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Flavio e Lilina (così almeno diceva)

Flavio era scampato al naufragio dell'Andrea Doria, così almeno diceva. Marittimo in pensione, robusto e un'ombra di baffi, i capelli sempre troppo marroni e uno sguardo alla Modugno velato da occhiali affumicati dalla montatura assai anziana, una volta a terra aveva visto allungarsi le ore e i giorni come le ombre, e svuotarsi di colore e significato. In mezzo agli oceani non si mettono radici, al massimo si galleggia come le alghe, venendo sballottati dalle onde nei posti più impensati. Quando si ritrovò a casa, anzi quando si scelse una casa diversa da quelle che aveva avuto sulle navi, si sentì più solo di quanto era sempre stato. Ma lontano dalla terraferma te ne accorgi di meno.

La vita gli stava larga. Come quando prendi il mare, ti lasci alle spalle una città e le sue luci, e nel giro di meno di un'ora non hai che acqua dappertutto, ovunque tu ti volga, sempre più scura, nelle notti illuni confusa col cielo, ti pare di galleggiare nel nulla. La città in salita era quella dove era nato, sempre un folle andirivieni di persone, spopolata però di affetti per il vecchio marinaio.
Passava le giornate al bar sotto casa. Non conosceva più nessuno. Né aveva da raccontare altro che il naufragio. La padrona del bar era una donna più sola di lui, malgrado avesse marito e figli e cane. Ma non voleva specchiarsi nella desolazione di Flavio. Lo lasciava parlare con Birillo, chissà di che cosa parlavano. Birillo stava a sentire, di quando aveva corteggiato la contessa, di quando aveva giocato alla roulette, di quando aveva visto l'acqua entrare in cabina, così almeno diceva.
Un giorno arrivò al bar con un fagottino, per la prima volta la barista lo vide sorridere, sembrava felice. Nel fagottino c'era una cagnolina piccola piccola, una meticcia giallastra, tra il volpino e il chihuahua, se la portò in casa e al bar non si vide mai più.

Ricomparve qualche mese più tardi in piazza Colombo, uno slargo quadrangolare pedonalizzato nel cuore della città. Parcheggiò una vecchia vespa bianca con un grosso cesto nel portapacchi e una scodellina sul pianale. Era vestito da pagliaccio, con un vecchio costume da carnevale giallo e rosso e un berretto a sonagli. Dal cesto estrasse una serie di attrezzi colorati: ferri ricurvi, tubi, panchette, cerchi festonati. Li dispose a terra, costruendo il suo piccolo circo. Quindi batté forte le mani, una volta sola, e dalla scodella saltò fuori Lilina, con un papavero finto e un campanellino al collare. Attorno a quella scena si era creato un crocchio di curiosi. Ecco Lilina, disse con voce stentorea, il cane intelligente che fa le operazioni! Lilina, tre per due? E la cagnolina saltò per sei volte tra gli ostacoli disposti in fila. Adesso fammi, proseguì, il traforo dei Giovi. Lilina sgattaiolò in un cilindro di latta per olio minerale, abbellito ai lati da strisce di carta metallizzata. E così via. Alla fine Flavio passò col suo cappello di pezza rovesciato in mezzo alla gente, poi ripartì sulla vespa con Lilina nella scodella.

Andò avanti così per mesi, anni. Il clown e la cagnolina si esibivano nelle piazze, sul lungomare, alle sagre e perfino alle feste di partito. I bambini giocavano volentieri con Lilina, che faceva le moltiplicazioni e le divisioni agli ordini del suo addestratore. Si facevano fotografare con la piccola circense in braccio e alle spalle il pagliaccio finalmente felice, che non avrebbe più raccontato a nessuno del naufragio dell'Andrea Doria. Lo invitavano nelle televisioni locali, gli dedicavano articoli sui giornali, fogliettoncini al massimo, però quel che contava è che non raccontava più del mare e del naufragio, parlava soltanto di come aveva trovato Lilina vicino a un cassonetto, l'aveva salvata, e poi a casa si era accorto che lei lo stava a sentire, anzi lo capiva, e così aveva pensato di farne la sua allieva.

Quella notorietà non dispiaceva al vecchio marinaio. Un giorno incollò sui muri del centro un centinaio di manifestini fotocopiati, in cui annunciava di andare in tournée in Russia, invitato dal Circo di Mosca. Sparì per qualche tempo, poi sugli stessi muri comparvero altri manifestini, con una cartolina dell'Ermitage e il ritaglio di un articolo in cirillico, con la foto del clown e della cagnolina. Flavio era tornato dopo un grande successo a San Pietroburgo, così almeno diceva. Ma un collega figlio di un giornalista dell'Unità, che da piccolo aveva studiato il russo, letto il manifestino notò che quell'articolo parlava di tutt'altro. Qualche tempo dopo trovarono Flavio in lacrime, in mezzo a piazza Colombo, con i suoi attrezzi sparsi disordinatamente per terra: disse che due giovani vagabondi gli avevano rapito Lilina. Il ratto della cagnolina artista di circo guadagnò così colonne e servizi nei tg locali, meno propensi a concedere spazio nel momento della miracolosa ricomparsa della bestiola, che qualche giorno dopo si era ripresentata a casa di Flavio, così almeno diceva.

