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In fondo a Ferragosto c'è Natale

La donna scese alla stazione, con la sua piccola valigia di un giorno. In quella città aveva creduto di capire che cosa fosse la felicità, ormai troppo tempo fa. Non sapeva che cosa di lì a un anno sarebbe stato di lei, non le erano piaciuti i sorrisi del cardiologo, troppo vistosi. Così questo Natale voleva festeggiarlo con l’unica persona che ormai meritasse la pena ricordare, diradata ormai la polvere delle rovine di tutto il resto. Davanti a sé aveva una caligine indistinta, da cui affioravano sagome amiche: vieni, vieni. Ma non era ancora il tempo. Doveva rivedere almeno una volta almeno una persona.
Gli aveva proposto un appuntamento allo stesso ristorante di una volta e l’idea era sicuramente piaciuta. Certo non sarebbe stato più come allora, ma nulla era più così. Pure la contemporaneità va dilatandosi, una canzone di trent’anni fa non sembra risentire del tempo, quando trent’anni fa “Le donne non ci vogliono più bene” sarebbe parsa così datata. Chissà perché le tornava in mente quell’inno di voluttuosa sconfitta, di compiacimento nella disperazione. Di fronte a una camicia nera appena dismessa non si era tirata indietro, quel ragazzo era un fuggiasco, aveva appena scoperto di non avere che la propria vita e non sapeva che cosa avrebbe fatto se gli avessero tolto anche quella. Aveva bussato al portone più vicino, aveva detto, lo stavano inseguendo, era appena riuscito a sottrarsi a un arresto. La guardò con occhi che lei non aveva mai visto e che parlavano una lingua meravigliosa, questo le bastò, non era giusto ma decise che lo sarebbe stato.
Pure lo cercavano, ma lei non gli avrebbe mai chiesto che cosa avesse fatto, si sentì di nasconderlo e basta. In casa sua non avrebbero mai guardato, e al padre lei si era ben guardata dal rivelare chi fosse quel giovane nascosto in cantina, disse solo che lo cercavano per una vendetta tra vincenti e che se fosse uscito prima gli avrebbero fatto la festa per finta e poi per davvero. Fuori tutto cambiava, le lepri imbracciavano il fucile, lei credeva che quando tutto sarebbe finito lei avrebbe riportato fuori quel ragazzo con occhi mai visti. Ci avrebbe percorso un tratto di strada insieme, o forse tutta la vita, di sicuro le piaceva.
Quando passò la bufera, quel ragazzo volle congedarsi lasciando soltanto un recapito straniero. Qui non ho futuro, le disse, per quelli come me i decenni saranno secoli, vado da parenti, con un oceano di mezzo forse si dimenticheranno di me, ti prego di non cercarmi, sarebbe peggio anche per te, se sapessi chi sono non mi avresti tenuto nascosto tutto questo tempo, saresti stata la prima a consegnarmi. Quindi si allontanò, verso chi sa dove, non prima di averle stretto la mano.

La contemporaneità è stranamente viscosa, “Là ci darem la mano” sembra scritta ieri, eppure sono decorsi i secoli. Così il tempo le scivolò addosso, o meglio quel che del tempo non contava; il resto era rimasto impigliato a quegli occhi mai visti, compresa l’idea di lasciare un segno nel mondo.
Era già lontana da tutto, anche da quel padre che non aveva mai capito come fosse arrivato e perché quel giovane fosse rimasto tanto tempo nella loro cantina, quando le arrivò una lettera con un francobollo mai visto. Il ragazzo non era più un ragazzo e presto non avrebbe avuto più neanche quello sguardo che a lei aveva cambiato la vita. Ora poteva rivederla e anche confessarle una cosa che allora, sia prima di entrare in cantina che uscendone, non aveva potuto e voluto dirle. Ma avrebbero dovuto vedersi in un confortante altrove, per esempio la città dal cui porto lui era partito credendo di mai più tornare; ora invece era deciso a farlo, anche perché ormai anche quella sarebbe stata una fuga.
Si videro, in un ristorante sul mare, dovettero affidarsi a segnacoli tessili perché altrimenti non si sarebbero riconosciuti. Lui aveva uno sguardo imprigionato dietro lenti spesse, sabbioso, vinto, spento. Lei credette di aver di fronte un’altra persona, lui la convinse di non essere un impostore soltanto quando cominciò a rievocare particolari della cantina e della casa.
Avrebbe ormai potuto dirle la verità, cioé che quando era fuggito non era andato da parenti, ma da una giovane donna che lo aveva preceduto nella fuga e, dopo averlo riaccolto dall’altra parte del mare, era invecchiata con lui, precedendolo adesso nel posto dov’è silenzio e ombra. Avrebbe ormai potuto dirle anche il suo vero nome. Avrebbe potuto provare a dare un senso all’attesa inconscia e logorante in cui quella donna era invecchiata. Le disse invece: ho da sistemare ancora alcune cose, rivediamoci qui la vigilia di Natale.

La contemporaneità non esiste, “ma io già lo sapevo che comunque non potevi essere tu” è un verso nato nell’oggi, eppure è un valzer che avrebbe potuto benissimo essere scritto fra le due guerre. Così eccola entrare in quel ristorante, non importa che lui non abbia risposto alla sua lettera, lei è sicura che sia arrivata, tra poco entrerà con lo sguardo di quand’era ragazzo, e finalmente le donerà un significato per tutto quel che non è stato.


(Ho provato a inventare questa storia stasera, dopo una giornata di terapia solitudinaria nel silenzio di un’Assunta nella città vuota, per incollarla al ricordo della donnina che ho visto la mattina dell’ultimo Natale, al bar ristorante Garden di Corso Italia. Io ero lì per un caffé, non so quale. Saranno state le undici, lei era tutta in ghingheri, benché di un’eleganza ampiamente fuori epoca, truccata come se aspettasse qualcuno, si rivolse al direttore di sala chiedendo: posso prenotare un tavolo qui, oggi? c’è posto? sa, sono da sola, ho preso alloggio all’albergo qui davanti. Già l’idea di un pranzo di Natale da soli mi rattristava, interpretato poi da quella donnina desolata. Il giorno dopo, quando arrivai in redazione, passai subito nello stanzone della nera per chiedere che cosa fosse successo e mi stupii che al mattinale mancasse quel che mi aspettavo. Il prossimo Natale, a Dio piacendo, ripasserò al Garden).

Pubblicato il 16/8/2006 alle 0.3 nella rubrica Storie.

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