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Un libro (felicemente) riscoperto: "Alpinisti ciabattoni" di Achille Giovanni Cagna

Lettore che non hai di meglio da fare, visto che sei cascato qui sul mio diario in rete, accetta il consiglio.
Devi leggere assolutamente un libro che ho trovato stamattina in corso Italia, entrando per caso in una di quelle librerie estive fatte a tendone, che smerciano qualche titolo corrente ma soprattutto copie alla deriva, reiette dai già sparuti compratori di libri di questo paese devastato dal dolore, che legge sempre meno e quel meno il più delle volte è ciarpame per sciampiste insufflato dall'oracolo del "7".
In questa libreria si trovava quello che c'è in tutti i remainders: accanto a qualche uscita attuale a prezzo pieno, una massa enorme di libri variamente scontati come dizionari, guide turistiche, manuali di cucina o di ikebana, libri d'arte cartonati, volumi sparsi di collane smembrate, tascabili obsoleti, più naturalmente le mastodontiche rese delle case editrici locali per autori APS (a proprie spese, cfr. le pagine più divertenti mai scritte Eco, ovvero quelle de "Il pendolo di Foucault" sull'attività della Manuzio).
La copertina arancione, il titolo inconfondibile: era un libro di cui avevo sentito parlare la prima volta ai tempi del liceo, quando studiando Gadda ne vedevo identificavare l'autore come un credibile precursore nello stile ("Faldella, per esempio, avrà toccato Gadda - scrive Contini nella fenomenale introduzione a "La cognizione del dolore" - solo attraverso gli Alpinisti ciabattoni del suo bravo discepolo Cagna), e poco prima di incontrare una persona cara, che al romanzo d'esordio vidi paragonare a Faldella, Gadda e appunto a questo Achille Giovanni Cagna, autore del romanzo "Alpinisti ciabattoni" che la Baldini e Castoldi, quando non c'era ancora Dalai nella ragione sociale, aveva ripubblicato nel 2000 senza che me n'accorgessi, preso com'ero evidentemente da altre cose. Ma era passato inosservato, eccolo lì che languiva ai piedi di una montagna di libri APS anch'essi arancioni, quattro copie rimaste di cui la prima già sgualcita perché sfogliata, ma lasciata lì anche lei. Prezzo di copertina 5 euro e 16 centesimi, lo vendevano a 4 euro tondi, era anche un affare. Non ho resistito, ho cominciato a leggerlo camminando, tanto a quell'ora (era l'una passata) in corso Italia non c'è nessuno. Incredibile, mi veniva da ridere leggendo le disavventure di questa attempata coppia di droghieri "sfiaccolati" (già la scoperta dell'aggettivo valeva la spesa) che parte in treno per le vacanze sul lago d'Orta e prima s'infratta nelle fauci di un albergo modesto e rapinoso, che a cena infligge loro un ossobuco immangiabile mentre irrompe al loro fianco un petulante commensale infelice e avvinazzato, e il giorno dopo si avventurano al Sacro Monte dove un rapinoso previtocciolo estorce loro una lira per una cupa spiega delle edicole votive... sembra certe pagine di Fantozzi, oppure Sordi in vacanza con la moglie grassa, il tutto in una lingua ricchissima per estensione e colta nella profondità, con guizzi geniali e un uso accortissimo di vocaboli obsoleti.
Prima di entrare al giornale ne ho letto una trentina di pagine, non vedo l'ora di tornare a casa per rituffarmici, e quando ciò accade vuol dire che il libro vale, l'ultima volta che mi era accaduto era stato per Barney Panofsky, strano che l'Adelphi si sia fatta scappare uno come questo Cagna, nel suo catalogo ci stava benissimo. Comunque sono censite altre sue opere e i titoli già promettono: "Provinciali", "La rivincita dell'amore", "Contrada dei gatti". Editore che non hai di meglio da fare, pensaci.

Pubblicato il 23/8/2006 alle 19.56 nella rubrica Letti.

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