Blog: http://stefanorissetto.ilcannocchiale.it

Il mestiere di cane

Tra poco sarà di nuovo l'8 settembre. Mio padre ricorderà sempre quello del 1943, andava sul vaporetto dalla Spezia al santuario delle Grazie per la festa mariana e aveva visto partire il "Roma" dall'Arsenale verso il suo ultimo viaggio, l'aviazione tedesca lo avrebbe affondato alle Bocche di Bonifacio con l'ammiraglio Bergamini e mille e cinquecento marinai.
Io me ne ricorderò un altro, di 8 settembre, e un altro ultimo viaggio. Quello di Lepe da Orvieto. Fino a qualche anno fa, non sapevo nulla di cani. Ero indifferente. Anzi, mi infastidiva chi volesse troppo bene ai cani, pensavo - e in taluni casi continuo a crederlo - che chi amasse gli animali sublimava un certo odio immotivato verso i propri simili.
Poi ho conosciuto, indivisibile allora dalla padrona, Lepe, che allora aveva sette anni. Lei mi aveva avvertito che era un cagnaccio. Piccolo, ma con un caratterino. Quando l'avevo visto in foto, l'avevo preso per un bastardino. E lei, piccata: è un Parson Jack Russell Terrier, oggi sono dappertutto nelle pubblicità, ma quando lei lo aveva comprato erano rarissimi. Comunque, una volta appresa la razza, ne sapevo tanto come prima. Allora lei mi spiegò la storia del pastore protestante che aveva costruito una razza di cani topieri, piccoli e scattanti, con sangue di fox terrier, bull terrier e beagle.
Poi vidi lui. E il primo incontro fu proprio come temevo. Mi si fece incontro e io, specificamente ammaestrato, gli porsi un Ferrero Rocher dallo stick che avevo comprato al bar della stazione. Lo prese con dolcezza chirurgica, senza nemmeno sfiorarmi le dita. Così col secondo, il terzo e il quarto. Pensai che forse lei avesse esagerato, nel decantarmene la pericolosità. Poi, quando feci per varcare la porta di casa, mi si avventò alla caviglia per morderla.
Fu il primo dei miei contrasti con Lepe. Tutti a dire il vero nel primo anno: una volta provai a carezzarlo e mi morse la mano, un'altra mi si scagliò all'inguine - azzannando per mia fortuna la zona tasca destra, sono forti nell'olfatto ma pagano qualcosa in termini di diottrie - perché avevo fatto una mossa un po' brusca. Ma poi basta. In compenso era divertente vederlo fare il suo mestiere di cane: corse fulminee al cancello se suonava il campanello o passava un'auto, mendicanze assortite a tavola salendo anche sulle ginocchia del commensale fino a che non aveva soddisfazione, buche freneticamente scavate nei campi a caccia delle tane dei topi, piccoli gesti di richiesta istintiva di protezione e tutto quello che insomma fanno quelli come lui. Vastissima l'aneddotica, comprese le aggressioni ai postini e perfino al sacerdote impossibilitato a benedire la casa, ma da un cane anglicano c'era da aspettarselo. A sei anni era perfino sopravvissuto a un morso della vipera.
Impressionante la rapidità con cui correva sul pendio retrostante la casa, ai bordi della rete di recinzione, per presidiare il suo territorio all'arrivo di ogni vettura. Slanciandosi sempre sullo stesso percorso, coi suoi unghioni aveva come scavato sul terreno un solco, un piccolo camminamento ocra nella terra tufacea orlato dal verde.
Brillante, intelligentissimo, premuroso ma anaffettivo in senso classico, quasi a immagine e somiglianza della padrona, aveva finito per accettarmi e quindi per scortarmi. Alla mattina mi veniva a salutare quand'ero ancora a letto cercando di leccarmi il volto, gli ultimi tempi - da quando la madre di lei se n'era prima andata da casa e poi da questa vita, anzi mi è sempre rimasto il magone di non averglielo portato un'ultima volta - dormiva arrotolato ai piedi del letto e stava buono buono, anche perché ormai aveva tredici anni e quindi, in età tradotta, quasi una novantina. Infatti correva meno di prima, non riusciva a saltare sul letto, mi si accostava quand'ero seduto sul divano. Quando un giorno lo portammo al cimitero, per salutare la contessa, ci impressionò per come si dispose in posizione sfingea, davanti alla lapide di colei che gli faceva mangiare il gelato col suo stesso cucchiaio, ad ascoltare chissà quali parole. Il giorno del funerale, mi era stato detto, Lepe era stato chiuso in casa tutto il giorno, senza mai uscire, come osservando un suo privato lutto. I cani se ne accorgono, dicono.
