e batteria ti entrano nelle ossa.
La revolverata di Sarajevo esplose il sabato di Pasqua del 2002. O meglio quando era già Pasqua. Altre volte ero stato io a uscire, suonare il campanello, dire "per favore abbassate", quella notte il compito di trattare mi venne risparmiato ma fu svolto con modi imprevedibili in chi pure vantava una laurea in scienze politiche, indirizzo diplomatico. Così, qualche mattina dopo, quando sentii bussare alla porta, proprio bussare perché io non ho campanello, capii che ci sarebbe stato da questionare. F. aveva mandato in missione il fidanzato, più alto e robusto di me e qui non ci vuole molto, ma anche più incazzoso e questo era raro. La conversazione non fu così delle più pacate, io mafiosamente buttai la magica parolina del mestiere che faccio, ma quello niente, o fece finta di niente. La musica a stecca ricomparve una o due volte, più per dimostrazione di forza che per altro, poi la capirono: avrei saputo a tempo debito che lo stereo era stato spostato in un'altra stanza. Ma le relazioni erano al minimo, saluti a bocca storta sulle scale.
Per fortuna arrivò il Mondiale di calcio, visto che si giocava in Giappone e Corea molte partite si disputavano quando da noi era l'alba o tarda mattinata. Il giorno di Irlanda-Germania, così, non ero ancora andato al giornale. Da casa delle ragazze filtravano effetti audio da stadio, dovevano aver fatto gruppo. Mi dissi: speriamo che l'Irlanda vinca, prendo una bottiglia e suono al loro campanello, così facciamo pace. Andò ancora meglio: l'Irlanda pareggiò, ma al 92' dopo essere stata quasi tutta la partita sotto. Presi un barbera, suonai, mi aprirono, "brindiamo a Robbie Keane!" urlai, da allora siamo diventati amici, anche se l'intensità delle frequentazioni è sempre stata la stessa.
Più tardi T. ha cambiato casa, è rimasta F. che invece ha cambiato il fidanzato. Alla fine della scorsa estate l'ho vista con un accenno di pancia, poi non l'ho più vista e ho saputo che era tornata in Irlanda. L'ho rivista qualche giorno fa, sulle scale, col suo Rowan, che ha nemmeno cinque mesi. Ha sorriso, mi ha detto "A casa speravano tutti in un italiano, invece...". Occhi chiarissimi, una promettente lanugine rossissima sulla testolina, pelle chiara. "Gli mancano solo le efelidi" ha continuato. Ieri F. e Rowan sono ripartiti per l'isola verde, lei vuole crescerlo lassù almeno all'inizio, nel suo appartamento da tempo ci stanno soltanto un ragazzo e una ragazza che ne avevano affittato un'ala, ma con questi la confidenza è proprio zero.
Stamattina in corso Italia ho rivisto Papi, altero e solenne come solo quei cani sanno, con una specie di foulard per disciplinare le orecchie sottraendole al coiffer del vento. Chissà quando invece rivedrò Rovenio, lo chiamo così per italianizzarlo perché quelli come lui hanno spesso nomi intraducibili. Dalla casa accanto, non si sente volare una mosca. Nemmeno l'eco irredimibile di quel gol di Robbie Keane.




