.
Annunci online

stefanorissetto
un modo di guardare


Diario


28 febbraio 2007

Cinque volte il giro del mondo (Elegia denegata)

Ci sono cascato anch'io, quando avevo pubblicato la mia "Elegy for an old car", tanta poesia per Dorando Petri e Marino Basso che cadevano sul traguardo, invece il nostro collega S. ce l'ha fatta a portare il cuore della sua Tipo bianca (o meglio ex-bianca) oltre l'ostacolo dei 200.000 chilometri.
In Libia, durante l'esaltante (spezie, piccanterie, dolciaria araba) quanto avvilente (no alcohol) cena al Korinthia Hotel di Tripoli, la sera prima dell'amichevole del Doria, S. ci aveva annunciato l'imminente rottamazione della storica vettura, a beneficio di una Mégane. Una resa anonima quanto storica. Poi non ci avevamo più pensato, neppure la domenica seguente a Parma, quando in sala stampa dopo la gara S. ci aveva detto che era venuto con l'auto del cognato.
Poi, nel giro di una settimana, il colpo di scena finale. Ci eravamo illusi, il differimento al 18 aprile della trasferta di Udine (1300 km complessivi) ci era parso un segno del destino.
Invece in pochi giorni S. ci ha dato scacco matto. Prima è andato a Laigueglia per la corsa ciclistica, poi domenica scorsa è venuto a Milano per Inter-Doria: ed ecco che la fatidica quota è stata scavalcata.
L'evento si è compiuto al ritorno e ha rallegrato la nostra discesa lungo la camionale mussoliniana. Avvisati telefonicamente presso Dorno della mancanza di 53 km al traguardo, abbiamo percorso il resto del cammino quasi con compunzione, in religiosa attesa della chiamata che avrebbe sancito la vittoria di una scommessa lanciata molto tempo prima. Il telefono di V., che era al volante della nostra piccola Nissan a nolo, è squillato mentre costeggiavamo la raffineria Iplom, con le sue torri di decantazione che sembrano giganteschi sassofoni. Così abbiamo festeggiato l'evento inondando di claxonate la notte di Busalla. S. ci avvisava di aver tagliato il traguardo nei pressi del casello di Serravalle Scrivia ed è lì che vorremmo, autorità di gestione del tratto autostradale assenziente, porre un cippo commemorativo a forma di Tipo, oppure qualche vestigio della Tipo medesima, ormai trionfalmente avviata alla meritata rottamazione dopo aver fatto quasi cinque volte il giro del mondo.




permalink | inviato da il 28/2/2007 alle 14:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


26 febbraio 2007

A bout de souffle: Milan-Sampdoria 1-0

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
MILANO – All’ultimo secondo, quando forse pensava di avercela fatta, il Doria lascia al Milan una vittoria ottenuta più per inerzia che per volontà e concretezza, al termine di una gara all’insegna delle reciproche debolezze. Non aver sfruttato la superiorità numerica di gran parte del primo tempo è rimpianto che resta, al pari del palo centrato da Palombo: ma a fronte di una squadra che resta fra le più temibili d’Italia e non solo, la resa in extremis di ieri sera è ancor più amara. Dopodomani con l’Atalanta mancheranno la Sud oltre le griglie e in campo Olivera e Bonazzoli, entrambi avviati all’automatica squalifica: sovrapprezzo pagato per un risultato che punisce il Doria più di quanto non premi il Milan, che trova per terra il biglietto vincente e lo raccatta per obbligo di nobiltà. Che poi senza Flachi il tasso di imprevedibilità si attenui di molto, non è scoperta di ieri sera: ma anche a San Siro il Doria ha dimostrato di saper convivere con le difficoltà, fino all’esitazione fatale.
ESPULSIONE - Nel Doria la defezione di Bastrini obbliga Novellino a presentare una corsia di destra con Maggio e Olivera, mentre Zenoni e Ziegler sferragliano sulla fascia opposta. Senza sorprese il resto dell’assetto doriano, che vede in avanti Bonazzoli preferito a Bazzani come spalla di Quagliarella. Dopo un avvio all’insegna dell’elisione reciproca, è Palombo a far tremare il palo alla sinistra di Dida con un violento destro da una trentina di metri. Subito dopo Bonazzoli difende palla, si lancia verso l’area e costringe Oddo al fallo da espulsione, a una manciata di centimetri dal rigore. Dopo la vana punizione di Volpi, Ancelotti richiama Oliveira per ripristinare la linea difensiva a quattro, alle spalle di una mediana in cui Kakà si allinea ai compagni, con Ronaldo unica punta dopo soli 10’ di gara.
IRA - Il vantaggio numerico, anziché il Doria, ringalluzzisce il Milan, che prova a convertire l’iracondia in geometria; ma gli ospiti si attrezzano a sfruttare la situazione e reggono agevolmente il confronto. Certo, ai solisti rossoneri basta un’oncia d’aria per intonare acuti immani: è così Kakà a metà frazione a impegnare Castellazzi in una parata arrischiata. Il divario di classe tende platealmente a controbilanciare quello di unità in campo. Sul primo corner, il Doria con Maggio induce Dida a una parata da artista, ma è una giocata troppo bella per essere vera. Olivera produce poco e così a destra il Doria non affonda, mentre a sinistra analogo risultato si deve allo scarso affiatamento tra i due “Z”: occorre così affidarsi all’affondo episodico al centro, dove però la difesa rossonera non sbanda più di tanto.
ASSALTO - Ridisegnato in chiave emergenziale, il Milan nulla consente alle velleità doriane, destinate per tutto il primo tempo a esaurirsi nel legno colto da Palombo. Neppure Castellazzi corre grossi rischi, ma sulla tre quarti ospite la pressione è costante, potenzialmente fonte di opportunità destinate a restare sulla carta. Il gioco esterno rossonero, infatti, risente del dovere di moltiplicare gli sforzi per supplire all’inferiorità e così l’assalto alla porta doriana si sviluppa attraverso giocate celibi, scaturite dall’inventiva individuale piuttosto che da una progettualità collettiva: così per la saetta di Kakà che trova pronto il numero 1 doriano, poco prima che Olivera, rimediando due cartellini in poco più di cento secondi, riporti il Milan in parità numerica. Ovvia la mossa di Novellino, che lascia Bonazzoli solo in avanti, mentre Quagliarella arretra all’ala destra. L’intervallo così arriva senza danni.
RIPRESA - Anche dopo la pausa, il gioco del Milan passa dai piedi di Seedorf, il più lucido e continuo dei rossoneri nel raccordare i reparti e tessere trame credibili. A suonare la carica è Ambrosini, un cui colpo di testa sibila di poco sopra la sbarra. Di contro il Doria tende a sclerotizzare l’andamento del gioco, per meglio governare pause e accelerazioni, senza tuttavia riuscire a trovare il varco buono per riavvicinarsi concretamente a Dida. Accusano però i rossoneri la fatica di un’ora controvento e i biancocerchiati guadagnano campo e ardore, pur nell’assenza di sbocchi concreti alla ritrovata vena.
SFURIATA - Col passare del tempo, il Milan tende a farsi degno del proprio lignaggio e al culmine di una plateale sfuriata costringe il Doria a un supplemento di cautela, che ulteriormente riduce le sortite nella metà campo rossonera. Si avverte dolorosa l’assenza del genio di Flachi, che in un contesto così affollato d’angoli retti sarebbe stato l’uomo adatto per individuare vincenti codici di geometria esistenziale. Ancelotti richiama prima l’affaticato Seedorf a vantaggio di Pirlo, poi un Ronaldo del tutto inconcludente per Inzaghi, verso l’ultimo assalto. Proprio allo scadere è Ambrosini a pescare il jolly, infliggendo al Doria una sconfitta amara quanto immeritata.

