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Cinque anni dopo (parole, parole, parole)

Cinque anni dopo, i capipopolo della rivolta contro i potenti della Terra siedono tra i potenti della Terra, a trenta milioni al mese più le spese. Cinque anni dopo, i promotori della rivolta contro il raduno dei potenti della Terra sono tornati a quei posti di governo dai quali, per favorire la Genova cara a un ministro caro a un premier, avevano voluto e organizzato il raduno dei potenti della Terra. Cinque anni dopo, la cronaca è diventata storia; e la storia mito. Così è ormai difficile discutere delle cose come se fossero state quel che sono state, cioè realtà. Si parla di un fatto concretamente avvenuto, e inoppugnabilmente documentato da decine di fotografie e di riprese televisive, come in Omero si narra di Ettore trascinato cadavere sotto le mura di Ilio: contraffacendo i nudi contorni della verità, che non è questione di punti di vista, almeno stavolta.

Sfortunato il popolo che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Sfigato invece, glosso io, il popolo che se li va a cercare tra gli scaffali del discount. Quando si vuol parlare del G8 di Genova, occorre partire da una premessa quasi sempre negletta: chi promosse quell’incontro erano le stesse persone che ne avrebbero organizzato la contestazione. Questo perché quell’appuntamento, a soli quattro mesi dalle elezioni politiche che per la prima volta avevano portato la destra al governo, era per l’allora minoranza di sinistra l’opportunità di un nuovo 30 giugno 1960, con singolare unità aristotelica di luogo. Come spesso accade, era nel non detto che andavano cercate le ragioni di quelle tensioni: in un contesto di benintenzionati, suore comprese schierate ut acies ordinata dal cardinal Tettamanzi, a sinistra ci fu chi cercò di creare le condizioni per scontri di piazza il più cruenti possibile. Serviva un feticcio da esibire, un nome da sventolare. Serviva un morto.
Il 14 luglio 2001, quindi una settimana prima del G8, Alberto Arbasino (non certo sospettabile di simpatie destroidi né berlusconesche) scrisse una poesia-rap che magnificamente sintetizzava gli umori di quei giorni. Io che vissi al fronte, col cartellino “press” al collo spesso nascosto per non essere malmenato, il prima e il dopo di quella sanguinosa carnevalata, m’inchino di fronte a questi versi. Che spiegano meglio di ogni altra analisi perché si arrivò a tanto. Nel segno delle cattive coscienze e delle belle gioie, nel segno dell’ipocrisia. Di fronte a vite più sprecate di tutte le altre, incombe un supplemento di pietà. Ma la mitizzazione no, per favore. Occorre discernere i personaggi dagli interpreti, i nomina nuda dalle sublimazioni apologetiche. Io, che ero a Genova impegnato nella descrizione di una battaglia, con le macchine che bruciavano oltre i cristalli infranti della mia redazione, posso dire che fu un miracolo se alla fine si contò una sola vittima. E che vittima. Un povero cristo, con una storia messa a nudo – con impudicizia se vogliamo, ma l’antidolatria va praticata in tutte le direzioni – non più tardi di un paio di giorni fa, con un articolo sul “Corriere” in cui si dava conto dei precedenti del soggetto, del tenore dei dialoghi fra i genitori e delle relative non già previsioni ma addirittura speranze su un epilogo il più rapido possibile di quella vita poi issata su un piedistallo non appena finita.
La nostra storia recente ricorda nomi come Giorgiana Masi, Giannino Zibecchi, Sergio Ramelli, Fausto e Iaio, i fratelli Mattei, e se vogliamo pure quel Salvatore Marino sospetto mafioso che forse era davvero tra quelli che avevano ammazzato Beppe Montana, ma comunque non andava massacrato di botte in una camera di sicurezza della questura di Palermo perché uno Stato di diritto non può permettersi il dente per dente. La coda degli aspiranti al pantheon delle vittime dei soprusi, di Stato o dell’antiStato, è assai lunga; come per le cause di beatificazione, occorrerebbe andarci piano, restare stretti sui requisiti di ammissione, altrimenti è come agli esami di maturità dove tutti prendono 60, che era il 100 di quando ho finito il liceo io. Se basta farsi ammazzare mentre si tenta di ammazzare un altro, oltretutto per futili motivi e senza una ragione, per essere cresimati eroi e/o miti, allora gli eroi e i miti non esistono più.
Non credo che il mondo sarebbe cambiato in meglio, per effetto di un militare di leva morto ammazzato con la testa spiaccicata da un bidone di schiumogeno pesante una ventina di chili, appena rubato da un distributore di benzina. Chi pretenda di cambiare il mondo così è solo un poveraccio, altro che eroe. Figuriamoci chi insista a considerarlo un esempio. Oppure chi, su quel sangue o attorno, si è costruito una busta paga mensile da trenta milioni più bonus e spese. Unico retaggio di cinque anni di inane vaniloquio, così spillonato da Arbasino con sei giorni di anticipo sui fatti. E il bello, o il terribile, è che poi sarebbe andata davvero così: canzoni, film, libri, dischi, monumenti, festival, piazze e altre trovate toponomastiche assortite, cippi e sale riunioni, spettacoli teatrali. Manca l’opera lirica. Ma è solo questione di tempo.