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20 settembre 2006

Doria e Udinese, duello infinito

Dieci anni dopo, c’è toccato ancora di scegliere tra quei due, il cavaliere e il professore, nel frattempo ormai settantenni. Il vincente, lo stesso di allora, guida un governo dove il ministro più giovane ha 44 anni, l’età che aveva Clinton in marcia sulla Casa Bianca. L'unico segnale di svecchiamento è alla voce Letta: da Gianni a Enrico corrono almeno una trentina d'anni. Il prossimo Festival lo presenterà Baudo, Matarrese guida la Lega Calcio, il film più atteso è Le rose del deserto di un Monicelli nato quando il Piave mormorava calmo e placido. La diva desnuda del prossimo calendario Pirelli sarà la Loren, che proprio oggi compie 72 anni. Non si dovrebbe dire; ma nemmeno si dovrebbero vedere sempre Doria e Udinese fare a pugni per qualcosa, codice di immutabilità calcistica.
Invece da qualche anno, nel Paese dove la regola di don Fabrizio principe di Salina (cambiare tutto perché nulla cambi) è l’unica che venga rispettata, bianconeri e blucerchiati scelgono le strade più tortuose per ritrovarsi insieme in volata. Sarà che il patron friulano Pozzo ha un cognome dei più suadenti per il collega blucerchiato che fa il petroliere (come Moratti ma con più parsimonia), fatto sta che da quando il Doria è tornato in A le sue stagioni assomigliano a un Mondiale di ciclismo organizzato dall’Italia: lo fanno sempre a Verona, si arriva sempre in corso Porta Nuova, e - purtroppo - vince sempre Freire. Una volta il patron dell’Udinese era Sanson, gran mecenate del pedale, e allora per il Doria in Friuli era tempo di vendemmia, con vittorie surreali per 5-4 e anche peggio. Adesso, i bianconeri scelgono strade ciniche per giocare coi doriani: ti illudono e poi ti fregano, come Duclos-Lassalle con Ballerini il giorno di Pasqua del ‘93 al velodromo di Roubaix. Prima di entrare sulla pista di cemento il francese gli disse: sono cotto, non umiliarmi, fammi almeno arrivare con te e ti prometto che in volata non faccio il furbo. L'italiano si fidò, come aveva fatto Moser con Knetemann ad Adenau al Mondiale del ‘78, e fece male.
Comunque, saremmo anche stufi di questa sfida sempre uguale a se stessa. Tre campionati fa, il 6 gennaio, il Doria andò a vincere a Udine, alla terzultima di andata, con una splendida rovesciata di Flachi, eseguita quasi rasoterra, alla Maraschi insomma. Al ritorno, le due squadre si contendevano l’ultimo posto Uefa: sotto un uragano a Marassi l’Udinese passò con Jankulovski, subì il pari di Bazzani. Poi tornò il sole, Palanca s’inventò un rigore, i bianconeri segnarono anche il terzo gol e in Europa ci andarono loro.
Nella stagione successiva, ancora nel giorno della Befana e alla terzultima di andata, si giocò Doria-Udinese ma stavolta a Marassi: 2-0 per i blucerchiati, gol di Flachi e Castellini. Un girone dopo, le due squadre si ritrovarono sole sotto la flamme rouge: ma stavolta in ballo c’era addirittura l’ultimo posto buono per la Champions, il quarto. Segnò ancora Castellini; ma Bertini, lo stesso arbitro di stasera, convalidò un gol irregolare dei friulani, quello dell’1-1 finale. Al resto sette giorni dopo ci pensarono Mancini; il suo amico Toldo, che per ogni rimessa dal fondo ci pensava più di uno studente curvo sul tema di italiano della maturità; e un’Inter con tutti i titolari, tanto per le terze e quarte linee ci sarebbe stato spazio la domenica dopo con la Reggina. Infine, mentre il Doria si rompeva la testa a Bologna, l’Udinese col pilota automatico otteneva dal Milan, attonito reduce da Istanbul, il punto necessario per superare i blucerchiati, costretti ad accontentarsi della pur lusinghiera Uefa.
Ma qui viene il bello, anzi il brutto. Nei rispettivi tornei, entrambe escono con modalità demoniache: nel girone Champions l’Udinese prende in casa due gol dal Barcellona negli ultimi 5’ di una gara che bastava pareggiare; il Doria a Lens resiste fino al 90’, ma un minuto dopo il nazionale tunisino Issam Jemaa riesce dove avevano fallito i nazionali ivoriano Aruna Dindane e francese Alou Diarra, futuro protagonista della finale mondiale di Berlino.
L’Udinese retrocede in Uefa, il Doria in Italia. Il giorno dopo, all’aeroporto di Charleroi, si chiama in redazione: al sorteggio, chi ha pescato il Lens? Naturalmente l’Udinese. E naturalmente viene eliminato; e pure di brutto. La corsa dei bianconeri finisce al turno successivo, in Bulgaria; ma il dovere di fare un passo più del Doria lo hanno compiuto anche stavolta. In campionato, anche nei confronti diretti era andata meglio ai friulani (2-0 a Udine, 1-1 a Marassi); ma è un torneo al ribasso per entrambe, costrette a dividere il pansecco della salvezza. Superfluo a questo punto dire che c’è stato anche un confronto invernalissimo in Coppa Italia, nei quarti: il Doria fa 1-1 al Friuli e si sente in semifinale, ma al ritorno - preceduto dal minuto di silenzio in onore del caro Armando Leonardi - va sullo 0-2 e anche se rimonta fino al pari la morale della favola è quella di sempre. Sarebbe pertanto ora di cambiarla.