(Corriere Mercantile, 26 febbraio 2007)




permalink | inviato da il 26/2/2007 alle 20:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


24 febbraio 2007

Dicono che andrà a piovere

Dicono che andrà a piovere. Domani sera a San Siro sarà comunque una partita "senza".
Senza tifosi, perché i doriani hanno rinunciato alla trasferta dopo i manieristici tira e molla di chi governa il calcio italiano con un joystick mal tarato e senza il minimo di competenza, pensando che si tratti di un modo per far soldi o di un problema di ordine pubblico, e certo che è anche queste cose, ma soprattutto si tratterebbe di un oggetto di amore, un metodo per sentirsi meno soli, l'unico modo oggi di sventolare una bandiera senza farsi un poco schifo da soli. Il settore ospiti sarà vuoto.
Senza entusiasmo, perché da una parte il calcio italiano ha preso l'andamento di una partitura per pianola meccanica, dove le parti sono assegnate in partenza e radicalmente immutabili, e in questa selva di binari come quelli che sfociano in Centrale (la stazione dei miei rimpianti) il Doria galleggia in un programmatico anonimato, procedendo col pilota automatico verso nessun obiettivo, lontano dalla lotta per la salvezza così come da quella per le coppe europee.
Senza Flachi, l'unico giocatore che in questi anni in bianco e nero mi ha fatto vedere qualcosa a colori, dubito ormai che lo rivedrò in campo con quella maglia che aveva fatto sua e il numero 10 che si era guadagnato come un rango militare d'onore e di fatto. S'è rotto lo specchio, mezzanotte è passata, l'incantesimo è finito, c'è troppo nulla qui.
Senza la Tipo di S., il collega della scommessa che ha accompagnato lunghi anni di trasferte, domani sera verrà su con una Megane e non sarà più la stessa cosa.
Senza le cose più importanti che mi evoca vedere Ronaldo su un campo di calcio, ovvero una delle interviste più belle della mia carriera, il brasiliano stava per venire in Italia e Manuel Vazquez Montalban era estenuato dalle interviste su Carvalho, seduto nella hall del City Hotel. Era a Genova per il festival di poesia, io mi piazzai davanti a lui e gli proposi "che ne dice se parliamo di calcio?". Ci ritrovammo due sere dopo a Portofino dal Batti, in un gruppo ristrettissimo di pezzi grossi della politica, organizzatori del festival e un giornalista, io, il capo ufficio stampa mi aveva detto che la mia presenza era opportuna, infatti pazientemente io e Montalban cercammo di spiegare malinconia e mistero del calcio agli altri, gli scampi erano meravigliosi e il vermentino anche. Chissà cosa direbbe Manolito di Ronaldo che ha fatto il giro di Real, Barça, Inter e Milan, Giuda a 360°, chissà.
Senza l'entusiasmo insomma di quando tutto era da fare, di quando si andava a Milano da poveri veri eppure si vinceva, oppure da ricchi veri e si vinceva. Adesso siamo qualcosa che non è, magari vinciamo ma sarà una sconfitta mascherata. Quando vincemmo da poveri veri, a pensarci bene non tanto veri perché i tempi stavano per cambiare, nel Doria giocava Chiorri e nel Milan Novellino.
Gli ho chiesto spesso di quel 22 marzo 1981, la mia prima trasferta da solo, senza mio padre ma col suo permesso. Novellino mi dice che se la ricorda ma per lui era una partita come tante. Come quella di domani sera, ormai, per me.




permalink | inviato da il 24/2/2007 alle 21:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


23 febbraio 2007

Un angelo caduto in volo, questo tu ora sei

il personaggio
di STEFANO RISSETTO
Un angelo caduto in volo, questo tu ora sei, in tutti i sogni miei. Francesco Flachi positivo per cocaina è solo l’ennesima conferma di come Nostro Signore sia al timone ma il diavolo, nella vita di ognuno, spali nella caldaia gesso affumicato che non è carbone e quindi ingannerà turbine ed eliche. Essere destinati ad amoreggiare con l’impossibile dissolve il senso del limite, spinge a costruirsene altri. Invadente è stato il destino di Flachi, fin dall’apprendistato nella sua Firenze di cui non sarebbe stato che malinconico re in esilio. In lui la Fiesole vedeva Antognoni, oppure Baggio, comunque l’avvenire; ma Francesco amava Mancini e ne ebbe in dono la maglia: pareva un regalo, era un’investitura di legge salica.
A diciannove anni Rimbaud era già vecchio e aveva scritto tutto quello che c’era da scrivere; avrebbe fatto in tempo a finire mercante d’armi tra l’Egitto e la follia. L’orizzonte di Flachi era invece a metà strada fra Chiorri e Mancini, ovvero colui che sarebbe stato il più grande e quello che riuscì a diventarlo. Lo scovarono, dall’oblio cui stava precipitandosi, i generali superstiti nella sede assediata di Campetto, in quel lungo e infame Otto Settembre ancor oggi in parte inconcluso. Mantovani e Arnuzzo scommisero sul suo talento, a dispetto di un guaio premonitore: implicato ventunenne in un’indagine per traffici illeciti, ne era uscito pulito in istruttoria. A lungo si sarebbe dimostrato più forte delle sue debolezze, in un braccio di ferro con se stesso. Nella storia doriana Francesco è stato la Mille Miglia del Quarantasette, un urlo di motori per strappare la gente dalle case, in un panorama di occhi divorati in terra. Tutto quello che ha fatto lo avrebbe reso degno dell’Era dei Sette Trofei; invece l’età lo portò qui quando già imperversavano maschere e pugnali, la squadra vincente era ormai dispersa per ogni dove; e i suoi reduci avviati, molto prima del triplice canto del gallo, a venir rinnegati dai tifosi di una volta. Ereditava macerie e si chinò a terra per ricostruire quel che si poteva.
Il primo anno e il secondo sfiorò la A, il terzo salvò la squadra dalla C. Poi arrivarono Garrone, Marotta e Novellino, decisi a fare piazza pulita e quasi la fecero. Francesco infatti è il quasi. Anche cinque anni dopo la rivoluzione di velluto, il numero 10 resta l’unico anello di congiunzione tra le Sampdorie dei due millenni. Chi non ha visto Chiorri e Mancini in campo, cioé i venti-trentenni di oggi, ha in Francesco un paradigma della classe assoluta dei predecessori: quasi impossibile enumerarne le reti, i suggerimenti, i colpi di genio del fuoriclasse puro. Il tutto, purtroppo, sempre accompagnato da un asterisco legato alle asprezze, alle intraducibilità, ai geroglifici di un carattere puro e semplice, quindi complicato in un mondo che rifugge la chiarezza. Negli ultimi mesi, le cose si accaniscono: prima Francesco resta impigliato in una telefonata sventata, in cui una previsione sul derby di Roma gli costa due mesi di squalifica. Poi i ladri gli visitano la casa. Infine, il prossimo 4 aprile, un’udienza presso il giudice di pace per difendersi da un’accusa di diffamazione. Adesso questa faccenda dell’antidoping, che sembra riportare indietro le lancette di dieci anni, oppure strapparle dal quadrante.
Il ragazzo che si accontentava soltanto dell’impossibile è un padre di famiglia, con Valentina che gli ha dato Benedetta e Nicolò. Ma come tutti non riesce a staccarsi dalla sua ombra, che lo segue e ogni tanto lo strattona.
E le dolcezze son come le amarezze. La storia di Francesco Flachi sta tutta nelle sue rovesciate, con le due di Perugia su tutte: 13 dicembre 2003, notte di Santa Lucia, chi c’era amava dirne Ho visto cose che voi umani non potete immaginare, e infatti tre anni e qualcosa dopo non restano che lacrime nella pioggia. Ma sta anche nell’infelice felicità del centesimo gol doriano, tanto inseguito e meritato per poi non poterlo festeggiare, con degli assurdi calzettoni neri sulla divisa bianca, nel pomeriggio di una brutta sconfitta a Empoli. Sta soprattutto quasi al Circolo Polare, impressioni di settembre di tanto, tanto tempo fa; siamo allo stadio di Reykjavìk, per la sua prima da ct (l’ultima sarà a Berlino ma nessuno ancora lo sa) Lippi si è portato un po’ di sampdoriani e a uno a uno li mette in campo. Per dire: Bazzani fa il titolare, solo dopo un’ora di gioco lascerà il posto a Toni. L’ultimo è Francesco, si è tolto la tuta, è già pronto a entrare, il quarto uomo ha la lavagnetta luminosa a mezz’aria, appena la palla va in fallo laterale la alzerà. Invece la palla non esce, si fa male Zambrotta, l’Italia sta perdendo e quindi Lippi preferisce far entrare Favalli, Flachi torna a sedersi in panchina, non verrà mai più chiamato in azzurro. "Se ho una colpa - ha sempre detto - è quella di fidarmi del prossimo, pazienza se rischio di prendere fregature". Quante se ne prendono, di fregature. E comunque nessuno butterà via il disco con Alabama Song e The End solo perché Morrison era un tipo un po’ così. Quanta storia dell’arte non supererebbe neanche lei l’antidoping; e non per questo la vita sarebbe più bella, anzi meno brutta. Perché la vita è quella cosa impossibile da fare con donne fedeli e uomini sensati. Infine: non giudichi chi non vuol essere giudicato; buonanotte, torna presto e così sia.

