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Sei stato felice, Giovanni

Ieri sono andato nel mio solito remainder di via Cairoli, mi piace frequentare i remainder, perché sono affezionato ai libri orfani, incompresi o abbandonati, spesso dai remainder si trovano diamanti nel carbone. Le bancarelle no, quelle mi ribrezzano un poco: i libri che vi si trovano, infatti, sono stati rivenduti dai compratori e già questo non mi piace. Quindi sono passati in qualche mano e questo mi piace ancor meno.
Invede dai remainder ci sono solo vecchi libri nuovi.
In un colpo solo, con una decina di euro ho portato a casa tre cose che non avevo letto o avevo letto troppo tempo fa. Tutte di Giovanni Arpino: "La suora giovane", "Un delitto d'onore" e "L'ombra delle colline". Non vedo l'ora di (ri)gustarmeli, da qui a Natale se Dio vuole avrò da passare ore e ore negli aeroporti, e si sa come sono gli aeroporti e si sa quel che scrisse Tommaso da Kempis nell'"Imitazione di Cristo": "In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro".
Fin da piccolo sono sempre stato affezionato a Giovanni Arpino, senza sapere - o forse presagendo - che un giorno avrei fatto il suo stesso mestiere. Quello di giornalista sportivo, intendo, lo scrittore è un altro film che mai mi apparterrà, ci vuol ben altro talento e anche infelicità più profonde di quelle che coltivo.
Inciampai nei suoi scritti per via del rango di caposcuola dell'antibrerismo, guadagnato come inviato ai Mondiali di Argentina e Spagna. Mi piaceva il suo stile giornalistico e così m'impratichii anche dei suoi romanzi, per vedere se ci fossero o non ci fossero iati o nessi. Il primo che lessi, forse inutile precisarlo, fu "Azzurro tenebra" e devo a quella lettura la convinzione, tuttora radicata anche se sempre più flebile per inadeguatezza soggettiva, che si possa scrivere di sport in maniera decorosa e non stereotipata; e che quindi ci si debba provare, almeno. Sono andato a rileggermelo non prima del Mondiale tedesco di quest'anno, sarebbe stato banale; ma quando se n'è andato Facchetti, che di quel libro era stato il protagonista.
Aveva la capacità innata, più che di raccontare storie, di costruire personaggi straordinari, infondendo in ognuno di essi tutte le sue paure, tutti i suoi coraggi, tutti i suoi dolori. Era talmente bravo che vien da chiedersi come facesse a lavorare in un giornale, in una di queste ruote da criceto dove ogni giorno la pagina bianca ti aggredisce, va riempita, non importa con che cosa, tu vorresti svicolare o dedicarti a qualcosa di bello e invece ruit hora, tempus fugit, everybody row.
Non ho mai voluto leggere "Il buio e il miele" per paura di trovarlo inadeguato al film, che vidi già adulto. La parte iniziale è girata quasi tutta vicino a dove abito adesso, in una scena si vede un vecchio che legge il giornale per cui lavoro. E poi Agostina Belli giovane somigliava in maniera spaventevole alla ragazza e poi giovane donna e poi donna che mi ha requisito un mucchio di anni, in maniera vicendevole s'intende, quando rivedo quel film rivedo lei cioé la sua avatar che giusto ventitré anni fa incontrai su un treno e come nella canzone di Dalla "e quel giorno successe qualcosa e la loro vita cambiò", strano che in più di cinquanta canzoni nel triplo cofanetto non ci fosse posto per "Viaggi organizzati". Quanti cofanetti escono di questi tempi, sembra che la musica si sia stancata di girare intorno e faccia l'inventario di fine stagione. Come mi cambiò la vita, su quel treno, tutti e due avevamo ventitré anni in meno, come in fondo a un buco che dà nel tempo. Per fortuna Vecchioni non ha ancora fatto cofanetti, resisti professore. Glielo dissi anche, a lei, che era come Agostina Belli nel film di Risi, anzi più bella ancora. Servì a poco, anzi a molto. Agostina Belli è tornata, in qualche film non molti anni or sono, non è stata una grande idea. Lei, chissà.
Ma tornerei ad Arpino. Qualche tempo fa ho scoperto che era stato lui a conoscere Soriano in Argentina e a importarlo in Italia, esiste un loro deferente carteggio dove si danno del lei. Tutti hanno scoperto Soriano, che se lo merita per carità, e allora ci vorrebbe un poco di rispetto pure per Arpino.
Ha scritto una poesia stupenda per il Grande Torino, è morto a soli sessant'anni, l'anno prossimo sarà il ventennale. Non resta che leggerlo e rileggerlo, per fare il verso alla nostalgia.

Pubblicato il 10/11/2006 alle 19.20 nella rubrica Letti.

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