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19 settembre 2006

Vittimismo nero e azzurro: un altro fuorigioco

All’Inter sono stati rapidissimi a cucirsi sulla maglia uno scudetto raccattato fra le macerie. Ancor più bravi sono stati, poi, ad alzare il volume della musica autocelebrativa, per coprire certi scricchiolii poco commendevoli, fino a decorare il titolo fittizio come "scudetto dell'onestà".
Giovano allora gli archivi, i benedetti archivi: come le profferte che tale Luciano Moggi sostiene di aver ricevuto tempo fa nero su bianco dalla dirigenza nerazzurra. In un'intervista concessa a Fausto Carioti e pubblicata dal quotidiano Libero il 30 luglio 2006, Moggi dice: "Io ho un contratto con l'Inter. Lo tengo in cassaforte. Ce l'ha anche Moratti quel contratto. Non più tardi di un paio di anni fa mi disse che quando volevo era fatta... Stavo quasi per accettare. Però, considerando che stavo bene dove ero, ho lasciato cadere la cosa, ringraziando Moratti del pensiero".
Ancora gli archivi. Il 15 maggio 2006 tutti i quotidiani pubblicano il contenuto del rapporto dell'Arma dei Carabinieri alla Procura di Roma sull'attività della GEA. Dal rapporto emerge che la GEA controlla 21 dirigenti, 29 allenatori e oltre 300 calciatori; e l'Inter non è estranea, anche in posizioni strategiche di vertice, a questa lista.
Insomma, sarebbe stato il caso di tacere. Altro che fare come il fariseo della parabola. E invece non solo l'Inter e i suoi dirigenti si sono autoproposti come volto pulito del calcio, ma un suo personaggio di primo piano si è scagliato con particolare vigore contro la GEA e Moggi, nel tentativo di far dimenticare le voci che collegavano la sua rapidissima carriera con la posizione di assoluta influenza nell'ambito della stessa GEA.
L’ecatombe del pallone italiano culminata nei processi di luglio, così, rischia di ricalcare quanto accaduto in altro e più ampio ambito nei primi anni Novanta: una falsa rivoluzione, con un colpevole emblematico che ha il torto di aver peccato in maniera più plateale degli altri, in uno scenario dove tutto sembra cambiare perché tutto resti come prima. A giudicare dagli eventi delle prime tre ore di calcio giocato, alcuni dei quali hanno riguardato direttamente la Sampdoria, c’è veramente poco da stare allegri.
Tutto questo definisce ancor più sgradevolmente il clamoroso rovesciamento di prospettiva con cui il clan nerazzurro - a partire dal tecnico, subito spalleggiato dai media compiacenti - ha addossato colpe esclusivamente proprie a quel Tagliavento che invece aveva soltanto impedito all’Inter l’ennesima brutta figura di una gestione presuntuosa e arrogante, incapace di far tesoro dei propri errori, oltretutto sempre gli stessi da anni.
Telecamere e commentatori embedded - alcuni tanto mancinisti oggi quanto antimanciniani nel quindicennio doriano, capaci del capolavoro di averlo bocciato allora da giocatore per esaltarlo oggi da tecnico; a dimostrazione che non conta chi sei e che cosa fai, ma dove sei e soprattutto con chi - focalizzavano sapientemente i gomiti alti di Bonazzoli, nel disperato tentativo di controbilanciare un’analisi inequivoca. In diretta i gomiti li hanno visti solo le telecamere, mentre Tagliavento aveva visto talmente bene Cordoba su Flachi da giustificarsi con i doriani della mancata espulsione (secondo quanto riferito da Bonanni) dicendo che il colombiano non era ultimo uomo. Ma quando mai. Di conseguenza, le pur opinabili lagnanze dei nerazzurri su quanto accaduto nel prosieguo di gara, compresi i due gol annullati, perdono ogni base: con un uomo in meno ci sarebbe arrivata l’Inter, quella Inter, a segnare? Più facilmente sarebbe crollata.
Perciò in casa doriana cresce il malumore per l’assordante vittimismo nerazzurro; utile peraltro a dissimulare i problemi di una squadra che, a dispetto dell’abbondanza perfino insultante di fenomeni, non è una squadra. Tanto più che a Bogliasco hanno incassato con stile, nel giro di appena sei giorni, due arbitraggi almeno contraddittori: Falcone espulso da Gava (dopo la manata di Ficini al pallone) e Cordoba graziato da Tagliavento sono due esempi di opposta considerazione di episodi identici. Forse c’è troppa attesa nei confronti di quello che dovrebbe essere il nuovo corso del calcio italiano e del sistema arbitrale, usciti a pezzi - almeno sotto il profilo della reputazione, se non nella fedina - dalle vicende estive. Fatto sta che il campionato sembra ricominciato esattamente da dove era finito. Cose vecchie con il vestito nuovo. Errori arbitrali che chissà se sono tali, i soliti noti sempre in sella e sempre più arroganti per il pericolo scampato, una credibilità che si assottiglia. La Sampdoria, nella persona dello stesso Riccardo Garrone, ha preso più volte negli ultimi tempi posizioni dure e inestetiche, spesso però lungimiranti, segnalando i mali del calcio. Un altro presidente della Sampdoria ci aveva provato e raccolse quel che raccolse; meglio non pensarci, o forse ci si pensa troppo poco. Dopo Samp-Empoli, tappa inaugurale del cosiddetto nuovo calcio, Novellino ha detto: "Non voglio favori, ma rispetto". Perciò è stato multato.




