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Stazioni

Sono un collezionista di stazioni ferroviarie. Non è che me le porto a casa ovviamente, me le porto dentro, perché credo che siano la cosa che più assomigli alle chiese o alle sinagoghe, senza le medesime pretese. Vi si officiano però i riti di una religione terrena, quella delle partenze e degli arrivi, dei ritorni e degli addii.
Quella che preferisco è Santa Lucia, anche se ha ragione Renzo Piano quando dice che l'unico modo di salvare Venezia è buttare giù il ponte. Ma quando il treno fa la curva dopo Marghera e dai finestrini vedi acqua dall'una e dall'altra parte, e laggiù in fondo - se sei fortunato ad arrivarci in un giorno di nebbia - cominci a vedere le ombre della città, perdoni anche l'architettura un po' troppo da torrone del fabbricato.
Poi ovviamente la Centrale di Milano, con le sue navate di ghisa e le bestie strane tipo Notre Dame sulla facciata, ogni volta che ci arrivo mi rattristo perché con Milano non sono mai stato fortunato, quando vedo quelle tre enormi volte cupe penso a certi colloqui, a certi appuntamenti, e ai ritorni col cuore sotto i tacchi.
Termini invece ormai è tutt'altro dalla prima volta che ci ero arrivato, tra gallerie sospese e sotterranee, negozi e banche e cambi, non mette più soggezione, sembra una Rinascente e nemmeno delle più belle. Molto più suggestiva Ostiense, sarà per le sagome contrapposte della Piramide e del Gasometro, sarà per l'idea che poco lontano c'è la tomba di Juan Rodolfo Wilcock, sarà per la sua configurazione ancora non inquinata dal commercialismo. E poi ci sono quasi sempre passato quando la notte non è ancora alba, con ombre balenghe che si aggirano sul marciapiede.
Preferisco naturalmente quelle dove i binari finiscono ed è per questo che Bologna non mi dice nulla. Sono invece suggestive Cagliari e Palermo, le andrò a rivedere nei prossimi giorni, mi manca il viaggio lungo la Sardegna da Casteddu a Olbia o Porto Torres e prima o poi vorrei farlo. Poi piccoli gioielli come la tettoia liberty della stazione Como Lago delle ferrovie Nord, le palme di Sanremo a ridosso della casa da gioco (ma adesso la stazione è abbandonata, al suo posto la più inquietante e brutta di tutte, sotterranea, vicino a corso Cavallotti), i marmi e la marzialità demodé di Montecatini e Viareggio, l'aria basilicale di Mergellina, l'incertezza esistenziale dello scalo marittimo di Messina. La desolazione del terminal abbandonato accanto all'Ostiense.
Anche quando vado all'estero colleziono stazioni. In qualcuna ci sono arrivato regolarmente, col treno. Le cattedrali sconsacrate di Copenhagen e Zurigo; il castello incantato di King's Cross a Londra e quello di Anversa; l'opprimente cubone staliniano di Varsavia; il gigantesco armadillo della Zentralstation di Francoforte, coi treni che arrivano in discesa, prima delle tappe intermedie del viaggio ferroviario più bello della mia vita, un giorno e mezzo per arrivare da Sestri Levante a Gothenburg, dal 7 all'8 maggio 1990. Lo scalo marittimo tedesco di Puttgarden e quello danese di Roedby spazzati dal vento notturno, con una sinfonia di scricchiolii che calava dai lampioni. La casetta di mattoni di Haelsingore, vicino al castello di Amleto. Infine la Centralstation di Gothenburg o meglio Goteborg, l'ho rivista nel novembre di un anno fa, quindi sedici anni dopo la prima volta. Piccola e spoglia, ormai però affollata di negozi anche lei. Ero tornato a mangiare lo stesso piatto di gamberi in salsa piccante del 9 maggio '90, poche ore prima che il Doria vincesse la Coppa delle Coppe. L'anno scorso ci ho pure dormito dentro, in quella stazione: nel senso di una camera di un albergo costruito sopra la galleria degli arrivi, disseminato di tracce di Feng Shui, con tutto automatico (pagavi prima le due notti, ti davano una tesserina magnetica e poi non vedevi più nessuno), per un sonno striato dagli annunci in svedese. Ma di quel viaggio la stazione più bella fu Amburgo, ci arrivammo a mezzanotte circa, oggi l'avranno sicuramente cambiata, un grosso parallelepipedo di vetro affumicato e metallo, illuminato dai cartelloni pubblicitari, scesi dal Milano-Altona e pensai ai Beatles che erano partiti da qui. Poi faticai a convincere i miei compagni di viaggio a non andare a St. Pauli, visto che avevamo solo mezz'ora per la coincidenza.
L'amante ideale è la Gare de Lyon e - magari - mangiare a Le Train Bleu. La Westbahnhof di Vienna invece l'ho sempre temuta, per la sua spettralità. Lisbona: Sant'Apollonia è stupefacente, se non ricordo male c'è la mano di Calatrava, ma non c'è partita con la vecchia stazione del Rossio con gli azulejos. Barcellona non dice nulla, è sotterranea. Il legno luterano di Bergen, poi.
Sarebbe stupenda ma non vale perché non ha binari ma rotte sul mare, la Stazione Marittima di Genova. Fino al G8, era vecchiotta e trasandata e nel Salone Partenze potevi rivivere l'angoscia e la speranza di chi partiva per sempre per le Meriche, quanti dalle mie parti e anche dalla valle della mia gente, arrivata dal Bellunese perché pratica di miniere, pronta poi a ripartire (Arzeno di Ne ha un cimitero a forma di nave) per ricostruirsi la vita oltre l'oceano. Si chiamano come me un avvocato di Washington, una badessa della Virginia che governa un convento con sito web, una culturista premiata, un giocatore di football, una bellissima studentessa di chimica vincitrice di una borsa di studio a Harvard. Tutte storie cominciate da un pugno di case in cima alla val Graveglia, a ridosso della miniera di manganese.
Ma più bella di tutte la stazione trovata per via di una partita con la Honved, quel che ne restava almeno, di quattordici anni fa. Arrivando a Budapest Keleti, sotto quelle navate eleganti di ferro modellato a origami, mi parve di riconoscere qualcosa ma non capivo che cosa. M'informai e lessi il nome del progettista: Gustave Eiffel.
Quasi quasi potrei scrivere una storia per ogni stazione, a pensarci bene ce l'avrei. Ma ci vorrebbe un'altra penna.

Pubblicato il 25/10/2006 alle 16.41 nella rubrica Storie.

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