(Corriere Mercantile, 22 febbraio 2007)




permalink | inviato da il 23/2/2007 alle 12:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


21 febbraio 2007

Sei stato felice, Francesco

Hanno trovato Flachi positivo all'antidoping per cocaina. Ho dovuto lavorarci, su questa notizia, ed è stato un dispiacere.
Francesco è un ragazzo come tanti della sua età, cresciuto in quel bosco sporco che è la vita, più forte in alcune cose e più fragile in altre.
Avendo anch'io fatto molti errori e violato consapevolmente svariati Comandamenti, non mi permetto di giudicarlo.
Da semplice spettatore e da osservatore professionista, devo dire che Flachi mi ha fatto vedere cose bellissime. Nel privato è inciampato in un paio di contrattempi, ma basta pensare a Maradona e il discorso è chiuso, se passassimo all'antidoping la storia dell'arte e non solo quella contemporanea dovremmo lasciar fuori non poche cose.
Resta che mi spiace per un amico nei guai, non importa se sia innocente o se i guai se li sia procurati da sé o meno. Un amico che con me è sempre stato corretto, non mi ha mai dato problemi sul lavoro, ho solo avuto il piacere di scriverne bene perché è un ottimo calciatore, tra i migliori che abbia visto nel Doria. Spero che se ne tiri fuori e che sia tutto un errore; come sbagliano a trapiantare gli organi possono anche sbagliarsi con le boccette dell'antidoping. Mai preteso che i grandi calciatori fossero anche grandi uomini, sarebbe troppo. Certo, se lo sono è meglio. Ma con tutte le mie imperfezioni non posso certo accampare pretese. Comunque: coraggio Francesco, spero che tu vinca anche questa volta.




permalink | inviato da il 21/2/2007 alle 21:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


20 febbraio 2007

Elegy for an old car

Come promesso a V.,
voglio qui rivolgere un deferente e commosso pensiero alla Fiat Tipo bianca, anzi ormai biancastra, di S., un caro amico e collega, caduta a meno di 500 km dal traguardo.
La vettura era oggetto di una scommessa tra il proprietario S. e V., un altro nostro amico e collega. Grandi amici e grandi colleghi, almeno per me.
Il primo sosteneva che sarebbe riuscito a portarla oltre la linea d'ombra dei 200mila chilometri, il secondo era di opinione contraria.
L'origine della scommessa si perde negli anni, ma era già in corso nell'ottobre 2002, data della mia prima trasferta da inviato di sport, ad Ancona. Quella sera S. era venuto in auto e a notte fonda, in pizzeria, rilanciò la sfida. V. accettò.
Gli storici ignorano se e quando sia stata fissata la posta della scommessa, nella misura dell'acquisto di un'auto nuova. S. lo sostiene, V. nega.
La cosa curiosa è che S. è tra i giornalisti più autorevoli d'Italia proprio nell'ambito del motorismo. Come se un critico enogastronomico fosse astemio, vegano e digiunatore. Boh.
Comunque nel mercoledì della settimana scorsa, alla fine della nostra cena in un tavolo marginalissimo del salone del Korinthia Hotel di Tripoli, S. annunciò che aveva appena comprato una nuova auto. V. disse "E' questa la notizia della trasferta in Libia". Non potemmo nemmeno brindare, non c'era alcool.

Posso dire di aver viaggiato l'ultima volta su quella Tipo alla metà del mese scorso, da Milano a Genova dopo Inter-Sampdoria di Coppa Italia. Anche la prima era stata un'Inter-Doria, tre anni e mezzo prima.
Il mese scorso, faceva freddo e dovemmo fare un'ottantina di km sulla provinciale, per via dell'autostrada chiusa per lavori da Dorno a Voghera.
Onore al merito: funzionava tutto. Alzacristalli, riscaldamento, luci. Il fanalino della freccia anteriore sinistra pendeva dall'orbita rotta, ma quello era un vezzo.
Se non fosse stata cancellata la giornata di campionato del 4 febbraio, S. sarebbe venuto a Udine con la sua auto e avrebbe vinto la scommessa. Oppure no. La vita è così.
S. ha voluto perderla quando l'aveva già vinta, la scommessa. Si è grandi doriani - e lui lo è - anche in questo.




permalink | inviato da il 20/2/2007 alle 21:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 febbraio 2007

Gialloparma: Parma-Sampdoria 0-1

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
PARMA – Al tredicesimo tentativo, il Doria espugna di misura il Tardini di Parma per la prima volta nella storia in serie A, cogliendo la terza vittoria esterna e rilanciandosi in classifica. Non è stato facile aver ragione di una squadra rivitalizzata dal cambio alla guida tecnica e in società, ma i biancocerchiati hanno capitalizzato al meglio lo spunto di Ziegler finalizzato da Quagliarella, permettendosi anche di sprecare un rigore con Volpi e regalando una forte sofferenza finale ai tifosi, comunque premiati al fischio finale.
SPERANZA - In un clima di grande euforia per il duplice avvicendamento strategico (Ghirardi per il liquidatore Bondi alla presidenza, in panchina Ranieri al posto di Pioli), il Parma cerca la vittoria della speranza con un assetto che responsabilizza Mimmo Morfeo, suggeritore alle spalle del duo Rossi-Budan e davanti a una mediana a tre, completata da un classico quartetto difensivo. Nel Doria nessuna sorpresa: Falcone e Accardi centrali difensivi, Bastrini preferito a Pieri sulla sinistra e Zenoni a destra, dietro a Maggio; in attacco, riecco Bazzani accanto a Quagliarella.
ESORDIO - Trascorrono i minuti iniziali all’insegna di una legittima circospezione, con il Parma a cercare l’aggiramento laterale della munita retroguardia doriana. I biancocerchiati, forti di un Accardi formidabile nelle chiusure e negli anticipi, tentano di guadagnare campo senza troppo opprimere il funzionale meccanismo difensivo gialloblù. Non passa mezz’ora, priva peraltro di spunti rilevanti, che Franceschini arrendendosi a un malanno muscolare, lascia a Ziegler lo spazio per l’esordio italiano. Lo svizzero entra a freddo ma evidenzia subito buona personalità, calandosi al meglio nella parte e tenendo in costante apprensione Castellini e Bolano.
CAUTELA - E’ un Doria cauteloso, incapace di avvicinarsi in qualche modo alla porta del quarantenne Bucci, inoperoso infatti per tutta la prima frazione; intanto l’infortunio muscolare di Morfeo, osteggiatissimo dal loggione, concede spazio a una vecchia conoscenza doriana come il bielorusso Kutuzov, ovviamente il più motivato in ragione delle alterne fortune godute nel triennio genovese. Ma il primo tempo si consuma alle cadenze di amichevole, senza che l’immobilità iniziale abbia modo di riscuotersi.
RIPRESA - Dopo l’intervallo, i tifosi doriani recedono dall’astensionismo della prima frazione, ma in campo i biancocerchiati non paiono beneficiare dell’apporto dei cinquecento trasfertisti: l’andamento è melanconicamente molle come nel primo tempo e dopo pochi attimi Castellazzi deve ringraziare Dessena, capace di ciabattare oltre le griglie un ghiotto suggerimento di Rossi. L’occasione gialloblù, fin qui la più concreta della gara, pare riscuotere il Doria che però non riesce a procedere con ordine sulle abituali corsie esterne, visto l’inverosimile affollamento determinato dai sistematici ripieghi dei laterali offensivi di casa.
ASSENZA - Manca insomma l’uomo capace di ottenere cinque, ma anche tre e mezzo andrebbe bene, da un due più due: ovvero Flachi, costretto in panchina per i postumi del malanno rimediato al cospetto dell’Ascoli. Novellino richiama Maggio per Olivera e subito Quagliarella al volo scalda i guanti di Bucci: al 55’ è il primo tiro doriano.
COLPO - Il Parma è quadrato e rigoroso, bada a nulla concedere. Irresistibile però è l’affondo di Ziegler, che disbosca le insidie tese da Grella e Bolano e serve in profondità Quagliarella, a tu per tu con Bucci impossibilitato a sbagliare: l’attaccante stabiese torna al gol spezzando un’astinenza che durava dal 20 dicembre, data della doppietta al Livorno, avvantaggiando il Doria al secondo tiro in porta.
OCCASIONE - In pochi minuti il Doria ha l’occasione di chiudere la gara: Grella prima, con un retropassaggio più che avventato a Bucci, serve Quagliarella, ma poi riesce a collocarsi sulla linea in maniera da respingere la conclusione più che presuntuosa del doriano. Dal possibile 2-0, il Doria si trova a lottare allo spasimo per difendere il vantaggio.
TIMORE - Ancora Bazzani prima costringe Bucci a un prodigio, poi sciupa un servizio di Zenoni dal fondo. Per tre volte il Doria ha la palla per chiudere la gara, altrettante la spreca.Tanto basta per nutrire timori. Le streghe calano sul Tardini: Perna tocca di mano su spunto di Quagliarella, Brighi indica il dischetto, Volpi scheggia il palo esterno. Il finale è così di pura sofferenza, con Pieri per Bazzani e Olivera avanzato. Castellazzi salva d’istinto sul gancio ravvicinato di Rossi ed è parata che vale un gol: prodezza che infatti appaia quella di Quagliarella e sunteggia la prima vittoria doriana nella massima serie (dopo l’1-0 in B del 1979 firmato Sartori) in quel di Parma, sorso di luce sul cammino che dovrebbe riportare i ragazzi di Novellino verso l’Europa. La strada è lunga, ma non impossibile.