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18 settembre 2006

In morte di O.F.

Io credo che esista un metro abbastanza affidabile per giudicare il valore di una persona. Ovvero il numero di nemici che arriva a collezionare. Non si tratta della riedizione depurata del mussoliniano "Molti nemici molto onore", che pure contiene non poca verità. Si tratta di un principio da tener presente, in un mondo sempre più cooptativo, signoreggiato dai cognomi e da quella logica dinastica - che, espulsa dalla sfera istituzionale, è riemersa a tutti i livelli nella società - e in una fase in cui l'unico metodo di emersione sociale e professionale è quello di compiacere il potente. Tanto che ormai viene considerato bravo non quello che se ne astiene, ma quello che riesce a farlo senza lasciare troppe tracce di saliva.
Non amavo particolarmente Oriana Fallaci, quand'ero ragazzo la ritenevo un emblema sloganistico di troppe cose che detestavo, ho letto poco di quello che ha scritto anche perché avevo altri modelli, il mio era Bruno Raschi e pazienza se questo nome non dirà niente a nessuno. Diciamo pure che l'avevo persa di vista e credevo di essermi perso poco, se penso a quante cose non ho letto e probabilmente non leggerò mai, la prima che mi viene in mente sono le "Memorie d'Oltretomba" di Chateaubriand, per non parlare di "Guerra e pace" cioé il più grande romanzo di sempre che avevo rischiato di perdermi se nel '92 la notte dell'elezione di Clinton non fossi stato di turno al giornale e mi dissi "o lo comincio stanotte o mai più", poi vorrei rileggere il Chisciotte e il Furioso, con tutto il rispetto per la Fallaci.
Poi, cinque anni fa, lessi la sua invettiva sul Corriere. Non sto a dire se e quanto ne abbia condiviso le argomentazioni, è impossibile essere d'accordo in tutto e per tutto con chiunque, idem in disaccordo. Era comunque da ammirarne il coraggio per la forza con cui sceglieva una strada impervia, immaginavo che le avrebbero dato addosso in molti come sarebbe accaduto. Soprattutto ne ammiravo la pertinacia nel combattere l'ossessione del "politicamente corretto", demone che sta avvelenando tutto, compreso il nostro mestiere.
Poi è venuto un giorno in cui ho visto in televisione un tizio che cantava o cercava di farlo. Qualche anno prima faceva lo scemo per contratto e sembrava non sforzarsi troppo nella mimesi. Poi da un momento all'altro gli fecero capire che darsi una mano di vernice, purché del colore giusto, lo avrebbe aiutato, o meglio "sdoganato", come si dice quando un impresentabile fa la mossa giusta, sempre la stessa e sempre nella stessa direzione, per diventare presentabile.
In questa sua nuova e seconda vita, il tizio che cantava scelse la strada del coraggio, tipo esibirsi, in uno scenario marginale come quello del festival di Sanremo, una sobria serenata in onore di un signore che allora svolgeva le marginali mansioni di presidente del Consiglio. Coerentemente con il rango rapidamente raggiunto di aedo della correttezza politica, un bel giorno il tizio che da ragazzo faceva lo scemo per contratto decise di aggiungere punteggio al suo statino prendendosela con la Fallaci. E lo fece in una maniera talmente ignobile e volgare che da quel momento in poi la Fallaci mi diventò simpatica, tanto. Naturalmente quasi nessuno rimproverò il tizio che da ragazzo aveva fatto lo scemo per contratto e adesso faceva il furbo, per aver dipinto la Fallaci come "la giornalista scrittrice che ama la guerra perché le ricorda quando era giovane e bella".
Poche volte mi sono misurato con qualcosa di più squallido, di più volgare, di più arrogante, di più stupido, di più maschilista. Eppure questo qua passa per un fenomeno. Purtroppo aveva ragione Flaiano: ci sono due fascismi, il fascismo dei fascisti e il fascismo degli antifascisti, difficile stabilire quale sia il peggiore, di sicuro il meno deciduo è il secondo.
E allora mi è venuto in mente che questa Fallaci, di cui ho letto poco e non credo - per i motivi che ho detto - che leggerò molto, era pur sempre una che era diventata una grandissima in un ambiente, il giornalismo, che è fottutamente maschilista ancor oggi e figuriamoci come lo era ai tempi in cui la Fallaci divenne la Fallaci. Anche per questo porto rispetto alla sua memoria e credo di essermi perso qualcosa a non leggerla. Ma a giudicare dai nemici, quasi tutti incrollabili, che ha lasciato, doveva essere una gran persona.




