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Cioè ieri, cioè mai

Chissà quando e se tornerò mai a Benevento. Me lo chiedevo stamattina, cioè ieri, a ogni buongiorno-arrivederci scambiato coi baristi, nel corso dell’ovvia copiosa somministrazione di caffè dovuta allo scarso sonno consumato. Chissà se e quando così rivedrò quella strana donna che oggi pomeriggio, cioè ieri, trafficava col suo computer sullo scomodissimo scrittoio scaleno del punto Telecom del salone partenze nazionali di Fiumicino.
Alta, florida e ostentatamente fasciata in un tailleur nero di china fin troppo serioso che contrastava con la festosità fisica, un eccesso di fondotinta e la matita a sottolineare gli occhi scuri scuri come i capelli raccolti in uno chignon, aveva molto di indefinibile, quasi tutto. Intanto l’età, che passati i trenta e fino ai cinquanta e a volte oltre è variabile delle giornate: chi se la spassa ringiovanisce. E questa sembrava giovane. Però aveva l’aria di una persona sola, perché altrimenti con cinque scrittoi disponibili non si sarebbe piazzata a quello più vicino al mio. Alle dita e al collo monilini di poco conto, un cellulare rossastro, un’agenda consunta, un pacchetto di gomme, tutto sciorinato sul tavolino, quest’ultimo incompatibile con una posizione corretta di chi scriva, costretto infatti a mettersi di traverso.
Io avevo appena destinato al cestino una pomposetta omelia, stile “brevi cenni sul pacifismo di maniera oggi scomparso”, mi va sempre di meno di parlare di politica e quindi è così anche sul diario in rete, per grattugiare i minuti e le ore verso il secondo e ultimo imbarco di questa trasferta sannita avevo così ripiegato sull’almanacco degli stadi. E davanti avevo questa donna, l’aria curiosa e infelice anche se serena, ci può essere infatti una serenità infelice, oppure un’infelicità serena, ne so qualcosa per esempio.
Negli aeroporti le distanze si vedono, parlano, ti toccano. Due persone ora si salutano, tra pochi minuti partiranno in direzioni opposte alla velocità di più di quattordici chilometri al minuto, oppure duecento metri al secondo, e magari non si vedranno più.
Negli aeroporti la domenica sera è tempo di rientri e quindi di congedi: gente che torna dalle ferie, coppie separate dal lavoro o da altri imbarazzi che chiudono una parentesi alla loro lontananza strutturale, circostanza a volte nefasta a volte salvifica. Chissà se quella donna arrivava o partiva, chissà quale sabato sera aveva trascorso, certo non come me allo stadio di Benevento, con quattro pezzi aperti contemporaneamente sul computer e l’impossibilità di sbagliare, visto che non c’erano riprese tv in diretta e quindi nemmeno la facoltà di controllare se quello che è successo corrisponda a quello che hai visto e soprattutto a quello che hai scritto.
Quello che vedevo era una donna non troppo bella ma nemmeno poco, afflitta da una solitudine dilagante. Ecco che si scioglie i capelli, chissà che cosa significa questo gesto, gli etologi lo sanno ma io non sono uno di loro, o meglio mi diletto della materia come per esempio in questo caso.
Io, sono tempi che certo non bramo di ampliare le conoscenze, semmai avrei il problema opposto di disboscarne l’inconferente brulicame. Però avevo sete, volevo andare a comprare una bottiglietta d’acqua ma al tempo stesso non mi andava di riporre tutto l’armamentario informatico per portarmelo dietro. Così, senza alcun retropensiero, mi sono alzato e le ho chiesto se potesse tenermi d’occhio il computer. Mi è parsa spaventata e anzi atterrita, come se avesse desiderato disperatamente da molto tempo che qualcuno le rivolgesse la parola, come se non avesse parlato con nessuno per giorni e giorni, e adesso che finalmente poteva riutilizzare la propria voce – una voce angolosa e perfino rude, del tutto in contrasto con la dolcezza dei tratti - tradiva un atteggiamento ibrido tra diffidenza, richiesta d’aiuto, curiosità, insoddisfazione. Era contenta di essere stata scossa dal suo solipsismo, ma ora non sapeva che farsene di se stessa. Ha risposto con un timido ma sbrigativo cenno del capo, in senso negativo, alla mia richiesta se le servisse qualcosa al bar, già che ci andavo io.