(Corriere Mercantile, 19 febbraio 2007)




permalink | inviato da il 19/2/2007 alle 20:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


16 febbraio 2007

Il deserto della Libia

Per ora metto in rete alcuni degli articoli scritti per il mio giornale (tre pagine in due giorni). Quando avrò un po' di tempo, scriverò il Libyan Backstage che è stato più divertente...

Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
TRIPOLI DI LIBIA – Allo spettacolo immobile dei palmizi incastonati nel tessuto urbano, trapunto di minareti e caratterizzato dalla moltitudine delle parabole satellitari, come prataioli bianchi simbolo di una galoppante modernità, dopo l’atterraggio sulla pista di Tripoli la musica è cambiata. Non più le suggestive nenie scandite dal passin passetto dell’oud, il liuto arabo, ma una vera e propria festa in costume ai piedi del gabbiano d’acciaio della Afriqiyah. Figuranti in costume con tamburi e flauti, perfino un aborrito fumogeno, una banda musicale, ragazzi con la maglia del Doria col numero 11 e la scritta Saadi, gigantografie di Gheddafi jr. in blucerchiato e di Novellino.
ELOGI "Sei il più grande allenatore d’Italia!" gli ha urlato un tifoso libico, in perfetto italiano. Disconosciuta e anzi osteggiata per decenni, a Tripoli - come a Bengasi e Misurata - la presenza italiana è ancora visibile, nella fisionomia razionalista di alcuni edifici del centro e nello stesso assetto del lungomare, scandito da lampioni più simili a quelli di Bari che a quelli di Biarritz. Ma la superstrada, fresca di costruzione, è l’emblema di un Paese che vuole aprirsi - sia pure “con juicio” - al mondo occidentale.
ENTUSIASMO All’arrivo al Korinthia Hotel, un complesso di due torri sul mare tra la vecchia e la nuova Tripoli, si è replicato lo spettacolo di un’accoglienza impensabile per la carica di entusiasmo dei tifosi locali, che vedono nella visita del Doria un grande onore per il calcio libico e per la stessa nazione della Jamahiriya. Sul percorso dall’aeroporto all’autostrada pullulano i ritratti agiografici del Colonnello, capace di diventare da povero figlio di pastori di Misurata prima un graduato militare e poi l’uomo che ha tenuto lungamente in scacco l’Occidente, salvo reinventarsi - anche in forza del potere petrolifero - punto d’equilibrio nel complicato scenario mediorientale.
SPETTACOLO Spettacolare, quasi da sequenza dei Blues Brothers, il percorso litoraneo dall’aeroporto all’hotel: i due pullman di squadra e delegazione Erg e i tre pullmini dei giornalisti erano preceduti e scortati da vetture della polizia locale a sirene spiegate, che imponevano l’accosto al traffico privato precedente. Tutto questo non ha impedito che attorno al corteo ronzassero alcune auto di giovani tifosi, un paio di utilitarie e due pick up, con i ragazzi sporti dai finestrini e sui cassoni a dar vita a uno sventolio di bandiere e maglie doriane e libiche.
ATTESA Grande è insomma l’attesa per questa partita, onorata anche dall’Ambasciata d’Italia con un ricevimento ufficiale cui ieri sera ha partecipato la squadra. Allo stadio 11 Giugno ci sarà l’esaurito. Di questo e di molte altre cose incantevoli, anche qui ai margini del Sahara, è capace il calcio: "Puro gesto senza ideale, se non quello, umano, nello specchio del destino che guardava. Senza fiamma - scriveva Mario Tobino ne “Il deserto della Libia” - alcuni furono eroi".

(Corriere Mercantile, 14 febbraio 2007)

***
Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
SABRATHA (Libia) - Poche ore prima di prendere posto nel palco d’onore dello Stadio Nazionale di Tripoli, Riccardo Garrone si è seduto in una gradinata anch’essa storica, anzi molto di più degli spalti del grande impianto sportivo della capitale libica, chiamato “11 Giugno” in ricordo della data di 38 anni fa, che vide compiersi il rude sfratto intimato da Muammar Gheddafi al contingente militare americano di stanza nella Jamahiriya.
Non ha invece un nome proprio, il Teatro che sorge sulla riva del mare a Sabratha, una sessantina di chilometri a ovest della capitale, ma diciotto secoli di vita.
SPEDIZIONE Ieri mattina, prima di adempiere ai doveri protocollari relativi alla qualità di ospite d’onore, Garrone con tutta la delegazione della Erg (dai consiglieri di amministrazione ai dirigenti degli stabilimenti siciliani, dagli uomini media ai chimici) ha voluto compiere una breve escursione alle rovine di Sabratha, con Leptis Magna e Cirene uno dei tre siti archeologici qualificati alla fine degli anni Sessanta dall’Unesco come “patrimonio dell’Umanità” e quindi da allora oggetto di accurati scavi che ne hanno riportato alla luce la multiforme anima.
SVEGLIA Anche dirigenti, tecnici e giocatori della Sampdoria si erano alzati presto, per una sveglia amplificata a levataccia dalla pur lieve differenza negativa di fuso orario: dirigendosi però proprio allo stadio “11 giugno”, per una seduta di allenamento riservata in particolare ai giocatori che non sarebbero scesi in campo dal primo minuto nel pomeriggio.
Invece il gruppo Erg è andato a Sabratha, dove hanno trovato un occhiutissimo quanto cordiale servizio di accoglienza, abile prima a sgombrare la superstrada percorsa a velocità folle e quindi a individuare una guida che ha fatto da contraltare alla curiosità del presidente doriano, che per tutto il tempo della visita ha incalzato di domande l’interlocutore libico.
PASSATO Sabratha ha conosciuto diversi strati di civilizzazione, dai Fenici ai Romani ai Bizantini ai Vandali, fino al periodo coloniale italiano che ormai è una pallida eco nella coscienza collettiva dei libici, popolo in cui il 60 per cento dei cittadini ha tra i 15 e i 20 anni di età.
Garrone è rimasto affascinato anche dallo spettacolo del mare, che lambisce le rovine e che infatti per il gioco delle maree se ne è “mangiato” nei secoli un buon terzo, tanto che il sito è frequentatissimo dagli appassionati di archeologia subacquea. «La prossima volta - ha detto al nipote Filippo - qui ci torniamo a pesca».
Poi, come tutti, si è goduto lo spettacolo dell’arena dove Apuleio, l’autore dell’opera iniziatica “L’Asino d’oro”, tenne la propria autoapologia di fronte agli accusatori.
TEATRO Infine, prima di ripartire - in corteo di auto civetta, pullmini e il bus della Erg, stavolta a velocità più moderata complice lo sclerotico traffico tripolino - verso la capitale, il presidente si è voluto godere una sosta nel suggestivo emiciclo del Teatro romano: ancora utilizzato per rappresentazioni musicali e teatrali, dopo il restauro integrale voluto nei primi anni Quaranta da Italo Balbo, al tramonto del fascismo governatore della Libia.