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17 settembre 2006

Più che Ibrahimovic, potè l'avvocato Morcella: Inter-Sampdoria 1-1

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
MILANO - C'è mancato poco che stavolta, al Colosseo, fossero i cristiani a mangiare i leoni. Davanti a San Siro in fiamme, Moratti continua imperterrito a suonare la lira, anzi a spelagarsi di euri: per confermare nel suo allenatore la teoria Zen per cui nessun uomo è così infelice come quello che veda esauditi tutti i propri desideri. I cristiani se li sarebbero davvero mangiati, stavolta, i leoni. Non ce l’hanno fatta solo perché già i leoni sono brutte bestie, ma se in più ai cristiani metti una maschera come quella di Hannibal Lecter, allora è davvero dura.
Si sapeva che il Doria sarebbe tornato deluso da San Siro, ma per riuscirci gli tocca la strada più sorprendente. I biancocerchiati infatti pareggiano una gara che avrebbero vinto, se il signor Tagliavento non avesse permesso all’Inter di disporre per tutta la ripresa di un uomo che non ci sarebbe dovuto stare, in quanto doverosamente espulso sull’azione del vantaggio doriano. Oltretutto Ivan Cordoba è stato determinante nell'azione del pari nerazzurro.
DIVARIO - Dopo il mesto liquefarsi, al cospetto del modesto Empoli, della squadra ammirata in precampionato, era giocoforza cambiare qualcosa. Ecco così Zenoni a sinistra al posto di Pieri, con Maggio sulla sponda opposta, mentre Palombo arretra a stopper, con Parola a fianco di Volpi in mediana: questi i ritocchi di necessità e buonsenso operati da Novellino, che infine preferisce Bonanni a Franceschini sull’ala sinistra. Dall’altra parte, sembra di vedere le ricche signore della borghesia che fanno pasteggiare il loro bouledogue a filetto nei ristoranti sulla piazzetta di Portofino. Mancini infatti può permettersi di lasciare in panchina gente come Toldo, Figo, Grosso e Adriano; lanciando così Julio Cesar tra i pali, Maicon e Zanetti terzini, Cordoba stopper con Materazzi, Gonzalez e Stankovic esterni; davanti, Ibra e Crespo.
Il divario di carati viene però a lungo colmato dalle idee infuse dai rispettivi strateghi, secondo la regola dei due Joplin, tutti e due musicisti di origine americana: gioca largo e profondo il Doria secondo una partitura decifrabile e anche gradevole, come il rag elegante di Scott Joplin; mentre l’Inter pratica un’improvvisazione dura e malvagia, rockeggiante alla Janis Joplin, del tutto priva della distinzione tra strofa e riff.
CAMBIO - I piani di Novellino però si scombinano dopo nemmeno un quarto di gara: su un’azione d’angolo Parola, a meno di un mese dalla lussazione alla spalla patita a Benevento, prende una botta allo zigomo sinistro, prova a continuare ma si arrende al dolore. Trasportato all’ospedale, gli verrà riscontrata la frattura del seno mascellare. Ne avrà per altre settimane, parecchie. E nel corpo umano le ossa sono 256, prima di esaurirne il collaudo traumatico ce ne vuole di tempo. Auguri. Entra Franceschini e si sistema a sinistra, Bonanni passa al centro.
Il Doria tiene, l’Inter ha due sole grosse occasioni, una in due tempi con Ibra e Vieira, l’altra con Crespo, tutti affrontati con successo da Castellazzi. In campo ci sono insomma un grizzly e un crotalo: il primo deve schiacciare, il secondo mordere danzando. Mica facile, per entrambi.
EQUILIBRIO - L’impressione è che, invertendo le conduzioni tecniche, finirebbe come a Chicago, nel garage dei nemici di Al Capone, il giorno di San Valentino del 1929. Invece la sagacia di Novellino diventa fattore di equilibrio rispetto alla non organizzata confusione nerazzurra, malgrado i frequenti imbarazzi di un Olivera con prevalente piglio da gitante. Lottano per fortuna tutti gli altri; neutralizzando con umiltà, mestiere e sudore la plutocratica presunzione di una squadra che nell’irritante irresolutezza tradisce il solo inconfondibile imprinting del suo condottiero. Se metà del tempo trascorso a ravviarsi il ciuffo, o a spalmarsi il burro di cacao nei pomeriggi freddi, lo trascorresse a sfogliare “Come si diventa un allenatore”, in Italia da tempo si giocherebbe per il secondo posto.
VELENO - La ripresa si apre nel segno del veleno. Tagliavento proprio non può non punire col rigore la clownesca trattenuta in area di Cordoba su Flachi lanciato da Volpi, ma si tiene ben nascosto in tasca il cartellino, che invece domenica scorsa Gava era stato più che pronto a mostrare a Falcone; e sarebbe bastato, essendo il colombiano già ammonito, quello giallo, anziché il giusto rosso da ultimo uomo. Ha un bel gridare Volpi. Dal dischetto Flachi segna di rabbia, ma il gravissimo errore arbitrale - il secondo in due gare - regala un uomo all’Inter, ed è proprio quello che deciderà l’1-1; falsificati quindi sia il secondo tempo che l’intera gara.
REAZIONE - L’Inter sbuffa fuoco dalle nari, subito Ibra di testa sfiora il palo destro. Questo capita, a svegliare i draghi addormentati. Il bosniaco di Svezia, scucito alla Juve insieme con un opinabile scudetto, va indemoniandosi; e al quarto d’ora, quindi con un’ora di ritardo, Novellino richiama Olivera per Pieri. L’ex udinese consente a Zenoni di tornare a destra, ma all’ala con Maggio che resta dietro. Nell’Inter ecco Figo per Gonzalez. Cambia però poco: lo schema monotematico nerazzurro è il traversone per gli attaccanti, avvantaggiati in statura rispetto all'improvvisata coppia doriana, dove Palombo però conferma una buona duttilità tattica.
