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Orhan Pamuk e Peppino di Capri, nel nome di Roberta

Non di rado i lettori mi rimproverano di eccedere nella mescidazione concettuale, tra l'ortodossia dello sport e altri interessi che privatamente coltivo. Ignorano o consapevolmente si nascondono che a volte, o meglio quasi sempre, il calcio è talmente sciapo da necessitare spezie le più eccentriche. Comunque vada, io non mi pento di attingere al fumetto, alla narrativa, al cinema, alla musica e a tutto quanto mi venga in mente per insaporire un piatto spesso immangiabile. Nelle cucine povere è il condimento che salva la sostanza, così in quasi tutto quel che scrivo per onorare l'azienda che mi passa lo stipendio. Ci provi qualcun altro, ad attenersi a una rappresentazione robbegrillettiana del calcio e segnatamente della Sampdoria, i ferri chirurgici del realismo e della Neue Sachlichkeit stanno stretti a chi debba portare per mano il lettore fino in fondo al pezzo, dove c'è la firma.
Per fortuna che ogni tanto la mia studiata dabbenaggine trova riscatto, sempre s'intende in modi stravaganti. L'altro ieri mi sono vergognato molto quando ho sentito che l'Accademia aveva assegnato il Nobel a Pamuk. Questo perché da quasi sei anni ho in casa un suo libro, che mi era stato spedito dall'ufficio stampa Einaudi ai tempi in cui lavoravo ancora alla redazione cultura. Ero convinto fosse "Neve" perché mi ricordavo bene la copertina, una specie di nevicata, invece era "La nuova vita" e l'ho scoperto soltanto ieri sera, quando in base alla vaga memoria di dove avessi inumato il libro l'ho cercato e trovato, su uno scaffale remoto della mia biblioteca, parcheggiato in terza fila posteriore. Questa la considerazione che avevo di Pamuk, io che me la tiro da intenditore, mi ero ripromesso di leggerlo perché l'incipit non era male ("Da quando lessi quel libro, la mia vita è cambiata per sempre") ma la ruota del criceto gira e altre urgenze si sono affastellate e Pamuk è finito in terza fila, ma ora che gli hanno dato il Nobel bisogna pure che lo legga.
Tanto più che è uno dei nostri.Non solo ha fatto il tirocinio da fallito ("Lavoravo dieci ore al giorno per scrivere romanzi che gli editori puntualmente mi respingevano"), ma ha pure un diploma da giornalista. E poi nelle interviste di ieri, di cui la più bella era con l'amico sampdoriano Marco Ansaldo di Repubblica, mi ha fatto un assist clamoroso, come nemmeno il Mancini dei tempi belli. Così bisognerà pure che legga "Neve", perché non solo dicono che sia il suo libro più bello, ma pare che in quel libro impazzi una canzone. E una canzone italiana. Una canzone di Peppino di Capri, pensa un po'. Una canzone di cui ho sentito parlare, "Roberta", magari se la sento me la ricordo, anche se per forza di cose mi fa venire in mente una carissima persona che ho lasciato da qualche parte di Milano e naturalmente i manifesti pubblicitari che tutti sanno, ma l'idea che nel libro più bello di un Nobel un'architrave narrativa sia una canzone di Peppino di Capri, non di uno dei compagni cantautori eletta schiera, mi fa ridere, mi intenerisce, mi fa ricordare Proust: "non disprezzate la musica popolare, perché ha un posto piccolo nella storia della cultura, ma un posto immenso nelle storie di ognuno di noi". Con Pamuk, la musica popolare arriva addirittura al Nobel.
E nessuno ha pensato di intervistare Peppino di Capri.

Pubblicato il 14/10/2006 alle 15.7 nella rubrica Letti.

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