***

DAL NOSTRO INVIATO
STEFANO RISSETTO
TRIPOLI DI LIBIA - Con la Sampdoria ieri pomeriggio a Tripoli è arrivata la primavera. Non solo per la gioia dei libici, che hanno sconfitto una formazione del calcio «campione del mondo», come ripetevano a fine gara. Per questo stravagante San Valentino del calcio, nella terra dove non ci sono più santi, la città che fu malinteso baluardo della “quarta sponda” ha indossato una precoce stagione della fioritura che stupiva gli stessi libici. Dall’altra parte del mare, il popolo della Jamahiriya vuole tornare a considerare l’italiano il dialetto della nostalgia dopo che l’orgoglio l’aveva portato a dimenticarsene.
Lo spirito di questa amichevole tra Sampdoria e Libia, definita dal suo promotore Riccardo Garrone «partita della pace», sta così mirabilmente racchiuso nel volenteroso striscione “le supportore del club Al Ahly accoglie la squadra di Sambadoria” esposto nella curva sud dello stadio “11 Giugno” di Tripoli. L’approssimativa ma volenterosa traslitterazione dall’arabo non gualciva la genuinità di un messaggio spontaneo, confermato da ogni gesto di simpatia che ha circondato la presenza blucerchiata in questi due giorni in Libia.
È mancata purtroppo la sorpresa dell’ultimo minuto, Saadi Al Gheddafi è comparso soltanto in effige, nei numerosi vessilli personalizzati che campeggiavano nella curva nord, ognuno di essi a ricordare le maglie indossate dal trentaduenne ingegnere nel suo “secondo mestiere” di calciatore.
C’era naturalmente la grande casacca blucerchiata col numero 11, finora onorata in campo da Saadi soltanto nel secondo tempo dell’amichevole del 6 gennaio scorso al “Picco” dello Spezia. Forse anche per l’assenza di Gheddafi jr., emulato dal padre Muammar che era impegnato in affari di Stato i sessantamila spettatori che ci si aspettava si sono rilevati una previsione ampiamente approssimata in negativo: soltanto la tribuna centrale era gremita, mentre negli altri settori dell’impianto - dove abitualmente gioca l’Al Ittiyhad, la squadra leader del calcio libico, rappresentata dal grande striscione “biancoverde per sempre” - si registravano ampi vuoti. Lo stesso Garrone aveva peraltro parlato fin dalla presentazione dell’iniziativa di «primo passo» sulla strada della riconciliazione italo-libica: segno che la Sampdoria potrebbe tornare presto da queste parti.
Fin dai dintorni dello stadio si respirava il clima dei grandi eventi. La gente si sbracciava dalle auto per salutare il pullman dei giocatori blucerchiati, destinatari di grandi applausi fin dall’ingresso in campo per il riscaldamento pre partita. A un quarto d’ora dal fischio d’inizio, sulla pista di atletica sono entrati il complesso bandistico della Gendarmeria libica e un’orchestrina tradizionale per un benvenuto musicale con la Marcia dell’Aida e una melodia che sapeva di allegria e deserto. Quindi, la foto delle due squadre mischiate insieme, blucerchiati e verdi e finalmente il via al gioco, con lo spirito giusto. Intanto la tifoseria libica scopriva il suo animo irreversibilmente bianconero: i giornalisti italiani venivano bersagliati di richieste di informazioni sulla Juventus, sempre con l’avvertimento che "quest’anno il calcio italiano non vale niente". La Sampdoria ha cercato di dimostrare il contrario.
Anche il ritorno della comitiva doriana all’aeroporto militare, alla periferia est della capitale, è stato accompagnato dagli stessi cortei festosi che l’avevano accolta martedì pomeriggio. Anche se per qualcuno come Bonazzoli e Zenoni era la seconda volta a Tripoli, è stato troppo breve il tempo per contrarre il mal d’Africa.

***
Dal nostro inviato
STEFANO RISSETTO
TRIPOLI DI LIBIA - La “partita della pace” si chiude con una resa senza condizioni. A Tripoli la Sampdoria cede malamente il passo alla Libia, sperimentale come e più dei blucerchiati, ma capace di infondere nella contesa un maggior contenuto di agonismo e determinazione, idoneo a colmare l’indubbio divario tecnico di partenza. La battuta d’arresto è bruciante, spiegabile solo in parte dal contesto amichevole. Servirà per riflettere, e molto, in vista del prosieguo di stagione.
La Sampdoria è in versione largamente defatigante, tra assenze obbligate e altre funzionali a non tirare troppo la corda: in difesa si vedono Bastrini e Sala al centro, con Pieri che torna sulla fascia mancina e Zenoni dalla parte opposta. L’assenza di Olivera obbliga Novellino ad avanzare Maggio, mentre sulla fascia sinistra Ziegler va incontro allo strano destino di uno svizzero, in arrivo dall’Inghilterra, che fa in Libia il suo debutto in una squadra Italiana.
Davanti si parte con Quagliarella e Bazzani, mentre alle spalle di tutta la squadra torna Berti.
A sorpresa, la formazione libica è ancor più sperimentale di quella doriana, in quanto schiera ben sette elementi che abitualmente fanno parte della Nazionale B: soltanto quattro degli undici in campo al fischio d’inizio sono Nazionali maggiori.
Si parte al piccolissimo trotto, con giocate poco più che accademiche e un velleitario tentativo per parte con un colpo di testa di Bazzani e un tiraccio di Saad, poi l’ammonizione a Sala per un’entrata dura su Zovvar che annuncia un colpo di testa vincente di Kibari, più pronto di tutti in calcio d’angolo che al 25’ spezza gli equilibri è uno di quei classici gol destinati a irritare il mister, perché arrivato su azione da fermo: pecca comunque significativa, perché mai la soglia d’attenzione va derogata e quindi nemmeno in partite come questa, in cui è in palio soltanto l’onore.
La reazione del Doria é inconsistente così alla mezz’ora la Libia sfiora il raddoppio con Zovvar che fallisce, tutto solo davanti a Berti, il tocco di sinistro decisivo. Subito dopo è Quagliarella, imbeccato da Bazzani a impegnare Abboud con un tiro dalla distanza ravvicinatissima ma è un episodio isolato, mentre i libici continuano a premere, sfruttando l’entusiasmo.
Nella ripresa, entrano: Zotti, Palombo e Bonazzoli dall’inizio, ma tutto resta come prima: il Doria produce poco, la Libia insiste e arriva anche il raddoppio su contropiede: Sala tocca maldestramente un servizio al centro di Abdulgader, inganna Zotti e la Libia prende il largo per l’insperata gioia dei tifosi locali, che mai si sarebbero aspettati tanta grazia.
Quagliarella trova nel recupero il gol della bandiera con un gran tiro dalla distanza ma é una prodezza che non lenisce la grande amarezza per una sconfitta per certi versi umiliante. Per la Sampdoria un ritorno amaro in Italia, con la prospettiva di non potersi permettere a Parma un altro passo falso, che sancirebbe forse definitivamente la condanna all’anonimato per il prosieguo della stagione.