VALIGIA - Col tempo guadagna campo l’Inter, costringendo il Doria a un gioco di rimessa volenteroso quanto improduttivo. Traballano i biancocerchiati, Vieira è in sottile offside quando segna un pari vanificato dal guardalinee. Il tempo si strozza, i nerazzurri accelerano all’inverosimile, c’è ormai una sola metà del campo in cui si gioca e desolato Julio Cesar presidia l’altra. Il Doria è ormai come la valigia senza spago del Pablo: solo un po’ d’amore, solo un po’ di rancore - soprattutto rancore - lo tiene insieme. Tutto sommato è giusto: hanno ammazzato il Doria, il Doria è vivo.
FINALE - La metà campo diventa un’area, quella di Castellazzi. Ecco in campo anche Adriano, parla la stessa lingua dei genitori di Da Mota e come il doriano all’inizio era in panca. Fine delle analogie, per ora. Sull’ennesimo corner ecco l’autorete di Bonanni, ingannato da Castellazzi che esce in maniera non perfetta. C'è ancora troppo tempo da percorrere, lo stadio nerazzurro sente l'odore del sangue, la sensazione che possa finire come due anni fa è forte. L’arbitro annulla un gol di Adriano, che pure si era appoggiato su Palombo. Da qui in poi molta confusione, senza più eventi. Il pari finale è gonfio di rimpianti. Tutti in chiave blucerchiata. E l'uomo decisivo per l'Inter, più che Ibrahimovic, si è rivelato Manlio Morcella, avvocato penalista in Orvieto, che nel maxiprocesso di luglio aveva fatto assolvere Tagliavento dall'accusa di far parte della "combriccola romana". Stavolta forse non era combriccola, ma milanese sì.


MILANO – Flachi è Milano, un olé da torero. Bonanni è Milano, che quando piange piange davvero. Milano è queste cose, chiudi gli occhi e voli via. Il grande sogno svanisce a 10’ dalla fine, quando due anni fa tutto e cioè il peggio doveva ancora accadere. Allora, nel finale, ci fu spazio per il 2-0 di Kutuzov e per il terrificante tris di Martins, Vieri e Recoba, a spezzare le ossa e l’anima a un Doria incredulo quando agghiacciato. Stavolta, dopo il preterintenzionale tocco autolesionistico di Bonanni, mezz’ora dopo il rigore di Flachi, con Cordoba abusivamente in campo, c’è stato spazio soltanto per veder diventare sempre più piccolo, nel cielo nero e vorace di Milano, il palloncino rosso di una vittoria che sarebbe stata storica. Invece niente; ed ecco che il ciclo senza successi, che nasce dal 4-2 al Messina del 12 febbraio, si allunga a 15 tappe, record storico, con 5 pareggi e 10 sconfitte. E stavolta lo sarebbe stato davvero, “Miracolo a Milano”, streghe buone a cavallo della scopa e la classe operaia doriana in paradiso.
IL 10 - "Avremmo potuto vincere – dice il numero 10, che sul dischetto ha dato un calcio a tutta la rabbia di questi attimi e di questi giorni – ed è un peccato perché avevamo giocato bene, ma questa partita ci servirà come bagaglio di entusiasmo per le prossime tappe del nostro campionato".
IL MANCINO - E’ lo stesso malincuore di Flachi quello che squassa Massimo Bonanni, che dopo una buona gara si è visto cadere dalle mani la bottiglia che stava per stappare a festa. "In questo 2006 – sospira – non riesco proprio a far girare la ruota, per come si era messa ormai ci speravo, io come tutti i miei compagni. Invece su quel corner Luca è uscito, Cordoba mi stava vicino ed è successo quel che è successo. Ma dobbiamo andare avanti, traendo da questo pareggio la convinzione che siamo una squadra che può fare grandi cose".
RIMPIANTI - Ma non è l’autorete di Bonanni il baricentro della gara, ruolo che spetta piuttosto all’episodio del rigore. "Ci siamo toccati – ricorda Flachi – io e Cordoba e sono caduto quando ormai ero davanti alla porta. Forse il difensore poteva essere espulso, ma bisogna portare pazienza e guardare avanti. Ci tenevamo a fare il colpaccio, anche perché per uscire definitivamente da un periodo difficile ci serve un grande risultato e stavolta ci eravamo davvero andati vicini. Invece è arrivato il loro gol, per fortuna dopo quell’episodio non è più successo nulla. Ci sarebbe mancato altro".
"Certo, domenica scorsa – incalza Bonanni – Falcone si era visto mostrare dall’arbitro il cartellino rosso diretto, stavolta a Cordoba è andata diversamente, così adesso stiamo qui a parlare di un risultato che avrebbe potuto essere molto diverso".
ORGOGLIO - Entrambi i protagonisti della partita di San Siro concordano comunque sul peso specifico significativo di questo punto, che alla vigilia sarebbe potuto sembrare utopico. "Se abbiamo pareggiato largamente in casa della superfavorita per lo scudetto – osserva Flachi – vuol dire che abbiamo valori importanti. Noi lo sapevamo, ci mancava una conferma in termini di risultato ed è per questo che mi rode aver mancato i tre punti. Non ci resta che guardare alle prossime partite con la forza che ci viene dall’aver messo paura all’Inter".
(steris)

