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Questa non è l'America (Anversa, 1939)

La prossima volta voglio portare anche Miriam in America. Forse era destino che non ci arrivassimo stavolta, perché lei non aveva potuto seguirmi, dopo tutto meglio così. Papà mi aveva detto che sarebbe stato un viaggio lungo e infatti lo è stato. Miriam non era partita perché la sua famiglia aveva deciso di restare, le cose in qualche modo si sarebbero aggiustate, la nostra gente aveva superato ben altro e anche la sua famiglia. Noi invece eravamo partiti, come aveva fatto qualcuno della nostra gente prima di noi, una volta laggiù avremmo costruito un’altra esistenza. Pensavo che sarei diventato ricco e famoso, in America può capitare a tutti e soprattutto a quelli che scappano. Alla partenza eravamo tutti contenti, anche se qualche vecchio piangeva, e così al mio fratellino Leo ho dovuto dire che era per la commozione. Lui però mi sa che non ci ha creduto, poi l’ho visto parlare con uno di questi vecchi e da allora il mio fratellino era diventato cupo cupo. Avrebbe parlato poco per il resto della traversata, anche se gli avevo detto più volte che non dovevo credere a quel vecchio, aveva parlato così perché si era vergognato di essersi commosso. Leo, chissà perché, non voleva partire per l’America, tanto che mia madre quasi quasi l’aveva avuta vinta, diceva che la nostra vita era dove eravamo nati, papà invece non aveva voluto sentire ragioni, bisognava partire fino a che ce lo avrebbero permesso.
Subito dopo la partenza c’era una grande allegria sulla nave, tutti non vedevano l’ora di arrivare, i giorni erano passati anche veloci, il mare era stato buono con noi, io per passare il tempo suonavo il mio violino e anche i bambini cantavamo. Però ogni tanto le canzoni erano tristi. Ci avevano detto che l’Oceano era molto grande e che per attraversarlo ci volevano giorni e giorni, infatti era andata proprio così. In più avevo una certa paura di affondare, anche se prima della partenza avevano detto che la nave era una delle più sicure del mondo. Miriam mi aveva detto di avere un cattivo presagio, ma io non volevo credere ai presagi. Così quando rivedemmo terra ero soprattutto contento. Dico soprattutto perché dentro di me avevo anche una certa angoscia. Pensavo che non sarei più tornato in Europa per molti anni e forse Miriam non sarebbe riuscita a tenere fede al giuramento che ci eravamo fatti, io avrei aspettato lei e lei me.
Attorno a noi stava succedendo di tutto, certo, il mondo non stava bene, ma a me non importava del mondo, importava di Miriam, la lasciavo sola nella metà del mondo che conoscevo, poteva succederle di tutto. Per esempio che si innamorasse di qualcun altro.
Così, quando ci hanno detto che a Cuba per noi non c’era posto, ho provato un misto di inquietudine e di soddisfazione, mentre tutti erano delusi, anzi inviperiti, preoccupati. Ero un po’ meno vicino all’America, un po’ meno lontano forse dalla persona che non ero riuscito a portare con me. Ma non potevo dire nulla di tutto questo ai miei genitori, mentre Leo cominciava a rianimarsi. Pensai che dentro di sé pregasse perché qualcosa ci costringesse a tornare indietro. O forse era destino, un destino più forte di tutto il resto. Quando dovemmo ripartire anche dagli Stati Uniti, mi dissi che sarei tornato da Miriam anche da solo. A bordo cominciarono a correre le voci più diverse, qualcuno parlava della Colombia, dell’Argentina, di altri Stati del Sud, ma un giorno la nave riprese il mare sulla stessa rotta che avevamo percorso all’andata. Davanti e dietro di noi non avevamo che acqua, sembrava una peregrinazione infinita, niente più terra da nessuna parte, eppure da qualche parte saremmo pure dovuti arrivare. Tutti erano arrabbiati, non sapevano che fare, si lamentavano. Io volevo arrivare da Miriam, forse era stato il mio amore per lei a determinare la scansione di quel viaggio. Sembrava dovessimo approdare in Inghilterra, infine ci siamo riavvicinati al Continente. Nessuno diceva più nulla, quel ritorno sembrava una sconfitta. O l’inizio di una sconfitta più grande.
La nave è stata come circondata dalla terra, sembrava l’estuario di un grande fiume e invece era ancora mare, il mare che entrava dentro la terra per farci strada, per deporre il nostro tormento e la nostra sofferenza su una terra che ridiventava nostra.
In questa città la nostra gente taglia i diamanti fino a renderli distillatori estremi della luce, sono gli artigiani più bravi del mondo e sono rispettati e ammirati. Spero che in qualche modo Miriam mi raggiunga, avrà saputo che sono arrivato qui. Andrò al teatro per sapere se c’è posto per un musicista, altrimenti vedrò di arrangiarmi, siamo abituati a farlo da sempre, questa non è l’America ma per ora la farò diventare l’America. Allo sbarco ci hanno detto che non possiamo andare da nessun’altra parte, ormai dobbiamo rimanere qui fino a che le cose non cambino in meglio. Soprattutto ci hanno detto che non possiamo tornare in Germania. Leo non dice più nulla, i miei genitori cercano di farsi coraggio. Ma io so che ritroverò Miriam, comunque. E la porterò in America, non avrei mai potuto andarci senza di lei.

Pubblicato il 9/9/2006 alle 21.0 nella rubrica Storie.

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