(Corriere Mercantile, 15 febbraio 2007)

(Segue Backstage)




permalink | inviato da il 16/2/2007 alle 13:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


12 febbraio 2007

Confusione

Domani vado in Libia, sufficientemente lontano da una domenica amara come poche, da quando batto gli stadi. Due giorni a Tripoli, per questa fondamentale amichevole di mercoledì pomeriggio tra la nazionale della Jamahiriya e la Sampdoria, nel segno chi dice della pace tra due popoli spesso ai ferri corti, chi dice degli affari. Il protagonista avrebbe dovuto essere Saadi al Gheddafi, ma è infortunato e si trova in Germania. Così almeno ha fatto sapere. Sarà, mi viene in mente quell'ormai vecchia canzone di Mogol-Battisti: "Tu lo chiami solo un vecchio sporco imbroglio, ma è uno sbaglio è petrolio, troppo furbo per non essere sincero, ma è davvero oro nero? Io perché non dovrei dirti tutto quello che sento nel cuore? Io perché non dovrei parlarti di tutto, anche di un nuovo mio amore? Sei o non sei, sei o non sei al di sopra di ogni mia grande passione?"
Ecco, credevo che certe cose fossero al di sopra eccetera. Invece ieri sera sono tornato in redazione triste come un agnello triste. Ho pochi amici nel calcio, uno dei più cari e antichi è stato anche il più forte portiere sampdoriano di sempre. Sarà perché quando Gianluca Pagliuca cominciava a fare il calciatore, io mi arrabattavo nell'abbecedario di questo mestiere che non ho mai davvero imparato. Tra me e lui ci sono due anni e quindi possiamo dirci coevi, ha passato i quarant'anni poco prima di Natale ed è uno dei pochi miei quasi coevi che giochino ancora al calcio. Ancor oggi è un gran portiere, ieri ha parato un rigore a Flachi e un tiro da fuori di Zenoni destinato al sette. Soprattutto è l'ultimo ancora in attività dei giocatori che nel 1991 vinsero lo scudetto e quindi spero che continui a giocare ancora, perché solo quando se n'è andato l'ultimo ragazzo del Novantanove la Grande Guerra è davvero finita. E' poi un bravo ragazzo, sincero e spontaneo fino ai limiti dell'ingenuità, ha slanci che gli vanno perdonati.
Diciannove anni fa, alla prima partita da titolare, fece un grave errore. Lo incontrai nella sede della Sampdoria il giorno dopo, l'aria afflitta da bassethound, pensai "bisogna che lo aiuti", così scrissi sulla rivistina cui collaboravo un pezzo elogiativo, tipo "ha grandi numeri, bisogna aspettarlo". E' diventato uno dei più grandi portieri della storia del calcio, ha giocato due mondiali da titolare, ha vinto quasi tutto.
Ogni volta che ci incontriamo, più o meno ormai due volte all'anno e sempre dopo una partita, ci si guarda in faccia perché ognuno è l'orologio dell'altro. Ieri era triste anche lui, i tifosi della Sampdoria lo avevano di nuovo fischiato e insultato come accade ormai da dieci anni per una vecchia storia. Lui era appena passato all'Inter e a Marassi aveva fatto un fallo da rigore su Mancini, l'arbitro aveva visto una simulazione e Mancini era andato via di testa fino a farsi espellere. L'anno dopo Pagliuca torna e lo fischiano, fino a pochi minuti dalla fine il Doria sta vincendo, poi una doppietta di Ganz (ex doriano anche lui, quanti ex in questa storia) rovescia il risultato e il portiere alla fine fa il gesto della mano all'orecchio rivolto verso la sua vecchia gradinata. Non gliel'avrebbero più perdonata.
Io tutti gli anni, da quando sono allo sport, prima di ogni ritorno di Gianluca a Marassi costruisco una pagina preparatoria, per quella riconciliazione. Niente, mai una volta che cambi. Stavolta è andata anche peggio, la faccenda si è inasprita, forse non si sanerà più. Ci siamo visti dopo la gara in sala stampa, facevamo a gara a chi meglio dissimulasse la tristezza. Poi sono tornato al giornale e ho scritto.

Nel tempo che passa sui volti degli altri ascolti il ticchettio del tuo orologio. Gianluca Pagliuca - quarant’anni lo scorso dicembre, una spolverata candida sulle tempie, qualche solco attorno agli stessi occhi furbi di sempre - è ancora il portiere che ha giocato due Mondiali e vinto quasi tutto in Italia e in Europa. Lo aveva fatto con la maglia della Sampdoria; ma questo non conta più, almeno per molti.
RAMMARICO "Peccato, forse era l’ultima volta che venivo a giocare qui - ammette nel dopopartita, ritrovando gli amici degli anni più belli della carriera - e avrei sperato in quella riconciliazione che mi manca. Ogni volta che torno lancio messaggi, spero sempre in quell’applauso che in fin dei conti mi meriterei. Invece niente, sempre peggio, in questa occasione poi si è passato davvero il limite". Gianluca continua a pensare che la Sud gli rinfacci la militanza nel Bologna; invece il problema risale agli anni interisti: il fallo su Mancini non punito da Nicchi, il guantone all’orecchio l’anno dopo dopo il gol della vittoria nerazzurra. E’ fatto così: non fosse stato un istintivo, probabilmente Matthaeus quel rigore là l’avrebbe segnato, come tutti gli altri della carriera; e la storia doriana sarebbe stata diversa. "Quelli che mi fischiano e mi insultano - insiste - probabilmente nel 1991 non erano ancora nati, e forse nemmeno l’anno dopo quando andammo a Wembley".
ANNI Sto con me, tra noi due ho scelto me. Accartocciati ormai sono gli anni in cui Pagliuca era un grido di battaglia per tutto lo stadio; ma bisognerebbe pur chiedersi come e perché sia potuto accadere che tutti, ma proprio tutti gli eroi di un tempo, eccezion fatta per Lombardo, qualora si presentino a Marassi oggi raccolgano, nella migliore delle ipotesi, soltanto indifferenza. Però che tristezza vedere mantecato di cachinni quel ragazzo nelle cui mani il sogno prese a brillare. Tutto finito, tutto dipinto in nero. Là dove c’era l’erba ora c’è una città. Il tempo irrequieto ghiaccia la linfa, spazza via le foglie, sommerge ogni beltà in neve e squallore: Bareness everywhere, come in William S. Stavolta però il resto dello stadio s’è ribellato alla veterotestamentaria intransigenza della gradinata: la Sud fischiava, tutti gli altri applaudivano. "Ho visto - sorride - che qualcuno qui ancora mi ama, d’altra parte Genova e il Doria sono state la mia vita, tutto quello che ho fatto nel calcio è colorato di blucerchiato".
SPAZI Pagliuca è amareggiato all’infinito: "Speravo pure che stavolta, visto quel che era successo nei giorni scorsi, ci fossero gli spazi perché questa situazione cambiasse. Invece niente, chissà se ci sarà ancora un’altra opportunità". Eppure Gianluca ha fatto una partita come se avesse due volte vent’anni, anziché i quaranta dell’anagrafe: il rigore neutralizzato a Flachi, la parata sul tracciante di Zenoni destinato al sette sinistro. Infine la stessa verve di una volta, quando - nell’anno che sarebbe stato tricolore - andava a prendersi due giornate di squalifica stritolando la mano di Ceccarini, l’arbitro che aveva rischiato di annullargli un gol di testa nel finale di Doria-Torino. Gianluca aveva colpito il palo, quel pomeriggio dell’Epifania ‘91, lo stesso legno presso il quale ha avuto da ridire con Volpi. Dando un magnifico pretesto alla Sud per riscatenarsi a suo danno. "La scaramuccia con Volpi? Cose che capitano, tutto chiarito nel dopopartita. Lui ha accentuato un contatto pretendendo il rigore, io gli ho detto di andare in... piscina, lui mi ha dato un... buffetto, è andata a finire che ci siamo presi un’ammonizione che avremmo potuto risparmiarci".
PENSIERO Ma il pensiero di Gianluca, inutile girarci intorno, va all’ennesima occasione perduta, per lui e per la Sud. "Forse ce l’hanno con me - si sfoga - perchè sono l’unico portiere ad aver vinto uno scudetto con la maglia del Doria, davvero non capisco".
Chissà se e quando ce ne sarà un altro, di numero 1 doriano capace di afferrare il tricolore con le sue manone, e di giocare 591 partite in A. E se domani, e sottolineo se; oppure lontano lontano nel tempo: si vedrà, gli anni volano corti come giorni. Provaci ancora, Gianluca.
STEFANO RISSETTO
(Corriere Mercantile, 12 febbraio 2007)