(Corriere Mercantile, 17 settembre 2006)




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15 settembre 2006

Aspettando Inter-Sampdoria: quel 1° maggio della Riviera Blucerchiata a S.Marino per S.Marino-Scozia

Sarà che ho ecceduto nel gustare, ed era la prima volta nella vita che mi addentravo nel suo mistero, quel Brunello di Montalcino scelto per festeggiare la prima copia del nuovo romanzo Adelphi della contitolare della mia ditta, nelle librerie dal 20 settembre col titolo - massì, facciamola pure la marchetta promozionale, tra l’altro lei se la merita, per le qualità letterarie che quasi controbilanciano le sue innumerevoli controindicazioni esistenziali - di “Cuore di mamma”, se ve lo comprate aiutate una famiglia. Sarà che mi ha intenerito e immalinconito vedere Rowan, sei mesi, irlandese vero (rosso e occhi chiari) a dispetto del papà italiano, il figlioletto della mia bella vicina di casa Mary Fionnuala, che abita qui da sei anni ormai ma penso tornerà in Irlanda col pargolone. Sarà che domani sera torno a San Siro, ma insomma tra libri, Eire e Milano mi viene in mente San Marino.
Già. Perché mercoledì 1° maggio 1991, a quattro giorni da quella Inter-Sampdoria che sarebbe diventata la partita più importante della storia di molti di noi, io e altri venti matti decidemmo di ingannare l’attesa nel più strano dei modi. La domenica precedente il Doria aveva battuto il Bari assai a fatica, 3-2 a Marassi, per i pugliesi aveva segnato anche il povero Cucchi, una delle tre reti doriane aveva finito per coincidere con una delle rare marcature su punizione di Mancini, che domani sera cercherà di schiacciare la testa a quindici anni della sua vita.
Era un Doria ormai stanco, si trascinava da tempo, da metà gennaio non aveva più perso una partita e anzi aveva infilato una serie di sei vittorie consecutive che l’avevano riportata in testa. A quattro turni dalla fine aveva tre punti sull’Inter e quattro sul Milan, e si parla di quando ancora la vittoria valeva due punti. Bastava insomma non perdere a San Siro ed era fatta.
Serviva anche far passare i giorni fino a quella partita. Cos ci inventammo la trasferta internazionale. Che poi non era la prima della stagione, anzi. Eravamo andati in pullman a Kaiserslautern, in aereo ad Atene, in treno a Varsavia fermandoci al ritorno a Vienna, per sventolare una bandiera del Doria da una cabina della ruota del Prater dopo aver visto Prohaska che allenava l’Austria Vienna in un campetto antistante lo stadio nazionale. E adesso c’era finalmente da rivedere una partita della Scozia.
Al Mondiale italiano, avevamo avuto la fortuna di veder giocare a Genova due volte la Scozia (delusioni sia con la Svezia che con la Costarica) e una volta l’Eire, quest’ultima per gli ottavi di finale con la Romania, vinti ai rigori con segnatura decisiva di Houghton, l’avevo seguita in tribuna superiore con i biglietti regalati da un mio futuro collega, insieme con una ex compagna di università che adesso fa il magistrato ad Asti, ha sposato un magistrato e ha un figlio già di sette anni che non ho mai visto. Tifavamo Eire, ovviamente, la Scozia era già andata a casa. Eppure gli scozzesi, nei loro giorni genovesi, ci avevano insegnato sia a bere che a rimediare al bere, primo fra tutti il trucco del fernet branca (come facessero a conoscerlo in Scozia, è rimasto un mistero), cioé: quando stavi male, dopo una sbronza, quasi a soglia elicottero, bastava un fernet branca e ti rimettevi in sesto. Funzionava.
Dovevamo esorcizzare l’attesa di Inter-Doria: ed eccoci io, Noce, Volpe, Mazzino, Magnoli, Mela, Ferra, Candimarmo, Minetti, Bubba e insomma i miei amici degli anni più belli su un pulmino da 20 (di più non avevamo avuto modo di raccogliere) in viaggio per San Marino, con le maglie della Scozia e le sciarpe del Doria. Arrivammo in tarda mattinata, andammo sulla Rocca, Volpe si inerpicò chissà perché - o meglio so io perché - su un muraglione altissimo per tenere un discorso alla truppa, pensai “ora cade” e invece non cadde. Giravano certi liquori colorati, alcolicissimi. La sede della Federcalcio sanmarinese e del Faetano Calcio (una delle squadre del locale campionato) era in un albergo ristorante, andammo a chiedere i biglietti e ci dissero di presentarci direttamente allo stadio. Quando arrivammo, cominciava a piovere e gli scozzesi erano già tutti nella tribunetta di tubi scoperta antistante a quella in cemento. Piovve per tutta la partita, uno scozzese vide la mia maglia e voleva scambiarla con una sciarpa in tartan, poi mi mise al collo la sciarpa e allora io gli diedi la mia, quella sciarpa in tartan me la misi anche la domenica successiva a San Siro in tribuna stampa ma questa è una storia che racconterò un’altra volta. Di quel San Marino-Scozia posso dire che finì 0-2, il primo gol lo segnò Strachan su rigore e il secondo non lo ricordo più, migliore in campo Benedettini, il portiere del San Marino che avendo la patente C guidava il pullman della squadra nelle trasferte europee. Festeggiati dagli scozzesi, tornammo a casa tutti abbastanza alticci, il pulmino non aveva servizi; e per quanto avevamo bevuto, molti di noi si risolsero, strada facendo, a utilizzare le bottiglie di plastica dell’acqua minerale come pappagalli, per non costringere l’autista a soste continue, da che la frase immortale di uno di noi che era già dottore: “Vent’anni sui libri e finire a pisciare dentro le bottiglie!”. Era lo stesso che, ubriaco perso, la notte tra il 18 e il 19 maggio di tre anni prima, di ritorno dalla finale di Coppa Italia a Torino, vinta col gol di Salsano a 7’ dai rigori, sui sedili dell’ultima fila, tra Moncalieri e l’autogrill di Ovada si era abbandonato ad atti osceni con l’amica della giornalaia della stazione, anche lei bella che andata a forza di birre prima e dopo la partita, credendo che nessuno si interessasse alla loro dinamica e invece mezzo pullman faceva il tifo.
Questa era la Riviera Blucerchiata 1988, il gruppo di doriani figli dei primi doriani di Sestri Levante e dintorni, coraggiosi apostati o eresiarchi in una delle zone più rossoblù del Creato. Era o meglio è ancora, visto che nella gradinata la Riviera c’è ancora, anche se i fondatori di allora si sono dispersi: chi fa l’amministratore di condomini, chi il comandante di navi da crociera, chi la segretaria di un manager di alcune dive del mondo dello spettacolo, chi l’agente di viaggi, chi il ferroviere, chi gestisce un ristorante, chi perfino il giornalista. Ma nessuno di tutti questi può dimenticare la trasferta a San Marino per vedere la Scozia, nemmeno cento ore prima che Mazzino uscisse da San Siro per ultimo, lui che tanto somiglia a Flachi per sfacciataggine e anche per talento (se solo ne avesse avuto voglia...), gridando agli altri: “Oh ragazzi! Ma ve ne rendete conto che abbiamo vinto lo scudetto?”. Fu in quel momento che me ne resi conto io, e non lo dimenticherò mai.
E’ un ricordo scritto di getto, senza rileggerlo. E’ un ricordo fatto di molti ricordi e che finisce con l’urlo di Mazzino. Ogni volta che torno a San Siro, come capiterà domani sera, non potrò fare a meno di ripensarci.