I cani campano meno degli uomini, ogni loro anno ne vale sette dei nostri, perciò attorno ai dieci è il caso di cominciare a preoccuparsi. Lilina invecchiava, faceva sempre più fatica a compiere gli esercizi, così Flavio si era inventato numeri alternativi per far riposare la cagnolina senza perdere pubblico. Sotto Natale presentava un piccolo presepio illuminato da una batteria di automobile e una batteria di campanacci allineata su una trave di legno, che forse in gioventù era stata uno stipite. Per qualche tempo presentò accanto alla cagnolina un improbabile incrocio tra un pappagallo e un colombo, così almeno diceva, in realtà un piccione malamente sbaffato di quelle stesse vernici gialle, verdi e rosse che Flavio usava per dipingere i suoi attrezzi circensi. Lo presentava come Pipetto, debitamente integrato il costume di scena con uno straccio di daino da parabrezza, spacciato per una guarnizione di falconeria. Qualcuno non gradì la tintura inflitta al povero piccione e segnalò la faccenda ai vigili, Pippetto sparì ed Flavio continuò a esibirsi con la cagnolina sempre più vecchia, sempre più stanca.

La gente, in realtà, da tempo si era disaffezionata al lato strettamente spettacolare dei numeri del pagliaccio e del cagnolino. Quando gettava gli spiccioli nel cappello rovesciato posato a terra, pensava di fare un'elemosina. Soprattutto credeva di sostentare un uomo che avrebbe potuto avere alle spalle qualsiasi vita, non credeva più né all'Andrea Doria né a tutto il resto. Si chiedeva soltanto come avrebbe fatto Flavio, quando la cagnolina non ci sarebbe stata più. Quei due erano come Zampanò e Gelsomina, non avrebbero mai potuto fare a meno l'uno dell'altra, probabilmente sarebbe andata a finire come in molte storie di uomini e cani, nell'esaudirsi della preghiera di Juan Rodolfo Wilcock per l'anima destinataria del suo Italienisches Liederbuch: «Possano le nostre morti essere simultanee, perché dev'essere intollerabile sentir cessare la felicità».

Quella mattina era davvero grigia, nell'inverno dell'inverno. Era grigia ormai anche la cagnolina, adagiata su una di quei poggiapiedi di legno su cui per anni aveva saltellato. Flavio stava in piedi, accanto al piccolo infantile feretro, raccogliendo in lacrime le condoglianze dei passanti. A terra c'era un cartello: «Lilina ringrazia tutti quelli che le hanno voluto bene». Mi si strinse il cuore, vedendo quella scena. E adesso, che cosa sarebbe stato di Flavio? Quelle lacrime erano il distillato di una disperazione autentica, per il nuovo oceano di solitudine, piatto e senza vento ormai, che si spalancava davanti al vecchio marinaio. Senza Lilina non farò più nulla, ormai era una figlia, una sorella, era me, così andava lamentandosi. Al pomeriggio la piccola camera ardente a cielo aperto, sotto i fregi massonici di Ponte Monumentale, era stata smobilitata.

Per giorni Flavio scomparve. Lo immaginavo nella sua casa, a consumarsi come un mozzicone di candela. Al bar, a raccontare storie alla padrona di Birillo, ammesso ci fossero ancora la donna e il cane. Oppure altrove da ogni possibile altrove, anche dalle bugie che aveva finito per raccontare anche a se stesso. Chissà dove l'aveva sepolta.

E' ricomparso, nemmeno dopo un mese, con un altro cane, stavolta maschio, giallastro come Lilina, assolutamente indocile all'eventualità di ogni numero. Al massimo stava lì, a vedere l'uomo vestito da clown che suonava le campanelle. Più in là si inventò un altro rapimento, ormai ignorato con sufficienza e fastidio nelle redazioni; poi scambiò quel cane con un altro, anche quest'ultimo incapace di fare le moltiplicazioni e le divisioni, di imboccare il traforo dei Giovi. Quasi ogni giorno li vedo, Flavio e un botolotto insignificante, in piazza Colombo, a dare il loro inane e immobile spettacolo.

Questo finale - che poi è la realtà perché questa è una vicenda dove nulla è inventato, così almeno vi dico - mi sembra più triste di quello che avevo temuto. Qualcuno potrà obiettare che Flavio non si è ricongiunto, secondo vedovile costumanza indiana, alla sua metà canina, godendo quindi di un supplemento di esistenza, difficile o scontata da chiamare vita. Ma forse ogni volta che vedo Flavio, impegnato a fare il campanaro oppure a sollecitare inutilmente al suo ennesimo cane gli esercizi insegnati a Lilina, mi rattristo perché rivedo nella sua storia il sospetto di colui che scrisse, mi pare Céline o così almeno credo, che in ogni dolore la vera pena è di accorgersi che neanche il dolore dura, e che quindi neanche il dolore, nessun dolore abbia senso.

Pubblicato il 16/7/2006 alle 22.28 nella rubrica Storie.

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