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Diario


15 giugno 2014

L'inverno nel fondo dell'estate

«C'è una cosa peggiore dell'aver torto, ed è aver ragione in pochi mentre in tanti propugnano il torto. Ma peggio di tutto è vedersi dar ragione troppo tardi».

La notizia che i Garrone lasciano, anche perché non più disposti a far fronte a un consistente passivo annuo, mi riporta a non molto tempo fa; quando un altro presidente, Enrico Mantovani tanto per non fare nomi, gestiva la Sampdoria con risultati di disavanzo economico sostanzialmente non difformi da quelli garroniani, ma in una A a 18 squadre con 4 retrocessioni e in un calcio italiano ancora molto forte in Europa.Allora attorno alla società il clima non era però quello relativamente tranquillo, respirato nel dodicennio garroniano, ovvero di unanime riconoscenza e solidarietà, tanto stentoree da risultare caricaturali e quindi, come ogni atto di servilismo, intimamente insincere; anzi erano (eravamo) veramente pochi quelli che avrebbero continuato fino alla fine, pagando prezzi non lievi in termini di opportunità umane e professionali, a riconoscere a Mantovani se non le capacità almeno la buona fede nell'operato.Allora si manganellavano - per fortuna a parole - i difensori della dirigenza, trattamento che in tutti questi ultimi anni è stato riservato dagli squadristi di allora a chiunque osasse formulare un minimo dubbio, un germoglio di ambizione, la speranza di progredire sul piano agonistico. Il mantra ossessivo era «non si discute, si ama!». Peccato che poco tempo prima si discutesse eccome. E dire che alla gestione uscente avrebbe giovato un minimo di dialettica, un pungolo costruttivo al posto di un soffocante consenso permanente dagli effetti narcolettici, con dettagli sconcertanti come quando la società venne applaudita prima perché aveva ceduto Cassano alla Fiorentina, poi per non averlo ceduto, insomma un coro unanime di elogi, per due comportamenti opposti nel giro di poche ore.Oggi che lo stesso Garrone, al passo d'addio, sostiene rattristato che la Sampdoria è rimasta, a scapito di ogni politica di risanamento dichiaratamente perseguita fin dallo stesso 2002, una fabbrica di inesorabili perdite strutturali - in un calcio italiano sempre meno qualitativo, e quindi competitivo al vertice, in una A a 20 squadre con 3 retrocessioni - nessuno o quasi mette in dubbio la versione dell'ormai ex presidente. Versione che io, che ho avuto modo di apprezzarne da vicino - come mi era accaduto con i predecessori recenti - la passione e l'impegno nell'interpretazione del ruolo, non posso che convalidare nei dettagli. In quasi tre anni ho visto un uomo appassionato e crucciato, calato con assoluto impegno in una parte interpretata con trasparenza e rigore morale, non posso che riconoscergli di averci provato con tutte le forze e con l'onestà sua e che era del suo genitore.Resta il fatto che la Sampdoria sgangherata e malgestita e dileggiata di Mantovani "consumava" per ogni campionato una quantità di carburante economico non molto diversa da quella virtuosa e austera dei Garrone: poca differenza fa la misura diacronica dello scompenso, ovviamente acuitosi dopo la primavera del 1999, periodo sul quale troppo tardi e senza rimedio, ai tempi di Calciopoli, è stata fatta vera luce. Se poi qualcuno ancora crede che il problema fu Platt al posto di Spalletti, peggio per lui.Senza fatti nuovi o idee geniali quanto sequenziali - ovvero azzeccare ogni anno le scelte tecniche, gli acquisti e le cessioni, comprare un Montella con la metà del ricavato per Chiesa oppure vendere a 12 milioni un Icardi pagato 300mila euro - tenere la Sampdoria in A ha un costo stabile a carico degli azionisti: se ne avvide Mantovani, che resistette fino a quando non venne raggiunta la soglia di allarmante erosione del patrimonio familiare; ben lo hanno sempre saputo i Garrone, che per loro fortuna hanno quasi sempre goduto della comprensione negata al predecessore.Mi piacerebbe molto che vi riflettessero tutti quelli che, tra un millennio e l'altro, aggressivamente scomunicavano come imbecilli nel miglior caso, nel peggiore come prezzolati, tutti quelli che non si erano uniti alla guerra contro un uomo solo, che avrebbe semmai avuto bisogno di aiuto. E che invece, nella logica della palla di neve che diventa valanga, alla massa venne indicato a bersaglio da un'astuta e ristretta regia ispirata da basse mire, antipatie fegatose, piccole ambizioni bottegaie, voglia di quel che oggi si chiama “selfie” con la persona importante.Se la doverosa e ponderata solidarietà offerta ai Garrone fosse stata riservata anche al predecessore, forse Enrico Mantovani sarebbe ancora presidente della Sampdoria, o forse lo sarebbe un indonesiano alla Thohir visto che il primo dirigente italiano ad aprire un canale con l'arcipelago asiatico era stato proprio Mantovani, i Garrone infine non avrebbero dovuto impegnare ingenti risorse personali e bruciare centinaia di milioni di euro in cambio di poca o nulla soddisfazione. Probabilmente Massimo Ferrero sarebbe diventato comunque presidente della Sampdoria e tutti ci auguriamo sia un bene. Ma tutto questo non aveva peso, di fronte a quella che - ora è dimostrato, e per sempre - era la cattiva coscienza, la malafede di pochi che hanno fatto un danno a tutti gli altri: ai Mantovani, ai Garrone, alla Sampdoria.




permalink | inviato da stefanorissetto il 15/6/2014 alle 23:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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