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"Cuore di mamma" di Rosa Matteucci (Adelphi): un libro che merita, davvero

Un musicista americano si disse attratto dall’idea di incidere un disco suonato soltanto con oggetti trovati per strada: ruote di bicicletta, assi da stiro, barattoli vuoti e rottami qualsiasi; sosteneva che la potenza dell’armonia e del contrappunto potesse trascendere la povertà dell’orchestrazione e l’approssimazione degli arrangiamenti. Anche Rosa Matteucci predilige raccontare storie raccattate da terra, tanto comuni da parere prive di specifico narrativo e di potere d’attrazione; ci penserà lei a sublimarne la sostanza, nell’arcana officina del suo stile non confondibile. Dopo aver narrato in “Lourdes” e “Libera la Karenina che è in te” due ribellioni di donna al cospetto di altrettante varianti dell’Incomprensibile e quindi Inaccettabile, come una vita gettata via per troppa fretta e un amore soffocato nel non sapersi dire, l’ideale trilogia della sofferenza si completa in un duello a mani nude con una morte che nasce giorno dopo giorno, voluta e vagheggiata da una madre mai stata veramente madre, determinata a esserlo soltanto nell’atto di associare alla propria, ormai in corso, la morte di una figlia disvoluta e sopportata a distanza.
Fruga nell’immondizia, la Matteucci, per repertarne lo squallido panopticon con il quale cattura l’attenzione del lettore, per mezzo di una prosa in ammirevole equilibrio oscillatorio tra le sottigliezze di un italiano inaccessibile e rarefatto, irto di vocaboli fossili, e le disperate scurrilità di un comico aristofanesco declinate nei modi e toni della civiltà rurale centritalica, strappando risate che virano a rimorso per lo sgomento di prendersi gioco dell’inumano. Presto così si focalizza il conflitto definitivo tra le due donne, un’anziana sarta disancorata dal mondo e intignata in una ferrigna misantropia, e la figlia che s’illude di compiere la propria salvazione dalle secche di un matrimonio incarnito e da molteplici altre irresolutezze attraverso quella della madre, senza intuire di lavorare a un drammatico sacrificio congiunto. Nel silenzio di una casa perduta nella desolazione della campagna, al culminare della brutta stagione, si consuma a gesti stilizzati la cruentissima partita a scacchi tra Luce che vorrebbe aiutare Ada e quest’ultima, riluttante a tutto ormai.
Di pagina in pagina, col fruscio del ruotino di un criceto - emblema dell’inutile affannarsi di ogni vivente - unico rumore di fondo alla tenzone, nel disfarsi degli elementi tecnici e meccanici inutilmente deputati a modernizzare uno schema archetipico, il racconto si dipana nel contrapporsi degli sconforti complementari di due donne rassegnate alla ricerca di una soluzione che non c’è, che non potrebbe esserci. Così la cifra della narrazione è l’aridità, l’assenza, la creazione di un vuoto dove si agitano lemuri, figurette minime, segnacoli di quel grottesco che l’autrice egregiamente padroneggia. Lentamente gli eventi declinano verso un cenacolo natalizio, ideale cornice a contrasto per una scena madre che quindi non sorprenderebbe nello svolgersi.
Ma è proprio a questo punto che il racconto prende il volo, secondo una rotta che forse eccede le stesse intenzioni della mano che scrive, felicemente fuorviata dalla rarefazione della materia narrativa. Già sente Orlando che la vista ha perduto, recita la Chanson: così Ada scopre improvvisamente di avviarsi lungo un percorso fantastico, sta morendo ma non lo sa e davanti agli occhi le scorrono spezzoni di cinegiornale con le Piccole Italiane inquadrate nel saggio ginnico, ritratti sorridenti di una beltà elusiva del tempo dalla vetrina di Luxardo, la grossa scrofa alata che vola nel pannello centrale delle Tentazioni di Sant’Antonio di Bosch, il coro dei morti di Federico Ruysch che guarda interrogativo la platea dei viventi, dei quasi loro. Sono pagine di infinita pietà, nell’immedesimazione con una coscienza che svanisce e si appella a simboli di santità ed eternità, rimodulati secondo quello stile profetico e visionario che fu di Jacopone e Teresa di Lisieux e che rappresenta la cifra inconfondibile dell’autrice, capace di rendere un’autentica tensione metafisica nei toni del burlesco e della clownerie. Ecco così santi e reliquie, preferibilmente eccentrici nella frequentazione devozionale e perfino nell’onomastica, entrano ed escono dalla pagina come le statuine di un carillon che suona il Dies Irae, fino all’arrivo degli angeli che - come in Olivier Messiaen, anch’egli capace di scrivere con mezzi di fortuna, nella baracca di un lager, il suo quartetto della fine - annunciano la fine del tempo, con “lo schiocco del legno e il lamento delle corde spezzate che annunciavano l’ora che nella vita di Ada segnava la fine del mondo”. Questo passaggio memorabile, di eccezionale intensità mistica e letteraria, scaturito da un talento narrativo e da una sensibilità capace di superarsi oltre la soglia del dicibile e del ragionevole, necessario culmina in un finale preceduto da un primo rendiconto, sotto le luci livide di un pronto soccorso, che vede il male punito nella persona di due spogliatrici di pensionate che avevano grassato anche Ada. Ma il male retribuito col male non restituisce egualmente senso all’umano consumarsi, persistendo l’irriducibilità semantica del dolore. Ed è soltanto attraverso una trasfigurazione fintamente laica del rito dell’eucaristia, ovvero il passaggio tangibile dalla dimensione divina a quella umana verso la sintesi, che il viaggio di Luce al termine della notte può trovare conclusione. Per una speranza di pace con se stessa e con l’ombra ormai inerte della madre, nel riconciliarsi universale dei destini.

ROSA MATTEUCCI, "Cuore di mamma", Adelphi, p. 136, € 9


Mi si perdoni l'interesse privato, ma non è tale. E' un libro eccezionale, davvero. Direi "soddisfatti o rimborsati", non fosse uno slogan da mercato rionale. Credetemi.

Pubblicato il 1/10/2006 alle 1.37 nella rubrica Letti.

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