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14 settembre 2006

Storie di portieri

GIANLUCA PAGLIUCA, LE MANI SUL TEMPO
Mattia Pagliuca ha quattro anni e mezzo, è nato di maggio, forse papà Gianluca gli ha già fatto vedere la cassetta di quel 5 maggio ‘91, con la parata più bella e importante della sua carriera. "Non so - dice Pagliuca senior - se giocherà in porta anche lui, per ora spero solo che faccia sport, andrebbe bene anche il basket o il tennis". Per il momento a fare il portiere, come da vent’anni e quasi sempre in A ("Anche l’anno scorso ho giocato sempre, ma era B e non conta..."), ci pensa papà. E’ ormai sul punto di strappare a Zoff, domenica prossima contro il Messina, il primato di portiere più presente nella massima serie: sarà la gara numero 571, una in più del campione del mondo di Madrid. Davanti a lui, dalle parti di Giove e oltre l’infinito, ormai soltanto Paolo Maldini, che ha un malloppino di tredici partite di vantaggio, anche se non ha mai giocato altrove dal Milan e - a differenza dell'antagonista - sempre in serie A. Entrambi hanno un rimpianto legato alla Nazionale, consolidatosi due mesi fa. Maldini ha lasciato dopo il mesto liquefarsi della squadra trapattonesca in Portogallo, soffocata da se stessa e dalla torta scandinava, e così il 9 luglio sulla fascia sinistra azzurra non c'era lui ma Grosso; Pagliuca ha sfiorato per due volte il titolo mondiale, prima negli States e poi a Parigi, sempre uscendone respinto ai rigori e non per colpa sua, che il suo dovere l'aveva fatto, ma per imprecisione dei compagni tiratori.
La parata della vita è stata un’altra, ma avrebbe potuto essere quella su Marcio Santos al Rose Bowl di Pasadena, il 17 luglio ‘94 quando in Italia era già l’indomani; invece no perché quel giorno in California dei suoi compagni d’arme avevano fallito in tre (Baresi, Massaro e Baggio); a Berlino invece Buffon non ha parato nemmeno un rigore, ma gli azzurri hanno fatto cinque su cinque. "Il calcio è questo - ammette - se tutti i miei compagni avessero segnato, anch’io sarei diventato campione del mondo. E’ andata così".
Di quella gara resta così soltanto il ricordo di un bacio, dato al palo che aveva respinto un pallone di Romario mal trattenuto da Pagliuca, nel secondo tempo supplementare. Dire fare baciare, sì ma il tempo non lo puoi fermare: era un pomeriggio di gennaio del 1988, la sede era ancora al 33 di via XX Settembre, il preparatore dei portieri Pierone Battara puntava l’indice verso quel ragazzone rosso rosso in volto, rannicchiato su una sedia d’angolo di una stanza del settore giovanile. Il mercoledì precedente Pagliuca, in una delle prime occasione da titolare nel Doria, aveva commesso un errore enorme: in gita fuori dai pali, aveva preso gol da un certo Carillo.
Battara disse al cronista, di poco meno giovane del debuttante: "Lo vedi questo? L’altro giorno l’ha fatta davvero grossa, ma diventerà il più bravo di tutti". L’aveva fatta grossa proprio contro l’Ascoli, oggi la società che gli permette di entrare nel libro dei record.
Lo è diventato davvero, il più bravo di tutti. Per sette anni nel Doria, conquistando quasi ogni sogno. Poi è andato all’Inter, ma l’unico scudetto è rimasto quello doriano. A Marassi, da ex, lo fischiavano sempre, per via di un malinteso mai sanato, si era messo contro l'idolo locale Mancini. E’ tornato nella sua Bologna, retrocedendo l’anno scorso dopo una gara non vinta con il Doria.
Un anno in B, ora eccolo di nuovo in A. "E la partita contro i blucerchiati arriva troppo presto. Avevo avuto davanti il Doria - ricorda - anche nella mia ultima in A nel Bologna, nel maggio dello scorso anno. Un pari che non servì a nessuno. Sbagliò un gol facile Tare, idem Rossini. Il Doria restò fuori dalla Champions, noi andammo allo spareggio salvezza. Se penso a quel che intanto succedeva attorno, ma che si sarebbe saputo troppo tardi...".
Inseguendo un primato difficilmente superabile, Pagliuca ha attraversato tre generazioni di portieri. "Il calcio - osserva - è cambiato, prima era più lento e tecnico, adesso si punta molto sull’aspetto fisico e atletico e così le occasioni da gol nascono soprattutto su calcio da fermo. Ma in buona sostanza il lavoro per noi portieri è rimasto lo stesso di sempre. Anzi, è peggiorato perché c’è meno tempo per ragionare, prepararsi, piazzarsi".
Ragionare, prepararsi, piazzarsi. Come quel giorno a San Siro, davanti al miglior rigorista del mondo, a mezz’ora abbondante dalla fine di una partita che valeva lo scudetto. "Non è stata - ricorda - la parata più difficile della carriera, di sicuro la più importante. Nel giorno più bello della mia vita di sampdoriano. Mio figlio l’ha già visto, quel rigore. Anche se forse non ha ancora capito che cosa voglia dire vincere uno scudetto nella Sampdoria. Ma forse devo ancora capirlo perfino io". Se è per quello, più di quindici anni dopo e quindi con l’affetto che supplisce alla memoria, anche quasi tutti i sampdoriani.

***
GIGI TURCI, CAMPIONE IN CAMPO E FUORI
Alla Sampdoria, quattro anni fa, era riuscito a dimostrarsi più forte di un brutto infortunio in precampionato. Quindi con tutti gli altri era incappato in un novembre nero, imponendosi alfine come protagonista della promozione: restano nella memoria i duelli (vinti) con Maniero a Palermo la sera dell’Epifania e con Schwoch a Vicenza nella gara decisiva. Ma in serie A, con la maglia del Doria, Gigi Turci ci ha giocato poco, soltanto quando Antonioli era infortunato (tre volte in due stagioni) oppure quando i giochi erano già fatti (due gare nel 2004, dopo il crollo a Modena e a Marassi con l’Udinese).
Si è sempre detto, a ragione, che un Turci in panchina era uno spreco, con tanti portieri improvvisati a far da titolari altrove. Così due anni fa Gigi se n’è andato a Cesena. In bianconero, gli stessi noncolori di quell’Udinese in cui aveva fatto le cose migliori della carriera, prima ha sfiorato un’altra promozione, ora sta confermando che se ci si allena seriamente, anche un portiere nato nell’anno di Italia-Germania 4-3 può essere ancora un punto fermo. Lunedì sera, purtroppo per lo Spezia, è stato il migliore in campo del Cesena e promette un’altra stagione importante.
Ma a Genova e a Riva Ponente - la suggestiva e tranquilla frazione di Sestri Levante dove viveva con la famiglia, lontano dalla consolidata conventicola nervioquintese dei calciatori - Turci ha lasciato un bel ricordo anche per il suo profilo di uomo. Del calciatore, già si sapeva. La persona si è rivelata ancor più lontana dalle ovvietà del calcio di quanto non fosse la sua residenza rivierasca. Interessi culturali e civili, ragionevolezza, carattere mite ma fermo, lungimiranza e la naturale simpatia di quelli che non cercano a ogni costo di esserti simpatici: tutte doti che portano ancor oggi molti doriani a informarsi, ogni settimana, sul risultato del Cesena. E a conservare un numero sulla rubrica del telefono, e un numero 1 blucerchiato idealmente sulla schiena del terzo portiere, dopo Battara e Bistazzoni, capace di riportare il Doria in serie A.is




permalink | inviato da il 14/9/2006 alle 13:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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