Ecco qui. E oggi mi è toccato tornarci sopra. Un'altra paginata inutile, tanto chissà se Gianluca tornerà a giocare a Marassi. Io, per il momento, domani me ne vado in Libia. Per uno strano San Valentino da solo, cioé con 60mila libici più undici in campo contro la Sampdoria. "Comunque se ami più del fuoco il fumo di un cero non usare l'oro nero".
La canzone, per chi non lo sapesse, si intitola "Confusione".




permalink | inviato da il 12/2/2007 alle 20:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


11 febbraio 2007

C'era una volta un cane, al primo piano, interno 2. E non c'è più

Dietro la porta dell'appartamento al primo piano, interno 2, per un paio di giorni il pianista ha udito l'abbaio di un cagnolino piccolo piccolo.
Il cagnolino abbaiava al passare del pianista o di ogni altro abitante del palazzo. Il pianista avrebbe voluto vederlo, dal tono del vocino poteva essere un pintscher o un chihuhaua, oppure un volpinetto, o magari un cucciolo di qualche altra razza.
Ma non ha fatto in tempo a dare il benvenuto al nuovo abitante. Tempo due giorni e non si è sentito più alcun abbaio. Lo zerbino resta arrotolato in piedi, accanto alla porta dell'interno 2. Due bigliettini dei metronotte sono infilati dentro la serratura della porta dell'interno 2.
In quella casa prima ci viveva una famiglia, ora vengono quando capita e quando vogliono. Non so dove siano andati ad abitare. Erano padre madre e figlio.
Una sera di fine agosto di tre anni fa, il figlio trentasettenne venne aggredito proprio sul portone del palazzo da due sudamericani, lo avevano picchiato a calci e pugni per portargli via la catenina e l'orologio. Quella sera ero tornato dal lavoro in tempo per vederlo a terra, il naso sanguinante, l'espressione confusa, mentre lo caricavano sull'ambulanza.
Sembrava un "normale" pestaggio per rapina, come ne accadono purtroppo non pochi in un centro storico con migliaia di irregolari, soprattutto latinoamericani. Invece qualche giorno dopo il figlio muore. Passa qualche giorno e due ecuadoriani, già in cella per un'altra rapina, si complicano la vita per un'intercettazione ambientale. Passano altri giorni e il Riesame annulla l'ordine di custodia. Passa ancora una manciata di giorni e una persona di mia conoscenza, che aveva scritto un commento in prima pagina su un giornale diverso dal mio, improvvisamente scopre che i suoi pezzi non vanno più bene. Pare che i responsabili dell'immagine di questa meravigliosa città si siano risentiti, al pari dell'associazione dei commercianti della via. Ancora un po' di tempo e il medico legale di parte cava il coniglio dal cilindro a beneficio dei giornali: non c'è omicidio, perché l'emorragia interna fatale era già in corso prima delle botte, il quadro clinico era compromesso da tempo per via dello stile di vita della vittima. Si va in aula col rito abbreviato e i due ecuadoregni prendono l'uno otto anni e quattro mesi e l'altro sette anni, per rapina e omicidio preterintenzionale. Tre sono belli che andati con l'indulto, il resto sarà mancia. Tanto valeva la vita di un uomo, che oltretutto - secondo i difensori dei rei - era pure un po' malandato. Ammazzato però come un cane. Un cane, appunto.
La mia contitolare dice che quel canetto era l'animuccia di quell'uomo, in licenza dall'eternità. E' venuto a gridare: giustizia, giustizia. Invano. Poi se n'è tornato dove spero abbia pace.




permalink | inviato da il 11/2/2007 alle 14:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


10 febbraio 2007

Giornalisti

Ladri, è banale.
Ladri in chiesa, già sentito.
Ladri tra i giornalisti, non è una novità.
Ladri in chiesa tra i giornalisti, è successo stamattina a Genova.
Al monastero della Visitazione c'era la Messa per la festa di San Francesco di Sales, patrono della mia categoria. Durante il rito, c'è stata appunto una visitazione con la "v" minuscola: alla fine, dai cappotti di due sacerdoti che concelebravano la Messa (uno è tra i miei preti preferiti, parroco di Bogliasco e direttore del settimanale arcidiocesano e gran tifoso doriano, mi pento di non essermi sposato solo per non averlo potuto avere davanti a me all'altare) con l'arcivescovo sono spariti un portafogli, un cellulare e una macchina fotografica digitale.
Furbo, il ladro. Avrà pensato: in mezzo ai giornalisti, non mi si nota.
Poi dice che uno si vergogna a dire il mestiere che fa.
E comunque ero in Corso Italia a passeggiare, ho l'alibi.




permalink | inviato da il 10/2/2007 alle 20:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


9 febbraio 2007

Un nuovo Battiato (mamma mia che festa, Gott mit Uns Ein Zwei Drei)

Alle 12.31, appena uscito dalla Fnac con la mia brava bustina di cellofan ocra, ho mandato un sms col testo "acquistato F.B.!". Tempo di uscire dal sottopassaggio di via Fiume ed ecco la risposta: "Io adesso!". Probabilmente il mio amico e collega V. era in missione alla Ricordi, ecco perché non ci siamo incontrati.
Io avevo fatto un blitz preventivo ieri, ché erano uscite le recensioni sui giornali, ma alla Fnac non avevano ancora l'oggetto del comune desiderio: il nuovo cd di Franco Battiato.
Io e V., quando andiamo in trasferta, il calcio è l'ultima cosa, s'intende nella fase "neanche un minuto di non lavoro". E Battiato è una delle comuni passioni culturali, lui rispetto a me è un perfezionista e quindi ha perfino quel cd collettivo con Carmen Consoli che canta Stranizza d'Amuri.
Io però sono uno dei pochi giornalisti che lavori nello stesso posto dove Battiato abbia tenuto un concerto. Lo scoprii anni fa, nell'antro dei fotografi al piano terra. Qui nel premiato forno di via Archimede, dove adesso c'è la mia redazione, una volta c'era un cinema e dicono che qualcosa dell'istrionico e dello spettacolare sia rimasto, diciamo lo Stadtgeist, il genius loci. Boh. Il cinema si chiamava Doria, nel senso di Andrea Doria e non in quell'altro, visto che le insegne al neon del mio giornale hanno un fregetto rosso e blu. Si compensa certo con la testata nera in campo bianco, ma insomma.
Da quando il giornale è qui, ormai quasi una trentina d'anni, la sede ha sopportato alcune alluvioni (il Bisagno dista nemmeno cento metri) con relativa distruzione degli archivi custoditi nel seminterrato, io ho vissuto quella bella dura del 92, da praticante, riuscimmo a "evadere" dalla redazione, ritiratesi le acque, soltanto alle cinque del mattino. Nell'antro dei fotografi c'è un manifesto "Cinema Doria - Franco Battiato in concerto". Roba del 1975, l'Era del Cinghiale Bianco era ancora un'idea e anche tutto il resto che venne dopo. La prima volta che riuscii a intervistarlo per lavoro, otto anni fa prima di un concerto al Palasport nell'Imboscata Tour, gli ricordai quell'episodio e Battiato mi disse "Poca gente e fischiavano tutti, ma avevano ragione loro". Era il periodo che faceva lo sperimentatore, con un cespuglio di capelli tipo Angela Davis che rendeva ancor più grottesco l'enorme naso.
Ci sarebbero da raccontare gli esordi genovesi di certi personaggi, tipo Benigni all'Instabile in via Cecchi nei primi anni Settanta, me lo raccontò lui stesso al tramontare del suo magico 1999, si era trovato sul palco davanti a tre sole persone, una sonnecchiante, "mai avvilito come quella sera, e poi i genovesi sono bravi a far ridere gli altri, ma per far ridere loro è un disastro".
Battiato l'ho visto molte volte in concerto quando già era il Battiato dopo le sabbie, la più suggestiva è quella genovese al Porto Antico rimasta anche nel disco Unprotected, la più bella resta quella dell'estate 1982 al campo sportivo di Sestri Levante, sul quale una decina d'anni prima avevo tentato invano di diventare un portiere di calcio. Era l'estate tra la seconda e la terza liceo, l'estate di Connors a Wimbledon, Saronni a Goodwood, il Doria nuovamente in A dopo 5 anni, l'Italia mondiale a Madrid e - appunto - della Voce del Padrone. Battiato era giovane giovane, ancora intimidito da un successo che in quelle dimensioni più non si sarebbe ripetuto, tutto vestito di bianco i Persol scuri e il codino, io ero sul prato con Luca e Marco e Lando e il Griso e la sua ragazza/nonragazza di allora, di quel concerto mi rimane un ricordo come di quasi tutta quell'estate, bella ma amara in un angolo, come il concerto di Vecchioni di due-tre anni prima nel giardino delle scuole elementari dove avevo studiato. Il concerto da cui indirettamente sarebbe nata la canzone "Sestri Levante", io credevo di ascoltare il mio cantautore preferito che sarebbe rimasto tale e invece lui stava recitando una svolta della sua vita.
L'ultima volta che ho ascoltato a Battiato è stato al Palafiumara l'anno scorso, l'ultima che gli ho parlato è stato la mattina del 20 dicembre 2005 all'aeroporto di Brindisi. Io tornavo da Lecce dove il giorno prima avevo seguito una partita, lui era con Sgalambro, reduci da una conferenza in una biblioteca di non ricordo più quale paese del Salento, i due si rinchiuse in una specie di saletta riservata ai Vip. Feci la supercazzora agli inservienti e gli andai a parlare, più che altro gli chiesi l'indirizzo perché la mia contitolare voleva scrivergli, mi diede un civico di via Etnea a Catania, forse la casa che voleva vendere dopo le elezioni, forse l'ha venduta, lei scrisse ma lui non rispose, eppure l'uomo è sensibile al richiamo Adelphi, boh, ora ho letto che vive a Milo sulle pendici del vulcano, per riabituarsi al caos forse.
Comunque questo "Il vuoto" è un gran bel disco, funziona anche al primo ascolto, figuriamoci a quelli successivi.




