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Gaudì, il teologo dell'architettura

Oggi ho scoperto che in questi giorni la Taschen vende i suoi libri con un robusto sconto. Così nel mio solito giro alla Fnac mi sono subito imbertato, per buon peso insieme con un cd dal vivo di Bobby Mc Ferrin (abbisogno in dosi equine, oltre che di cebion e aspirina e oscillococcinum, di don't worry be happy), un magnifico volume fotografico su una delle persone che più mi consolano (con Mozart, Tolstoij e pochi altri) di appartenere alla razza umana perché essa ha prodotto sì robaccia come i più, ma anche Antoni Gaudì.
Non ero mai stato a Barcellona fino a sei anni fa. Per capitarci, scelsi l'occasione peggiore: il centenario della squadra di calcio, dappertutto c'erano vessilli blaugrana, mi feci coraggio ed entrai anche nel grande magazzino ufficiale. Ma non avevo scelta: dovevo accompagnare la contitolare della ditta, in occasione di una sua traduzione castigliana. All'andata pretesi di collaudare (pagava l'editore) una suite del Pau Casals, il lussuosissimo treno notturno che faceva (forse c'è ancora) Milano-Barcellona passando per Torino e il Frejus. Non chiusi occhio ma valse la pena per due motivi: primo, l'emozione quando alla mattina nel vagone colazioni vedemmo la Vanguardia con una foto enorme di lei nella pagina cultura. Secondo: chissà quando mi ricapiterà di fare una doccia in treno.
La stazione di Barcellona è peggio di quella attuale di Sanremo, tutta sottoterra, quando esci un piazzale anonimissimo. Arrivammo che pioveva. Eravamo senza ombrello. L'albergo era entusiasmante, il Condes de Barcelona sul Paseo de Gracia. L'editore aveva fatto le cose in grande. Esauriti gli impegni istituzionali, ci dedicammo a Gaudì. Tanto, la Casa Pedrera era davanti al nostro albergo.
Difficile spiegare quest'uomo e che cosa abbia fatto all'arte e, per certi versi, anche al senso religioso. Suoi segnacoli sono sparsi per tutta la città: facciate di case, i serpenti e le gallerie del Parc Guell sul Montjuich dove Gimondi si mise alle spalle l'ombra di Merckx.
E poi finalmente andammo alla Sagrada Familia. Prendemmo una lunga strada che passava dall'arena delle tauromachie, ci arrivammo sotto con la fortuna di non averne visto nulla prima.
Così l'abbaglio fu violentissimo. Credo di non aver mai provato un'emozione così grande di fronte a un'opera di architettura, forse i due ponti di Lisbona ma lì era la città. Restammo tutti e due senza parole, davanti a quell'opera che non ha nulla di umano, sembra un promemoria lasciato da qualcuno che è molto diverso da noi, invece è disseminato di tracce di una cattolicità mariana che però è anche lei qualcosa di diverso da quel che intendiamo. Quel monumento, anzi Templi Expiatori, è altro da se stesso.
Rividi un monumento di candele lasciate sgocciolare e poi candite nella cera multicolore, uguale a quello che stava nella vetrina del pub di Soho dove ero andato ad ammazzare l'attesa, io e Volpe e Noce e gli altri della Riviera Blucerchiata 1988, la notte fra il 19 e il 20 maggio 1992.
Entrammo nella Sagrada, pagando il biglietto che sarebbe servito a finanziarne l'ultimazione. Ci penso e non so da dove cominciare a scriverne, l'emozione di allora torna uguale a se stessa e irrefrenabile, una musica dove il riff intuibile era l'orgoglio di appartenere alla razza umana un cui esemplare era stato capace di tanto. Ecco, non c'è nulla di razionale nel credere in Dio, è la cosa più irrazionale che ci sia, perché il principio di causalità che serve per sconfessare gli atei poi torna a danno di chi ha appena segnato il gol del vantaggio. L'unico motivo sensato, o meno insensato, è che gli uomini che pensano cose come la Sagrada devono per forza essere mossi da uno spirito disumano, inumano, che li trascenda fino alla sublimazione.
Salimmo anche alle guglie, passando quel ponticello vertiginoso. Pensai all'uomo che aveva cercato quella creatura di pietra che non sembra pietra, la forza di Gaudì è proprio quella di aver trasformato i materiali, elaborato una teologia dell'architettura e anzi dell'edilizia, pensai e penso con rimpianto al significato immediato di quel Templi Expiatori, madre padre e bambino, io che non ho figli.

Spaziai infine con lo sguardo sulla città che stava ai miei piedi. Cercai l'area dove una volta sorgeva l'Estadio Sarrià. 5 luglio 1982, Italia-Brasile 3-2, la partita più bella ed emozionante della mia vita, so che Davide Enia ci ha scritto un'opera teatrale che mi hanno detto essere bellissima. Anch'io dovrei scriverci qualcosa, o meglio quell'Italia-Brasile vista al Bar Pippo con i miei sei amici del liceo dovrebbe essere - per dirla con Brodskij - una "parte del discorso". E già, tra pochi giorni è il 13 novembre, stavolta saranno vent'anni da quell'altro 13 novembre, e quel giorno che eravamo tutti e sei a Barcellona, davanti alla tv ma mai come quel giorno era come essere là, mi rimane dentro come una scheggia di gioia purissima e indecidua.
L'Espanyol aveva debiti e vendette il terreno, tanto poteva andare a giocare allo stadio costruito per le Olimpiadi. Così buttarono giù il Sarrià e ci costruirono un supermercato. Il 21 giugno 1997 l'ultima partita, Espanyol-Valencia 3-2.

Gaudì non ha mai progettato stadi di calcio.

Pubblicato il 8/11/2006 alle 19.22 nella rubrica Persone.

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