Quando sono tornato al mio posto con la bottiglietta, l’ho ringraziata ma aveva cambiato espressione. Adesso leggeva con acribia una schermata probabilmente epistolare, forse controllava la posta e aveva ricevuto una lettera che si attendeva, o meglio che non si attendeva ed è per questo che sorrideva guardando il video. L’ho ringraziata dell’attenzione e poi ho ripreso a fare quel che so fare meglio di ogni altra cosa, la mia specialità assoluta: perdere tempo. Ogni tanto alzavo gli occhi per scrutare la transumanza dei viaggiatori, inciampando più volte nel suo sguardo interrogativo e venato di una certa apprensione.
Ho provato a inventarle una vita, ma non me ne veniva in mente nessuna che poi le stesse veramente bene. Un’amantessa della domenica lieta del suo ruolo, una vedova già ripartita, una senza tetto né legge, nessun ruolo era il suo. Quindi poteva benissimo essere una collega, ripensandoci l’equipaggiamento computer più piccola borsa da viaggio non poteva che essere quello di una giornalista, chi va da un fidanzato o da un drudo con il computer? E se si muoveva nel fine settimana poteva essere pure una sportiva, magari avevano mandato anche lei a seguire una di queste strampalate partite di Coppa Italia, a Sansovino oppure a Cava dei Tirreni, a Giugliano, Cuneo, Melfi, San Giovanni Valdarno, chissà.
E come rideva, adesso, leggendo qualcosa sul suo schermo di cui vedevo soltanto il retro di alluminio lucidato. Era contenta di quello che aveva davanti agli occhi, o forse soltanto perché di lì a poco avrebbe preso un aereo verso qualcosa di bello.
Il mio telefono ha cominciato a suonare “Mi ritorni in mente”, trillo che ho adottato da qualche giorno dopo che la contitolare della mia esistenza mi ha diffidato dal continuare a usare lo stornello cantato dal posteggiatore a Banfi-Auricchio in “Fracchia la belva umana”. Era il collega del Secolo XIX che, perso l’aereo sul quale aveva creduto di poter salire, era a mangiare qualcosa al bar Frescobaldi a metà della galleria. Gli ho detto che l’avrei raggiunto nel tempo di cinque minuti, ovvero di chiudere e collocare nel diario quella farneticazioncella sugli stadi della mia vita.
Pochi attimi dopo, la donna che ormai a forza di ridere era diventata una ragazza, e davvero bella, mi ha guardato con un’aria sgomenta. Mi scusi, mi ha detto, che ora è? Io ho pensato: ha l’orologio, al polso e sul video, che bisogno ha di chiedermelo? Ma ho risposto egualmente, sono le sette e un quarto. E allora lei: oddio, ho perso l’aereo, ma non hanno chiamato l’imbarco. Ma al punto Telecom non chiamano alcun imbarco, i diffusori trasmettono soltanto canzoni su canzoni. Sono rimasto attonito, sorpreso, soprattutto amareggiato, nel vederla riporre in fretta e furia nella custodia rinforzata la spina, il trasformatore, lo stick per la trasmissione, quindi il computer, alzandosi e dicendomi “buonasera, arrivederci”, mentre io le rivolgevo un flebile “vedrà che l’aereo ha ritardo”, che lei non avrebbe sicuramente udito, presa com’era a trascinar via le due borse e il carrello verso chissà quale porta di imbarco.
Io stasera, cioè ieri sera, sono rimasto a Fiumicino ancora un paio d’ore, prima di salire sul mio aereo, l’ultimo per Genova. Raggiunto il mio collega, poi partito sul volo precedente, ho mangiato un panino con lui, ci siamo salutati e poi ho percorso un paio di volte avanti e indietro la galleria delle partenze, ma quella donna non c’era più, evidentemente era riuscita a prendere l’aereo. Meglio per lei, forse riuscirò a sapere che cosa l’avesse divertita così tanto, e se fosse una collega, la prossima volta che andrò a Benevento. Cioè ieri, cioè mai.

Pubblicato il 21/8/2006 alle 3.6 nella rubrica Storie.

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