permalink | inviato da il 9/2/2007 alle 20:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


8 febbraio 2007

Il rigore di Suarez

Ohimè che la memoria sulla vetta non ha chi la trattenga. Una settimana fa ero a Milano, per una delle partite più inutili mai seguite.
Fuori faceva molto freddo, al ritorno avrei dovuto fare un centinaio di chilometri di provinciale per via della chiusura dell'autostrada da Pavia a Tortona, sarei salito in tribuna solo cinque minuti prima della partita.
Fuori faceva molto freddo, in sala stampa eravamo quattro gatti, strano per San Siro, non più di una decina di persone, erano avviliti anche quelli della scuola alberghiera nello stanzone accanto, davanti ai loro vassoi intonsi.
Fuori faceva molto freddo, lo schermo al plasma davanti a me era sintonizzato su Inter Channel, avevo bevuto un sorso del vino che davano al buffet, ecco che comparvero le immagini in bianco e nero di una vecchia partita tra Inter e Samp, era il famoso 4-4 di molti anni fa, un risultato che non si dimentica e io infatti ricordo dov'ero quel giorno, in auto con mio padre mia madre e mio fratello, tornavamo da Rapallo dove eravamo andati a fare una gita domenicale, troppo piccoli io e mio fratello per andare in trasferta, troppi due figli piccoli per lasciarli da soli con la mamma alla domenica.
Nel cruscotto di plastica similradica, c'era incastonata l'autoradio Voxson che mio padre aveva installato per seguire le partite. Mi ricordo quell'anno uno 0-1 a Roma con gol al 90° di Amarildo, eravamo fermi alla Mola, sopra Velva, mio padre e mio nonno erano andati per funghi.
Mio padre aveva comprato una Ford Escort grigio metallizzata, quattro porte, bella robusta, le portiere di metallo pesante, era la sua seconda auto. Quella domenica tornavamo da Rapallo e ci fermammo prima della galleria delle Grazie ad ascoltare la radio, era un finale di gara davvero emozionante.
Accanto a me, giovedì scorso nella sala stampa di San Siro, c'era Filippo, il collega della Gazzetta. Seguivamo insieme quelle immagini d'epoca, io gli dissi "pensa che ricordo quel giorno, fermi in auto con mio padre prima della galleria delle Grazie dopo Zoagli, segnò un gol Suarez su rigore e facemmo 4-4". Un gol dietro l'altro in tv, chi si ricorda più degli altri, anche se dalle immagini uno era di Lippi, biondo. Però il rigore di Suarez me lo ricordo. Eccolo in tv, io e mio padre lo sentimmo alla radio, fermi sulla Escort poco prima della galleria delle Grazie. Altre volte ci saremmo fermati lì a sentire la radio, in ricordo di quel rigore.
Poi salimmo in tribuna, a prendere freddo, per uno zero a zero inutile. Nello stesso stadio dove il 9 gennaio 1972 Luis Suarez aveva segnato il rigore del 4-4. Quel giorno io avevo sette anni. Mio padre ne aveva quasi cinque in meno di quelli che ha oggi suo figlio, un figlio senza figli. Lui invece di figli ne aveva già due, il più grande se lo sarebbe ricordato per sempre, quel rigore di Suarez.
Com'è volato via il tempo, come faceva freddo a San Siro trentacinque anni fa, non c'ero ma era il 9 di gennaio e quindi doveva far freddo per forza, come faceva freddo a San Siro giovedì scorso, come fa freddo dentro di me.




permalink | inviato da il 8/2/2007 alle 21:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


6 febbraio 2007

Il custode

Quel giorno era andato tutto bene, risultato a parte. Certo, quei due tizi con la pistola alla cintura, seduti dietro la mia fila su un balaustrino a fare il tifo, non avevano proprio l'aria dei poliziotti, ma d'altra parte aver l'aria da poliziotto in certi frangenti non aiuta a fare bene il poliziotto.
Un paio d'anni prima, in quello stadio, mi era invece andata di lusso. Allora la sala stampa era in un fabbricato a ridosso della curva nord, come non mi capita spesso ero a seguire il Genoa che aveva vinto 3-1, mentre raggiungevo il posto delle interviste mi cadde davanti ai piedi una bottiglia di plastica piena, in testa non sarebbe stata una carezza.
Comunque stavo finendo di scrivere l'ultimo pezzo, col computer che non voleva saperne di indocilirsi. Dei tre inviati che eravamo, gli altri due si erano lanciati verso la folle avventura di un aereo della sera per Linate. Sulla strada per l'aeroporto avrebbero trovato l'ingorgo, dovendosi così fare un chilometro di corsa sotto il temporale, del tutto inutile perché il volo - prima cancellato, poi ripristinato su un altro aereo - sarebbe partito solo alle due del mattino.
Di fuori pioveva in maniera impressionante, per arrivare all'albergo sarebbe stata una doccia. Il custode venne a controllare se avessi finito. Ma senza iattanza, civilmente mi parve. Succede spesso di discutere con i custodi degli stadi, loro vogliono chiudere e noi dobbiamo scrivere. Riposi il computer nella valigetta e col mio piccolo ombrello tascabile mi disposi ad avventurarmi sotto l'acquazzone. Salutai quell'uomo, gli strinsi la mano, ci augurammo buon Natale, visto che ormai mancavano meno di trenta ore, e alla prossima. Una faccia di quelle che si dimenticano e infatti la dimenticai. Rivederla sull'Ansa così non mi dice nulla. Leggo che aveva un piccolo arsenale, che ha aizzato i cani contro i carabinieri venuti a perquisirgli la casa e costretti così ad arrestare lui, moglie e figlia.
Mica potevo immaginare tutto questo, sotto una pioggia che l'ombrello non riusciva a combattere, mentre la sera dell'antivigilia di Natale mi lasciavo alle spalle il Cibali di Catania.




permalink | inviato da il 6/2/2007 alle 20:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


6 febbraio 2007

Lieto fine

Avvisato dalla contitolare, apprendo che sul far della sera nella finestra di fronte è comparsa una mamma che allatta, seduta sul divano, e un padre che assiste sollecito.
Si direbbe un lieto fine; ed è curioso che il pianista si scopra immagonito, come se ritenesse un peccato sciupare una bella storia con un lieto fine.




permalink | inviato da il 6/2/2007 alle 18:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
sfoglia     gennaio   <<  1 | 2  >>   marzo
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Calcio
Politica
Musica
Storie
Cinema
Letti
Persone

VAI A VEDERE


CERCA