Lepe era rimasto a casa, accudito ora dai vicini ora da periodiche visite della padrona, per tutto il tempo in cui ci si era illusi che la contessa potesse tornare a casa. Se lo avesse fatto senza più trovare il cane, si sarebbe lasciata morire in pochi giorni. Anche Lepic, dopo che la contessa se n'era andata a ritrovare Ali, Pipino, Floc, Giulia e tutti i cuccioli della sua vita, pensavamo si sarebbe lasciato morire. Invece, niente. D'altra parte era un canettaccio.
Ormai però era impossibile lasciarlo lì a Orvieto. Trovammo una signora di Milano affezionata ai cani complicati e così ci demmo appuntamento a Levanto, dove questa donna aveva una casa.
Io la sera prima ero stato a Torino per Genoa-Pizzighettone, sapevo che avrei dovuto fare servizio di scorta in questo congedo, il secondo in nemmeno due mesi, dal giornale mi avevano chiesto il pezzo di colore sui tifosi, che il giorno del 112° compleanno del loro Genoa esordivano in C1 dopo il trauma della condanna, già il Delle Alpi mette tristezza e questa gente che non per colpa loro si trovava in C1 dopo aver toccato la A anche, il pezzo così lo scrissi come se fosse una lettera aperta al mio tifoso genoano più amato, mio nonno. Cominciava così: "Caro mio Ture, vecchio genoano che avresti avuto cent’anni tra un mese, questa come te la racconto? Da dove tu la vedi, ti sembra meno assurda?". Ai genoani sarebbe piaciuto molto, mi dissero che sembrava scritto da uno di loro, succede quasi sempre quando scrivo di Genoa, e dire che sono sampdoriano. Forse mi venne bene, il pezzo, perché quella sera ero triste perché il giorno dopo dovevamo andare a Levanto a portare Lepe a quella signora di Milano.
Ero tornato tardissimo da Torino, perché dopo la partita ci eravamo fermati a mangiare una pizza in un "cinese" nei pressi dello stadio, così mi svegliai tardi e andai direttamente alla stazione. Salii sul primo treno e dopo un'ora e mezza arrivai alla Spezia, dove 62 anni prima quel giorno mio padre aveva visto partire il "Roma"; e anche questa è una storia che bisogna che racconti. Nel tardo pomeriggio arrivò il treno dove c'erano lei e Lepe. Il cane fu sorpreso di vedere me e io di vedere lui, stava accovacciato su un asciugamano sul sedile del passeggero. Arrivammo a Levanto, la stazione è a monte rispetto al borgo, incontrammo la donna, lei le consegnò l'habeas corpus di Lepe, fu tutto rapido, anzi rapidissimo, sul piazzale il cane e la donna si allontanarono verso il centro, nessuno dei due si voltò, nemmeno il cane. Tornammo in stazione e lei si mise a piangere a dirotto, si riebbe e poi ricominciò a piangere, ci guardavano tutti, anzi guardavano me e non lei, con occhiate di sdegno che tradivano l'interrogativo "chissà che cosa le avrà fatto, povera donna". Era una pena nella pena. Ogni tanto lei mi dice "ho nostalgia di cagnolino", da allora non lo chiama più per nome ma lo chiama "cagnolino".

La casa di Orvieto è sempre la stessa ma non è più la stessa. Quando arriviamo, Lepe non ci viene più incontro, né a cena mendica qualcosa salendo sulle ginocchia, di notte non viene ai piedi del letto e alla mattina a leccare la faccia.
Il solco ocra non c'è più, sul camminamento che Lepe aveva scavato coi suoi unghioni l'erba è ricresciuta uniforme, sempre più alta. E quando la guardo ce l'ho anch'io, nostalgia di cagnolino.

Pubblicato il 22/8/2006 alle 20.8 nella rubrica Storie.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web