“IL MORTO A GENOVA”
Tutti i più impegnati e più 'correct'
del momento
si aspettano e si augurano
ALMENO UN MORTO A GENOVA!
Anche i più civici, e i più cinici,
i più assatanati, i più cattolici,
i più etici: l'aspettativa è grande
per IL MORTO A GENOVA!
Altro che le canzoni di Tenco,
di Lauzi, di De André! altro che
il 'noir' di Paolo Villaggio, o i ghigni del Gabibbo!
Un morto che dia un vero senso
alle pulsioni profonde
e alla 'vanitas' superficiale,
al desiderio di ostentare virtù varie,
alla brama del presenzialismo e dell'esserci!
...Altro che le stupide kermesse dell'estate,
in Sardegna, magari con arresti
di faccendieri e gangster in festa!
..."È avvenuto a un metro, a tre metri,
a dieci metri, e per fortuna noi
eravamo intensamente lì!
Abbiamo visto IL SANGUEEE!
Abbiamo guardato, fotografato,
bacchettato, fustigato, strigliato,
RIPRESOOO! Anche i raccapriccianti dettagli,
le giuste rabbie, le indignazioni più RAVE!... WOW!".

* * *
IL MORTO A GENOVA è necessario,
è indispensabile! Conviene! Conviene!
Conviene ai giovani smaniosi
e ai vecchi malvissuti,
ai frustrati e ai lanciati,
ai debuttanti e ai 'revenants'!
Di destra e di sinistra,
di sopra e di sotto,
con storie e provenienze
diversissime, ma accomunati
dall'avidità del presenzialismo
e del tafferuglio, dal rumore
delle botte, dall'odore
della MORTE 'live'! a caldo! sul campo!
in tempo reale! in presa diretta!
Hemingway l'ha sempre spiegato
abbondantemente, alle corride
e in guerra. (E lasciamo perdere
D'Annunzio...). Del resto, milioni
e milioni se la godono, in 'trip'
ai film sul Cannibale, su Auschwitz,
sul Titanic, su Pearl Harbor,
sentendosi poi più appagati
e contenti. La cosiddetta
"piccola catarsi". (Se non ci sono vittime,
non si fa la fila, non si paga il biglietto).

* * *
VOGLIAMO IL MORTO A GENOVA!
E lo vogliamo per una costante
profonda, eterna, dell'animo umano,
che vuole il morto ovunque, si appassiona
al morto, adora il morto, si soddisfa
sul morto - antropologicamente lo divora.
Poi lo mitizza, scrive sui muri, in nero:
"sarai vendicato!". E lo venera, lo onora,
con file di statisti e corone di fiori,
in qualità di Milite Ignoto....
È il SACRIFICIO UMANO,
studiato nelle più brillanti
Facoltà di Scienze Umane,
quale carattere importantissimo
e antichissimo, che si tramanda
fin dalle origini dell'umanità - e mai morrà.
Celebratissimo, con appositi miti
ed elaborati riti, con intensa
e appassionata partecipazione
di un vasto numero di fans,
di ogni genere ed età. Sempre entusiasti,
sempre eccitati, e su di giri, migranti
fra gli eventi di morte, anche sobbarcandosi
disagi notevoli... "Viva la Muerte!"
era uno slogan del '37, in Spagna.
E i baldi giovani si chiamavano
"Los Novios de la Muerte", i fidanzati
della Morte. Come già gli Arditi
fiumani, dell'Amba Alagi, eccetera...

* * *Molti, dunque, sanno già benissimo
come sarà il MORTO DI GENOVA. Si prevede
la faccia, la pettinatura, l'abbigliamento,
il curriculum. Tutti conoscono già - e si ripetono -
l'età, i precedenti, le frasi, le canzoni,
le predilezioni, gli affetti, gli effetti,
e su che ritmo stava
ballando in quel momento.
Un Cast Director Globale ha già
predisposto tutto, dalla sceneggiatura
ai fabbisogni. Tutto
previsto, tutto sotto
controllo, come un dopo-partita
da scudetto: sull'identikit
si può fare sia un requiem
sia un rap. Il compact
avrà un record di vendite
per tutta l'estate. La foto-logo
sulle copertine e sulle magliette
conquisterà il mercato globale,
anche nei paesi poveri.

* * *
Con la sua fama, incrementerà la vendita
di vernici spray, come la vittoria
della Roma, per scrivere
QUEL NOME ossessivamente
su tutte le facciate
restaurate coi fondi
del Giubileo, e lodate
dai critici d'arte che sono stati
nel Bronx da giovani.

* * *
...E fra venti o trent'anni,
nel "come eravamo" fra reduci
e le interviste di successo...
"Io c'ero, ero proprio lì, vicinissimo
al MORTO DI GENOVA!".

* * *
Volere IL MORTO A GENOVA, però,
non è uno sport estremo.
È un trip di routine dell'animo umano
più normale che vuole, e gusta,l
e vittime sacrificali.
Ed è contento soprattutto quando
SI SCOPRE UN DOLORE.
Anche nei libri e al cinema.
Dolori e dispiaceri
di figli e genitorio di chi ne fa le veci,
con disturbi e disgrazie e inconvenienti
per i vicini, i cugini
e tutti gli altri parenti...
Questo, desidera l'acquirente!
Figuratevi allora UN MORTO-
mentre tutta l'Italia guarda - A GENOVA!
...Con questo caldo!... Ma poi, e poi, chissà
quanti, e per quanti anni, lì in gruppo,
e a frotte, a mangiargli
addosso, e a guardarci sopra -
QUEL POVERO MORTO DI GENOVA!

Alberto Arbasino
14 luglio 2001

Pubblicato il 23/7/2006 alle 2.15 nella rubrica Politica.

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