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Diario


3 luglio 2006

Sauro Petrini, l'uomo che non c'era

L'uomo che non c’era è diventato se stesso soltanto dopo l’ultimo dribbling. Finta e controfinta come una volta al Martelli, quando ancora c’era la pista di ciclismo intera; si è lasciato alle spalle senza nemmeno riconoscersi, altrimenti avrebbe avuto più cura nell’umiliarsi; e adesso davanti ha solo il mare senza sponde della nostalgia degli altri. Quando lo videro per la prima volta a Marassi, in una notte d’estate dall’aria grassa e impolverata di ditteri, fu per una partita dell’Anglo-Italiano con il Blackpool, e il più bravo sembrava lui, Sauro Petrini; così nessuno si accorse del ragazzo inglese coi riccioli. Aveva pochi anni e vent’anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più. Renzo Uzzecchini, gloria doriana e suo allenatore nell’ultimo Mantova di serie A, così lo ricorda: «Mai più avuto uno come lui. Nello scatto e nel dribbling era ineguagliabile. Lo alternavo sulla fascia con Badiani, a destra e a sinistra un tempo per uno, ma quando puntava al centro era uno spettacolo. Era un divertimento vederlo giocare, tutto il contrario che allenarlo».
Il mister segnalò entrambi alla sua Sampdoria, che li prese in cambio di Cristin e Fotia. Era una squadra di volenterosi operaiacci, con un allenatore paraguaiano e un capitano biondo, che si sarebbe salvato a Torino, a tre minuti dalla fine del campionato. «La gioia più grande della mia carriera di calciatore» avrebbe sempre detto il capitano biondo, Marcello Lippi. In quel campionato, Petrini segnò tre gol e mai a Marassi, l’ultimo su rigore a Verona. Lasciò presto Genova e per sempre. Nel ricordo Uzzecchini riecheggia quel che Bernardini ripeteva di Chiorri: «Se avesse avuto un decimo del cervello di una persona normale, sarebbe stato il più grande giocatore di tutti i tempi». «Sì, è stato Sauro il mio Alviero - ammette - amava vivere, una sera l’avevo sorpreso in flagrante e lui mi disse “Ma sto andando a dormire”. Sì, gli risposi, ma non a casa tua. Era un venerdì sera e meglio che non pensi a chi avremmo incontrato alla domenica. Però - conclude - Sauro giocò alla grande». Disertata la Samp, poche scintille ancora di un genio incarnito, in alberghi sempre più lontani dal centro come il clown pensoso di Heinrich Boll: Avellino, Catanzaro, Cesena e Rimini, vicino alla sua Ravenna. Poi un futuro, troppo breve, da mercante di tessuti; fino al primo e ultimo dribbling fallito, davanti al destino.
Il ragazzo del Blackpool sarebbe diventato Trevor Francis, d’altra parte lo era. E tutti i bambini sono impazziti, aspettando le piogge estive.




permalink | inviato da il 3/7/2006 alle 18:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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