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Non regalate terre promesse a chi non le mantiene

Sarà che stasera il Doria gioca a Rimini, fatto sta che oggi ho fatto pace con i cd di De André. Perché appena alzato, dopo la doccia, volevo sentire qualcosa in linea con la giornata e la mia collezione offriva in alternativa soltanto "Rimini" di Lu Colombo, quella di "Maracaibo": con quel brano era andata a un lontano Sanremo e lo ha riproposto per devozione a se stessa in un cd delizioso di due-tre anni fa, in cui la cosa peggiore è il titolo ("L'uovo di Colombo"), ma poi è una sorpresa dietro l'altra sotto le stelle del jazz e dello swing, si sente la mano di quel gran genio del chitarrista Maurizio Geri, c'è persino un brano sulla ricotta. Merita.
Comunque "Non regalate terre promesse a chi non le mantiene" merita di più. Già, che genio matto era, schiacciato da un padre troppo grande (dirigente industriale, appassionato di Brassens ma riluttante all'idea di un figlio cantante, difatti i primi 45 giri glieli aveva fatti stampare a proprie spese a patto che si firmasse solo "Fabrizio" senza il cognome) e da un fratello inarrivabile per intelligenza (Mauro, il miglior avvocato societarista d'Italia, il Paladeandré di Ravenna è intitolato a lui e non al fratello). Era un uomo pieno di difetti, forse decisamente antipatico e intrattabile, dicono pessimo uomo di famiglia, incoerente in sommo grado perché mai (a differenza di Brel) rinunciò alla ricchezza ereditata, tirandosela da cantore degli ultimi ma con un portafoglio da primi. L'attico a Milano, il ranch in Gallura, la splendida casa sul porto della sua Genova dove non ha fatto in tempo a tornare: facile, con questi mezzi, fare l'anarchico. E poi la cosa che più mi irritò, subito dopo la sua morte: l'appropriazione indebita da parte di una tifoseria di calcio, che ne avrebbe fatto una sua icona quotidiana col debole pretesto di una simpatia certo reale, ma non così fegatosa da giustificare l'idolatria parossistica che certo lui non avrebbe approvato, in uggia come aveva santi e santini. Diventarlo lui, un santino, proprio non avrebbe gradito; e un santino del pallone, poi.
Così, per qualche tempo, in antipatia a quel fenomeno, accantonai quei cd. Un riflesso condizionato banale, ma io per esempio mai mi sognerei di propagandare come icona del sampdorianesimo il sampdoriano Ivano Fossati, che tra l'altro di De André sarebbe oggi consuocero, visto che suo figlio sta con la Luvi.
Rimini, quindi. Che canzone. Non la eseguì nell'ultimo suo concerto a Genova, pochi mesi prima di andarsene, al Carlo Felice. Io avevo un posto di superprimafila, perché avevo usurpato i biglietti dell'architetto Piano, che all'ultimo momento non era potuto venire e così aveva girato l'accesso a uno dei figli, mio collega e caro amico. Quel concerto girava attorno alla Buona Novella, fu emozionante e lo è ancor più nel ricordo.
Rimini, quella vera, invece è sempre più lontana. L'ultima volta che ci ho visto una partita fu nel gennaio 1982, in un pomeriggio di nebbia tanto che sembrava sospendessero la partita. Finì 0-0, il portiere Zeliko Petrovic parò con la... faccia una punizione di Galdiolo, col pallone che gli era rimbalzato male davanti. Eravamo partiti a notte fonda, alla mattina presto eravamo andati a San Marino, una foto di quella trasferta è tra le vestigia della prima promozione che seguii di persona, la seconda (quattro anni fa) ormai ero giornalista. Della Repubblica mi stupì l'esorbitante smercio di policromi liquori aromatizzati, imbottigliati in vetri traslucidi. Prima della partita il pullman si diresse al ristorante Il Passatore, mi ricordo la statua enorme di gesso nel giardino accanto all'ingresso, io fui l'unico a restare sul pullman mangiando i panini portati da casa, quell'anno avrei fatto in tutto otto trasferte (Brescia, Pisa, Perugia, Rimini appunto, Varese, Ferrara, Reggio Emilia e Pistoia), record personale destinato a resistere cinque anni e i soldi erano quelli che erano, perciò risparmiavo dove potevo. Lo stadio era diverso da com'è oggi, le gradinate erano addossate alle porte, mentre ora le hanno riportate oltre quella che una volta era la pista di atletica.
Chissà come venne in mente a De André di scrivere su Rimini una canzone così sciaradistica, iniziatica, oscura. Ai concerti diceva di essersi ispirato a “I vitelloni", ma non c'entrava nulla. Quello è forse il film più vero e sincero di Fellini, perché ancorato a un registro realistico, perfino troppo, che vede il declinarsi dell'autobiografia secondo una leggibilità più accessibile di quella delle opere successive. Certo, a tratti si intuisce il Fellini successivo: la scena del carnevale e lo squarcio alla Sironi della partenza della sorella di Alberto. A pensarci bene Rimini è anche quel romanzo di Tondelli, ben costruito ma freddo, leggendolo si capisce come lo scrittore avesse progettato un libro ad ampia commerciabilità, cosa che in effetti accadde, molto meglio i racconti di Pao Pao e Altri libertini e soprattutto le cose sparse, gli articoli di stampa, anche se oggi tutto appare molto datato, Tondelli fu gli anni Ottanta e non se ne sarebbe più liberato, oggi avrebbe 51anni mentre De André 66, tutto sommato c'era poca distanza tra loro due ma l'uno è cristallizzato nella sua eterna giovinezza mentre l'altro è svantaggiato dall'affannosa monumentalizzazione.

Ero partito da Rimini-Sampdoria, ho scritto qualcosa di sfilacciato che se ne va da tutte le parti. Forse perché l'attenzione si avvicina a una partita che vedrò soltanto da lontano, con la mente, nell'attenuarsi dell'interesse.

Pubblicato il 23/8/2006 alle 17.44 nella rubrica Musica.

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